Se sei povero è colpa dei sussidi? Cosa dice davvero il rapporto UPB
Trentasei anni di bonus e soglie ISEE, e il 10% più povero ha perso il 40% del reddito reale. Cosa dice davvero la nota UPB.
Prendete un Paese, riempitelo di bonus, mancette, decontribuzioni, defiscalizzazioni e diciannove soglie ISEE. Aspettate trentasei anni. Risultato: il decimo più povero della popolazione ha perso il 40% del reddito reale, e chi supera certe soglie diventa più povero proprio nel momento in cui guadagna di più.
🎬 Questo articolo è tratto dal video: Sei POVERO? La COLPA è dei continui SUSSIDI. Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
Il dato che dovrebbe far tremare i polsi
L’ultima nota UPB analizza le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti, quindi già depurate dall'inflazione, tra il 1990 e il 2026. In media, in trentasei anni, sono scese dell’1%.
Ma la media, come sempre, nasconde più di quanto mostri. Se prendiamo tutti i lavoratori dipendenti e li mettiamo in fila dal più povero al più ricco, scopriamo che il primo decile, il 10% più povero, oggi ha un reddito reale inferiore del 40% rispetto al 1990. Nello stesso periodo, nei principali partner europei, si è cresciuti in media del 30%.
E i ricchi? Il 10% più ricco dei dipendenti, e sottolineo dipendenti, non parliamo quindi dei super ricchi classici che individua il dibattito pubblico, è cresciuto di un misero 3,3% in trentasei anni. Anzi, se guardiamo il periodo 2018-2026, perdono terreno anche loro, circa 4 punti.
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Trent'anni di redistribuzione, e i poveri sono più poveri
A questo punto qualcuno dirà: va bene, ma almeno lo Stato è intervenuto, ha redistribuito. Verissimo. La capacità redistributiva dell'IRPEF è più che raddoppiata, l'indice calcolato dall'UPB è passato da 0,028 a 0,065, grazie al bonus 80 euro del 2014, ai trasferimenti, agli assegni per i figli, alle decontribuzioni, fino alla riforma del 2025 che ha trasferito gli sgravi contributivi dentro l'imposta.
Il problema è che tutta questa redistribuzione non ha spostato nessuno. La distribuzione dei lavoratori rispetto alla soglia dei 35.000 euro è rimasta sostanzialmente identica nel tempo. Se le politiche avessero funzionato, avremmo dovuto vedere persone uscire dalle fasce basse e popolare quelle più alte. Invece è successo il contrario: la fascia di reddito più bassa, quella che nel 1990 conteneva poco meno di un milione di persone, oggi ne contiene circa sei milioni.
La trappola: guadagni di più, resti con meno
Ok ma perchè questo accade?
Diversi motivi. Partiamo da uno banale, ma che molti non conoscono.
Immaginate un lavoratore dipendente. Gli offrono un aumento. In un Paese normale, più lordo significa più netto. In Italia, non sempre. Perché molti sostegni sono agganciati a soglie di reddito: superi la soglia di un euro e perdi il beneficio su tutto, non solo sull'euro in più. La perdita secca è più grande dell'aumento. Il netto scende.
Due anni fa avevamo la decontribuzione, una buona idea sulla carta: meno tasse sotto i 35.000 euro, ancora meno sotto i 26.000. Il guaio è che, superando quelle soglie, il lavoratore diventava più povero di netto. Dai 35.000 ai 36.000 euro si potevano perdere circa 1.100 euro. Dai 25.000 ai 26.000, circa 300. Per dare un aumento vero, di 500 o 1.000 euro, bisognava pagarne molti, molti più soldi, ovvero compensare la perdita data dalla riduzione o cessazione del bonus, e poi pagarci sopra tasse e contributi. Un aumento non irrilevante, se considerate che per aumentare lo stipendio netto di 500 euro il costo per l’impresa diventa circa 3.600 euro, contro i 1.100 senza scalino. un aumento del il costo passava dagli originari 2000 euro costo impresa a 4000 euro. Un aumento di oltre il 300%.
E non è solo una questione del passato. Ancora oggi superare i 40.000 euro di reddito, se hai un figlio, ti fa perdere una serie di aiuti legati all'ISEE. Al punto che conviene rifiutare un'offerta migliorativa di 4.000 o 5.000 euro, perché ti lascerebbe con lo stesso netto di prima. Praticamente per dare un aumento netto di 5.000 euro lordi per l’impresa serve sborsare circa 13.000 euro. Simile meccanismo vale per il secondo percettore di reddito in famiglia: se fa qualcosa in più di un part-time, perde agevolazioni, e lavorare di più porta pochissimo reddito disponibile aggiuntivo in casa. Il gioco non vale la candela.
Quindi un primo motivo per cui i redditi non crescono è perchè il lavoratore e/o l’impresa sono incentivati a stare sotto soglia.
Bonus per far crescere il reddito, una buona idea?
A questo punto chiediamoci, come mai il legislatore ha scelto i bonus per far crescere gli stipendi? La risposta è che far crescere gli stipendi non è banale, e richiede tempo. Il 95% delle imprese italiane ha meno di 15 dipendenti, in media 3, e genera un valore aggiunto di circa 30.000 euro per lavoratore. Se il valore aggiunto per addetto è quello, è complicato pagare un salario più alto di quella cifra, perché il costo del lavoro per l'impresa è già vicino al valore che il lavoratore produce.
Gli incentivi alle imprese avrebbero dovuto rompere questo tetto: più tecnologia, più produttività, più valore aggiunto, quindi più margine per pagare. Industria 4.0, ZES, decontribuzione Sud, bandi PNRR. Niente di tutto questo ha spostato in modo significativo il valore aggiunto reale, rimasto sostanzialmente stabile. Così, non potendo alzare il lordo, si è provato ad alzare il netto per via fiscale. Che però significa spostare il carico su qualcun altro.
Questo, secondo le ipotesi suggerite da UPB avrebbe anche causato una minor capacità sindacale. Infatti, la disponibilità di strumenti fiscali di sostegno ai redditi bassi potrebbe aver ridotto la pressione negoziale, con politiche fiscali accomodanti e moderazione salariale che hanno operato come un equilibrio implicito tra gli attori del mercato del lavoro. Detto altrimenti: quando ci pensa lo Stato a integrare il reddito, la spinta a contrattare salari più alti si spegne.
Il modello ha raggiunto i suoi limiti
Scrive UPB sul finire della nota: “Il modello redistributivo attuale, fondato su un'imposta fortemente progressiva sul lavoro dipendente ma con base imponibile relativamente ristretta e caratterizzato da un'accentuata disparità di trattamento orizzontale tra le diverse tipologie di reddito, potrebbe aver raggiunto i propri limiti.”
Qui arriviamo ad un altro problema, ovvero al proliferazione di regimi speciali, come ad esempio il regime forfettario, infatti, la redistribuzione si regge quasi solo sulle spalle del lavoro dipendente, mentre chi è in questi regimi viene trattato in tutt'altro modo.
Il risultato è una polarizzazione crescente. Da una parte chi è povero e chiede altri sussidi. Dall'altra chi supera i 35.000 euro, che ho seria difficoltà a definire ricco, e chiede meno tasse. E infine chi è dentro un regime speciale che prega di non finire come i secondi. Tutti hanno ragione. Tutti faranno pressione sulla politica. E tutti riceveranno, come sempre, minimi aggiustamenti e minimi trasferimenti, mentre il Paese resta senza politiche strutturali di lungo periodo. Ogni anno un po' meno spesa per sanità, scuola, ricerca e sviluppo, e un po' più trasferimenti: riduzione di cuneo, riduzione di questa o quell'altra imposta. In quelle 55 pagine dell'UPB, se le leggete, c'è buona parte del motivo del fallimento economico italiano.
Fonti e approfondimenti
UPB, Nota di lavoro sul ruolo redistributivo dell'Irpef tra il 1990 e il 2026
Osservatorio Conti Pubblici Italiani, La giungla dell'Irpef per i lavoratori dipendenti
Il mio video sull'ISEE e le sue soglie, sul canale YouTube EconomiaItalia
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