Ogni lavoratore italiano rinuncia a uno stipendio l'anno per pagare pensioni non coperte dai contributi
In Italia spendiamo 347 miliardi di euro l'anno in pensioni. Di questi, una fetta consistente non è coperta dai contributi versati dai pensionati durante la loro vita lavorativa. Quanto vale questa differenza? Circa 45 miliardi di euro, che ricadono sulle spalle di 22 milioni di occupati. In pratica, ogni lavoratore cede l'equivalente di uno stipendio all'anno per coprire il buco. E il modello che lo dimostra è persino generoso nelle ipotesi.
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PENSIONI: "Me la sono PAGATA". Cosa dicono i dati?
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Il mito: “La pensione me la sono pagata”
Ogni volta che si parla di sostenibilità del sistema pensionistico italiano, nei commenti arriva puntuale la stessa obiezione: “Io la mia pensione me la sono pagata, ho versato contributi per 40 anni”. È un ragionamento che suona logico, ma è corretto? I contributi versati durante la vita lavorativa coprono davvero l’assegno pensionistico ricevuto?
Per rispondere a questa domanda ho costruito un modello in Python, prima con ipotesi semplificate per capire la logica, poi con dati reali. I risultati sono piuttosto chiari: no, nella grande maggioranza dei casi i contributi versati non coprono la pensione erogata. E la differenza non è marginale.
Prima di entrare nei numeri, vale la pena chiarire un punto: il modello che ho costruito è volutamente generoso nei confronti dei pensionati. Assume 40 anni di contributi (quando bastano 20 per la pensione ordinaria), non considera le pensioni anticipate, e applica il sistema contributivo a tutti, che è il regime meno vantaggioso per il pensionato. La realtà, come vedremo, è ancora più sbilanciata.
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Come funziona il modello (in teoria)
Il sistema contributivo funziona così: ogni anno il lavoratore versa una quota del proprio stipendio sotto forma di contributi (oggi l’aliquota è del 33%). Questi contributi si accumulano in un montante che viene rivalutato ogni anno in base alla crescita media del PIL degli ultimi cinque anni. Al momento della pensione, il montante viene diviso per la speranza di vita residua, e il risultato è l’assegno annuale.
Per testare la logica ho costruito un primo modello semplificato: un lavoratore che inizia nel 1985, va in pensione nel 2025 dopo 40 anni, con uno stipendio indicizzato a 100 che cresce del 3% annuo, un’aliquota contributiva fissa al 31% e un tasso di capitalizzazione del 3%. Il montante che ne esce va poi diviso per la speranza di vita residua a diverse età di pensionamento.
Qui entrano in gioco le tavole di mortalità ISTAT. A 60 anni la speranza di vita residua è di circa 25 anni e mezzo. A 64 anni (l’età media effettiva di pensionamento in Italia) è di circa 22 anni. A 65 anni scende a 21, e a 70 anni a circa 17. Dividendo il montante per questi anni si ottiene l’importo annuale teorico, che rapportato all’ultimo stipendio dà il tasso di sostituzione: quanto vale la pensione rispetto all’ultima retribuzione.
I numeri reali: cosa esce dal modello
Nella seconda fase ho sostituito le ipotesi semplificate con dati effettivi. Serie storica dal 1983 al 2023 (40 anni), aliquote contributive reali (che nel 1985 erano inferiori al 25% e oggi sono al 33%), crescita degli stipendi dell’industria da FRED (escludendo quindi turismo e servizi a basso valore aggiunto, il che rende il modello ancora più generoso), e crescita del PIL italiano dal database AMECO della Commissione Europea.
Il risultato: partendo da base 100 nel 1983, lo stipendio arriva a circa 350 nel 2023. Il montante contributivo accumulato, una volta diviso per la speranza di vita residua secondo le tavole ISTAT 2023, produce un tasso di sostituzione teorico che va confrontato con quello effettivo.
E qui emerge il problema. Secondo i dati Eurostat, il tasso di sostituzione lordo in Italia si aggira intorno al 79%, uno dei più alti d’Europa (la media UE è circa al 52%, la Francia è al 61%). Anche la Ragioneria Generale dello Stato, nel rapporto “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario” aggiornamento 2025, conferma un tasso di sostituzione dell’81,5% nel 2021. L’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica riporta un dato coerente: il tasso di sostituzione netto in Italia raggiunge il 91%, contro una media europea del 63%.
Il tasso di sostituzione che esce dal modello, invece, è sensibilmente più basso. Per una persona andata in pensione a 64 anni con 40 anni di contributi nel regime contributivo puro, il modello indica un tasso di sostituzione di equilibrio del 64,1%. A 60 anni si scende al 54,4%, a 65 anni si sale al 65,6%, a 70 anni all’81,8%. Questo significa che solo chi va in pensione a 70 anni, con 40 anni di contributi nel contributivo puro, si avvicina a un equilibrio tra versato e ricevuto.
A quanto ammonta il “furto pensionistico”
Confrontando il tasso di sostituzione effettivo (intorno all’81%) con quello sostenibile secondo il modello, emerge un differenziale significativo. Applicando questa differenza ai 347 miliardi spesi in pensioni nel 2023, il “furto pensionistico” (la quota di pensioni erogata senza copertura contributiva) ammonta a circa 45 miliardi di euro.
Per capire cosa significhi in termini concreti: nel 2023, secondo il Rendiconto Sociale INPS, gli occupati erano circa 22,8 milioni e hanno versato circa 269 miliardi di contributi. Distribuendo quei 45 miliardi sui lavoratori attivi, il costo pro-capite del differenziale equivale a circa uno stipendio mensile all’anno. Ogni lavoratore italiano rinuncia all’equivalente di una mensilità per coprire la differenza tra la pensione promessa e quella che i contributi avrebbero effettivamente finanziato.
E questo nello scenario migliore. Il modello, infatti, assume che tutti i pensionati siano nel regime contributivo, che è il più parsimonioso. In realtà solo il 4% circa dei pensionati attuali è in contributivo puro. Dei 347 miliardi, circa 100 miliardi riguardano il vecchio sistema retributivo, che calcolava la pensione sugli ultimi stipendi e non sui contributi versati, con un risultato molto più generoso. A questi si aggiungono i regimi misti derivati dalle varie riforme.
C’è poi un altro elemento che il modello non cattura: circa 5 milioni di pensionati sono andati in pensione con meno di 15 anni di contributi, e circa la metà di questi non ha mai versato nemmeno un euro. Come riporta Itinerari Previdenziali, le prestazioni fino a due volte il trattamento minimo (1.135 euro lordi mensili) sono circa 14,3 milioni, e i pensionati corrispondenti (circa 6 milioni, il 36,8% del totale) percepiscono quasi tutti pensioni di carattere assistenziale, in tutto o in parte non coperte da contributi. Se si escludono le prime due classi di reddito pensionistico (principalmente assistenziali), il reddito previdenziale medio sale da 21.000 a circa 29.000 euro lordi, pari a circa 21.000 euro netti.
Volendo fare un esercizio estremo: se si azzerasse il differenziale, l’importo medio annuo per pensionato scenderebbe da circa 21.000 a circa 19.000 euro. Non una catastrofe, ma un segnale chiaro di quanto il sistema attuale si regga su trasferimenti intergenerazionali impliciti.
Le generazioni future: tassi in calo, pensioni più magre
Se il quadro attuale è già sbilanciato, le proiezioni per il futuro non sono rassicuranti. La Ragioneria Generale dello Stato stima un calo progressivo del tasso di sostituzione: dal 67% nel 2040 al 66% nel 2050, fino al 64,1% nel 2070. Le ipotesi più pessimistiche prevedono che per i dipendenti privati si possa arrivare addirittura al 59% nel 2070.
Tradotto: le generazioni che oggi hanno 20-30 anni vedranno pensioni significativamente inferiori rispetto a quelle attuali, in rapporto al loro ultimo stipendio. Una persona che andrà in pensione nel 2060 potrebbe ricevere il 60% della sua ultima retribuzione, contro l’80% e oltre di chi è andato in pensione negli ultimi decenni. E se i contributi effettivi non coprivano nemmeno l’80% di allora, figurarsi quanto margine resterà per i futuri pensionati.
La risposta alla domanda iniziale, quindi, è piuttosto netta. La pensione non se la è pagata quasi nessuno, almeno non interamente. Con tutta probabilità, larga parte degli assegni pensionistici attuali non è coperta dai contributi versati. E il costo di questa differenza ricade ogni anno su chi lavora oggi.
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