Social prima dei 14 anni e risultati scolastici: fanno male?
Uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour sostiene che l’apertura precoce di un account social possa avere effetti negativi sui risultati scolastici.
Uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour sostiene che l’apertura precoce di un account social possa avere effetti negativi sui risultati scolastici. È una conclusione perfetta per titoli semplici: i social prima dei 14 anni fanno perdere mesi di apprendimento. Gli stessi autori, però, chiedono che i risultati siano interpretati «con la massima cautela e responsabilità». È proprio questa cautela che rischia di sparire nel passaggio dal paper al dibattito pubblico.
La ricerca
La ricerca riguarda 5.227 studenti lombardi. I ricercatori hanno collegato un questionario retrospettivo sulle abitudini digitali ai risultati individuali delle prove INVALSI in italiano, matematica e inglese. Gli studenti sono stati distinti in base alla classe frequentata quando hanno aperto il primo account social: prima, seconda o terza media, oppure prima superiore o più tardi.
Questo dettaglio definisce il controfattuale. Lo studio non confronta adolescenti cresciuti con i social e adolescenti che non li hanno mai usati. Confronta un accesso anticipato con uno posticipato. Entro la seconda superiore anche molti studenti del gruppo tardivo avevano aperto un profilo. La domanda è quindi: come sarebbero evoluti i risultati di chi ha aperto presto un account se avesse aspettato fino all’ingresso alle superiori?
Per rispondere, gli autori utilizzano una strategia difference in differences insieme a un matching statistico. Cercano studenti simili per caratteristiche osservabili, confrontano le loro traiettorie prima e dopo l’apertura del profilo e stimano se i risultati dei primi utilizzatori divergano da quelli dei tardivi. La scuola è il contesto di campionamento e, in alcune analisi, il livello al quale vengono corretti gli errori standard; esposizione ed esiti restano però misurati sul singolo studente.
La credibilità dell’interpretazione causale dipende però dall’ipotesi delle tendenze parallele. Senza apertura precoce, i gruppi abbinati avrebbero dovuto continuare a seguire traiettorie comparabili. Gli autori considerano questa ipotesi più plausibile per chi ha aperto il profilo in prima o seconda media. Sono più prudenti sul gruppo della terza media, perché già prima dell’esposizione compare una differenza, pur non significativa, che rende il risultato meno robusto. Ciò indebolisce l’ipotesi che, senza social, i due gruppi avrebbero seguito traiettorie perfettamente parallele. Le analisi di sensibilità mostrano infatti che, soprattutto in matematica, basta ammettere una modesta prosecuzione di quella tendenza precedente perché l’effetto stimato non sia più distinguibile da zero.
Sei mesi in meno di apprendimento?
Il dato più citato riguarda chi ha aperto un account in prima media. Alla seconda superiore, la stima è di 0,27 deviazioni standard in meno in matematica rispetto al controfattuale e di 0,22 in meno in italiano. Per chi ha iniziato in seconda media, le differenze sono più contenute ma ancora rilevanti. Per chi ha iniziato in terza media, gli effetti sono più piccoli e meno robusti. In inglese non emergono differenze statisticamente significative.
Meno 0,27 non significa che ogni studente abbia perso il 27 per cento delle competenze. Significa che la media stimata del gruppo si trova 0,27 deviazioni standard sotto quella attribuita al controfattuale.
Anche i “sei mesi di apprendimento” richiedono cautela. Alcune istituzioni considerano 0,4 deviazioni standard come equivalente approssimativo di un anno di scuola. Da questa convenzione gli autori ricavano che una differenza di circa 0,2 deviazioni standard possa essere descritta come sei mesi. Precisano però che non esiste un’equivalenza ufficiale tra punteggi INVALSI e anni di istruzione. I sei mesi sono quindi un termine comparativo, non la misurazione diretta di un ritardo individuale.
La colpa è dei social?
Un punto spesso perso nei riassunti è che la ricerca non isola l’effetto puro dei social. Gli autori considerano l’apertura di un account quando lo studente possiede già uno smartphone connesso. Scrivono che, in questa fascia d’età, uso dei social e possesso del telefono si sovrappongono largamente e che viene quindi stimata un’esposizione combinata. I pochi studenti che avevano aperto un profilo senza possedere uno smartphone personale sono stati esclusi dall’analisi principale.
Il trattamento osservato non è dunque semplicemente “avere i social”. È l’inizio precoce dell’accesso personale ai social tramite un dispositivo sempre disponibile. Lo studio non identifica separatamente l’effetto delle singole piattaforme, delle notifiche, del tempo online, del multitasking, dei contenuti o del tempo sottratto al sonno e allo studio. Gli autori non hanno raccolto misure dirette del tempo di utilizzo e non dispongono di informazioni dettagliate sui contenuti consumati.
Anche i confronti descrittivi iniziali richiedono attenzione. Gli studenti che hanno aperto prima un account provengono mediamente da famiglie meno istruite, hanno avuto accesso prima ad altri dispositivi e mostrano risultati inferiori già prima dell’apertura del profilo. Una semplice comparazione tra i gruppi sarebbe quindi probabilmente distorta. Il matching riequilibra le caratteristiche osservabili, ma non può garantire che non rimangano differenze non osservate.
Questo è il limite principale. La difference in differences non è un esperimento randomizzato. Dinamiche familiari e caratteristiche individuali possono influenzare sia il momento dell’apertura di un account sia i risultati scolastici. Gli autori scrivono di non poter «escludere categoricamente» l’esistenza di elementi confondenti non controllati. Interpretano quindi le stime come causali soltanto a condizione che l’ipotesi delle tendenze parallele sia plausibile e che non esistano confondenti variabili nel tempo.
Che conclusione trarre?
In prima battuta, il campione, proveniente da 28 istituti lombardi aderenti, riflette il contesto tecnologico del periodo 2019–2023, quindi la generalizzabilità oltre quel contesto resta limitata.
Il lavoro resta importante perché va oltre una semplice correlazione e osserva le traiettorie prima e dopo l’esposizione. L’indicazione centrale è che ritardare l’accesso personale ai social tramite smartphone fino alle superiori è associato a risultati migliori in italiano e matematica rispetto a un accesso in prima o seconda media. Ma non dimostra che “i social fanno perdere sei mesi di scuola”, non misura un danno identico per ogni ragazzo e non separa l’effetto della piattaforma da quello dello smartphone e del contesto d’uso.
L’accesso precoce ai social tramite smartphone potrebbe contribuire a peggiorare alcune traiettorie di apprendimento, soprattutto quando avviene all’inizio della scuola media. L’effetto medio stimato è consistente, ma dipende da ipotesi statistiche, da un controfattuale ricostruito e da un’esposizione che combina piattaforma e dispositivo. È un risultato che merita attenzione, non uno slogan da trasformare in certezza.

