Salari bassi: colpa degli immigrati? Cosa dicono davvero i dati
Un reel virale sostiene tre cose: gli immigrati abbassano i salari, distruggono la coesione sociale, e le pensioni se le pagheranno gli italiani da soli. Tre tesi forti, accompagnate da grafici, citazioni di studi e una bella dose di indignazione. Il problema è che, andando a leggere i documenti originali, ci si accorge che molti pezzi non tornano. Vediamo perché.
🎬 Questo articolo è tratto dal video:
Salari bassi: colpa degli immigrati?
Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
Il grafico che non dice quello che vorrebbero
Il punto di partenza del reel è un grafico mostrato a sostegno della tesi che gli immigrati farebbero scendere i salari. Quando si va a cercare la fonte originale, si scopre che si tratta di un articolo del Bureau of Labor Statistics americano, pubblicato nel 2011 sulla Monthly Labor Review, che analizza la rappresentanza sindacale dei lavoratori immigrati negli Stati Uniti.
Già qui ci sono due problemi. Primo: il grafico non misura i salari. Misura il numero di lavoratori immigrati con stipendio fisso (circa 18 milioni nel 2010) confrontato con quello dei lavoratori nativi (circa 104 milioni). È un dato sulla composizione della forza lavoro, non sul livello delle retribuzioni. Secondo: si tratta di dati statunitensi, in un contesto economico, demografico e di mercato del lavoro completamente diverso da quello italiano.
Quando si parla di lavoro e salari italiani, i confronti sensati sono con la Spagna o la Francia, non con gli Stati Uniti. Il salto logico tra “ecco un grafico USA del 2011 sui sindacati” e “ecco perché in Italia i salari sono bassi” non lo fa il grafico: lo fa chi commenta sopra il grafico.
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Le pensioni le pagano davvero gli immigrati?
Il reel sostiene che la sinistra abbia raccontato per anni la favola degli immigrati come salvatori del sistema pensionistico. Su questo punto bisogna dare ragione: quel racconto è effettivamente stato fatto, ed è altrettanto distante dai documenti originali quanto le tesi del reel.
Cosa dice davvero la Ragioneria Generale dello Stato negli scenari di medio-lungo periodo del sistema pensionistico? Che l’apporto migratorio è considerato in linea generale positivo. In nessun punto del documento, però, si argomenta che la maggiore immigrazione sia condizione sufficiente a portare il sistema in equilibrio. È un fattore tra molti.
Per sostenere la spesa pensionistica servirebbe, secondo l’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, una crescita della produttività, maggiore occupazione. Quest’ultimo punto è fortemente collegato alla forza lavoro, e di conseguenza al numero di persone attive. Questo comporta che un fattore preponderante sia il saldo migratorio che può essere contrastato attraverso una riduzione dell’emigrazione dei giovani italiani verso altri paesi e un aumento degli immigrati. C’è anche il tema della natalità che può incidere, ma parliamo di effetti di medio-lungo termine, in quanto non ci dividiamo per gemmazione. Sono tutti fattori che farebbero crescere il PIL e quindi la sostenibilità del sistema.
Più immigrati, più disoccupazione giovanile? Il grafico che non torna
Veniamo al cuore della tesi del reel: gli immigrati toglierebbero lavoro ai giovani italiani. Vediamo se l’argomento regge a un controllo empirico minimo.
I residenti stranieri in Italia, secondo i dati OCPI, sono passati da poco meno di 1,5 milioni nel 2000 a circa 5,5 milioni nel 2024. Una crescita di oltre tre volte e mezzo in 24 anni. Se la tesi fosse vera, in questo stesso arco di tempo dovremmo vedere una crescita altrettanto marcata della disoccupazione giovanile.
Cosa è successo invece? Il tasso di disoccupazione 15-24 anni in Italia, secondo Trading Economics, è in trend decrescente da diversi anni e ha recentemente toccato i minimi storici. L’occupazione nella fascia 20-29 anni è passata da circa il 40% nel 2015 a circa il 49% nel 2024. Resta un dato basso nel confronto europeo, sia chiaro, ma il movimento è in direzione opposta a quella che la tesi del reel prevederebbe.
Qui serve una precisazione tecnica importante: disoccupazione e occupazione non sono l’una il complemento dell’altra. Il tasso di disoccupazione misura quante persone, tra chi cerca attivamente lavoro, non lo trova. Il tasso di occupazione misura quante persone, tra il totale della popolazione di una certa fascia d’età, lavorano. Sono due indicatori diversi che possono muoversi anche in modo non simmetrico, soprattutto in presenza di NEET (giovani che né lavorano né studiano né cercano lavoro). Ma in entrambi i casi, i dati italiani non confermano la correlazione che il reel suggerisce.
Il decreto flussi e il dato che cambia tutto
Il reel cita il decreto flussi e il numero di 500.000 ingressi previsti nei prossimi 3 anni. La cifra è grossomodo corretta sulla carta. Quello che il reel non dice è cosa succede a quei numeri quando si confrontano con la realtà operativa.
L’indagine di Ero Straniero sul monitoraggio dei flussi 2025 mostra che solo il 7,8% delle quote di ingresso stabilite dal governo si è effettivamente trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili. Nel 2023 era il 13%. Per i flussi legati ai click day di dicembre 2023, dopo un anno dalla misura, sono stati rilasciati complessivamente 37.000 visti, pari al 50,8% dei nulla osta concessi (74.000).
Il meccanismo si inceppa soprattutto al momento dell’ingresso in Italia, nella fase che coinvolge le rappresentanze diplomatiche nei paesi d’origine. Risultato: molti lavoratori, pur avendo un nulla osta, non riescono a completare l’iter, e se il rapporto di lavoro si interrompe prima della conclusione della procedura, finiscono per perdere ogni possibilità di regolarizzazione, scivolando nel sommerso.
C’è poi un dato ancora più importante per il dibattito: come emerge dal report, una parte rilevante dei lavoratori che entrano in Italia tramite il decreto flussi era in realtà già presente sul territorio italiano. Il decreto, in molti casi, regolarizza posizioni esistenti più che importare nuova manodopera. Il che indebolisce molto la tesi della “concorrenza sleale” tra lavoratori importati e lavoratori italiani.
L’effetto sui salari: cosa dice davvero la ricerca
Veniamo alla domanda chiave: l’immigrazione abbassa i salari dei lavoratori italiani?
Lo studio italiano più recente che ho trovato sulla questione, va a guardare la distribuzione dei salari (non solo la media). Il risultato è interessante: l’impatto complessivo sul salario medio e mediano dei nativi è positivo, mentre risulta negativo per il 20° percentile della distribuzione. Tradotto: i lavoratori italiani con i salari più bassi possono effettivamente subire un effetto negativo dalla concorrenza dei lavoratori immigrati, mentre la fascia media e medio-alta tende a guadagnarci o a non risentirne.
La risposta, quindi, non è “sì” o “no”. È “dipende da chi guardi nella distribuzione”. E questa è esattamente la sfumatura che si perde nei reel di 90 secondi.
A livello internazionale, una meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Working Paper CEPS ha messo insieme 88 studi pubblicati tra il 1985 e il 2023 sull’effetto dell’immigrazione sui salari dei nativi. Il risultato medio è prossimo a zero. Effetto medio prossimo a zero non vuol dire “nessun effetto su nessuno”: vuol dire che gli effetti positivi e negativi tendono a compensarsi nell’aggregato. Ed è esattamente il motivo per cui guardare le distribuzioni, come fa lo studio italiano, è più informativo che guardare le medie.
Il caso H1B: vale per gli USA, non per l’Italia
Il reel cita il programma H1B americano come prova che l’immigrazione qualificata abbassa i salari. Lo scandalo è reale, ed è ben documentato. L’Economic Policy Institute ha mostrato come due grandi società di outsourcing IT con sede in India, Infosys e Tata Consulting Services, abbiano usato sistematicamente il programma H1B per sostituire lavoratori americani con lavoratori stranieri pagati molto meno. Pratica che, come documenta un secondo report EPI, si è poi diffusa anche ad altre aziende del settore tech.
Tutto vero. Solo che l’argomento ha poco a che fare con il mercato del lavoro italiano. Stiamo parlando di un settore (tech) in cui in Italia abbiamo una presenza marginale, di un meccanismo di importazione di lavoratori altamente qualificati con salari nell’ordine dei 120-130mila dollari, e di un sistema di visti che semplicemente non esiste nel nostro ordinamento.
L’Italia ha un problema di salari stagnanti, ma la causa principale, come ha documentato Banca d’Italia in vari studi, è la bassa produttività del nostro sistema produttivo. Puntiamo da decenni su settori a basso valore aggiunto, e i salari ne riflettono la marginalità. Importare lo schema esplicativo dell’H1B in questo contesto significa risolvere un problema italiano con strumenti analitici pensati per un altro paese, un altro settore, un’altra economia.
Quindi, di chi è la colpa dei salari bassi?
Il punto di arrivo è meno spettacolare di quello del reel, ma più aderente ai dati. L’immigrazione in Italia non è la causa dei salari bassi: per la maggior parte dei lavoratori italiani, l’effetto è nullo o positivo, e a livello aggregato la meta-analisi internazionale conferma che gli effetti tendono a compensarsi.
Allo stesso tempo, l’immigrazione non è la salvezza miracolosa del sistema pensionistico, come si è raccontato per anni dall’altra parte del dibattito. È un fattore tra molti, importante ma non risolutivo, in un quadro in cui senza crescita della produttività e dell’occupazione il sistema rimane comunque sotto pressione.
Il vero nodo dei salari italiani sta da un’altra parte: nella struttura produttiva del paese, nei settori a basso valore aggiunto su cui ci siamo specializzati, nella crescita della produttività che da decenni non decolla. Sono problemi più difficili da spiegare in 90 secondi di reel verticale, e probabilmente è anche per questo che si preferisce raccontare la storia più semplice. Ma chi legge dati, e non titoli, dovrebbe sapere che le storie semplici sono quasi sempre quelle sbagliate.
Fonti e approfondimenti
31° Rapporto ISMU 2025 sull’immigrazione in Italia
Ero Straniero, Monitoraggio Flussi 2025 sui dati del decreto flussi e dei click day
CEPII Working Paper 2025-07 sull’effetto dell’immigrazione sulla distribuzione dei salari dei nativi in Italia
CEPS Working Paper meta-analisi internazionale sull’effetto dell’immigrazione sui salari
Economic Policy Institute sulle violazioni salariali nel programma H1B americano
Economic Policy Institute sui dati relativi a Infosys e Tata Consulting Services nel programma H1B
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