Il 13 ottobre Geopop ha pubblicato su Instagram e su YouTube un video di tre minuti su Resto al Sud 2.0, l'incentivo per i giovani tra 18 e 34 anni, disoccupati o inattivi, che aprono un'attività nelle regioni del Mezzogiorno. Il video, segnalato con la scritta «#adv», elencando le cifre (un voucher fino a 40.000 euro, 50.000 se una parte della spesa va in digitale o efficienza energetica, e un contributo a fondo perduto del 75% sui progetti fino a 120.000 euro) si chiudeva con un invito: «quando c'è qualcosina di positivo, diciamocelo, raccontiamocelo» (Geopop, YouTube).
Sembrerebbe una cosa positiva dopotutto, finalmente dei soldi che arrivano a chi ne ha bisogno. Cercando però le valutazioni d'impatto di Resto al Sud la questione diventa più complicata.
Questo articolo è tratto dal video: GEOPOP promuove RESTO AL SUD: ma funziona?. Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui.
Preferisci ascoltare? Ascolta l'episodio su Dr. Elegantia. Disponibile anche su Spotify e Apple Podcasts.
Geopop e i contenuti sponsorizzati
Mettiamo le mani avanti.
Nel gennaio 2025, quando le nuove norme del Codice della strada sui test salivari avevano acceso la discussione sui consumatori di cannabis, Geopop ha spiegato quanto a lungo il THC, il principio psicoattivo della cannabis, resta nella saliva e perché i test rapidi possono dare falsi positivi (2023, 2025). In uno short ho ripreso quella spiegazione, perché aiutava a valutare quanto fosse repressiva quella misura (EconomiaItalia, 19 gennaio 2025).
Geopop pubblica anche contenuti realizzati in collaborazione con aziende ed enti. Il video su Resto al Sud 2.0 è arrivato due settimane dopo quello del 30 settembre sulla nuova pista dell'aeroporto di Firenze, anch'esso marcato «#adv» e realizzato con Toscana Aeroporti, la società che vuole costruirla (Geopop, YouTube). Il consigliere comunale fiorentino Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) ha criticato quel video perché non menzionava i ricorsi al Tribunale amministrativo regionale e l'opposizione di alcuni comuni (Comune di Firenze, comunicato del 1° ottobre). Il sindaco di Sesto Fiorentino, Damiano Sforzi, ha scritto che «sapere chi paga conta» (FirenzeDintorni). Matteo Flora, esperto di reputazione online che commenta l'attualità digitale nel canale Ciao Internet, ha riconosciuto che il video rispettava le regole sulla pubblicità e ha osservato che, quando il tema è un'opera pubblica contestata, conta anche ciò che il racconto lascia fuori (Ciao Internet).
Il video su Resto al Sud 2.0 presenta anch'esso una politica pubblica come un'opportunità. Dedica i suoi tre minuti a importi, requisiti e modalità di domanda, e tralascia alcuni punti che forse sarebbe valsa la pena approfondire.
Che cosa misura quel 70%
Per illustrare il problema che l'incentivo dovrebbe attenuare, il video si apre con un grafico della SVIMEZ, l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno: nel 2002 le laureate erano poco più del 20% delle giovani che dal Sud si trasferivano al Centro-Nord, nel 2024 erano quasi il 70%. Per gli uomini la quota è passata dal 14,6% al 50,7% (Informazioni SVIMEZ n. 1/2026, Fig. 2). Nel video la quota è stata presentata come «la percentuale di giovani laureati italiani che dal sud si spostano al nord Italia», mentre la SVIMEZ la calcola sul totale dei giovani che si trasferiscono, laureati e non.
Per distinguere le due percentuali a cui può riferirsi quella formula, immagino un paese del Sud con 1.000 giovani donne, di cui 300 laureate. In un anno ne partono 50, e di queste 35 sono laureate. Le 35 laureate rappresentano il 70% delle 50 giovani donne partite, la percentuale calcolata dalla SVIMEZ. Rapportate alle 300 laureate che vivevano in paese, le stesse 35 partenze valgono circa il 12%, il tasso di fuga.
Per l'intero Mezzogiorno il tasso di fuga si può stimare con i dati SVIMEZ ed Eurostat. Nel 2024 le giovani laureate partite dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord sono state circa 13.000 (SVIMEZ). Al 1° gennaio 2024 nel Sud e nelle Isole vivevano circa 1.055.000 donne tra 25 e 34 anni (Eurostat, demo_r_pjangroup); le laureate erano il 32,8% al Sud e il 26,7% nelle Isole (Eurostat, edat_lfse_04), cioè circa 326.000. Dividendo 13.000 per 326.000 si ottiene circa il 4% in un anno. Per gli uomini si arriva a circa 10.000 su 235.000, poco più del 4%. La stima è approssimata perché le statistiche SVIMEZ comprendono soltanto i cittadini italiani che cambiano residenza all'interno del Paese, ed escludono chi va all'estero.
Alla crescita della quota dal 20% al 70% ha contribuito anche l'aumento generale dei laureati in Italia. In valore assoluto, secondo la SVIMEZ, nel 2024 sono partiti verso il Centro-Nord circa 23.000 giovani laureati, e al netto dei rientri il Mezzogiorno ne ha persi oltre 17.000.
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Otto anni di Resto al Sud
Dopo il grafico, Geopop spiega le partenze con la mancanza di lavoro per i giovani al Sud e presenta Resto al Sud 2.0 come una delle opportunità «che non vengono comunicate benissimo». Per valutare che cosa ci si può aspettare da Resto al Sud 2.0 si può esaminare la prima versione, avviata nel gennaio 2018 e chiusa il 14 ottobre 2025. Secondo Invitalia, l'agenzia pubblica che gestisce gli incentivi nazionali alle imprese, la misura ha finanziato 19.960 progetti con 852 milioni di agevolazioni nette, ai quali l'agenzia attribuisce 64.700 posti di lavoro (Invitalia). La cifra viene dagli archivi della misura e può comprendere sia i posti previsti nei piani d'impresa sia quelli rilevati a consuntivo. Per stabilire quanti di quei posti sarebbero esistiti comunque servirebbe una valutazione d'impatto.
Nel 2021 Italiacamp ha redatto insieme a Invitalia un rapporto intitolato «Valutazione di impatto», che mette in primo piano il 97% di sopravvivenza delle imprese finanziate, «superiore di 15 punti percentuali rispetto alla media nazionale» (Italiacamp per Invitalia, p. 80). Nel calcolo rientrano le imprese finanziate tra il 2018 e il 2021 ancora attive nel 2021, comprese molte che avevano pochi mesi di vita. Le imprese finanziate devono anche restituire il contributo se chiudono prima di tre anni, un obbligo che spinge a tenere aperta l'attività e quindi alza il tasso di sopravvivenza.
Lo stesso studio ha provato a stimare quanti avrebbero avviato l'attività anche senza il contributo, con un questionario inviato sia a chi l'aveva ottenuto sia a chi era stato escluso. Tra i richiedenti respinti, il 28% ha avviato l'attività lo stesso; tra i beneficiari, il 3% ha risposto che ce l'avrebbe fatta anche senza Resto al Sud e il 52% che avrebbe avuto più difficoltà (pp. 46-47). Il campione è autoselezionato, perché hanno risposto circa 2.000 persone su oltre 7.000 contattate (p. 92).
Un questionario è alla base anche dell'unica stima con un gruppo di controllo che ho trovato, pubblicata nell'ottobre 2023 dal Nucleo di valutazione delle politiche di coesione (NUVAP), l'organismo tecnico della Presidenza del Consiglio che valuta i fondi per il Sud, in un rapporto sulle misure per l'autoimpiego centrato su Resto al Sud (NUVAP, Rapporto di valutazione). Le imprese finanziate avrebbero in media 0,47 addetti in più rispetto a richiedenti respinti con caratteristiche simili, circa un occupato ogni due imprese (tab. 6.9, p. 99). Al questionario online anonimo, inviato da Invitalia, hanno risposto 293 soggetti su 26.515 richiedenti del periodo 2018-2021 (tab. 6.1, p. 84), e il risultato è statisticamente significativo soltanto al livello del 10%.
Nel 2023, in un'audizione al Senato, la SVIMEZ ha esaminato anche il tipo di attività finanziate e ha rilevato che la misura riproponeva il modello produttivo esistente, «fortemente sbilanciato su attività a bassa produttività» (SVIMEZ, audizione del 29 novembre 2023, p. 6). In settori come questi una nuova impresa finanziata può sottrarre clienti e occupazione alle attività già esistenti. Se lo Stato finanzia l'apertura di un bar in un paese dove quelli esistenti soddisfano già la domanda, una parte dei clienti si trasferisce al nuovo esercizio: il numero delle imprese del paese aumenta, mentre il reddito e l'occupazione complessivi possono restare invariati.
La Decontribuzione Sud e le stime sull'occupazione
Forse si tratta di un caso particolarmente sfortunato. Resto al Sud non ha funzionato, ma abbiamo altri incentivi che potrebbero essere stati utili.
Ad esempio, mentre Resto al Sud finanziava chi apriva un'impresa, la Decontribuzione Sud, introdotta nell'ottobre 2020, riduceva il costo del lavoro: tagliava del 30% i contributi a carico dei datori di lavoro privati per i lavoratori delle sedi nel Mezzogiorno (esclusi agricoltura, lavoro domestico e settore finanziario), già assunti o di nuova assunzione, con contratti a tempo determinato o indeterminato.
Magari in questo caso l’incentivo è servito?
Secondo i rendiconti INPS è costata 339 milioni nel 2020, poi da 3 a 3,7 miliardi l'anno fino al 2024, per circa 14 miliardi complessivi in cinque anni (INPS, Rapporti annuali XXI-XXV). La misura è stata valutata più volte, dall'INPS e dalla Banca d'Italia.
Nel XXI Rapporto annuale, uscito nel 2022, l'INPS ha confrontato quattro province del Sud al confine (Caserta, Isernia, L'Aquila, Teramo) con quattro province vicine del Centro (Ascoli Piceno, Rieti, Frosinone, Latina). Dopo l'ottobre 2020 i coefficienti stimati su occupazione, assunzioni e cessazioni sono risultati «molto vicini a zero e ampiamente non significativi dal punto di vista statistico», e sui salari l'INPS non ha rilevato «alcun effetto» (XXI Rapporto annuale, pp. 271-272). Il risultato è stato ripreso da lavoce.info ad agosto 2022.
Nel Rapporto dell'anno successivo, con i dati fino a novembre 2022, l'INPS ha riportato un impatto «di circa il 10%» sull'occupazione dall'autunno 2021. La stima del 10% deriva dal confronto grafico tra le province. Nella nota 45 l'INPS ha precisato che, applicando il metodo di stima più rigoroso, l'impatto sull'occupazione totale «è positivo ma non statisticamente significativo» (XXII Rapporto annuale, p. 258). Nei Rapporti dal 2024 al 2026 l'INPS ha continuato a riportarne il costo e non ha aggiornato le stime dell'impatto sull'occupazione.
La Banca d'Italia ha pubblicato la stima più recente nel giugno 2026, con i dati di circa 115.000 imprese e 9 milioni di lavoratori. Gli autori hanno confrontato le piccole e medie imprese appena a sud e appena a nord del confine tra Centro e Mezzogiorno. Lo sgravio ha ridotto il costo del lavoro per addetto del 4,2%, come previsto dagli autori. Nelle imprese hanno poi rilevato un aumento di ricavi, redditività e liquidità, e nessuna variazione di occupazione, salari, investimenti e sopravvivenza (Albanese, Ciani, Macci, Mendicino e Petrella, Banca d'Italia, QEF n. 1011).
Le ZES e gli aiuti del passato
Forse abbiamo fatto cherry picking, e siamo andati a prendere le due uniche forme di aiuto che non hanno sortito effetti. Prendiamone una terza.
La ZES unica, il terzo incentivo che analizzeremo, interviene sugli investimenti delle imprese: dal 2024 tutto il Mezzogiorno rientra in un'unica Zona economica speciale, un'area in cui le imprese hanno un credito d'imposta per gli investimenti e un'autorizzazione unica per i cantieri. Nel giugno 2026, nella delibera sul controllo dei tempi e delle procedure della ZES unica, la Corte dei conti ha riportato che il 18 novembre 2025 era stato firmato un accordo con la Banca d'Italia per monitorare e valutare l'impatto economico della misura, una valutazione che a giugno 2026 non aveva ancora prodotto risultati. Secondo la Corte, lo strumento di analisi in preparazione con InfoCamere, la società delle Camere di commercio che gestisce il Registro delle imprese, «sarebbe propedeutico allo svolgimento di valutazioni d'impatto», e i magistrati hanno raccomandato al Dipartimento per il Sud di completare i sistemi di monitoraggio «funzionali a verificare l'efficacia delle misure adottate» (Corte dei conti, delibera 21/2026/CCC, pp. 10-12).
Per ora le valutazioni disponibili riguardano il credito d'imposta per il Mezzogiorno in vigore dal 2016 al 2020, che ha preceduto la ZES unica. Secondo la Banca d'Italia quel credito ha stimolato investimenti e occupazione, con 1,1 euro di investimento aggiuntivo per ogni euro pubblico, soprattutto nelle imprese più piccole; la produttività è rimasta invariata. Per la maggiorazione riservata alle vecchie ZES gli effetti aggiuntivi stimati sono risultati indistinguibili da zero (Andini e D'Ignazio, Banca d'Italia, Temi di discussione n. 1487).
Nel 2010 la Banca d'Italia ha raccolto le valutazioni degli incentivi agli investimenti nel Sud dei vent'anni precedenti. Gli studi sulla legge 488 del 1992, che finanziava gli investimenti delle imprese nelle aree svantaggiate, hanno rilevato che le imprese avevano per lo più anticipato investimenti già programmati. In un'indagine della stessa Banca d'Italia sulle imprese industriali, il 50% delle imprese meridionali aveva dichiarato che avrebbe investito la stessa somma anche senza agevolazioni; esclusi gli anticipi, gli investimenti aggiuntivi al Sud valevano circa il 6% dell'incentivo. I Patti territoriali, accordi tra enti pubblici e privati per finanziare progetti di sviluppo locale, hanno avuto un'efficacia «modesta, se non addirittura nulla» (Banca d'Italia, Il Mezzogiorno e la politica economica dell'Italia, pp. 73-74). Nell'intervento di apertura Mario Draghi, allora governatore, ha scritto che «i sussidi alle imprese sono stati generalmente inefficaci: si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque» (p. IX).
Un caso particolarmente sfortunato?
No, purtroppo.
Come scrissi qualche anno fa per Pagella Politica, gli incentivi alle imprese degli ultimi anni hanno generato ben pochi effetti. Anche guardando l’esperienza estera non sembra emergere che i sussidi siano in grado di modificare le dinamiche strutturali. Ad esempio, in Francia, dopo la riforma del 2002 che ha permesso ai disoccupati di tenere il sussidio mentre avviavano un’impresa, le nuove imprese sono aumentate e l’occupazione delle imprese esistenti è calata quasi uno a uno (Hombert, Schoar, Sraer e Thesmar, Journal of Finance, 2020).
Che cosa pesa sul divario
Se non sono gli incentivi la soluzione, cosa potrebbe esserlo? Siamo forse costretti ad arrenderci ad un sud sottosviluppato? Fortunatamente no.
Le ricerche economiche sul divario tra Nord e Sud hanno misurato il peso della giustizia civile, della criminalità organizzata, della qualità delle istituzioni e della scuola. Nei tribunali del Mezzogiorno un processo civile ordinario dura in media circa il 60% in più che nel Centro-Nord (Banca d'Italia, QEF n. 715, p. 6). Silvia Giacomelli e Carlo Menon hanno confrontato comuni vicini che ricadono sotto tribunali diversi e hanno stimato che dimezzare la durata dei processi aumenterebbe la dimensione media delle imprese dell'8-12% (Journal of Economic Geography, 2017). Dove i processi sono più lenti, anche il credito alle imprese è più scarso (Jappelli, Pagano e Bianco, 2005).
Sulla criminalità organizzata, Paolo Pinotti ha confrontato Puglia e Basilicata, dove la presenza mafiosa è cresciuta dagli anni Settanta, con una combinazione di regioni simili a bassa presenza mafiosa. Il PIL pro capite delle due regioni è risultato più basso del 16%, perché gli investimenti privati sono stati sostituiti da investimenti pubblici meno produttivi (Economic Journal, 2015).
Dalle istituzioni locali dipende anche il rendimento dei fondi europei. In uno studio sui fondi europei per le regioni più povere, Sascha Becker, Peter Egger e Maximilian von Ehrlich hanno rilevato un aumento del reddito solo in circa il 30% delle regioni beneficiarie, quelle con abbastanza capitale umano e istituzioni funzionanti (AEJ: Economic Policy, 2013). Nel Mezzogiorno la produttività è risultata «rather unresponsive» ai programmi europei (Albanese, de Blasio e Locatelli, Papers in Regional Science, 2021).
Secondo le prove dell'INVALSI, l'istituto pubblico che misura gli apprendimenti degli studenti, all'ultimo anno delle superiori la quota di studenti che raggiunge i traguardi in matematica è più bassa al Sud fino a 23 punti percentuali rispetto al Nord (INVALSI 2025, slide 13). Già prima della scuola, nel Mezzogiorno ci sono 19 posti al nido ogni 100 bambini sotto i tre anni, contro circa 40 al Centro e nel Nord-est, e i comuni spendono 531 euro per bambino contro 1.542 nel Centro-Nord (ISTAT, 2026).
Fonti e approfondimenti
SVIMEZ, Informazioni SVIMEZ n. 1, febbraio 2026, «Un Paese, due emigrazioni»
Eurostat, popolazione per età e sesso, NUTS 1 (demo_r_pjangroup) e titolo di studio 25-34 anni (edat_lfse_04)
Italiacamp per Invitalia, Resto al Sud. Valutazione di impatto
INPS, XXI Rapporto annuale, par. 3.3.1.2 e XXII Rapporto annuale, par. 3.5.2
Massimo Taddei, lavoce.info, 18 agosto 2022 e Edoardo Di Porto e Paolo Naticchioni, lavoce.info, 16 novembre 2023
Banca d'Italia, Temi di discussione n. 1487, credito d'imposta per il Mezzogiorno 2016-2020
Banca d'Italia, Il Mezzogiorno e la politica economica dell'Italia, 2010
Banca d'Italia, QEF n. 715, la giustizia civile in Italia, 2022
Informazioni e fonti consultate al 13 ottobre 2026. Il tasso di partenza delle giovani laureate (circa 4% l'anno) è un mio calcolo su dati SVIMEZ ed Eurostat. I posti di lavoro di Resto al Sud sono dati amministrativi Invitalia, senza gruppo di controllo.
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