Trump sta distruggendo il potere del dollaro? La risposta è negli stretti
Il primo aprile 2026, il presidente degli Stati Uniti ha detto ai propri alleati, testualmente: “Andate a prendervi il vostro petrolio. L’America non sarà lì ad aiutarvi.” Non una gaffe. Non un tweet improvvido. La demolizione, in sette parole, del patto su cui si regge il dollaro come valuta di riserva mondiale da ottant’anni. E quasi nessuno se n’è accorto, perché quasi tutti guardavano il prezzo della benzina.
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Trump sta distruggendo il potere del dollaro?
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chi controlla il mare controlla la moneta
Il concetto è vecchio quanto la civiltà mediterranea: talassocrazia. Dal greco thalassa (mare) e kratos (potere). Chi controlla il mare controlla il commercio. Chi controlla il commercio controlla la moneta. Chi controlla la moneta controlla il mondo. Non è una metafora da manuale di storia antica: è un meccanismo che spiega il presente meglio di qualsiasi editoriale.
L’80% del commercio mondiale in volume transita via mare. La grande maggioranza delle materie prime globali (petrolio, grano, rame, gas naturale, fertilizzanti) è prezzata in una sola valuta: il dollaro americano. Questo significa che ogni Paese importatore di petrolio, cioè quasi tutti, deve prima procurarsi dei dollari per pagarlo. E per averli a disposizione quando servono, li tiene nelle proprie riserve valutarie. Ecco perché circa il 57% delle riserve valutarie mondiali è denominato in dollari (dati IMF COFER, quarto trimestre 2025): non per un atto di fede nella solidità dell’economia americana, ma perché i dollari servono materialmente per comprare le cose.
Ma perché le materie prime si prezzano in dollari e non, diciamo, in yuan cinesi? Qui arriviamo al punto che la quasi totalità del dibattito pubblico ignora. Le materie prime si prezzano in dollari perché gli Stati Uniti, dal 1945 in poi, hanno garantito la sicurezza delle rotte marittime attraverso cui quelle materie prime viaggiano. Il commercio globale non fluisce nello spazio: fluisce attraverso stretti, canali e passaggi obbligati, colli di bottiglia fisici che in gergo si chiamano chokepoint. E gli Stati Uniti, con circa 750 basi militari all’estero (la Cina ne ha una a Gibuti e poche altre in fase di costruzione), hanno presidiato tutti questi chokepoint per ottant’anni.
Sei passaggi d’acqua tengono in piedi l’economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz: 20 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il 20% del commercio petrolifero mondiale, più un quinto del GNL del pianeta. Lo Stretto di Malacca: il più trafficato del mondo, con circa 90-100.000 transiti all’anno e il 30% circa dei beni scambiati globalmente (la Cina importa l’80% del suo petrolio da qui: è il cosiddetto “dilemma di Malacca”). Il Canale di Suez con Bab el-Mandeb: la porta tra Mediterraneo e Oceano Indiano. Lo Stretto di Gibilterra. Il Canale di Panama. E lo Stretto di Taiwan, dove transita secondo l’OCSE circa il 25% del commercio marittimo globale, e dove Taiwan produce circa il 90% dei semiconduttori più avanzati al mondo, quelli senza i quali il vostro telefono, la vostra auto e metà dell’industria della difesa occidentale non funzionano.
Chi presidia tutti questi passaggi dice al resto del mondo: il commercio fluisce perché io lo garantisco. La mia valuta è quella in cui commerciate. Il mio debito è quello che comprate per tenere le riserve. È un circolo che si autoalimenta: controllo degli stretti, sicurezza delle rotte, commodity prezzate in dollari, domanda globale di dollari, potere finanziario (la Federal Reserve stampa la valuta di riserva mondiale, il debito USA è sostenibile perché tutti comprano Treasury), un budget militare che per il FY2026 supera gli 890 miliardi di dollari e finanzia 11 portaerei. E il ciclo si chiude.
C’è un libro uscito nel 2025 che spiega questo meccanismo in modo magistrale: Chokepoints: American Power in the Age of Economic Warfare di Edward Fishman. Fishman prende il concetto di chokepoint geografico e lo estende ai chokepoint economici: il sistema SWIFT, le assicurazioni marittime, i semiconduttori sono tutti punti di strozzatura dove Washington esercita una leva straordinaria. Il lavoro accademico di Farrell e Newman sulla “weaponized interdependence” (2019, International Security) conferma lo stesso punto con rigore analitico.
Ora, il sistema funziona a una condizione: che il garante si comporti da garante. Il momento in cui smette di garantire, o peggio diventa lui stesso la causa della chiusura degli stretti, il circolo si inceppa. E il dollaro perde la sua ragion d’essere.
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come le assicurazioni, non i missili, hanno chiuso hormuz
Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele lanciano un attacco su larga scala contro l’Iran, colpendo infrastrutture militari e uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei. L’Iran risponde rendendo lo Stretto di Hormuz impraticabile. Non con una flotta navale, che non ha. Non con un blocco militare formale. Con dei droni da poche migliaia di dollari e degli avvisi radio. Nel giro di 48 ore, il traffico di petroliere nello stretto crolla dell’80%, e poi sostanzialmente a zero. Almeno 15 navi mercantili vengono attaccate nel primo mese. 2.000 navi e 20.000 marittimi restano bloccati nell’area.
Ma il punto che quasi nessuno racconta è un altro. Lo Stretto di Hormuz non è stato chiuso dai missili iraniani. È stato chiuso dal mercato assicurativo.
Le petroliere che attraversano il mondo sono assicurate dai cosiddetti P&I Clubs (Protection and Indemnity Clubs): organizzazioni con sede a Londra e New York che coprono circa l’87% del tonnellaggio oceanico mondiale, secondo l’International Group of P&I Clubs. Senza la loro copertura, una nave non può operare. Nessun porto la accetta. Nessuna banca finanzia il carico. Tra il 1 e il 2 marzo, sette P&I Clubs emettono avvisi formali di cancellazione della copertura del rischio di guerra nel Golfo Persico, con un preavviso di sole 72 ore. Dal 5 marzo, qualsiasi nave che transita nel Golfo lo fa senza assicurazione, cioè a proprio rischio e pericolo.
Fermatevi un secondo a riflettere sull’ironia della situazione. Gli USA hanno costruito un sistema in cui il potere non sta solo nelle portaerei: sta nelle assicurazioni, nella finanza, nei contratti denominati in dollari. Ed è esattamente quel sistema che gli si è ritorto contro. L’Iran non ha dovuto sconfiggere la US Navy. Gli è bastato creare abbastanza incertezza da far scattare il meccanismo assicurativo che gli stessi americani avevano reso così potente. È Fishman alla rovescia: i chokepoint economici che Washington usava come arma sono diventati il proprio tallone d’Achille.
I numeri parlano chiaro. Il Brent è passato da circa 70 dollari al barile a fine febbraio a sopra i 100, con un picco a 126. In marzo ha registrato un aumento di oltre il 60%: la performance mensile più forte dal 1988, secondo i dati CNBC. I dati UNCTAD sono brutali: i transiti giornalieri nello stretto sono passati da 130 al giorno a 6. Un calo del 95%. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha autorizzato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, il più grande nella storia. Ma facciamo due conti: il mondo consuma circa 100 milioni di barili al giorno. Quattrocento milioni sono quattro giorni. Le pipeline di bypass (la Habshan-Fujairah degli Emirati e la East-West saudita) hanno una capacità combinata di 6,5 milioni di barili al giorno: un terzo dei 20 milioni che passavano per Hormuz.
E non è solo petrolio. Il 30% del commercio mondiale di fertilizzanti passa da Hormuz, e a differenza del petrolio non esistono riserve strategiche per i fertilizzanti. I prezzi dell’urea sono saliti del 20% in pochi giorni. Un quinto dell’offerta mondiale di GNL passa da lì, e non ci sono rotte alternative. L’Italia, che importa una quota significativa di GNL dal Qatar via Hormuz, è tra i Paesi più esposti.
Qualcuno dirà: ma non siamo più vulnerabili come negli anni ‘70. E su questo punto specifico, ha ragione. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica (Nicolò Geraci, 27 marzo 2026) ha mostrato come l’intensità di idrocarburi per unità di PIL si sia ridotta del 47% in Italia rispetto al 1980, del 73% in Cina, del 67% in Francia, del 60% circa in Germania, Stati Uniti e Regno Unito. Ma è esattamente il punto: la vulnerabilità si è spostata. Non è più una questione di barili per unità di PIL. È una questione di fiducia. Il sistema di assicurazioni, contratti e denominazione in dollari che tiene in piedi il commercio globale può saltare in 48 ore. Ed è saltato. E chi l’ha fatto saltare non è stato un nemico esterno: è stato il garante stesso del sistema.
i brics non c’entrano nulla (e i dati lo dimostrano)
A questo punto il dibattito pubblico si divide in due fazioni ugualmente sbagliate. La prima dice: il dollaro è invincibile, i BRICS sono un club di chiacchiere. La seconda dice: i BRICS stanno per sostituire il dollaro con una moneta comune. Entrambe le posizioni hanno in comune il fatto di non guardare i dati.
Partiamo dalla seconda, che è la più rumorosa. Al summit BRICS di Rio de Janeiro del luglio 2025, la dichiarazione finale in 126 punti non menziona nemmeno una volta la parola “de-dollarizzazione”. Non esiste alcun progetto concreto di moneta comune. Lo stesso Putin, nel novembre 2024 dopo il summit di Kazan, ha dichiarato: non abbiamo cercato di abbandonare il dollaro e non stiamo cercando di farlo. Dopo che Trump ha minacciato tariffe al 100% sui Paesi BRICS, il Brasile ha tranquillamente rimosso il dossier moneta comune dall’agenda della sua presidenza BRICS 2025.
I numeri sono impietosi. Lo yuan rappresenta l’1,95% delle riserve valutarie globali (IMF COFER, quarto trimestre 2025), contro circa il 57% del dollaro. Erano il 71% nel 2000, quindi una discesa c’è, ma è una discesa lenta, distribuita su un quarto di secolo, e a favore di nessuna valuta in particolare. I limiti strutturali sono cinque: lo yuan non è pienamente convertibile a causa dei controlli sui capitali cinesi; i mercati finanziari cinesi non hanno la profondità dei Treasury americani (oltre 25 trilioni di dollari); nessun Paese BRICS ha la capacità navale per sostituire la US Navy come garante delle rotte; le alternative al dollaro (oro, crypto, valute locali) non scalano per i volumi del commercio globale; e il rule of law americano, per quanto imperfetto, non ha equivalenti nei BRICS.
Quindi no, i BRICS non stanno per distruggere il dollaro. Non ne hanno i mezzi. Ma ecco il punto che la fazione del “dollaro invincibile” non capisce: non servono i BRICS per indebolire il dollaro. Il dollaro non viene distrutto dall’esterno. Viene distrutto dall’interno, quando il garante del sistema smette di comportarsi da garante.
il paradosso: trump demolitore del proprio sistema
Ricapitoliamo la catena causale, perché è importante vederla nella sua interezza.
Primo. L’attacco all’Iran ha chiuso Hormuz. Gli Stati Uniti, il Paese che per ottant’anni ha giustificato la propria presenza militare nel Golfo Persico con la necessità di tenere aperto lo stretto, hanno innescato la chiusura dello stretto. Non è un dettaglio: è la negazione della Dottrina Carter del 1980, quella secondo cui qualsiasi tentativo di controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti. Trump non ha difeso il passaggio: l’ha reso impraticabile, e poi ha detto agli alleati di arrangiarsi.
Secondo. La dichiarazione del primo aprile non è una battuta. È la revoca esplicita del patto fondativo della talassocrazia americana. Per ottant’anni, il contratto implicito è stato: noi garantiamo la sicurezza delle rotte, voi commerciate in dollari e comprate il nostro debito. Nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti dice pubblicamente che l’America non garantirà più le rotte, sta dicendo ai suoi creditori: non c’è più motivo di tenere i vostri risparmi nella mia valuta.
Terzo. La guerra commerciale con i dazi, inclusa la minaccia di tariffe al 100% sui BRICS, sta spingendo i Paesi terzi a cercare alternative al sistema americano. Non perché le alternative funzionino meglio (come abbiamo visto, non funzionano), ma perché il costo di restare nel sistema americano sta diventando troppo alto e troppo imprevedibile. E in economia, l’imprevedibilità è peggio dell’incompetenza: con l’incompetenza almeno si può convivere, l’imprevedibilità rende impossibile qualsiasi pianificazione.
Quarto. L’instabilità generata fa salire i prezzi dell’energia e delle materie prime, creando inflazione globale, che aumenta i tassi di interesse, che aumenta il costo del debito americano. Il debito pubblico USA ha raggiunto i 39 trilioni di dollari. Come ha detto Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve: il debito “non è insostenibile”, ma la traiettoria “non finirà bene”. Quando il capo della banca centrale deve usare la doppia negazione per rassicurare i mercati, c’è un problema.
E nel frattempo l’Europa fa cosa, esattamente? L’Europa fa riunioni. Venti Paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta sulla libertà di navigazione a Hormuz, senza alcun meccanismo operativo. Francia e Regno Unito hanno avviato contatti con circa 35 nazioni per una possibile missione successiva. In pratica: tutti d’accordo che Hormuz debba riaprirsi, nessuno sa come farlo. L’UE non ha una proiezione militare navale credibile, non ha riserve energetiche strategiche coordinate, e dipende da altri per la sicurezza delle rotte commerciali.
la lezione di hormuz
La domanda non è se Trump stia distruggendo gli Stati Uniti. Gli USA hanno risorse naturali, tecnologia, università, vantaggi strutturali enormi. La domanda è se stia distruggendo il dollaro come valuta di riserva mondiale. E la risposta è: sta facendo tutto quello che serve per farlo.
Non perché i BRICS lo sfidino. Non perché lo yuan sia pronto a sostituirlo. Ma perché sta rompendo, pezzo per pezzo, la catena che tiene in piedi il sistema: il patto di fiducia tra il garante delle rotte e il resto del mondo, quel patto che dal 1945 dice “il vostro commercio è sicuro, la mia valuta è affidabile.”
Chi controlla gli stretti controlla il commercio. Chi controlla il commercio controlla la moneta. E chi distrugge il controllo degli stretti, distrugge la propria moneta. Questa è la lezione di Hormuz. E Trump, con tutta evidenza, non l’ha capita. Gli analisti del settore marittimo stimano che la normalizzazione del traffico a Hormuz richiederà da 6 a 18 mesi, indipendentemente dalla durata delle operazioni militari. I P&I Clubs non riattivano le coperture per decreto. Richiedono mesi di osservazione. Il circolo virtuoso rischia di diventare vizioso, e il conto lo pagheremo tutti.
Fonti e approfondimenti
EIA, “Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint”
Edward Fishman, Chokepoints: American Power in the Age of Economic Warfare, Penguin Random House, 2025
Henry Farrell & Abraham L. Newman, “Weaponized Interdependence”, International Security, vol. 44, 2019
OCPI / Nicolò Geraci, “Quanto siamo esposti ai rincari degli idrocarburi?”, 27 marzo 2026
IMF COFER, Q4 2025 (composizione riserve valutarie: USD ~57%, CNY 1,95%)
UNCTAD, rapid assessment marzo 2026 (transiti Hormuz da 130/giorno a 6)
CNBC, “Brent oil price surges more than 60% in March”, 31 marzo 2026
Reuters, rilascio 400 milioni barili riserve IEA, marzo 2026
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