Il 12 ottobre l'Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il premio in scienze economiche in memoria di Alfred Nobel a Robert E. Hall, della Stanford University, e a Michael Woodford, della Columbia University, "per i fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica". I due si divideranno in parti uguali 12 milioni di corone svedesi (comunicato stampa dell'Accademia, 12 ottobre 2026).
Scritta così, la motivazione sembra fatta apposta per scoraggiare chi non ha un dottorato in economia. La domanda a cui risponde, però, riguarda chiunque abbia un mutuo o uno stipendio: quando arriva una crisi, come fanno governi e banche centrali a intervenire senza peggiorare le cose?
Lo Short di oggi è un reel di Lollo Pisa (@pisalollo), che ha raccontato il premio partendo dalle slide che avevo preparato per @economiaitalia e @dr.elegantia.
🎬 Questo articolo accompagna lo Short: Nobel per l'economia 2026: una spiegazione a portata di tutti Il reel originale di Lollo Pisa è su Instagram.
Accelerare e frenare
L'economia cresce e rallenta a fasi alterne. Da quando John Maynard Keynes ha formulato le sue teorie, quasi un secolo fa, la politica economica prova ad attenuare queste oscillazioni: in recessione si stimola l'economia abbassando i tassi d'interesse e aumentando il deficit, in un boom si fa l'opposto. La banca centrale agisce sul tasso di riferimento, il governo su tasse, spesa e trasferimenti. Lo scopo, scrive l'Accademia, è evitare che l'economia finisca, o resti, in una situazione di disoccupazione molto alta o di inflazione fuori controllo (Popular science background, p. 1).
Le oscillazioni non pesano su tutti allo stesso modo. Secondo lo stesso documento, le famiglie più povere, che hanno margini ridotti, sono le più penalizzate dagli alti e bassi del ciclo. Il problema pratico resta scegliere quando accelerare e quando frenare.
Che cosa si ruppe negli anni Settanta
I modelli keynesiani tradizionali si reggevano su relazioni statistiche tra grandezze macroeconomiche, considerate stabili. La più nota è la curva di Phillips: quando la disoccupazione è alta l'inflazione tende a essere bassa, e viceversa. Un'altra legava i consumi al reddito disponibile delle famiglie, in proporzione: più reddito, più consumi. Con queste regole calcolare quanto stimolare o raffreddare l'economia era facile, ma l'approccio, osserva l'Accademia, si rivelò troppo semplice per funzionare con regolarità (Popular science background, p. 2).
Con le crisi petrolifere degli anni Settanta quelle relazioni saltarono. L'inflazione salì mentre cresceva la disoccupazione, e il legame tra reddito e consumi si dimostrò meno affidabile del previsto. Ne seguì troppo stimolo al momento sbagliato: l'Occidente attraversò un decennio di crescita bassa, disoccupazione alta e inflazione alta, e molti si convinsero che la politica di stabilizzazione avesse fatto più danni che benefici e andasse messa in pensione.
Robert Lucas, premio Nobel nel 1995, individuò il difetto proprio nella presunta stabilità di quelle relazioni: per funzionare, i modelli dovevano partire da relazioni microeconomiche solide (Popular science background, p. 2). L'inflazione nasce dalle scelte di prezzo di migliaia di imprese, i consumi dalle scelte di milioni di famiglie. I "fondamenti microeconomici" della motivazione consistono nello studiare queste scelte, oltre alle grandezze aggregate che ne risultano. Costruire modelli del genere, che fossero anche abbastanza semplici da usare, si rivelò più facile a parole che nei fatti.
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Hall e le aspettative
Uno dei nodi era capire da che cosa dipendono i consumi. La ricerca precedente sosteneva che le famiglie decidessero quanto spendere guardando al reddito che si aspettavano in futuro almeno quanto a quello del momento. Le aspettative però non si osservano, e nessuno era riuscito a trovare un indicatore che permettesse di prevedere i consumi (Popular science background, p. 3).
Hall ribaltò il problema. Se i consumi dipendono dalle aspettative, i consumi stessi sono il miglior indicatore di quelle aspettative, e una famiglia li modifica soltanto quando riceve un'informazione nuova. Un'informazione nuova, per definizione, non si può prevedere: di conseguenza nemmeno le variazioni dei consumi dovrebbero essere prevedibili. Hall presentò l'idea in un articolo del 1978 e le verifiche empiriche confermarono la sua ipotesi (Popular science background, pp. 3-4; Hall, "Stochastic Implications of the Life Cycle-Permanent Income Hypothesis", Journal of Political Economy, 1978).
L'esempio scelto dall'Accademia ci aiuta a fare chiarezza. Se ad esempio date per certa una promozione, con il relativo aumento di stipendio, potete cominciare a spendere un po' di più già oggi. Se poi scoprite che la promozione salta, rivedete i piani, risparmiate di più e consumate meno. A spostare i consumi è stata la notizia: la promozione attesa era già incorporata nelle scelte precedenti.
Non tutte le famiglie, però, possono pianificare. Nel 1982 Hall e Frederic Mishkin, usando dati su singole famiglie, trovarono che circa l'80% prendeva le decisioni di consumo in linea con la teoria, mentre le altre vivevano alla giornata, spendendo quello che avevano in tasca (Popular science background, p. 4; Hall e Mishkin, Econometrica, 1982). Le quote cambiano nel tempo e da paese a paese, ma si possono stimare, e la distinzione tra famiglie che guardano avanti e famiglie che non possono permetterselo è entrata nei modelli usati oggi da banche centrali e ministeri delle finanze.
Woodford: la rigidità dei prezzi
Nel 2003 Woodford pubblicò "Interest and Prices", un libro che presenta un modello neokeynesiano completo costruito su queste basi. Il modello ha tre equazioni ed è pensato come un laboratorio per chi si occupa di policy: permette di stimare che cosa succede al PIL e all'inflazione se si abbassa il tasso, o di quanto alzarlo per stabilizzare i prezzi in una certa situazione (Popular science background, p. 4).
Dentro c'è il risultato di Hall sui consumi, che dipendono anche dai tassi: se la banca centrale abbassa il tasso di riferimento, risparmiare rende meno e si consuma di più oggi. Riprendendo un'idea dell'economista svedese Knut Wicksell, Woodford mostrò che le banche centrali possono stimolare o frenare l'economia agendo sui tassi d'interesse, senza passare dalla quantità di moneta in circolazione (p. 4).
Per le imprese, cambiare i prezzi a ogni variazione della domanda o dei costi costerebbe troppo, quindi i prezzi restano rigidi; e quando un'impresa li ritocca, guarda al futuro: se si aspetta che i prezzi dei concorrenti e i propri costi salgano, fissa un prezzo più alto. Da qui la conclusione dell'Accademia: "poiché le imprese guardano al futuro, le aspettative sui tassi futuri contano per l'inflazione. Credibilità e trasparenza sono quindi qualità importanti per una banca centrale" (p. 5).
Nei modelli keynesiani tradizionali questa idea mancava. Oggi, scrive il comitato, una comunicazione chiara e credibile su come la banca centrale ragiona e su che cosa intende fare è diventata vitale per il suo lavoro. Woodford e altri proposero anche la forward guidance, cioè l'annuncio del percorso futuro dei tassi, come strumento per stimolare l'economia quando i tassi non si possono abbassare ulteriormente; negli Stati Uniti la fase dei tassi a zero viene di solito datata 2008-2015 (Scientific background, p. 38).
La bilancia
Woodford introdusse anche l'output gap, un indicatore della pressione della domanda nell'economia (Popular science background, p. 5). Conviene immaginarlo come una bilancia. Su un piatto c'è quanto famiglie e imprese vogliono comprare, la domanda; sull'altro quanto l'economia riesce a produrre usando le risorse in modo efficiente, che l'Accademia chiama output naturale. Finché i piatti sono in equilibrio, la politica di stabilizzazione non serve.
Primo caso: le famiglie si preoccupano per il futuro e spendono meno. La domanda scende, una parte dei prodotti resta invenduta, le imprese producono meno e possono ridurre le assunzioni. Qui serve sostenere la domanda, per esempio abbassando i tassi.
Secondo caso: l'energia rincara all'improvviso. Produrre costa di più e l'output naturale cala, mentre la domanda scende meno. Se le imprese non alzano abbastanza i prezzi, la domanda risulta troppo alta anche senza essere aumentata, e possono arrivare insieme inflazione, meno produzione e più disoccupazione. Spingere le persone a comprare di più, in questa situazione, alimenterebbe i prezzi. Secondo il modello di Woodford, a differenza di quelli tradizionali, conviene raffreddare l'economia, per esempio alzando i tassi, anche se la produzione sta già calando (p. 5). Secondo l'Accademia, questa intuizione ha permesso di rispondere agli shock di offerta recenti in modo più efficace che durante le crisi petrolifere degli anni Settanta.
Che cosa c'entra con noi
L'Accademia scrive che i modelli neokeynesiani sono oggi usati da ministeri delle finanze e banche centrali di tutto il mondo e che non esistono alternative praticabili. La Riksbank, la banca centrale svedese, ne ha uno adattato alle condizioni del paese. E la prossima volta che una banca centrale fisserà i tassi, aggiunge il documento, almeno una parte dei calcoli dietro la decisione arriverà da un modello neokeynesiano con fondamenti microeconomici (Popular science background, pp. 5-6).
Secondo il comitato, la pandemia e le crisi energetiche degli ultimi anni non hanno avuto sulla crescita e sull'inflazione conseguenze lunghe come quelle degli anni Settanta: recessioni e fiammate inflazionistiche non sono sparite, ma durano meno (p. 6). Lo stesso comitato, nel documento tecnico, ammette che è difficile dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che le riprese più rapide dell'ultimo mezzo secolo dipendano da una politica di stabilizzazione migliore, e registra un consenso sul fatto che quella politica abbia avuto un ruolo molto importante (Scientific background, p. 48).
Per approfondire il tema dell'inflazione: TUTTO QUELLO CHE DOVRESTI SAPERE (o quasi) sull'INFLAZIONE, con Boldrin e Monacelli.
Fonti
Robert E. Hall e Frederic S. Mishkin, "The Sensitivity of Consumption to Transitory Income: Estimates from Panel Data on Households", Econometrica 50(2), 1982
Michael Woodford, "Interest and Prices: Foundations of a Theory of Monetary Policy", Princeton University Press, 2003

