L’Odissea di Nolan è un viaggio da vivere al cinema
Attenzione: l’articolo contiene spoiler.
L’Odissea di Christopher Nolan mi è piaciuta. Non è un film perfetto e alcune scelte mi hanno lasciato perplesso, soprattutto nel finale, ma nel complesso è un’opera potente, ambiziosa e capace di trasformare il poema di Omero in una vera esperienza cinematografica.
Il film è stato girato interamente con cineprese IMAX e tutto, dalle dimensioni delle immagini alla violenza del suono, sembra progettato per una sala cinematografica. Guardarlo a casa significherà probabilmente seguire la stessa storia, ma non vivere la stessa sensazione. Sul grande schermo si avverte il peso del mare, delle navi, dei corpi, delle battaglie e soprattutto del tempo.
Un racconto costruito attraverso la memoria
La struttura non segue la fabula in senso stretto, ma procede attraverso racconti, ricordi e continui ritorni al passato. Il film si apre a Itaca, dove un aedo rievoca la conclusione della guerra di Troia, conducendo lo spettatore all’inganno del cavallo e alla distruzione della città. La narrazione si sposta poi su Odisseo presso Calipso. In questa versione, il motivo del loto viene trasferito sull’isola di Ogigia e associato alla confusione mentale del protagonista: l’eroe tenta di ricostruire la propria identità e di ricordare gli eventi che lo hanno condotto fin lì. Le diverse tappe del viaggio emergono quindi come frammenti di memoria recuperati poco alla volta.
La costruzione è diversa da quella dell’Odissea di Omero. Anche il poema comincia quando Odisseo si trova ancora sull’isola di Calipso, ma la prima scena è ambientata sull’Olimpo: Atena richiama l’attenzione di Zeus sul destino dell’eroe e domanda, in sostanza, se non sia finalmente arrivato il momento di permettergli di tornare a casa. Il ritorno viene quindi avviato dall’intervento degli dèi, che inviano Ermes da Calipso affinché liberi Odisseo. Nolan conserva l’idea di un uomo trattenuto lontano da Itaca, ma sposta il centro del conflitto. Prima ancora di riprendere il viaggio, il suo Odisseo deve ricordare chi è e perché desidera partire.
Nel poema, tuttavia, la permanenza a Ogigia non è provocata dal loto. Odisseo arriva sull’isola di Calipso molto tempo dopo l’incontro con i Lotofagi, quando ha ormai perso tutti i compagni e tutte le navi. Rimane a Ogigia per sette anni perché Calipso lo trattiene presso di sé e desidera renderlo immortale, mentre egli continua a soffrire per la lontananza da Itaca. Solo l’intervento degli dèi gli permette infine di partire.
Anche il ruolo del loto viene quindi profondamente modificato. Nel poema, Odisseo non ne subisce direttamente gli effetti: sono alcuni suoi compagni, giunti nella terra dei Lotofagi quando possiedono ancora le loro navi, a mangiarlo e a perdere il desiderio del ritorno. Odisseo è proprio colui che li trascina con la forza fino alle imbarcazioni, li lega ai banchi dei rematori e impedisce loro di abbandonarsi all’oblio. Nel film, invece, il motivo del loto viene separato dal suo episodio originario ed esteso allo stesso protagonista. Non rappresenta più soltanto una delle tappe del viaggio, ma diventa il meccanismo attraverso il quale la narrazione ricostruisce il passato.
Il film unisce così elementi che nel poema appartengono a momenti differenti. L’isola di Calipso costituisce il punto finale delle peregrinazioni di Odisseo, mentre l’incontro con i Lotofagi avviene poco dopo la partenza da Troia.
Il loto non serve quindi soltanto a giustificare i ricordi e i salti temporali, ma diventa il simbolo dell’oblio e della rinuncia alla propria identità. Dimenticare Itaca significa dimenticare Penelope, Telemaco e perfino l’uomo che Odisseo era prima della guerra. Significa anche liberarsi, almeno temporaneamente, dal peso di Troia e dalla responsabilità per le proprie azioni. La dimenticanza appare così come una forma di pace, ma è una pace ottenuta cancellando se stessi.
In questo modo Calipso assume, almeno in parte, la funzione narrativa che nel poema apparteneva ai Feaci, davanti ai quali Odisseo raccontava consapevolmente le proprie avventure. Nel film, però, il racconto non nasce da una memoria già integra, ma è il processo attraverso il quale quella memoria viene faticosamente ricomposta.
I ricordi non sono semplici spiegazioni offerte allo spettatore, ma parti di sé che Odisseo deve riconquistare opponendosi all’oblio. Ricordare significa tornare a soffrire, ma anche recuperare il desiderio del ritorno. Il viaggio diventa così fisico e psicologico insieme.
La legge di Zeus
Il vero motivo ricorrente del film è la cosiddetta legge di Zeus, cioè la xenía, il dovere sacro dell’ospitalità.
Nel mondo greco antico, chi arrivava da lontano doveva essere accolto, nutrito e protetto. Anche l’ospite, però, aveva degli obblighi: doveva rispettare la casa che lo accoglieva e non approfittare della generosità del padrone. L’ospitalità era una legge religiosa, posta sotto la protezione di Zeus Xenios. Violarla significava mettere in pericolo non soltanto una persona, ma l’intero ordine della comunità.
Nolan porta questa idea al centro del film.
Secondo la sua interpretazione, l’inganno del cavallo di Troia rappresenta una delle più gravi violazioni possibili della legge di Zeus. I Greci presentano il cavallo come un dono, i Troiani lo accolgono dentro le mura e quel dono si trasforma in uno strumento di morte. Odisseo comprende di avere distrutto qualcosa di più grande di una città: ha distrutto la fiducia sulla quale si fondava la civiltà.
Da quel momento, ogni incontro del viaggio sembra mostrare un mondo nel quale l’ospitalità non esiste più. Polifemo divora coloro che entrano nella sua casa. Circe trasforma gli uomini in animali perché teme la loro violenza. I Proci occupano il palazzo di Itaca, consumano le ricchezze di Odisseo e abusano dell’ospitalità di Penelope.
La legge di Zeus diventa così una misura della civiltà. Quando viene rispettata, gli uomini possono vivere insieme. Quando viene violata, tornano a essere bestie.
Un adattamento, non una trascrizione
Il film non è completamente fedele al poema e, sinceramente, non credo che questo rappresenti necessariamente un problema.
Nolan elimina o modifica diversi episodi. Polifemo parla pochissimo e non viene mostrato il celebre inganno con cui Odisseo afferma di chiamarsi “Nessuno”. Il gioco di parole funziona perfettamente nel testo greco e può essere ricreato nelle traduzioni letterarie, ma sarebbe stato più difficile conservarne la stessa immediatezza in tutte le lingue in cui il film sarebbe stato distribuito. Nolan ha spiegato di aver provato a inserire la scena, decidendo infine di rinunciarvi.
Manca inoltre Nausicaa ed è stato eliminato completamente il soggiorno presso i Feaci, che nel poema accolgono Odisseo, ascoltano il racconto delle sue avventure e infine lo aiutano a raggiungere Itaca. È una rinuncia importante, perché quell’episodio occupa una posizione centrale nella struttura dell’opera, ma è anche una scelta comprensibile per un film che deve condensare ventiquattro libri in circa tre ore.
Un adattamento non deve essere la copia esatta dell’opera originale. Deve necessariamente scegliere, ridurre, interpretare e, in alcuni casi, perfino tradire il testo per riuscire a conservarne lo spirito.
Lo stesso discorso vale per Elena, interpretata da Lupita Nyong’o. Alcuni spettatori sembrano essersi stupiti della scelta di un’attrice nera, come se un personaggio mitologico dovesse necessariamente corrispondere a una precisa idea moderna di appartenenza etnica.
Elena, però, non è un personaggio storico. Nel mito è figlia di Zeus, che seduce Leda assumendo la forma di un cigno. Pretendere un realismo anagrafico o genetico da una figura nata da un racconto simile è quantomeno curioso. Inoltre, le categorie contemporanee non possono essere applicate automaticamente al mondo antico. Omero non descrive Elena attraverso un ritratto fisico preciso: non specifica il colore degli occhi, la forma del viso o altri tratti che permettano di ricostruirne un aspetto univoco. Le attribuisce invece epiteti poetici come “dalle bianche braccia”, “dalla bella chioma”, “dalle belle guance” e “dal lungo peplo”, presentandola anche come figlia di Zeus. Sono formule che ne sottolineano la bellezza, la nobiltà e una dimensione quasi divina, più che definirne l’appartenenza a un gruppo etnico nel senso moderno. L’espressione “dalle bianche braccia”, per esempio, è un epiteto formulare usato anche per Era e per altre figure femminili, e non può essere trasformato automaticamente in una moderna classificazione etnica.
La descrizione più potente di Elena, infatti, non riguarda direttamente il suo corpo, ma l’effetto della sua apparizione. Nel terzo libro dell’Iliade, quando gli anziani troiani la vedono avvicinarsi alle porte della città, affermano che assomiglia terribilmente alle dee immortali e riconoscono che una bellezza simile può spiegare una guerra tanto lunga e sanguinosa. Subito dopo, però, desiderano che venga allontanata, perché la sua presenza ha portato sofferenza a Troia. Elena è quindi rappresentata come una figura di bellezza eccezionale e quasi sovrannaturale, ma anche ambigua e distruttiva: non come una donna il cui aspetto possa essere ricondotto con certezza alle categorie etniche contemporanee.
È significativo che la stessa indignazione non si sia manifestata con la stessa forza per l’Elena di Troy, interpretata dall’attrice tedesca Diane Kruger, o per Achille, interpretato da Brad Pitt. Anche quelle erano rappresentazioni lontane da una ricostruzione storica rigorosa della popolazione egea dell’Età del bronzo, eppure sono state accettate senza particolari polemiche.
Se si pretendesse una fedeltà assoluta, bisognerebbe allora richiedere un cast scelto secondo criteri storici e geografici coerenti, ammesso che sia davvero possibile stabilire con certezza l’aspetto di personaggi appartenenti al mito. Chiedere invece questa fedeltà soltanto quando il ruolo viene affidato a un’attrice nera mi sembra piuttosto incoerente. Tra tutti i problemi che si possono trovare nel film, questo non è certamente uno di essi.
Il peso dei vent’anni
Il motivo principale per cui il film deve essere visto al cinema è la sua capacità di trasmettere il peso del viaggio.
Molte scene sono lunghe. Alcuni momenti sembrano quasi dilatati oltre il necessario. Eppure credo che questa lentezza sia deliberata. Nolan vuole farci sentire la distanza, la fatica e l’infinita ripetizione del mare.
Odisseo resta lontano da Itaca per vent’anni. Dieci vengono trascorsi combattendo a Troia e altri dieci cercando di tornare a casa. Il film non si limita a comunicarci questa durata attraverso i dialoghi. Cerca di farcela percepire.
Alla fine si ha davvero l’impressione che Odisseo abbia attraversato un’intera vita. Ogni approdo sembra promettere il ritorno e ogni nuova partenza sembra allontanarlo ancora di più dalla sua identità.
Il tema principale dell’Odissea rimane quindi la perseveranza. Odisseo affronta mostri, dèi, seduzioni, naufragi e guerre, ma continua a cercare Itaca.
Nolan racconta la stessa cosa, ma aggiunge una domanda più inquietante a mio avviso: dopo ciò che Odisseo ha fatto e visto, può davvero tornare a essere l’uomo che era?
Gli errori storici e la forza delle immagini
Dal punto di vista storico e archeologico, il film contiene numerose libertà. Le armature, gli elmi e alcuni elementi delle navi non corrispondono sempre a ciò che conosciamo della tarda Età del bronzo.
Tuttavia Nolan e la costumista Ellen Mirojnick non cercavano una ricostruzione rigidamente filologica. L’obiettivo era creare un mondo antico ma anche senza tempo, utilizzando materiali e forme capaci di comunicare il carattere dei personaggi.
Le armature dei capi achei potranno anche essere storicamente discutibili, ma sono bellissime. Sono pesanti, minacciose e imponenti. Non sembrano oggetti da museo, ma simboli di potere.
In questo caso preferisco accettare l’inesattezza. Il film non è un documentario sulla civiltà micenea. È un racconto mitologico e le sue immagini devono prima di tutto funzionare all’interno del mito.
Una battaglia troppo americana, seguita da un grande epilogo
La parte che mi ha convinto meno è quella conclusiva. Lo scontro con i Proci è spettacolare, ma in alcuni momenti assume i toni di una grande scena d’azione hollywoodiana. Il combattimento viene dilatato, Odisseo sembra capace di resistere a qualsiasi colpo e la sequenza perde parte della tragicità e della brutalità che avrebbe potuto avere. Nonostante questo, il film non inventa la vendetta finale, la strage dei Proci occupa un ruolo centrale anche nell’opera di Omero.
Nel film Penelope propone una gara per scegliere il proprio nuovo marito. I pretendenti devono tendere l’arco di Odisseo e scagliare una freccia attraverso dodici scuri, ma nessuno di loro riesce nell’impresa. Odisseo, ancora travestito da mendicante, prende allora l’arco, lo tende con facilità e supera la prova, rivelando la propria identità. A quel punto esplode lo scontro: aiutato da Telemaco ed Eumeo, affronta i Proci all’interno del palazzo e li uccide, pur rimanendo gravemente ferito.
La successione degli eventi è simile a quella del poema, ma il tono è diverso. Nell’Odissea la gara dell’arco non conduce a una battaglia equilibrata, bensì a un’esecuzione preparata con attenzione. Odisseo e Telemaco hanno fatto nascondere le armi presenti nella sala e hanno bloccato le uscite. Dopo aver scagliato la freccia attraverso le scuri, Odisseo colpisce per primo Antinoo mentre sta bevendo, senza che questi abbia nemmeno il tempo di comprendere ciò che sta accadendo. Soltanto dopo rivela apertamente la propria identità e accusa i Proci di avere occupato la sua casa, consumato le sue ricchezze, insidiato Penelope e progettato la morte di Telemaco.
I Proci cercano inizialmente di salvarsi attribuendo ogni responsabilità ad Antinoo e promettendo di risarcire Odisseo, ma lui rifiuta qualsiasi accordo. Comincia così il massacro. Al suo fianco combattono Telemaco, il porcaro Eumeo e il bovaro Filezio, mentre Atena interviene in loro favore e devia le armi dei nemici. Il poema non presenta quindi Odisseo come un guerriero completamente solo e invulnerabile: la vittoria dipende dal piano preparato in anticipo, dalla fedeltà dei suoi alleati e dall’aiuto divino.
La versione omerica è inoltre molto più crudele di quella cinematografica. Dopo la morte dei Proci, Telemaco fa impiccare dodici schiave accusate di avere tradito la casa e di essersi unite ai pretendenti, mentre Melanzio viene mutilato e ucciso. Nolan elimina quasi completamente questa parte, preferendo concentrare il finale sul combattimento e sulle conseguenze psicologiche delle azioni di Odisseo.
Quello che cambia davvero, però, è ciò che avviene dopo. Nel poema Penelope non riconosce immediatamente Odisseo, ma lo mette alla prova ordinando che venga spostato il loro letto. Odisseo reagisce spiegando che quel letto non può essere mosso, perché lo ha costruito intorno al tronco di un ulivo ancora radicato nel terreno. È questa conoscenza segreta a convincere definitivamente Penelope che l’uomo davanti a lei è davvero suo marito. Nel film, invece, il riconoscimento avviene attraverso la spilla dorata di Atena che Penelope gli aveva donato prima della partenza per Troia.
Anche il destino politico di Itaca viene trasformato. Nell’ultimo libro del poema, i parenti dei Proci si armano e cercano vendetta. Lo scontro rischia quindi di proseguire e di trascinare l’isola in una nuova guerra civile, ma Zeus e Atena intervengono per interrompere la violenza. Atena ordina alle due fazioni di deporre le armi e impone una pace solenne. Odisseo rimane così re di Itaca e l’autorità legittima viene restaurata attraverso una decisione divina.
Nolan sceglie una conclusione meno rassicurante. Odisseo non torna semplicemente sul trono come se vent’anni di guerra, violenza e assenza non avessero lasciato conseguenze. Dopo essersi ripreso dalle ferite, parte verso occidente insieme a Penelope per mantenere la promessa di onorare gli uomini morti sotto il suo comando, mentre Telemaco viene incoronato re di Itaca. Non è propriamente un esilio imposto dagli abitanti dell’isola, ma una rinuncia volontaria al potere e una nuova partenza.
È proprio questo epilogo ad avermi convinto più della battaglia. Nel poema la pace viene calata dall’alto grazie all’intervento di Atena e Zeus. Nel film, dove il divino rimane ambiguo e non offre soluzioni certe, Odisseo deve invece accettare che le sue azioni abbiano conseguenze. Può riconquistare la casa, la moglie e il figlio, ma non può recuperare davvero la vita che aveva lasciato vent’anni prima.
Un divino cosmico e inquietante
Ho apprezzato molto anche il modo in cui il film rappresenta il divino.
Gli dèi non sembrano presenze certe e riconoscibili. Assomigliano piuttosto a forze cosmiche, lontane e quasi lovecraftiane. Non sappiamo mai fino in fondo se esistano realmente, se parlino attraverso visioni oppure se siano proiezioni della paura e del senso di colpa di Odisseo.
La figura di Atena è emblematica. Potrebbe essere una dea che guida e giudica Odisseo, ma potrebbe anche essere il volto che la sua mente attribuisce alle atrocità commesse durante la distruzione di Troia. Il film mantiene volontariamente questo dubbio.
Nel poema gli dèi intervengono e risolvono il conflitto. Nel film, invece, gli uomini devono convivere con le conseguenze delle proprie azioni.
È una conclusione meno consolatoria, ma forse più coerente con il mondo rappresentato da Nolan.
Conclusione
L’Odissea di Nolan non è una trasposizione fedele in ogni dettaglio. Taglia personaggi, modifica episodi, reinventa il ruolo degli dèi e costruisce un epilogo diverso.
Eppure conserva il cuore dell’opera.
Ma racconta anche qualcosa di più grande: una civiltà può esistere soltanto quando le persone rispettano determinate leggi, a partire dall’obbligo di accogliere lo straniero e di non tradire la fiducia altrui.
Odisseo infrange simbolicamente questa legge con l’inganno del cavallo. I Troiani accolgono dentro le mura quello che credono essere un dono, ma quel dono contiene i soldati che distruggeranno la città. Il cavallo permette ai Greci di vincere una guerra interminabile, ma lo fa trasformando l’ospitalità e la fiducia in strumenti di morte. Odisseo ottiene così la vittoria grazie alla propria intelligenza, ma trascorre il resto del viaggio confrontandosi con le conseguenze di ciò che ha ideato.
Personalmente, in questo aspetto ho visto un richiamo a Oppenheimer. Anche lì il protagonista usa il proprio ingegno per creare lo strumento decisivo di una guerra. La bomba atomica, come il cavallo di Troia, nasce per spezzare una situazione apparentemente senza uscita e garantire la vittoria. Dopo il successo, però, il suo autore comprende di aver introdotto nel mondo qualcosa che non può più controllare.
Odisseo e Oppenheimer non sono figure perfettamente sovrapponibili, ma condividono una contraddizione fondamentale: sono celebrati proprio per l’atto che finisce per perseguitarli. La loro intelligenza li rende indispensabili durante la guerra, ma incapaci di tornare davvero alla vita precedente quando la guerra è finita. Entrambi riescono a risolvere un problema immediato, lasciandone però uno molto più grande a coloro che verranno dopo.
Odisseo potrebbe sostenere di aver soltanto trovato il modo di concludere la guerra, così come Oppenheimer potrebbe affermare di aver costruito la bomba senza essere colui che ne ha deciso l’impiego. Nolan, però, sembra interessato proprio alla debolezza di questa giustificazione.
In entrambi i film la vittoria non coincide quindi con la liberazione. Oppenheimer contribuisce a vincere la guerra, ma rimane prigioniero della propria creazione. Odisseo conquista Troia, ma la vittoria segna l’inizio di un viaggio durante il quale deve fare i conti con il peso delle proprie decisioni. Il vero conflitto comincia quando l’impresa è già stata compiuta e il protagonista comprende che tornare a casa non significa necessariamente poter tornare a essere l’uomo di prima.
Non so se il richiamo a Oppenheimer sia intenzionale, ma la continuità tematica mi sembra evidente. Nolan torna ancora una volta a raccontare un uomo il cui genio cambia il corso della storia, permettendo una vittoria e producendo nello stesso momento una colpa dalla quale non è possibile fuggire.

