Tassare i super ricchi per pagare le pensioni? Tre conti che non tornano
Cinquecento miliardi di patrimonio Forbes contro centosettanta all'anno di gap di spesa rispetto alla media UE. Anche prendendoli tutti, in un solo colpo, il problema strutturale del sistema previdenziale italiano resterebbe identico.
"Tassiamo i super ricchi al posto di mettere mano alle pensioni." È una proposta che circola da anni e che viene spesso giustificata richiamando l’articolo 53 della Costituzione. Il problema è che, così formulata, confonde due piani diversi: da un lato il reperimento di risorse fiscali, dall’altro l’architettura e la sostenibilità del sistema previdenziale.
L’articolo 53 non dice semplicemente che bisogna “tassare di più i ricchi”. Stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario deve essere informato a criteri di progressività.
Secondo questa impostazione, dunque, esisterebbe una categoria di contribuenti, i cosiddetti super-miliardari, che, a causa della struttura del sistema fiscale italiano, non contribuirebbe in misura coerente con la propria reale condizione economica. Pertanto è lì che vanno ricercati i soldi e non altrove, e chiunque metta in dubbio la sostenibilità del sistema pensionistico, dovrebbe quanto meno partire da qui.
Il sistema pensionistico non è solo un problema di risorse
Ma siamo proprio sicuri che solo i super ricchi siano un problema per articolo 53? Ovvero, l’equità orizzontale e l’equità verticale, sono lese solo ed esclusivamente dalla presenza di super ricchi?
In Italia abbiamo diverse forme di distorsione del sistema tributario, come ad esempio flat tax, cedolare secca, effetti soglia. Insomma, parlare di articolo 53 rivolgendolo solo verso i ricchi appare quanto meno un artificio retorico, senza considerare che larga parte dell’evasione deriva proprio dalla presenza di queste distorsioni.
Tralasciando la semplicità con cui si tratta il tema, è evidente che ci sia un errore di fondo prima ancora della questione “risorse”. Trattare il sistema pensionistico come una voce di bilancio, una colonna di numeri da far quadrare, non è di per se erroneo, ma è solo una parte dell’argomento. da una parte abbiamo la spesa pensionistica italiana, intorno ai 360 miliardi di euro all'anno che rappresenta uno dei più grandi capitoli di trasferimento monetario del bilancio pubblico, dall’altra l'architettura di regole che decide chi va in pensione, a quanti anni, con che assegno, rispetto a quanto ha versato è uno degli elementi fondamentali.
Quell'architettura in Italia ha problemi strutturali: disuguaglianze interne, evasione contributiva tollerata, regressività nascosta. Sono problemi che resterebbero identici anche se domani trovassimo cinquecento miliardi nuovi.
🎬 Questo articolo è tratto dal video: Il problema PENZIONI non esiste, basta TASSARE SUPER RICCHI MILIARDARI Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
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Sei milioni di pensionati con meno di quindici anni di contributi
Su circa sedici milioni di pensionati italiani, sei hanno alle spalle meno di quindici anni di contributi versati. Tre milioni di questi sei non hanno mai contribuito. Le ragioni sono varie e parte di queste cifre si spiega con storie contributive frammentate, lavoro discontinuo, un modello di famiglia patriarcale che per decenni ha tenuto fuori dal mercato del lavoro un secondo percettore di reddito, di solito le donne. Una parte significativa di queste cifre, però, è semplicemente evasione contributiva: persone che hanno lavorato senza versare contributi e che oggi ricevono comunque una pensione, sociale o assistenziale, dal sistema.
Decidere che il sistema pensionistico non vada toccato perché tanto le risorse si trovano altrove significa, di fatto, dichiarare che quella forma di evasione è tollerata e tollerabile. Significa creare un'aspettativa precisa per chi deve decidere oggi se versare i contributi: tanto, prima o poi, una qualche regolarizzazione o un qualche istituto compensativo (pensione sociale, integrazione al minimo) coprirà la differenza. Il sistema fiscale italiano ne sa qualcosa: ogni qualche anno arriva una rottamazione, un saldo e stralcio, un condono mascherato. Quando l'effetto aspettativa di un sistema regolarizza l'inadempimento, l'inadempimento diventa razionale.
Potremmo qui concludere che invocare l’articolo 53 sui super ricchi per evitare di affrontare il bubbone di questi sei milioni sia in qualche modo contraddittorio, non trovate?
È una questione di equità in senso stretto, prima ancora che di cassa.
Il contributivo italiano è costruito male
Veniamo al secondo punto, più tecnico, ma decisivo. Il sistema contributivo, introdotto in Italia con la riforma Dini del 1995, dovrebbe essere, almeno sulla carta, attuarialmente neutro. Ciascuno dovrebbe ricevere una pensione coerente con i contributi versati, capitalizzati figurativamente in base alla crescita del PIL e divisi per la speranza di vita residua al momento del pensionamento.
La logica è semplice e ricorda un cassetto fiscale: io verso, viene tenuto traccia di quanto ho versato, alla pensione ricevo un assegno calcolato su quel montante. Il cassetto è figurativo, perché i contributi correnti pagano in realtà le pensioni in essere (il sistema è a ripartizione, pay-as-you-go), ma sul piano del calcolo l'idea è che la pensione rifletta la storia contributiva del singolo.
Nella pratica italiana qualcosa non funziona. Lo ha spiegato a più riprese, su lavoce.info e sul Sole 24 Ore, Sandro Gronchi, uno dei tecnici che ha avuto un ruolo nella stesura originaria della riforma e che ne ha denunciato i punti deboli applicativi. Il problema riguarda i coefficienti di trasformazione, cioè i parametri che traducono il montante contributivo in rendita pensionistica. In Svezia, e in altri sistemi nordici a struttura comparabile, quei coefficienti sono calibrati per coorte anagrafica, anno per anno. In Italia si applica una media biennale che tiene insieme fasce di pensionamento molto diverse, dai cinquantasette ai settantuno anni.
Il risultato è un effetto regressivo poco visibile, ma sistematico. Chi va in pensione tardi e con un'aspettativa di vita più bassa rispetto alla media della tabella vede dividere il proprio montante per un divisore più grande di quello che gli toccherebbe. Riceve meno di quanto avrebbe diritto di ricevere se il coefficiente fosse calibrato sulla sua coorte effettiva. Chi invece va in pensione presto e con un'aspettativa di vita più lunga della media riceve di più. Il sistema premia, dentro lo stesso meccanismo contributivo, chi vivrà più a lungo. E chi vive più a lungo in Italia, secondo INPS, è chi ha avuto carriere lavorative ad alto reddito: la differenza in speranza di vita tra fascia alta e fascia bassa di reddito è di circa cinque anni. Il contributivo italiano, nei fatti, redistribuisce a favore dei più benestanti senza dirlo.
Si può essere d'accordo con l'articolo 53 e contemporaneamente lasciare in piedi questo cuore regressivo del nostro sistema previdenziale? Mi pare un esercizio poco coerente.
Niente capitalizzazione, niente mercato dei capitali
Il terzo problema strutturale è più radicale. Il sistema italiano è quasi interamente a ripartizione. I sistemi misti, come quello svedese, prevedono che una parte dei contributi entri in un fondo capitalizzato di proprietà figurativa del lavoratore, investito sui mercati finanziari. La quota di adesione ai fondi pensione integrativi in Italia è bassa, poco oltre il trenta per cento dei lavoratori, e gli attivi totali dei fondi pensione italiani in percentuale al PIL stanno attorno all'undici per cento. In Svezia siamo al centosette per cento. La differenza si vede sul mercato dei capitali.
Un lavoro recente di Bruegel sul gap di investimenti delle imprese europee rispetto a quelle americane individua nell'assenza di fondi pensione adeguatamente capitalizzati una delle ragioni strutturali del sottosviluppo del capitale di rischio in Europa, e in particolare in Italia. Detto concretamente: senza fondi pensione capitalizzati non si forma il bacino di liquidità che alimenta venture capital, private equity, IPO. Senza quel bacino di liquidità le idee imprenditoriali nuove non trovano capitali di terzi a costo ragionevole. Senza capitali di terzi, l'unica via per lanciare un'impresa è il capitale proprio, cioè la ricchezza di partenza della famiglia di origine. Si chiama assenza di mobilità sociale, e l'Italia, su questo indicatore, è tra i peggiori paesi OCSE.
La riforma del sistema pensionistico, in questa prospettiva, non è solo una questione di sostenibilità del bilancio pubblico. È una leva di politica industriale e di redistribuzione delle opportunità. Tassare i super ricchi non sposta di un millimetro questa parte del problema. E ancora, si può agitare l’articolo 53 contro i super-ricchi e allo stesso tempo dichiarare che non sia da affrontare il nodo del mercato dei capitali? Certo, a patto di non conoscere il funzionamento del credito.
Cinquecento miliardi una volta sola contro centosettanta all'anno
Veniamo al cuore numerico della proposta. Forbes stima in circa novanta i miliardari di nazionalità italiana e in circa cinquecento miliardi di euro la loro ricchezza patrimoniale aggregata. È un dato significativo. Quanto vale in confronto al problema strutturale del sistema previdenziale?
La spesa pensionistica italiana, secondo la Nota di Aggiornamento 2025 della Ragioneria Generale dello Stato, è oggi al 15,2 per cento del PIL, salirà fino al 17 per cento intorno al 2040 (picco previsto) e poi inizierà a calare. La media UE, secondo l'Ageing Report 2024 della Commissione europea, viaggia attorno all'11,4 per cento del PIL nel 2023 e si stima resterà nei prossimi anni in lieve crescita verso il 12,5 per cento. Tradotto in differenziale di flusso, e in euro nominali calcolati con la dashboard pubblica che ho preparato sul mio sito, il gap di spesa pensionistica fra Italia e media UE oscilla, in proiezione 2025-2050, tra i 120 e i 180 miliardi di euro all'anno, a seconda delle ipotesi. Una cifra dello stesso ordine si conferma se si estende l'orizzonte fino al 2070, perché il calo italiano post-2050 viene compensato dalla crescita del PIL nominale.
A questo punto il confronto è chiaro. Da una parte uno stock di patrimonio privato, peraltro non liquido, di cinquecento miliardi. Dall'altra un gap di flusso ricorrente di circa 170 miliardi all'anno. Se anche decidessimo di espropriare integralmente i miliardari italiani, e immaginiamo per un attimo di farlo in modo istantaneo senza effetti collaterali sull'attrattività del paese, otterremmo un'iniezione di risorse pari a 3-4 anni del gap di spesa pensionistica. Poi, dalla quarta annualità in avanti, saremmo da capo, senza più miliardari e con lo stesso problema strutturale.
C'è anche un dettaglio non secondario sulla natura di quei cinquecento miliardi. Non sono cassa in banca. Secondo le stime di composizione patrimoniale di Banca d'Italia, applicate alla fascia top, si tratta in larga prevalenza di partecipazioni azionarie, quote societarie non quotate, immobili, qualche obbligazione. Espropriare significa diventare proprietari di asset, non incassare denaro. Si potrebbe vendere quegli asset sul mercato per fare cassa, ma la cassa la incasserebbe lo Stato solo se trovasse un altro acquirente disposto a pagarli al prezzo giusto, e tipicamente l'altro acquirente è un altro miliardario, magari estero. E qui un ennesimo corto circuito, lo stato espropria un miliardario per favorirne un altro.
Certo, si potrebbe decidere che sia lo stato a dover gestire quei nuovi asset e remunerarsi sui flussi (dividendi, affitti, cedole), ma in questo caso il flusso annuo derivante da cinquecento miliardi di attività finanziarie reali è di alcune decine di miliardi, non di cinquecento. Stock contro flusso, ancora una volta. Senza contare che lo Stato italiano è ben noto per una scarsa gestione delle sue partecipazioni, dice nulla spoils system?
Qualcuno spinge il ragionamento ancora oltre e propone di tassare direttamente i prestiti. L’argomento è questo: i super-miliardari non avrebbero bisogno di vendere i propri asset, e quindi di realizzare plusvalenze tassabili, perché possono usare azioni, quote societarie o altri patrimoni come garanzia per ottenere credito. In questo modo, secondo questa lettura, riuscirebbero a finanziare il proprio stile di vita senza passare dal reddito imponibile tradizionale.
Da qui nasce la proposta: rendere più oneroso questo meccanismo, tassando i prestiti garantiti da asset patrimoniali. Ma il punto critico è evidente. Per colpire una platea molto ristretta di soggetti si finirebbe per intervenire su uno strumento generale, il credito, che non riguarda solo i miliardari ma l’intero funzionamento dell’economia. A quel punto bisognerebbe decidere se tassare tutti i prestiti, con effetti potenzialmente distorsivi sul mercato, oppure introdurre nuove soglie, nuove eccezioni e nuove definizioni amministrative per stabilire chi debba essere colpito e chi no.
Il risultato sarebbe paradossale: invece di affrontare i problemi strutturali del sistema previdenziale, si cercherebbe di recuperare qualche miliardo complicando ulteriormente il sistema fiscale e rendendo meno efficiente l’accesso al credito. In altre parole, si proverebbe a risolvere una presunta distorsione dei mercati restringendo ancora di più il funzionamento dei mercati stessi. Qui si torna la punto precedentemente discusso, senza un buon mercato del credito, solo chi ha già i mezzi può fare impresa.
Aumentare la pressione fiscale o riallocare la spesa
Tassare il patrimonio non è un male in sé. L'Italia, da questo punto di vista, è oggi un piccolo paradiso fiscale: l'aliquota sulle successioni e donazioni è una frazione della media europea, le imposte patrimoniali ordinarie sono sostanzialmente assenti se si esclude l'IMU sui non residenti. C'è ampio margine per un riequilibrio.
La differenza, però, è radicale rispetto a quello che la proposta "tassiamo i super ricchi" suggerisce. Una cosa è riallocare la spesa pubblica, modificando dove e come si tassa a parità di pressione fiscale aggregata: in questo caso si correggono le distorsioni dell'articolo 53 senza alzare la cifra complessiva che lo Stato preleva dai cittadini. Un'altra cosa è aggiungere un'imposta patrimoniale per finanziare nuove spese, lasciando inalterato tutto il resto del sistema: in questo caso si alza la pressione fiscale totale.
Nel 2024 la pressione fiscale italiana è stata pari al 42,4 per cento del PIL, contro una media dell'Eurozona del 39,9 per cento e una media UE del 39,5 per cento (Eurostat). Siamo già tra i paesi più tassati del continente, nonostante una qualità dei servizi pubblici largamente inferiore a quella dei paesi che ci precedono. Aggiungere altre risorse, anche fossero solo venticinque o settantacinque miliardi all'anno, ci porterebbe al di sopra della Danimarca, dove la pressione fiscale è al 46 per cento. Lo si può anche fare, ma va presentato per quello che è: un aumento netto del prelievo, non una semplice operazione di equità.
Chiusura
Per migliorare il sistema bisogna abbattere tutti i cavilli che rendono inefficace l’articolo 53 della costituzione, come concludevo nel libro Italian National Ponzi Scheme:
Perché, se da un lato si invoca continuamente la Carta costituzionale per difendere presunti diritti acquisiti, dall’altro la si richiama raramente quando si tratta di costruire un Paese capace di offrire pari opportunità, di consentire a tutti di raggiungere i più alti livelli di istruzione e di evitare che i migliori siano costretti a lasciare l’Italia? Allo stesso modo, è difficile comprendere perché si continui a preservare un assetto che oggi rappresenta un ostacolo economico e sociale, limitando di fatto l’uguaglianza sostanziale dei cittadini e il pieno sviluppo della persona.
La Costituzione, del resto, non tutela solo la conservazione dello status quo. Essa afferma anche che il sistema fiscale deve essere ispirato a criteri di progressività e che il carico tributario deve essere commisurato all’effettiva capacità contributiva. Anche questi principi fanno parte integrante della nostra Carta, e meritano di essere richiamati con la stessa forza di quelli che vengono spesso interpretati come una difesa del passato, rinunciando però a interrogarsi sul futuro.
Fonti e approfondimenti
RGS, Nota di Aggiornamento 2025 al Rapporto n.26, Tabelle A1.N1-A1.N3 (proiezioni spesa pensionistica/PIL Italia)
Commissione europea, 2024 Ageing Report - Economic and budgetary projections for the EU Member States (2022-2070), Institutional Paper 279, aprile 2024
OCPI, Spesa pensionistica verso il 17% del Pil, ma il calo dopo il 2040 è tutto da verificare, Enrico Franzetti, 27 febbraio 2026
Eurostat, Tax revenue statistics, pressione fiscale UE 2024
Forbes World's Billionaires 2026, classifica per nazionalità
Banca d'Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, composizione patrimoniale per decile
OECD, Pension Markets in Focus 2024, attivi dei fondi pensione su PIL
Bruegel, sul gap di capitali di rischio EU vs USA e ruolo dei fondi pensione
Sandro Gronchi, contributi su lavoce.info e Il Sole 24 Ore sui coefficienti di trasformazione del contributivo italiano
Dashboard "Tassare i super ricchi" su umbertobertonelli.it, confronto stock vs flusso
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