L'Italia spende il 15% del PIL in pensioni. La Spagna no. Non è colpa dei vecchi.
Italia e Spagna invecchiano allo stesso modo. La spesa pensionistica però differisce di 55 miliardi l'anno. Cosa spiega davvero il divario, oltre la demografia.
Italia e Spagna invecchiano più o meno allo stesso modo. La popolazione over 65 in Italia è il 24,3 per cento, in Spagna il 20,6. Tre punti e mezzo di differenza. La spesa pensionistica italiana invece è il 15,5 per cento del PIL, quella spagnola il 13,2. Due punti e mezzo di PIL di differenza, che fanno 55 miliardi di euro l'anno.
Se il problema fosse solo demografico, le due cose dovrebbero stare in proporzione. C'è qualcos'altro che fa esplodere la spesa italiana, e non è l'età media.
🎬 Questo articolo è tratto dal video: Pensioni: perché l'Italia spende il 15% del PIL e la Spagna no? Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
🎙️ Preferisci ascoltare? Ascolta l'episodio su Dr. Elegantia Disponibile su Spotify e Apple Podcasts.
La demografia, da sola, non basta
La matematica è semplice: se ogni pensionato italiano costasse al sistema lo stesso di un pensionato spagnolo, in proporzione al PIL pro capite, la differenza tra i due paesi dovrebbe essere intorno a un punto di PIL, non due e mezzo.
L'Ufficio Parlamentare di Bilancio, nell'audizione sulla transizione demografica dell'8 luglio 2025, scompone la spesa pensionistica in quattro pezzi: il rapporto tra pensione media e PIL pro capite occupato, il rapporto tra pensionati e popolazione anziana, la quota di anziani sulla popolazione, e l'inverso del tasso di occupazione. Quando applica la decomposizione, mostra che il pezzo che fa la differenza in Italia non è la quota di anziani, è il primo pezzo: la generosità della pensione media rispetto al PIL prodotto. In gergo tecnico si chiama benefit ratio. In italiano: paghiamo pensioni più alte rispetto a quello che produciamo.
📬 Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter. Ogni articolo è un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.
Pensioni anticipate: usciamo prima, paghiamo per più anni
Se guardiamo alle analisi di OECD, scopriamo che l’età effettiva di pensionamento, ovvero la media degli anni di uscita reale dal mercato del lavoro sono abbastanza diverse: Italia 61,3 per gli uomini, 60,5 per le donne. Spagna 62,3 e 62,8.
In Italia si va in pensione mediamente circa tre anni prima rispetto alla media dei paesi sviluppati. La Spagna sta nella media. E non è un effetto contabile: l'età effettiva tiene conto di tutti i canali di uscita, vecchiaia, anticipata, opzioni dedicate alle categorie disagiate.
Quota 100, la Quota 102, la Quota 103, l'Ape sociale, l'opzione donna, sono tutti canali che hanno mantenuto bassa l'età effettiva di pensionamento mentre l'età legale formalmente saliva. Sulla carta saliamo. Nella realtà usciamo prima.
Ogni anno medio di anticipazione pesa sul sistema da entrambi i lati: si paga la pensione per più anni, e si perdono i contributi e le tasse di chi sarebbe rimasto al lavoro. La Spagna ha sostanzialmente eliminato i canali di pensionamento anticipato negli ultimi quindici anni. L'Italia li ha riproposti a ogni legislatura, sotto nomi diversi.
Il regime retributivo, l'eredità che non finisce
Qui entra in gioco il fattore più pesante. La Spagna, dopo la riforma del 2013, calcola le pensioni sulla base degli ultimi venticinque anni di contributi, in transizione verso l'intera carriera. L'Italia ha avviato il passaggio al contributivo nel 1995, con la riforma Dini, ma con tempi di transizione lunghissimi e con il pro-rata.
Il pro-rata significa: chi aveva contributi accumulati prima del 1995 si vede calcolata una parte della pensione con il vecchio sistema retributivo, basato sulla retribuzione media degli ultimi anni di carriera. Per chi aveva più di 18 anni di contributi nel 1995, il calcolo è stato fatto interamente sul retributivo fino al 2011, e poi parzialmente in pro-rata. Risultato: ancora oggi, e per i prossimi 15-20 anni, lo Stato italiano paga pensioni calcolate con un sistema più generoso rispetto a quello che si applicherebbe oggi a chi entra nel mercato del lavoro adesso.
Guardando la distribuzione delle pensioni, la Spagna ha più pensionati nelle fasce alte ma spende meno in totale. Il motivo: il numero totale di pensioni in Italia è più alto, le pensioni di anzianità di lunga durata cumulano molti anni di erogazione, e la base contributiva spagnola è più compatta. In Italia abbiamo molte più pensioni piccole, integrate, sociali, che da sole gonfiano il conteggio totale.
Il cuneo fiscale: il cerchio che non si chiude
Adesso prendiamo il problema dal lato del lavoro. Il cuneo fiscale italiano per un lavoratore single con salario medio è il 45,1 per cento. In Spagna 39,5. La differenza è di 5,6 punti, tutta sul lato delle imposte sul lavoro: contributi e Irpef.
Pressione fiscale complessiva, le entrate dello Stato sul PIL: Italia 42,5 per cento, Spagna 37,8. Quasi cinque punti.
Il cuneo italiano alto è una conseguenza diretta delle penisoni e alimenta un circolo vizioso: rende meno conveniente assumere a tempo pieno e indeterminato. Quando un lavoratore ha contribuzioni più basse o discontinue, la sua pensione finale è bassa, e quindi serve l'integrazione al minimo, l'assegno sociale, le maggiorazioni. Lo Stato paga due volte. Una in cuneo, una in welfare di compensazione.
La Spagna ha un cuneo più basso, ha riformato il mercato del lavoro nel 2012 e nel 2021 con la riforma Diaz, ha visto crescere l'occupazione e con essa la base contributiva. Tasso di occupazione 20-64 anni nel 2023, fonte Eurostat: Italia 61,5 per cento, Spagna 70,7. Nove punti di differenza. Sul tasso femminile siamo a 55 contro 65.
La Spagna ha quasi un terzo di lavoratori in più rispetto all'Italia in proporzione alla popolazione attiva. Tutti contributi che entrano nelle casse pubbliche. Tutta base imponibile per le pensioni future.
Le micro-imprese: il pezzo che si dimentica
La spesa pensionistica si paga con il PIL prodotto. Se il PIL è fragile, la spesa pesa di più. E il PIL italiano è fragile anche perché le nostre imprese sono fragili.
Dal punto di vista della dimensione di impresa, l'Italia è il paese più nano d'Europa. E le imprese più piccole pagano salari più bassi, hanno produttività più bassa, contributi più bassi e quindi pensioni future più basse. Certo, si può obbiettare che anche la Spagna sia caratterizzata da una bassa dimensione delle imprese, ma, guardando al profilo occupazionale, la Spagna occupa meno lavoratori in microimprese e più nelle grandi. Questo cambia completamente il discorso e spiega in parte anche come mai l’economia spagnola stia meglio di quella italiana.
Fonti e approfondimenti
Dashboard interattiva Italia-Spagna, 36 grafici
Ti è piaciuto questo approfondimento?
Questo articolo è tratto dal canale YouTube EconomiaItalia, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.

