Alessandro è poco più che maggiorenne e viene da San Donato Milanese. Dopo i due giorni di scontri e saccheggi del 17 e 18 ottobre nel centro di Milano, l'ANSA lo ha intervistato in piazza: «Purtroppo è meglio la violenza. Non sanno ascoltare».
Il 19 ottobre Marracash ha pubblicato su Instagram un post sulle proteste contro il carovita, e l'ANSA ne ha ripreso due frasi: «Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita» e «Con le buone non cambi le cose». Il giorno dopo, rispondendo alle critiche, il rapper ha precisato di non aver «mai inneggiato alla violenza» (Sky TG24).
Alessandro e Marracash hanno sostenuto, con parole diverse, che con le buone da chi governa non si ottiene nulla. È un'affermazione che si può verificare, perché da decenni politologi, sociologi ed economisti misurano che cosa ottengono le proteste violente rispetto a quelle pacifiche. Se Alessandro avesse ragione, gli studi dovrebbero trovare che la violenza ha fatto cadere più regimi, ha strappato più concessioni o ha spostato più consenso verso chi protestava. Ho cercato quei risultati partendo dal grafico della politologa Erica Chenoweth che ho pubblicato nei giorni scorsi su Instagram, che riguarda rivoluzioni e guerre d'indipendenza, e arrivando agli studi sulle democrazie, i più vicini al caso di Milano, dove si protestava contro il carovita e contro un governo che alle prossime elezioni dovrà chiedere i voti agli elettori.
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Le manifestazioni violente funzionano? Cosa dicono i dati
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La violenza ha fatto cadere più regimi?
Nel 2008 Maria Stephan ed Erica Chenoweth hanno presentato su International Security un archivio di 323 campagne di massa, dal 1900 al 2006, ciascuna classificata come prevalentemente violenta o nonviolenta (Stephan e Chenoweth 2008). Lo hanno chiamato NAVCO (Nonviolent and Violent Conflict Outcomes, rinominato in seguito Nonviolent and Violent Campaigns and Outcomes). Le campagne nonviolente le hanno cercate nella letteratura storica, incrociandole con enciclopedie e bibliografie specializzate, e poi hanno sottoposto l'elenco a un gruppo di esperti, con il compito di confermare la classificazione e di segnalare i casi mancanti. Quelle violente le hanno prese dal progetto Correlates of War, che registra i conflitti con almeno mille morti in combattimento.
Dodici anni dopo, sul Journal of Democracy, Chenoweth ha aggiornato i conti e ha diviso le campagne per decennio (Chenoweth 2020). Il grafico che ho pubblicato è la figura 2 di quell'articolo: per ogni decennio dal 1930 al 2019, la quota di campagne che hanno raggiunto il proprio obiettivo, con le nonviolente separate da quelle armate.
Sull'intero secolo, includendo anche i decenni dal 1900 al 1929 che il grafico non mostra, ha avuto successo circa il 51% delle campagne nonviolente e il 26% di quelle violente. Le nonviolente hanno toccato il 65% negli anni Novanta e dal 2010 sono scese sotto il 34%; le violente, nello stesso periodo, si sono fermate all'8%. Stando a questi numeri, contro governi e occupanti la lotta armata ha raggiunto l'obiettivo circa la metà delle volte della nonviolenza, il contrario di quanto sosteneva Alessandro.
Quanto reggono quei numeri
Chenoweth e Stephan hanno adottato due criteri che pesano sull'interpretazione dei risultati. Primo: nell'archivio sono entrate solo le campagne massimaliste, quelle che volevano rovesciare un governo, cacciare un occupante o rendere indipendente un territorio; il movimento americano per i diritti civili, per esempio, è rimasto fuori. Secondo: nell'aggiornamento del 2020 una campagna è stata considerata riuscita se aveva raggiunto l'obiettivo entro un anno dal picco della mobilitazione e se l'esito era attribuibile alla campagna.
Anche la definizione di violenza è diversa da quella dell'uso comune: le campagne «violente» di Chenoweth sono guerriglie e guerre civili, con almeno mille morti. Nel lessico di questi studi le vetrine rotte e i sassi di piazza Duomo rientrano nella violenza non armata, e una campagna viene classificata in base alla sua strategia prevalente, quindi anche con episodi di violenza ai margini può risultare nonviolenta. Secondo Chenoweth, nel decennio 2010-2019 oltre la metà delle campagne nonviolente aveva un'ala violenta, cioè gruppi che accanto alla campagna usavano la violenza. I cortei di Milano non rispettavano il criterio delle campagne massimaliste e quindi resterebbero fuori dall'archivio. I singoli danneggiamenti, quindi, non cambierebbero la classificazione.
Nell'articolo del 2008 le autrici avevano già indicato, in una nota, il limite principale del confronto: le campagne grandi e lunghe avevano lasciato molte tracce nelle fonti, mentre molte campagne nonviolente schiacciate sul nascere non ne avevano lasciata quasi nessuna, ed erano rimaste fuori dal conteggio. Se dall'archivio mancavano soprattutto campagne fallite, il tasso di successo risultava sovrastimato.
Nel 2016, su Comparative Politics, Fabrice Lehoucq ha cercato le campagne mancanti in un'area limitata, il Sud America. Ha trovato 13 campagne che rispettavano i criteri di NAVCO e non comparivano nel dataset: 11 erano nonviolente, e di queste solo 3 avevano avuto successo (il conteggio è riportato da Dworschak 2023). Secondo lo stesso Dworschak, Chenoweth ha riconosciuto le omissioni, osservando però che Lehoucq poteva aver applicato criteri diversi dai suoi.
Nel 2023, sulla stessa rivista, Dworschak ha controllato quanto pesassero buchi di questo tipo sul risultato. Prima ha rifatto i calcoli di Chenoweth e Stephan sullo stesso archivio. Poi ha usato il bootstrap, una tecnica che estrae a caso, più e più volte, nuovi campioni dalle stesse campagne (134 nei modelli originali) per misurare quanto un risultato dipenda dai singoli casi presenti. Nel 93% dei campioni l'effetto stimato della nonviolenza restava positivo, ma l'intervallo di confidenza, cioè la fascia entro cui con buona probabilità cade il vero valore dell'effetto, comprendeva anche lo zero. In questi calcoli lo zero corrisponde al caso in cui le campagne nonviolente e quelle armate hanno la stessa probabilità di successo: se lo zero cade dentro la fascia, i dati non permettono di escludere che tra i due metodi non ci sia alcuna differenza. Infine ha aggiunto all'archivio, una alla volta, campagne nonviolente fallite simulate, come quelle che Lehoucq aveva trovato in Sud America. Bastava aggiungerne una perché il vantaggio della nonviolenza non risultasse più statisticamente significativo, cioè perché non si potesse più escludere che fosse frutto del caso.
Resta da capire se questi risultati diano ragione a chi, come Alessandro, ritiene necessaria la violenza. Per sostenerlo servirebbe una stima a favore delle campagne armate, con un intervallo di confidenza interamente sotto lo zero. Nei calcoli di Dworschak è successo il contrario: in più di nove campioni su dieci la stima continuava a favorire la nonviolenza, e l'incertezza arrivava al massimo a comprendere l'assenza di differenza. Dworschak ha concluso che lo studio del 2008 non fornisce prove statistiche solide di una maggiore efficacia della resistenza civile, e ha precisato che i suoi risultati non dimostrano una maggiore efficacia della violenza. La sua conclusione riguarda una misura precisa, il raggiungimento dell'obiettivo dichiarato dalla campagna. Altri studi, presentati più avanti, hanno misurato esiti diversi, per esempio il tipo di regime nato dopo la caduta di una dittatura.
Un altro problema riguarda la possibile selezione dei casi favorevoli alla tesi, il cosiddetto cherry picking. Chenoweth e Stephan hanno dichiarato i criteri usati per selezionare entrambi i gruppi. Il grafico mostra che negli anni Quaranta ha avuto successo il 36% delle campagne violente e il 21% di quelle nonviolente, e il calo delle nonviolente dal 65% degli anni Novanta al 34% del 2010-2019 è il tema centrale dell'articolo del 2020. In una nota Chenoweth ha anche riconosciuto che la sua definizione di successo «è contestata». Oltre alla selezione dei casi, c'è il problema delle condizioni di partenza: chi sceglie la lotta armata può trovarsi davanti un regime più duro o avere dietro una popolazione meno mobilitata, e queste differenze possono influire sui risultati. In una rassegna del 2017 sugli studi che collegano repressione e resistenza nonviolenta, firmata con Evan Perkoski e Sooyeon Kang, Chenoweth aveva indicato questo problema, che i ricercatori chiamano endogeneità, tra le difficoltà metodologiche del settore (Chenoweth, Perkoski e Kang 2017). Nel 2020 ha sostenuto che il successo delle campagne nonviolente non dipendeva soprattutto dalla debolezza dei regimi.
La violenza non armata contro le dittature
Gli studi più favorevoli all'idea di Alessandro riguardano la violenza non armata, quella dei sassi, degli incendi e degli scontri con la polizia, che negli archivi di Chenoweth finisce tra le campagne nonviolente o resta fuori. Alexei Anisin ha provato a separare la violenza non armata dalla lotta armata. Nel 2020, su Critical Sociology, ha aggiunto all'archivio campagne dell'Ottocento e del Novecento che NAVCO non aveva analizzato e ha riclassificato i casi, separando le campagne con lanci di pietre, incendi e scontri con la polizia da quelle combattute con le armi. Con questa classificazione ha ottenuto un tasso di successo del 48% per le campagne nonviolente, del 61% per quelle con violenza non armata e del 30% per la lotta armata (Anisin 2020). Onken, Shemia-Goeke e Martin hanno contestato la sua codifica e hanno obiettato che aggiungere i casi dell'Ottocento distorce il confronto, perché da allora la tecnologia delle armi ha favorito sempre di più i governi (2021).
Nel 2018 Mohammad Ali Kadivar e Neil Ketchley hanno pubblicato un'analisi sulla violenza non armata in 103 paesi non democratici, seguiti anno per anno tra il 1990 e il 2004. Hanno registrato le rivolte con sassi e bottiglie molotov e le aperture del regime, e hanno trovato che le rivolte erano associate a una maggiore apertura politica (Kadivar e Ketchley 2018). Il risultato di Kadivar e Ketchley è compatibile con l'idea di Alessandro, ma riguarda dittature, dove il governo non risponde agli elettori. Mauricio Rivera Celestino e Kristian Skrede Gleditsch hanno misurato un altro esito: che cosa succede a una dittatura dopo le proteste. Hanno seguito anno per anno, tra il 1900 e il 2004, tutti i paesi che l'anno precedente erano autocrazie, e hanno registrato in quali anni era in corso una campagna nonviolenta o armata dell'archivio NAVCO: 199 anni con campagne nonviolente e 786 con campagne armate. Poi hanno contato due tipi di cambiamento. Il primo è il passaggio alla democrazia, misurato con l'indice Polity, che assegna a ogni paese un punteggio tra autocrazia piena e democrazia piena. Il secondo è il passaggio a un'altra autocrazia, cioè i casi in cui il leader era stato costretto a lasciare il potere senza che arrivasse la democrazia. Negli anni con una campagna nonviolenta la probabilità di passare alla democrazia era molto più alta, soprattutto quando anche i paesi vicini erano democrazie. Le campagne armate hanno fatto cadere meno regimi e, quando ci sono riuscite, hanno portato più spesso a una nuova autocrazia (Celestino e Gleditsch 2013; il metodo è riassunto nella bibliografia ragionata di Freedom House del 2022). Lo studio usa lo stesso archivio di Chenoweth, quindi ne condivide i limiti di copertura descritti sopra.
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In democrazia la violenza ha spostato voti?
I cortei di ottobre, invece, si sono svolti in una democrazia, e chiedevano salari più alti, meno tasse, benzina meno cara e più fondi per sanità e scuola. In una democrazia un governo cambia linea quando teme di perdere voti: perché la violenza funzionasse, avrebbe dovuto spostare consenso verso chi protestava o almeno strappare concessioni. Gli studi che seguono hanno misurato proprio l'effetto delle proteste sul voto, sulle concessioni ottenute e sull'opinione pubblica.
Il primo studio riguarda gli Stati Uniti degli anni Sessanta. Omar Wasow ha raccolto i dati sulle proteste guidate da afroamericani tra il 1960 e il 1972 e sul voto presidenziale contea per contea nel 1964, nel 1968 e nel 1972, e ha misurato come era cambiato il voto nelle contee vicine alle proteste e in quelle lontane (Wasow 2020). Il voto democratico serviva a misurare il consenso per le richieste di chi protestava: le grandi leggi sui diritti civili, il Civil Rights Act del 1964 e il Voting Rights Act del 1965, erano state proposte dai presidenti democratici John Kennedy e Lyndon Johnson, e nel 1968 il repubblicano Richard Nixon ha fatto campagna promettendo «legge e ordine». Nelle contee vicine a proteste nonviolente il voto democratico è salito tra 1,6 e 2,5 punti; vicino alle rivolte è sceso tra 2,2 e 5,4 punti.
Le contee dove sono scoppiate le rivolte, però, potevano essere diverse dalle altre per molte ragioni. Wasow ha cercato di isolare l'effetto delle rivolte confrontando le contee in base alla pioggia. Dopo l'assassinio di Martin Luther King, il 4 aprile 1968, nel giro di una settimana sono scoppiate rivolte in 137 contee. Dove pioveva, la gente restava più spesso a casa e le rivolte erano meno frequenti o meno gravi, e dato che la pioggia cade indipendentemente dalla tensione sociale, il confronto tra le contee diventava quasi casuale. Confrontando le contee dove in quella settimana aveva piovuto con quelle dove non aveva piovuto, Wasow ha stimato che nelle zone delle rivolte i democratici avessero perso tra 5,6 e 7,9 punti. Ha quindi stimato se quei voti persi avessero cambiato l'esito delle presidenziali del 1968. Ha simulato 10.000 volte l'elezione restituendo ai democratici i voti tolti dalle rivolte, con una stima più prudente di circa 2 punti, cioè come se le rivolte non ci fossero state: in 7.519 simulazioni su 10.000 il democratico Hubert Humphrey avrebbe battuto Nixon e nell'esito più frequente avrebbe conquistato anche Delaware, Illinois, Missouri, New Jersey e Ohio. Quattro anni prima, nel 1964, quei cinque Stati avevano votato tutti per il democratico Johnson, con quote tra il 59,5% e il 65,6%; nel 1968 Nixon li ha vinti con un vantaggio su Humphrey compreso tra 1,1 punti in Missouri e 3,5 in Delaware (risultati 1964 e 1968).
La stima vale a una condizione: che la pioggia della settimana dopo l'assassinio di King abbia influito sul voto di novembre solo attraverso le rivolte. Se la pioggia avesse influito sul voto anche per altre strade, una parte dell'effetto attribuito alle rivolte dipenderebbe da quelle. Nel 2024 Jonathan Mellon ha passato in rassegna 289 studi che usavano il meteo in questo modo e ha contato 194 variabili che quegli stessi studi, presi insieme, avevano collegato al meteo, dall'affluenza alle urne all'umore degli elettori fino alla partecipazione alle proteste. Ognuna è una possibile strada alternativa, e con un'analisi di sensibilità Mellon ha mostrato che molte di queste strade avrebbero un peso sufficiente a ribaltare numerosi risultati (Mellon 2024). Mellon cita lo studio di Wasow tra i 17 della rassegna che misurano effetti sul voto, senza rifarne i calcoli: la sua critica riguarda il metodo nel suo insieme e rende incerta la stima ottenuta con la pioggia, senza dimostrarla sbagliata. Il confronto contea per contea, che non usa la pioggia, associa comunque le rivolte a una perdita di voti democratici tra 2,2 e 5,4 punti, quindi dopo la critica di Mellon resta incerta soprattutto la dimensione dell'effetto.
Oltre agli effetti sul voto, altri due studi hanno misurato le concessioni ottenute dai manifestanti in Francia e il sostegno dei cittadini a Barcellona. Per la Francia, Emiliano Huet-Vaughn ha usato un archivio che registra giorno per giorno le proteste riportate tra il 1980 e il 1995 da oltre sessanta giornali e agenzie di stampa, e ha confrontato quelle in cui erano state distrutte proprietà con quelle rimaste pacifiche. Il confronto diretto dava una differenza piccola: le proteste con distruzioni in ogni giorno di mobilitazione avevano il 2% di probabilità in meno di ottenere concessioni. Quelle proteste, però, potevano essere diverse dalle altre fin dall'inizio, per esempio per le richieste o per chi vi partecipava. Huet-Vaughn ha quindi usato due fattori che rendono la violenza più o meno probabile senza dipendere dalla protesta stessa, il meteo e le vacanze scolastiche, e con questo metodo la riduzione è salita a quasi il 20%. Il meteo lo espone allo stesso limite indicato da Mellon (Huet-Vaughn; lo studio è rimasto un working paper).
Il caso di Barcellona riguarda il 15-M, il movimento contro l'austerità nato nel maggio 2011 con le proteste degli indignados, che fino ad allora aveva manifestato in modo pacifico. Nel quartiere di Gràcia un gruppo legato al movimento occupava da alcuni anni i locali di un'ex filiale di banca, ribattezzata Banc Expropiat («banca espropriata»), dove gestiva una banca del cibo, un negozio gratuito e una biblioteca e dove si riuniva l'assemblea di quartiere del 15-M. Il 23 maggio 2016 la polizia catalana ha eseguito l'ordine di sgombero. Le manifestazioni contro lo sgombero sono diventate in pochi giorni una rivolta, con barricate incendiate, danni alle proprietà, scontri con la polizia e decine di feriti tra manifestanti e agenti, e la fase più violenta è durata quattro notti. Dal 25 aprile al 9 giugno, intanto, a Barcellona era in corso un sondaggio in cui gli intervistatori raccoglievano le risposte di persona. Dato che nessuno poteva prevedere la rivolta, il giorno dell'intervista non dipendeva dalle opinioni degli intervistati, e Jordi Muñoz ed Eva Anduiza hanno potuto confrontare le risposte raccolte prima e dopo gli scontri come se fossero due gruppi estratti a caso. Dopo gli scontri il sostegno al 15-M era più basso di 12 punti. Il calo si è concentrato tra simpatizzanti tiepidi e indecisi, cioè tra le persone che un movimento cerca di convincere, mentre i sostenitori convinti sono rimasti quasi indifferenti. Gli autori hanno precisato che la stima riguarda l'intero episodio, compresi lo sgombero e la risposta della polizia (Muñoz e Anduiza 2019).
La violenza convince chi la guarda?
Gli studi sul campo descritti fin qui hanno dovuto separare l'effetto della violenza dalle altre caratteristiche delle proteste. Negli esperimenti condotti attraverso i sondaggi i ricercatori hanno assegnato a caso agli intervistati descrizioni della stessa protesta, con o senza scontri, e hanno confrontato le risposte. Dato che i gruppi erano simili in tutto il resto, la differenza nelle risposte si poteva attribuire alla violenza. Matthew Feinberg, Robb Willer e Chloe Kovacheff hanno condotto sei esperimenti di questo tipo, pubblicati nel 2020, su movimenti diversi (diritti degli animali, opposizione a Trump, movimento contro l'aborto): le azioni estreme, dai blocchi autostradali al vandalismo, riducevano il sostegno al movimento tra intervistati di ogni orientamento politico, e in cinque esperimenti su sei riducevano anche il sostegno alla causa. Secondo gli autori gli intervistati giudicavano quelle azioni immorali e si identificavano meno con chi le compiva (Feinberg, Willer e Kovacheff 2020).
Nel 2018 Simpson, Willer e Feinberg hanno studiato gli effetti sul consenso della violenza usata contro un gruppo molto impopolare, i nazionalisti bianchi. Negli Stati Uniti di quegli anni c'erano stati scontri violenti tra nazionalisti bianchi e contromanifestanti antirazzisti, e i ricercatori hanno costruito su quegli episodi lo scenario dell'esperimento, sottoposto a 800 persone di ogni orientamento politico. La violenza degli antirazzisti ha ridotto il sostegno nei loro confronti e ha aumentato quello per i nazionalisti bianchi. La violenza dei nazionalisti bianchi ha ridotto il loro sostegno soltanto tra gli elettori repubblicani, che ne avevano un giudizio meno negativo, forse perché gli altri intervistati li consideravano già del tutto irragionevoli (Simpson, Willer e Feinberg 2018).
Shuman e coautori hanno confrontato l'efficacia di diverse tattiche: in cinque studi con 3.650 persone hanno messo a confronto l'inazione, le manifestazioni tradizionali, le azioni dirompenti ma nonviolente e le azioni violente. Le azioni dirompenti nonviolente hanno aumentato più delle altre il sostegno alle concessioni, anche tra le persone più contrarie alle richieste (Shuman e coautori 2021). In Belgio Wouters e Walgrave hanno mostrato a parlamentari nazionali e regionali un servizio televisivo su una manifestazione, cambiando di volta in volta quanti erano i manifestanti, quanto erano uniti, quanto sembravano rispettabili e determinati: i parlamentari hanno cambiato posizione soprattutto quando la piazza era numerosa e compatta (Wouters e Walgrave 2017).
Quando la violenza ha aiutato
Il primo effetto favorevole riguarda un gruppo diverso da quello che aveva usato la violenza. Simpson, Willer e Feinberg hanno studiato come cambiava il consenso per la componente moderata di un movimento quando un'ala radicale dello stesso movimento adottava tattiche estreme. In due esperimenti online con 2.772 persone, sui diritti degli animali e sul clima, la presenza di un gruppo che distruggeva proprietà o usava la violenza ha aumentato il consenso per i moderati, che venivano giudicati più ragionevoli (Simpson, Willer e Feinberg 2022). Social Change Lab ha esaminato lo stesso fenomeno fuori dal laboratorio, nel Regno Unito. Dopo i blocchi dell'autostrada M25 di Just Stop Oil nel novembre 2022, YouGov ha intervistato 1.415 adulti prima e dopo i blocchi: in due settimane il sostegno agli obiettivi di Friends of the Earth, un'organizzazione ambientalista moderata estranea ai blocchi, è salito dal 50,4% al 53,7%, mentre il sostegno a Just Stop Oil e alle politiche climatiche è rimasto invariato (Social Change Lab; lo studio è stato poi pubblicato su Nature Sustainability).
Gli altri casi favorevoli riguardano rivolte vere e proprie. Il 3 marzo 1991 quattro agenti bianchi della polizia di Los Angeles erano stati filmati mentre picchiavano Rodney King, un afroamericano. Il 29 aprile 1992 una giuria composta solo da bianchi li ha assolti, e nel giro di poche ore a South Central, un quartiere a maggioranza afroamericana, sono cominciati saccheggi, incendi e aggressioni. La rivolta si è fermata il 3 maggio, con l'arrivo di 3.500 soldati federali accanto a 10.000 uomini della Guardia nazionale, e ha lasciato 54 morti, oltre 2.300 feriti, più di 11.000 arresti e danni stimati in oltre un miliardo di dollari. Enos, Kaufman e Sands hanno confrontato il voto degli stessi elettori nel 1990 e nelle primarie del giugno 1992, poche settimane dopo la rivolta, distinguendo i referendum sul finanziamento delle scuole pubbliche, legati alle richieste dei rivoltosi, da quelli sulle università, estranei a quelle richieste. Se il sì alle scuole cresceva più del sì alle università, la differenza si poteva attribuire alla rivolta. È cresciuto di 4,9 punti in più nell'area di Los Angeles, e di 2,8 punti anche tra gli elettori bianchi, mentre nelle altre contee della California l'effetto è stato vicino a zero (Enos, Kaufman e Sands 2019). Gli autori hanno interpretato il risultato alla luce di una mobilitazione elettorale durata più di dieci anni. Tra le primarie del 1990 e quelle del 1992 l'affluenza nella contea di Los Angeles è salita di 10,6 punti, contro una media di 6 nelle altre cinque contee più grandi dello Stato.
Aidt e Franck hanno studiato un caso più antico, le rivolte agrarie inglesi del 1830-31, note come Swing riots: hanno collocato su una mappa i 2.818 episodi e li hanno confrontati con il voto in 244 circoscrizioni. Per ogni rivolta in più entro 10 chilometri, la quota di deputati Whig, favorevoli alla riforma del Parlamento, è salita di circa mezzo punto (0,47). Tra il 1830 e il 1831 i Whig sono passati dal 42,9% al 56,6% degli eletti, e secondo gli autori le rivolte spiegano circa metà di quell'aumento; quella maggioranza ha poi approvato il Reform Act del 1832, che ha allargato il diritto di voto e ridisegnato i collegi (Aidt e Franck 2015). Il confronto con le democrazie di oggi deve tenere conto del fatto che nel 1830-31 votavano circa 344.000 persone e che la minaccia di una rivoluzione era rivolta a un'élite.
Klein Teeselink e Melios hanno esaminato le proteste di Black Lives Matter del 2020, in uno studio pubblicato nel 2025. Hanno usato la pioggia caduta tra il 26 maggio e il 7 giugno in 3.053 contee americane: dove le proteste sono state più partecipate il voto democratico è salito tra 1,2 e 1,8 punti alle presidenziali di novembre, dopo un contraccolpo conservatore iniziale che gli autori hanno collegato alla copertura degli episodi violenti (Klein Teeselink e Melios 2025). Secondo gli autori, il voto democratico è aumentato man mano che calava l'attenzione per gli episodi violenti.
Gli studi storici e le rassegne della letteratura
Nel 1975 il sociologo William Gamson ha estratto a caso 53 gruppi di protesta americani, attivi tra il 1800 e il 1945, da una lista di circa 4.500, e ha controllato quali fossero stati riconosciuti come interlocutori e quali avessero ottenuto qualcosa: i successi erano più frequenti tra quelli che usavano la violenza. Nel 1980 Jack Goldstone ha rianalizzato gli stessi dati e ha concluso che quelle correlazioni erano in gran parte spurie, che l'esito dipendeva dalle crisi nazionali e che l'effetto delle tattiche non era più rilevabile (Goldstone 1980). Nel 1998 Marco Giugni, nella sua rassegna sull'Annual Review of Sociology, ha scritto che sul ruolo della violenza «non c'è consenso». Tra gli studi che citava ce n'era uno sull'Italia, sugli scioperi tra il 1878 e il 1903: quelli violenti avevano avuto meno successo di quelli pacifici (Giugni 1998).
Le ricerche più recenti sono state esaminate in alcune rassegne della letteratura, ma le loro stime non sono ancora state combinate in una meta-analisi, cioè in uno studio che le unisca statisticamente. Nel 2022 il centro di ricerca britannico Social Change Lab ha esaminato 37 studi in un rapporto pubblicato in proprio, fuori dalle riviste scientifiche. Gli autori, Ozden e Glover, hanno trovato risultati favorevoli alle proteste nonviolente e contraccolpi per quelle violente, e hanno avvertito che quasi tutti gli studi esaminati riguardavano gli Stati Uniti (Ozden e Glover 2022). Una rassegna del 2026 su PNAS Nexus ha concluso che le proteste dirompenti aumentavano l'antipatia verso chi le organizzava e ottenevano dai media più attenzione delle proteste tradizionali (Vandeweerdt 2026).
La violenza funziona?
Tornando alla tesi di Alessandro, la risposta dipende da dove si protesta e da che cosa si misura. Contro dittature e occupanti, nei dati di Chenoweth, la lotta armata ha avuto successo nel 26% dei casi e la nonviolenza nel 51%, e secondo Celestino e Gleditsch le campagne armate che hanno rovesciato un regime hanno portato più spesso a un'altra autocrazia. Dworschak ha mostrato che il vantaggio della nonviolenza non è statisticamente solido, ma nei suoi calcoli le stime continuavano a favorire la nonviolenza. La violenza non armata ha qualche risultato a suo favore, sempre nelle dittature: Anisin ha stimato un tasso di successo del 61%, con una codifica contestata, e Kadivar e Ketchley hanno associato le rivolte a una maggiore apertura politica.
Nelle democrazie, più vicine al caso di Milano, la maggior parte delle stime va nella direzione opposta a quella di Alessandro. Negli Stati Uniti del 1968 Wasow ha stimato per i democratici una perdita tra 5,6 e 7,9 punti nelle zone colpite dalle rivolte. A Barcellona Muñoz e Anduiza hanno misurato un calo di 12 punti nel sostegno al 15-M, e in Francia Huet-Vaughn ha stimato una riduzione di quasi il 20% nella probabilità di ottenere concessioni. Negli esperimenti nei sondaggi le azioni violente hanno ridotto il sostegno a movimenti di orientamento politico opposto, mentre le azioni dirompenti ma nonviolente hanno convinto più delle altre tattiche, e i parlamentari belgi hanno reagito soprattutto alle manifestazioni numerose e compatte.
Gli effetti favorevoli sono arrivati in circostanze particolari. Dopo i blocchi di Just Stop Oil è cresciuto il sostegno a un'organizzazione moderata estranea ai blocchi, mentre quello per Just Stop Oil è rimasto invariato. A Los Angeles il sostegno ai referendum sulle scuole pubbliche è cresciuto di 4,9 punti in più rispetto a quello per le università, e gli autori hanno collegato il risultato a una mobilitazione elettorale durata anni. Nell'Inghilterra del 1832, dove votavano circa 344.000 persone, le rivolte facevano pressione su un'élite. Nello studio su Black Lives Matter il voto democratico è aumentato tra 1,2 e 1,8 punti, dopo un contraccolpo iniziale legato agli episodi violenti.
La risposta del governo alle proteste di Milano
Quanto alla risposta immediata, dopo gli scontri di Milano il governo ha adottato due provvedimenti di ordine pubblico. Il 19 ottobre l'esecutivo ha deciso l'invio di 500 militari in più in città; il 20 il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che ha introdotto il reato di partecipazione violenta a manifestazioni, punito da 2 a 5 anni (Sky TG24). Giorgia Meloni lo ha presentato così: «Devastare e rubare non è protesta, è criminalità».
🎬 Le richieste dei cortei, con i costi e le coperture, sono nel video Le proteste del 17 ottobre: come risolvere il problema?
Lo stesso 20 ottobre il governo ha risposto anche a un'altra protesta, quella degli autotrasportatori che avevano bloccato le strade al Sud: ha sbloccato 480 milioni, di cui 430 «già a bilancio» secondo il ministro Matteo Salvini (Il Sole 24 Ore). Le fonti disponibili non permettono di stabilire quanto lo sblocco dei fondi sia dipeso dai blocchi.
L'eventuale effetto degli scontri di Milano sul voto si potrà valutare solo dopo le prossime elezioni. In un sondaggio presentato da Alessandra Ghisleri (Only Numbers) a Filorosso su Rai 3, il 55,8% degli intervistati ha chiesto di condannare le manifestazioni violente «senza se e senza ma» e il 66% si è dichiarato favorevole a misure più severe; campione e metodo non sono stati pubblicati (Cavaliere News).
Anche nella chat Telegram del Movimento 17 ottobre, di cui il Fatto Quotidiano ha pubblicato alcuni messaggi, un utente anonimo ha collegato gli scontri ai consensi del governo: «Più spacchi, più Meloni arriva al 50 per cento».
Fonti e approfondimenti
Chenoweth, «The Future of Nonviolent Resistance», Journal of Democracy, 2020
Stephan e Chenoweth, «Why Civil Resistance Works», International Security, 2008
Dworschak, «Civil resistance in the streetlight», Comparative Politics, 2023
Anisin, «Debunking the Myths Behind Nonviolent Civil Resistance», Critical Sociology, 2020 e la risposta di Onken, Shemia-Goeke e Martin, 2021
Kadivar e Ketchley, «Sticks, Stones, and Molotov Cocktails», Socius, 2018
Celestino e Gleditsch, «Fresh carnations or all thorn, no rose?», Journal of Peace Research, 2013
Wasow, «Agenda Seeding», American Political Science Review, 2020
Mellon, «Rain, rain, go away», American Journal of Political Science, 2024
Huet-Vaughn, «Quiet Riot: The Causal Effect of Protest Violence», working paper
Muñoz e Anduiza, «If a fight starts, watch the crowd», Journal of Peace Research, 2019
Aidt e Franck, «Democratization Under the Threat of Revolution», Econometrica, 2015
Klein Teeselink e Melios, «Weather to Protest», Political Behavior, 2025
Simpson, Willer e Feinberg, «Does Violent Protest Backfire?», Socius, 2018 e «Radical flanks of social movements can increase support for moderate factions», PNAS Nexus, 2022
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ANSA sul post di Marracash, 19 ottobre 2026 e sui ragazzi in piazza
Il Fatto Quotidiano, la chat del Movimento 17 ottobre, 20 ottobre 2026

