Perchè per il sistema italiano con tutta probabilità non c'è speranza
Secondo la mia opinione
So di suonare pessimista, ma temo che una riflessione attenta sulle dinamiche sociali, economiche e istituzionali non possa che condurre alla conclusione espressa nel titolo. Scrivo nella speranza che qualcuno riesca a dimostrare il contrario di ciò che sto per sostenere.
Le classi dirigenti
Come facilmente intuibile il declino italiano non è una questione meramente economica. A mio avviso, può essere compreso meglio se osservato attraverso una lente diversa: il progressivo deterioramento del meccanismo mediante il quale una società forma, seleziona e rinnova le proprie classi dirigenti.
È opportuno chiarire fin da subito che parlare di élite non significa attribuire una superiorità morale o naturale a un gruppo ristretto di persone. Significa, più semplicemente, riconoscere che ogni società, dalle prime forme di organizzazione politica fino agli ordinamenti contemporanei, ha dovuto individuare un criterio per affidare determinate decisioni a una parte limitata dei propri membri. Nessuna comunità complessa può infatti essere governata attraverso la partecipazione diretta e permanente di tutti a ogni singola scelta. È quindi inevitabile che si sviluppino forme di delega, selezione e rappresentanza.
Nel corso della storia, i criteri utilizzati per legittimare questa delega sono stati molto differenti. Il potere poteva derivare da un’investitura religiosa, dall’appartenenza a una dinastia, dal possesso della forza militare, dalla ricchezza, dal prestigio o da particolari capacità personali. Nelle democrazie contemporanee, la legittimazione tende invece a fondarsi principalmente sul voto e sulla rappresentanza politica.
Anche l’elezione, tuttavia, rimane essenzialmente un meccanismo di affidamento. Attraverso il voto, ciascun individuo trasferisce temporaneamente a un altro soggetto il potere di assumere decisioni collettive, scegliendolo sulla base di caratteristiche che considera desiderabili: competenza, affidabilità, vicinanza politica, reputazione, appartenenza sociale o capacità di rappresentarne gli interessi.
Sotto questo profilo, sistemi apparentemente molto lontani tra loro condividono un elemento fondamentale: la fiducia. L’investitura divina funzionava nella misura in cui una comunità credeva nella natura sacra del potere; una successione dinastica era stabile finché veniva riconosciuta come legittima; un sistema elettorale funziona finché gli individui ritengono credibili le procedure e sufficientemente affidabili coloro ai quali delegano il potere.
La fiducia può quindi essere espressa direttamente, attraverso il voto, oppure indirettamente, mediante l’accettazione di istituzioni, tradizioni e criteri di selezione condivisi. La qualità di una classe dirigente dipende anche dalla capacità della società di accordare fiducia a persone competenti e di ritirarla quando tale competenza viene meno.
Se accettiamo questo punto, possiamo concludere che ogni società affida una parte rilevante delle decisioni a minoranze collocate nelle istituzioni, nelle imprese, nelle università, nei media e nelle professioni. Gaetano Mosca definiva questa minoranza “classe politica”, mentre Vilfredo Pareto insisteva sulla circolazione delle élite: una classe dirigente resta vitale se riesce ad assorbire persone competenti provenienti da ambienti diversi e a sostituire chi non è più adeguato alle funzioni esercitate.
Il problema non è quindi l’esistenza delle élite, ma la qualità del processo che le produce. Una classe dirigente può essere aperta, competitiva e generativa, oppure chiusa, ereditaria e difensiva. Nel primo caso la posizione di vertice è collegata almeno in parte alla capacità di comprendere problemi complessi e trasformare conoscenze in decisioni. Nel secondo, l’accesso dipende soprattutto dalla famiglia, dalla ricchezza, dalla prossimità politica o dall’appartenenza a circuiti protetti. Quando prevale quest’ultimo modello, la società continua ad avere gruppi dominanti, ma perde gradualmente una vera classe dirigente.
L’istruzione
La conclusione del paragrafo precedente apre inevitabilmente una serie di interrogativi. Il primo riguarda il modo in cui le élite vengono formate: attraverso quali percorsi una società prepara gli individui destinati ad assumere responsabilità politiche, economiche, amministrative o culturali?
Una prima risposta conduce al tema dell’istruzione. Con questo termine, tuttavia, non bisogna intendere soltanto il sistema scolastico pubblico così come lo conosciamo oggi. L’istruzione comprende più in generale l’insieme dei processi attraverso cui vengono trasmesse conoscenze, competenze, valori, modelli di comportamento e strumenti necessari per comprendere la realtà e prendere decisioni.
Nelle società contemporanee questo compito è affidato principalmente alla scuola e all’università, istituzioni che almeno in linea teorica dovrebbero garantire un accesso relativamente aperto alla formazione. In passato, invece, l’educazione delle classi dirigenti avveniva spesso in forme private e selettive. Poteva essere affidata a precettori, autorità religiose, filosofi, letterati o studiosi chiamati a formare direttamente i membri delle famiglie dominanti. In altri casi si svolgeva all’interno di corti, accademie, istituzioni militari o ambienti professionali riservati.
Ciò che cambia nel tempo è dunque la forma dell’istruzione, non la sua funzione fondamentale. Ogni classe dirigente deve essere preparata a esercitare il proprio ruolo e, soprattutto, deve apprendere i linguaggi, le conoscenze e i criteri di giudizio riconosciuti come legittimi dalla società in cui opera.
L’istruzione rappresenta perciò il primo meccanismo attraverso cui un’élite viene costruita. Essa non serve soltanto ad accumulare nozioni, ma contribuisce a formare una visione del mondo, una capacità di interpretare problemi complessi e una consapevolezza delle responsabilità connesse all’esercizio del potere. Quando questo processo si indebolisce, non diminuisce soltanto il livello medio delle competenze: si riduce anche la capacità della classe dirigente di comprendere la società, anticiparne i cambiamenti e orientarne lo sviluppo.
Le reti
Un sistema educativo di qualità non trasferisce soltanto nozioni, ma costruisce linguaggi comuni, capacità di ragionamento e criteri condivisi per valutare la competenza. Pierre Bourdieu ha mostrato che il potere sociale deriva dall’interazione tra capitale economico, culturale e sociale. Titoli di studio, abitudini cognitive, padronanza dei codici professionali e relazioni fiduciarie si rafforzano reciprocamente. Una buona istruzione priva di accesso alle reti può rimanere sterile; una rete forte priva di competenze può trasformarsi in cooptazione mediocre.
Le reti sono necessarie perché nessuna organizzazione complessa funziona soltanto attraverso regole formali. Le decisioni richiedono fiducia, reputazione, scambio di informazioni e capacità di individuare persone affidabili. Mark Granovetter ha mostrato l’importanza dei legami relativamente deboli, cioè delle relazioni che collegano cerchie sociali differenti, nella diffusione di informazioni e opportunità. I legami forti assicurano coesione all’interno di un gruppo; i legami ponte permettono alla conoscenza di raggiungerne altri. Una società dinamica necessita di entrambi.
Quando la qualità dell’istruzione diminuisce e le reti professionali si chiudono, si riduce la capacità di riconoscere e utilizzare il talento nato fuori dai gruppi privilegiati. Le élite iniziano a riprodursi per somiglianza, selezionando persone con la stessa provenienza e gli stessi codici. L’omogeneità può sembrare efficiente nel breve periodo, perché facilita la comunicazione interna, ma produce un costo crescente: il gruppo riceve meno informazioni esterne, comprende peggio i cambiamenti sociali e tende a confondere la fedeltà con la competenza. L’errore viene corretto con difficoltà, perché chi dovrebbe segnalarlo dipende dalla stessa rete che lo ha prodotto.
Il capitale sociale, pertanto, non è positivo in modo automatico. Robert Putnam, studiando le regioni italiane, ha collegato fiducia, cooperazione civica e reti orizzontali a una migliore performance istituzionale. Tuttavia, una rete può anche proteggere rendite, escludere concorrenti e impedire il ricambio. La distinzione fondamentale è tra reti che costruiscono ponti e reti che costruiscono barriere. Le prime aumentano la capacità collettiva di coordinarsi; le seconde trasformano la fiducia interna in diffidenza verso l’esterno. Possono così convivere gruppi molto coesi e un capitale sociale generale molto debole: famiglie, categorie e organizzazioni sono solide al proprio interno, ma manca un circuito affidabile che le colleghi.
Le disuguaglianze
Da questa impostazione emerge una tensione fondamentale tra omogeneità ed eterogeneità. Non si tratta di un’alternativa assoluta, secondo cui una società dovrebbe scegliere tra la completa uniformità e la totale differenziazione. Il problema riguarda piuttosto il grado di distanza che può esistere tra gruppi diversi senza compromettere la loro capacità di comprendersi, comunicare e cooperare.
Una società completamente omogenea rischierebbe di produrre conformismo e appiattimento. Se tutti gli individui ricevessero la stessa formazione, frequentassero gli stessi ambienti e condividessero le medesime esperienze, verrebbero meno la pluralità dei punti di vista, il confronto e la possibilità stessa di innovare. L’eterogeneità è quindi necessaria, perché consente alla società di osservare i problemi da prospettive differenti e di mettere in circolazione conoscenze, esperienze e soluzioni nuove.
Allo stesso tempo, una società eccessivamente frammentata corre il rischio opposto. Quando la distanza economica, culturale ed educativa tra i gruppi diventa troppo ampia, diminuiscono i riferimenti comuni. Le persone non utilizzano più lo stesso linguaggio, non condividono le medesime categorie interpretative e non attribuiscono lo stesso significato ai problemi collettivi. Viene meno, in altri termini, un quadro interpretativo comune attraverso cui leggere la realtà e valutare le possibili decisioni.
Questo non significa che tutti debbano pensare allo stesso modo. Significa che, per potersi confrontare, individui e gruppi differenti devono condividere almeno una base minima di conoscenze, concetti e criteri di giudizio. Il disaccordo è produttivo soltanto quando esiste un terreno comune sul quale possa svilupparsi. In assenza di tale terreno, il confronto si trasforma facilmente in incomunicabilità: ogni gruppo interpreta le parole, i fatti e gli interessi degli altri attraverso categorie proprie, senza riuscire a comprenderne realmente il punto di vista.
La distanza sociale tende così a ridurre la capacità dei diversi gruppi di riconoscere come legittime le esperienze e le priorità reciproche. Se mancano istituzioni e luoghi di incontro capaci di mediare tali differenze, il pluralismo non genera confronto, ma segmentazione.
Questa frammentazione indebolisce la fiducia tra gruppi e rende più difficile costruire risposte collettive. Le istituzioni incontrano maggiori difficoltà nel correggere gli squilibri, mentre i gruppi meglio organizzati acquistano ulteriore capacità di proteggere le proprie posizioni.
L’equilibrio necessario si colloca quindi tra due estremi. Da un lato, un’omogeneità eccessiva, che soffoca il dissenso e produce immobilismo; dall’altro, un’eterogeneità priva di connessioni, che trasforma la diversità in frammentazione.
L’innovazione
Va anche compreso a mio avviso, che l’effetto della disuguaglianza economica non dipende soltanto dalla distanza tra ricchi e poveri, ma dal processo che ha generato quella distanza. Occorre distinguere tra disuguaglianza generativa e disuguaglianza estrattiva. La prima nasce quando nuovi prodotti, imprese o tecnologie aumentano la produttività e premiano chi innova. La seconda nasce quando, in un’economia stagnante, alcuni gruppi accrescono la propria quota di risorse grazie al controllo di rendite, patrimoni, licenze, relazioni politiche e posizioni scarsamente contendibili.
In una fase di innovazione, l’aumento delle differenze può accompagnare l’espansione del sistema. L’innovatore guadagna molto, ma crea anche occupazioni, competenze, fornitori e nuovi mercati. Philippe Aghion e i suoi coautori hanno mostrato che l’innovazione può associarsi sia a una maggiore concentrazione dei redditi al vertice sia a una maggiore mobilità sociale, soprattutto quando proviene da nuovi entranti e non soltanto da imprese dominanti. In questo caso la disuguaglianza può segnalare una trasformazione che allarga lo spazio delle opportunità.
L’effetto di trascinamento, però, non è automatico. Esiste solo se le conoscenze possono diffondersi, le nuove imprese accedono al credito, l’istruzione consente a persone di origini diverse di acquisire le competenze necessarie e i mercati non sono bloccati dagli operatori esistenti. In caso contrario, anche un vantaggio nato dall’innovazione può cristallizzarsi in rendita. Il successo della prima generazione finanzia scuole migliori, relazioni influenti e accesso privilegiato alle decisioni per quella successiva; ciò che era iniziato come premio all’innovazione può diventare privilegio ereditario.
La dinamica opposta si manifesta quando le disparità crescono durante la stagnazione. Se la quantità complessiva di opportunità non aumenta, la competizione diventa distributiva: il guadagno di un gruppo dipende dalla capacità di appropriarsi di una parte maggiore di una torta che non cresce. Le risorse vengono investite meno nella creazione di attività nuove e più nella difesa delle posizioni esistenti. Si rafforzano le barriere all’ingresso, il valore delle relazioni personali aumenta rispetto a quello delle competenze e le carriere dipendono maggiormente dall’accesso ai circuiti giusti.
Gli spillover
La disuguaglianza da stagnazione modifica quindi la struttura delle reti sociali. Gruppi economicamente distanti frequentano scuole, quartieri, luoghi di lavoro e ambienti culturali diversi. Vengono meno esperienze comuni, linguaggi condivisi e occasioni di osservare capacità provenienti da altri ambienti. Chi si trova in basso perde l’accesso alle informazioni informali necessarie per comprendere il funzionamento delle professioni e delle istituzioni; chi si trova in alto perde la capacità di vedere problemi, talenti e innovazioni esterni al proprio perimetro. La distanza economica diventa così distanza cognitiva.
Questa separazione produce effetti anche sulla cultura collettiva. Quando le persone non condividono più gli stessi luoghi di formazione, gli stessi canali informativi e una parte sufficiente delle esperienze sociali, diminuisce la possibilità di costruire criteri comuni per interpretare la realtà. Ogni gruppo sviluppa un proprio linguaggio, una propria rappresentazione dei problemi e una propria gerarchia delle priorità. La comunicazione pubblica si frammenta e il conflitto non riguarda più soltanto la distribuzione delle risorse, ma persino la definizione dei fatti e dei problemi da affrontare.
In questo senso, il processo di contaminazione non va inteso come la discesa spontanea della ricchezza dai gruppi superiori. Il meccanismo rilevante è uno spillover cognitivo e istituzionale. Le competenze sviluppate nei centri di eccellenza producono un effetto generale solo se vengono incorporate nelle amministrazioni, nelle imprese, nella scuola e nei processi di selezione. Allo stesso tempo, il sistema resta vitale solo se le persone capaci esterne alle élite possono salire, portando informazioni ed esperienze nuove. La trasmissione deve quindi avvenire in entrambe le direzioni: dall’alto verso il basso attraverso la diffusione delle competenze e dal basso verso l’alto attraverso la mobilità e il ricambio.
Quando entrambe le direzioni si interrompono, si forma un circuito cumulativo.
La stagnazione favorisce le rendite; le rendite accrescono la disuguaglianza estrattiva; la disuguaglianza separa gli ambienti sociali; la separazione indebolisce i legami ponte; la chiusura riduce la circolazione delle informazioni e il riconoscimento dei talenti; la minore mobilità peggiora la selezione delle classi dirigenti; classi dirigenti meno competenti producono istituzioni e strategie economiche meno efficaci, alimentando nuova stagnazione.
L’OCSE descrive la bassa mobilità attraverso le immagini dei “pavimenti appiccicosi”, che trattengono chi nasce in basso, e dei “soffitti appiccicosi”, che proteggono chi nasce in alto.
Il risultato non consiste necessariamente nella scomparsa delle persone competenti. Queste possono continuare a esistere, ma vengono disperse, sottoutilizzate oppure spinte verso l’uscita. Alcune emigrano, altre si rifugiano in settori protetti, altre ancora rinunciano a investire nella propria formazione perché percepiscono che il rendimento delle competenze è inferiore a quello delle relazioni o della ricchezza familiare. Il danno non è quindi soltanto la perdita immediata di capitale umano, ma il cambiamento degli incentivi: se la società comunica che studiare, innovare e assumersi rischi non consente di superare le barriere di appartenenza, nel tempo verranno prodotte meno competenze.
Anche le élite risultano danneggiate dal sistema che le protegge. Una rete chiusa riduce la concorrenza e rende più facile conservare una posizione, ma priva il gruppo dirigente degli stimoli e delle informazioni necessari per migliorare. La protezione produce inizialmente stabilità, poi mediocrità e infine fragilità. Le élite diventano meno capaci di interpretare la società proprio perché hanno diminuito i contatti con essa. Quando arriva una crisi esterna, non possiedono più la varietà di competenze e prospettive necessaria per reagire.
L’Italia
La Banca d’Italia ricostruisce un primo rallentamento della produttività dopo il 1973 e un ulteriore deterioramento, particolarmente marcato dall’inizio degli anni Novanta. Il Paese ha così progressivamente perso terreno rispetto alle economie poste alla frontiera tecnologica. Una crescita debole e prolungata rende più probabile la competizione per la conservazione delle posizioni.
Questa interpretazione non si fonda soltanto su un singolo indicatore o un’impressione generale. Diversi indicatori descrivono infatti un sistema nel quale la crescita delle opportunità si è progressivamente indebolita, mentre l’origine familiare, la ricchezza accumulata e il territorio di appartenenza continuano a incidere in misura significativa sui percorsi individuali.
Distribuzione della ricchezza
La distribuzione della ricchezza è coerente con questo quadro, sebbene sia necessario evitare affermazioni eccessivamente semplicistiche. Secondo i conti distributivi della Banca d’Italia, alla fine del 2022 il 5 per cento delle famiglie più ricche possedeva circa il 46 per cento della ricchezza netta complessiva, mentre il 50 per cento meno abbiente ne deteneva meno dell’8 per cento. La concentrazione della ricchezza è aumentata soprattutto tra il 2010 e il 2016, mentre è rimasta sostanzialmente stabile negli anni successivi. L’Indagine sui bilanci delle famiglie mostra però che tra il 2020 e il 2022 la ricchezza mediana è diminuita in termini reali, mentre la quota detenuta dal 10 per cento più ricco è salita fino a circa il 52 per cento.
Non sarebbe dunque corretto sostenere che ogni misura della disuguaglianza continui ad aumentare ininterrottamente. Il dato più importante è piuttosto la forte distanza patrimoniale già raggiunta e la diversa capacità dei gruppi sociali di assorbire le crisi. Chi dispone di patrimonio può finanziare periodi di studio più lunghi, sostenere l’avvio di un’attività, accettare tirocini poco retribuiti, trasferirsi in una città più costosa o attendere un’opportunità professionale migliore. Chi non dispone di risorse familiari deve invece privilegiare il reddito immediato e dispone di un margine di scelta inferiore.
Il patrimonio non determina necessariamente il risultato individuale, ma modifica il numero e la qualità delle possibilità concretamente disponibili. In questo modo, la disparità economica diventa anche una disparità nell’accesso alla formazione, alle reti professionali e alle informazioni necessarie per orientarsi all’interno delle istituzioni. Due persone con capacità analoghe possono essere formalmente libere di compiere le stesse scelte, ma trovarsi davanti a rischi molto differenti. Chi può contare sul sostegno economico della famiglia dispone, per esempio, di maggiori possibilità di prolungare gli studi, trasferirsi, accettare un tirocinio poco remunerato, attendere un’occasione professionale migliore oppure sostenere il fallimento di un primo tentativo. La selezione delle classi dirigenti può quindi apparire aperta sul piano giuridico e rimanere fortemente condizionata sul piano materiale.
Un riscontro particolarmente significativo proviene dallo studio di Paolo Acciari, Alberto Polo e Giovanni L. Violante sulla mobilità intergenerazionale in Italia. Utilizzando dati amministrativi ricavati dalle dichiarazioni fiscali di due generazioni, gli autori stimano che un individuo proveniente da una famiglia collocata nel decile più basso della distribuzione dei redditi abbia meno del 4 per cento di probabilità di raggiungere, da adulto, il decile più alto. Considerando invece i quintili, la probabilità di passare dal 20 per cento più povero al 20 per cento più ricco è pari a circa l’11 per cento.
Il dato non implica che l’ascesa sociale sia impossibile, ma mostra quanto essa sia statisticamente rara quando il punto di partenza si colloca nella parte più bassa della distribuzione. La distanza tra le posizioni economiche non rappresenta quindi soltanto una differenza nei risultati raggiunti: modifica anche la probabilità di accedere alle condizioni che consentono di raggiungerli. L’uguaglianza formale delle regole può così convivere con una forte disuguaglianza delle traiettorie.
Lo stesso studio evidenzia inoltre una marcata variabilità territoriale. Per un individuo cresciuto in una famiglia appartenente al quintile più basso, la probabilità di raggiungere quello più alto è stimata intorno al 22 per cento nella provincia di Milano, mentre scende al di sotto del 6 per cento in quella di Palermo. Il territorio non opera soltanto attraverso il diverso livello dei redditi, ma anche mediante la qualità della scuola, la struttura del mercato del lavoro, la presenza di imprese dinamiche e la disponibilità di reti capaci di trasmettere informazioni e opportunità.
Questa differenza geografica rafforza la tesi secondo cui la mobilità dipende dal funzionamento dell’intero ambiente sociale. A parità di capacità individuali, crescere in un territorio caratterizzato da istituzioni più efficienti, mercati del lavoro più articolati e reti professionali più aperte aumenta la possibilità che il talento venga riconosciuto e valorizzato. Dove questi canali sono deboli, invece, le competenze possono esistere senza riuscire a trasformarsi in opportunità effettive.
Il patrimonio familiare e il luogo di origine agiscono pertanto come moltiplicatori oppure come limitatori delle capacità individuali. Non sostituiscono necessariamente il merito, ma determinano con quale frequenza esso può manifestarsi, essere osservato e trovare applicazione. La chiusura delle élite non deve quindi essere immaginata soltanto come un’esclusione deliberata. Può derivare anche da un sistema nel quale soltanto alcuni individui dispongono delle risorse necessarie per sostenere il percorso lungo, costoso e incerto che conduce alle posizioni più elevate.
Trasmissione intergenerazionale dell’istruzione e della posizione sociale
La ridotta mobilità reddituale appena descritta trova riscontro anche nella trasmissione intergenerazionale dell’istruzione e della posizione occupazionale. Le evidenze mostrano infatti che l’origine familiare continua a incidere significativamente sulle probabilità di successo. Secondo un’analisi dell’OCSE pubblicata nel 2026, in Italia la probabilità di collocarsi nel quinto più alto della distribuzione dei redditi da lavoro è circa doppia per chi ha genitori con un elevato livello d’istruzione rispetto a chi proviene da famiglie con bassi livelli educativi. Parallelamente, la probabilità di trovarsi nel quinto più basso è circa una volta e mezza maggiore per chi ha genitori poco istruiti.
Il quadro risulta ancora più evidente osservando la trasmissione intergenerazionale dell’istruzione. Secondo il Rapporto annuale dell’Istat del 2026, la propensione a scegliere un liceo è quasi otto volte più elevata tra i ragazzi con almeno un genitore laureato rispetto a quelli i cui genitori possiedono al massimo un titolo secondario inferiore. La probabilità di conseguire una laurea risulta inoltre oltre dodici volte maggiore quando almeno uno dei genitori è laureato. La distanza nelle opportunità non emerge quindi soltanto al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro, ma si forma molto prima, attraverso scelte educative che indirizzano verso percorsi differenti e che risultano fortemente condizionate dal contesto familiare.
Anche la mobilità occupazionale mostra segnali coerenti. L’Istat rileva che, tra le persone nate tra il 1980 e il 1994, la quota di chi a trent’anni occupa una posizione sociale inferiore rispetto a quella della famiglia di origine raggiunge il 27,1 per cento, superando sia quella registrata nelle generazioni precedenti sia la quota di mobilità ascendente, pari al 25,1 per cento. Ciò significa che la mobilità non è necessariamente scomparsa, ma ha cambiato direzione: spostarsi rispetto alla posizione dei genitori è ancora frequente, ma per le generazioni più giovani lo spostamento conduce più spesso verso il basso che verso l’alto. Questo risultato è coerente con un’economia stagnante, nella quale l’espansione delle professioni qualificate non è sufficiente ad assorbire le aspettative e le competenze prodotte dal sistema educativo.
Un’ulteriore conferma proviene da uno studio della Banca d’Italia sulla persistenza intergenerazionale del reddito e della ricchezza. Gli autori collocano l’Italia tra i paesi avanzati caratterizzati da una mobilità dei redditi relativamente bassa. Nella loro scomposizione, inoltre, la componente della persistenza reddituale riconducibile a caratteristiche familiari diverse dall’istruzione dei figli cresce nel tempo, passando da circa la metà nel 1993 a poco meno dei tre quarti nel 2016. Il risultato deve essere interpretato con cautela, poiché questa componente comprende una pluralità di fattori non direttamente osservati, tra cui il patrimonio, il territorio, le relazioni e le condizioni sociali della famiglia. Esso suggerisce tuttavia che il semplice conseguimento di un titolo di studio non sia sufficiente a neutralizzare gli effetti dell’origine.
Considerati insieme, questi dati mostrano che la trasmissione intergenerazionale opera lungo più livelli. La famiglia influenza il percorso scolastico, la probabilità di raggiungere l’università, la posizione occupazionale e il reddito futuro. Il ricambio non è formalmente impedito, ma avviene all’interno di condizioni fortemente diseguali: chi nasce in un ambiente dotato di maggiori risorse economiche, educative e relazionali dispone di probabilità sensibilmente superiori di raggiungere e conservare le posizioni più elevate. Al contrario, per chi proviene dai gruppi meno favoriti, l’ascesa resta possibile ma statisticamente meno frequente, mentre per le generazioni più recenti aumenta persino il rischio di scendere rispetto alla posizione raggiunta dai genitori.
Salari reali, patrimonio familiare e istruzione
Questi dati mostrano che l’origine familiare continua a incidere sui percorsi educativi e occupazionali. Tale influenza diventa ancora più rilevante quando il reddito da lavoro cresce poco, perché la possibilità di prolungare gli studi, trasferirsi o attendere un impiego adeguato dipende in misura crescente dal sostegno economico della famiglia.
Questa dipendenza è stata accentuata dalla dinamica recente delle retribuzioni. Dopo un lungo periodo di crescita particolarmente debole, l’inflazione successiva alla pandemia ha prodotto una nuova e rilevante perdita del potere d’acquisto dei salari. Nel primo trimestre del 2026, nonostante un aumento rispetto all’anno precedente, i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre del 2021: secondo l’OCSE, si trattava della perdita più ampia tra le maggiori economie appartenenti all’organizzazione.
La debolezza salariale non è soltanto un problema distributivo. Quando il reddito da lavoro cresce meno del costo delle abitazioni, dell’istruzione e dell’accesso ai principali centri economici, il patrimonio familiare acquista un’importanza maggiore. Il successo dipende meno dal reddito prodotto nel presente e più dalle risorse accumulate nel passato. La stagnazione dei salari può quindi rafforzare la distanza tra chi dispone di una rete familiare capace di finanziare l’attesa e chi deve accettare immediatamente qualunque opportunità disponibile.
Anche l’istruzione presenta elementi coerenti con questa interpretazione. Al termine della scuola secondaria di primo grado, nel 2026 soltanto il 57 per cento degli studenti raggiungeva il livello previsto in italiano e il 55 per cento in matematica. In italiano, circa dieci punti percentuali separavano il Centro-Nord dal Mezzogiorno; in matematica, la distanza arrivava a quindici o venti punti. Nella scuola primaria, inoltre, i risultati medi di matematica risultavano inferiori di circa l’8-10 per cento rispetto al 2019. Al termine delle superiori si registravano miglioramenti, ma in matematica raggiungeva il livello obiettivo circa il 52 per cento degli studenti: il dato superava il 60 per cento nel Nord, mentre si fermava al 45 per cento nel Sud e al 41 per cento nel Sud e nelle Isole.
Il problema non è quindi soltanto il livello medio degli apprendimenti, ma la loro distribuzione. Se la qualità dell’istruzione dipende fortemente dal luogo di nascita, dal contesto familiare e dal percorso scolastico scelto, la scuola perde in parte la propria capacità di costituire un terreno comune. Invece di compensare le differenze iniziali, rischia di registrarle e riprodurle. Gruppi diversi sviluppano allora competenze, linguaggi e aspettative sempre più distanti.
È precisamente qui che gli elementi empirici si ricollegano alla tesi sulle élite e sulle reti. La bassa produttività riduce la creazione di nuove posizioni; la concentrazione patrimoniale rende più diseguale la possibilità di competere per quelle esistenti; la debole mobilità intergenerazionale limita il ricambio; la stagnazione salariale aumenta la dipendenza dalla famiglia; i divari educativi riducono la formazione di un patrimonio cognitivo comune. Ciascun fenomeno rafforza gli altri.
Lasciare ogni speranza?
Nessuno di questi dati, considerato isolatamente, dimostra l’intera catena causale. La stagnazione della produttività non prova da sola la chiusura delle élite, così come un divario scolastico non dimostra automaticamente il deterioramento delle istituzioni. Osservati congiuntamente, tuttavia, questi fenomeni descrivono un sistema nel quale le opportunità vengono create con difficoltà, distribuite in modo diseguale e trasmesse in misura rilevante attraverso la famiglia, il patrimonio e il territorio.
Il rischio è che la disuguaglianza smetta di rappresentare una distanza temporanea tra chi ha innovato prima e chi potrà raggiungerlo successivamente. Essa diventa invece una distanza strutturale tra chi possiede gli strumenti economici, culturali e relazionali per accedere alle posizioni dirigenti e chi rimane escluso dai circuiti nei quali circolano le informazioni e vengono effettuate le selezioni. In questo caso, il sistema non si limita a produrre risultati ingiusti: riduce anche la propria capacità di individuare e utilizzare le persone più competenti.
Invertire il processo richiede molto più di una redistribuzione del reddito o della ricchezza oppure di un semplice aumento della spesa destinata all’istruzione. Entrambe le misure possono essere necessarie, ma non sono sufficienti se restano isolate. Il problema descritto riguarda infatti il funzionamento complessivo del sistema attraverso cui una società forma le competenze, le riconosce, le mette in comunicazione e consente loro di raggiungere le posizioni nelle quali possono produrre effetti collettivi.
Occorre quindi ricostruire contemporaneamente competenze, mobilità e connessioni. Una scuola e un’università più solide devono essere accompagnate da meccanismi di selezione trasparenti, da una maggiore contendibilità delle posizioni, da una concorrenza effettiva contro le rendite e da amministrazioni capaci di riconoscere il merito anche quando esso proviene da ambienti estranei ai circuiti tradizionali. Allo stesso tempo, servono istituzioni capaci di creare ponti tra territori, classi sociali, professioni e generazioni, impedendo che le differenze economiche e culturali si trasformino in separazioni definitive.
L’obiettivo non è abolire le élite, possibilità che sarebbe peraltro illusoria, ma renderle permeabili, responsabili e sostituibili. Una società complessa avrà sempre bisogno di persone chiamate ad assumere decisioni, coordinare organizzazioni, amministrare risorse e interpretare problemi che non possono essere affrontati individualmente. La questione decisiva è stabilire attraverso quali processi tali persone vengano selezionate, quali competenze siano loro richieste e quanto sia concretamente possibile sostituirle quando non risultano più adeguate.
Un’élite aperta non è quella che rinuncia a distinguere tra capacità differenti, ma quella che mantiene accessibili i canali attraverso cui le capacità possono emergere. È una classe dirigente che non teme il ricambio, perché riconosce nella circolazione delle persone e delle idee una condizione della propria sopravvivenza. Al contrario, un’élite chiusa può proteggersi nel breve periodo, ma finisce inevitabilmente per indebolire il sistema dal quale dipende. Riducendo la concorrenza, limita gli stimoli al miglioramento; restringendo le reti, perde informazioni; bloccando la mobilità, rinuncia a una parte delle competenze presenti nella società.
Il punto più difficile è che molte delle misure necessarie a interrompere questo circuito sono state tentate a più riprese. L’Italia ha conosciuto riforme della scuola, dell’università, della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro e dei meccanismi di selezione. Tuttavia, tali interventi sono stati spesso frammentari, discontinui oppure incapaci di incidere sui rapporti di forza che proteggono lo status quo. In altri casi, le riforme hanno modificato le procedure senza trasformare i criteri sostanziali attraverso cui vengono distribuite opportunità, responsabilità e riconoscimento.
Ogni tentativo di cambiamento incontra infatti una difficoltà ulteriore: deve essere realizzato proprio dalle istituzioni e dalle classi dirigenti prodotte dal sistema che si vorrebbe correggere. Chi dovrebbe aprire i meccanismi di selezione può avere interesse a mantenerli chiusi; chi dovrebbe ridurre le rendite può dipendere politicamente o professionalmente dai gruppi che ne beneficiano; chi dovrebbe promuovere il ricambio può percepirlo come una minaccia alla propria posizione. Il sistema tende così ad assorbire le spinte riformatrici, adattandole ai propri equilibri e riproducendo, sotto forme nuove, gli stessi criteri che avrebbero dovuto essere superati.
Anche le iniziative nate con l’obiettivo di valorizzare il merito rischiano di produrre risultati opposti quando non tengono conto delle disuguaglianze di partenza. Una selezione formalmente aperta può rimanere sostanzialmente chiusa se soltanto alcuni individui dispongono del tempo, delle risorse e delle informazioni necessarie per parteciparvi. Allo stesso modo, l’aumento degli investimenti nell’istruzione può avere effetti limitati se la qualità dell’offerta continua a dipendere dal territorio e se il mercato del lavoro non è in grado di riconoscere e utilizzare le competenze prodotte.
È proprio questa capacità dello status quo di riprodursi a rendere il quadro particolarmente preoccupante. Il problema italiano non sembra consistere soltanto nella presenza di singole inefficienze, che potrebbero essere corrette attraverso interventi tecnici mirati. Esso riguarda la relazione tra le diverse parti del sistema. La stagnazione economica rafforza le rendite; le rendite aumentano il valore delle appartenenze; le appartenenze chiudono le reti; la chiusura delle reti riduce la mobilità e la circolazione delle informazioni; la minore mobilità restringe il bacino dal quale vengono selezionate le classi dirigenti; classi dirigenti meno aperte e meno competenti producono infine istituzioni meno capaci di promuovere crescita e innovazione.
Interrompere una simile catena richiederebbe quindi una discontinuità più profonda di una normale riforma settoriale. Non basterebbe modificare una singola legge, aumentare una voce di spesa o introdurre una nuova procedura concorsuale. Sarebbe necessario cambiare simultaneamente gli incentivi che regolano la formazione, il lavoro, l’accesso alle professioni, il funzionamento delle amministrazioni e la responsabilità di chi occupa posizioni decisionali. Soprattutto, sarebbe necessario ricostruire la fiducia nella possibilità che l’impegno e la competenza possano ancora modificare la posizione di partenza.
La fiducia, del resto, costituisce il punto dal quale questa riflessione è iniziata. Ogni società si regge sulla disponibilità degli individui ad affidare una parte delle decisioni ad altri, riconoscendone l’autorità, la competenza o la capacità di rappresentare interessi comuni. Quando tale fiducia viene meno, non scompare la necessità della delega, cambia soltanto il modo in cui viene percepita. Le classi dirigenti non vengono più considerate come soggetti chiamati a esercitare una funzione collettiva, ma come gruppi che utilizzano le istituzioni per proteggere le proprie posizioni.
A quel punto si produce una frattura difficile da ricomporre. Chi si trova fuori dalle reti dominanti non crede più che esse possano riconoscerne le capacità; chi si trova al loro interno tende a interpretare la sfiducia come ostilità o incompetenza. Le parti della società smettono progressivamente di riconoscersi e la delega perde la propria legittimità, pur continuando formalmente a esistere. Il sistema conserva le proprie strutture, ma diminuisce la capacità di ottenere cooperazione, selezionare persone adeguate e correggere gli errori.
È questa, in definitiva, la ragione del pessimismo espresso all’inizio. Il rischio non è necessariamente un fallimento improvviso, né un crollo facilmente identificabile. È piuttosto un deperimento lento, nel quale le istituzioni continuano a operare, le posizioni continuano a essere occupate e le procedure continuano a essere rispettate, ma si riduce progressivamente la capacità del Paese di formare competenze, farle circolare e trasformarle in decisioni efficaci.
Scrivevo in incipit di sperare che qualcuno potesse dimostrare il contrario di quanto sostenuto. Tale speranza rimane, perché nessun processo storico è realmente inevitabile e nessuna società è condannata in modo definitivo dalla propria traiettoria passata. Tuttavia, proprio l’analisi dei meccanismi descritti rende difficile affidarsi a un cambiamento spontaneo. Se le condizioni che dovrebbero generare il rinnovamento sono esse stesse compromesse, non è sufficiente attendere che il sistema trovi autonomamente un nuovo equilibrio.
La conclusione non è dunque che per l’Italia non esista in assoluto una via di fuga, ma che tale via difficilmente potrà emergere senza una rottura profonda dei meccanismi che oggi riproducono stagnazione, disuguaglianza e chiusura. Finché il Paese non riuscirà a ricostruire il processo attraverso cui forma, seleziona, collega e sostituisce le proprie classi dirigenti, ogni intervento rischierà di correggere gli effetti lasciandone intatte le cause. Ed è precisamente questa difficoltà a rendere plausibile il timore da cui siamo partiti: che il declino italiano non sia soltanto una fase economica negativa, ma la manifestazione di una società che sta perdendo la capacità di rinnovare coloro ai quali affida il proprio futuro.

