Domenica 4 ottobre su Corriere TV, e lunedì 5 sul Corriere della Sera, la rubrica Dataroom di Milena Gabanelli e Simona Ravizza ha pubblicato «La sberla ai pensionati: quanto ha perso davvero il ceto medio in 13 anni». La tesi è che un pensionato che nel 2011 riceveva 2.500 euro lordi al mese, e che oggi ne riceve 2.826, tra il 2012 e il 2025 «ha perso 37.498 euro lordi» perché la rivalutazione non ha recuperato tutta l'inflazione, e che come lui ci sarebbero altri 3,3 milioni di pensionati. Secondo le autrici non si tratta di un privilegiato: «Ci vuole coraggio per considerare questa cifra una pensione da privilegiato!».
🎬 Questo articolo è tratto dal video Gabanelli: SBERLA ai PENSIONATI? Cosa dicono i dati, che trovi su YouTube se preferisci guardare anziché leggere.
I numeri del servizio vengono dal Centro Studi Itinerari Previdenziali, un centro di ricerca sul sistema pensionistico di cui ho spesso apprezzato le analisi, con qualche perplessità su come separa la spesa per pensioni in una parte «previdenziale» e una «assistenziale» (ne avevo parlato in questo video). La distinzione conta, a loro dire, perché sposta una parte della spesa fuori dal conto delle pensioni. Quella separazione era stata chiesta anche dal contratto per il governo del cambiamento tra Lega e Movimento 5 Stelle, alla base del primo governo Conte, quello giallo-verde: al punto 16, dedicato alle pensioni, il testo diffuso dall'ANSA il 17 maggio 2018 riporta che «è necessario riordinare il sistema del welfare prevedendo la separazione tra previdenza e assistenza» (Contratto per il governo del cambiamento, p. 21). La Commissione tecnica che doveva studiare proprio quella classificazione è stata prevista dalla legge di bilancio 2018 del governo Gentiloni (L. 205/2017, art. 1 c. 158) e ricostituita dalla legge di bilancio 2020 del governo Conte II (L. 160/2019, art. 1 c. 475). Nel rapporto finale del dicembre 2021 la Commissione ha scritto che il Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali «quantifica invece la spesa pubblica pensionistica italiana nel 2019 in appena 210,9 miliardi di euro, riducendola alla sola componente previdenziale, definita in modo arbitrariamente restrittivo», e ha parlato di «forzatura contabile» (Commissione tecnica di studio sulla classificazione della spesa previdenziale e assistenziale, Rapporto finale, 28/12/2021, p. 35).
La sberla e il furto
Ogni anno le pensioni vengono rivalutate per recuperare l'inflazione, con un meccanismo che si chiama perequazione. Dal 2012 la rivalutazione degli assegni più alti è stata ridotta più volte: nel 2023 e nel 2024, per esempio, la legge di bilancio ha riconosciuto l'intera inflazione alle pensioni fino a quattro volte il minimo INPS, l'85% a quelle tra quattro e cinque volte, il 53% a quelle tra cinque e sei volte, e percentuali via via più basse sopra (L. 197/2022, art. 1 c. 309). La «sberla» di Dataroom è la somma di questi mancati adeguamenti.
Sul calcolo di Dataroom ho poco da obiettare. Rifacendolo con le circolari INPS di ogni anno ho trovato una perdita più bassa: nel 2023 e nel 2024 il pensionato-tipo stava nella fascia di rivalutazione dell'85% e non in quella del 53%, come si ricava dai limiti fissati dalla circolare INPS 20/2023 (p. 4), e la perdita scende a circa 32.600 euro. L'ordine di grandezza resta quello: su un assegno di quella taglia la perequazione ridotta ha tolto più di 30 mila euro lordi in tredici anni.
Il servizio chiama «sberla» la perdita dovuta alla mancata rivalutazione, senza chiedersi quanto quei pensionati abbiano versato. Sulle pensioni di solito si discute dell'opposto, quello che viene chiamato furto intergenerazionale: la differenza tra la pensione che gli attuali pensionati ricevono e quella che i loro contributi giustificherebbero, con il costo a carico di chi lavora dopo di loro. Quella differenza nasce dal sistema retributivo, che calcola la pensione sugli stipendi degli ultimi anni e non sui contributi versati. Il retributivo pesa ancora per oltre 100 miliardi l'anno di spesa: secondo lo stesso Itinerari Previdenziali, le pensioni liquidate prima del 2012 interamente con il retributivo costano 126,9 miliardi e assorbono il 36,7% della spesa per pensioni INPS vigenti all'1/1/2025 (Itinerari Previdenziali, XIII Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale, p. 46, tab. 2.20).
Con una carriera interamente retributiva di quarant'anni si andava in pensione con l'80% della retribuzione degli ultimi anni, e l'assegno non veniva calcolato sui contributi versati. Oggi i dipendenti privati versano il 33% della retribuzione (in passato meno), e di solito si comincia a lavorare guadagnando poco per finire guadagnando molto. Se i contributi si versano per anni su stipendi bassi e solo alla fine su stipendi alti, la somma accumulata, anche rivalutata, può non bastare a pagare per vent'anni una pensione pari all'80% dell'ultimo stipendio.
Rifacciamo i conti
Il pensionato di Dataroom prendeva 2.500 euro lordi al mese nel 2011, per tredici mensilità, cioè 32.500 euro l'anno. Con ogni probabilità è andato in pensione con il retributivo. Quanti pensionati siano nel retributivo, quanti nel misto e quanti nel contributivo per questa fascia di importo non si può sapere con precisione, perché l'INPS non pubblica il dato. È ragionevole però supporre che il pensionato di Dataroom, se aveva lavorato quarant'anni prima di andare in pensione intorno al 2011, avesse iniziato intorno al 1971 e avesse quindi una pensione interamente retributiva: l'assegno valeva il 70% della retribuzione degli ultimi anni con 35 anni di contributi e l'80% con 40.
Partendo dalla pensione e usando questa formula si ricava lo stipendio di fine carriera: circa 40.600 euro lordi annui. Per ricostruire gli stipendi degli anni precedenti ho ipotizzato che crescessero come i redditi da lavoro dipendente in Italia, misurati dalla banca dati AMECO della Commissione europea (AMECO, serie HWCDW). Il risultato è una stima basata su una carriera che ha seguito l'andamento medio delle retribuzioni italiane. Ai contributi ho applicato le aliquote del fondo dei dipendenti privati anno per anno, molto più basse di oggi negli anni Settanta e Ottanta (INPS, circ. 114/2009, all. 1). Per stimare quale pensione avrebbero finanziato quei contributi ho applicato retroattivamente le regole del sistema contributivo: ogni anno il montante, cioè la somma dei contributi versati fino a quel momento, si rivaluta alla media quinquennale della crescita del PIL nominale (L. 335/1995, art. 1 c. 9; PIL da AMECO, serie UVGD).
Con queste ipotesi il montante contributivo a fine 2010 vale circa 643 mila euro. Se basti a finanziare una pensione di 2.500 euro lordi al mese dipende dall'età a cui il nostro pensionato è uscito dal lavoro. Nella mia ricostruzione, con quarant'anni di contributi, chi avesse iniziato a 20 anni sarebbe andato in pensione a 60 e chi avesse iniziato a 25 a 65. La pensione di chi fosse uscito a 60 anni avrebbe avuto una durata attesa maggiore. Per avere un ordine di grandezza, secondo l'ISTAT nel 2011 un uomo di 65 anni aveva davanti in media 18,4 anni e una donna 21,9 (Indicatori demografici 2011, p. 2).
I 3,3 milioni di pensionati di Dataroom sono quindi in situazioni diverse. A seconda dei parametri la differenza tra pensione e contributi è più o meno marcata, e ci sono anche casi in cui la pensione è inferiore a quella che i contributi giustificherebbero: chi fosse uscito a 65 anni dopo quarant'anni pieni, con uno stipendio cresciuto come la media nazionale, avrebbe avuto contributi sufficienti per una pensione equa, cioè interamente pagata dai contributi versati, di circa 2.700 euro al mese, più dei 2.500 che avrebbe ricevuto. Con le pensioni di anzianità di quegli anni, che permettevano di lasciare il lavoro in base agli anni di contributi anche prima dell'età di vecchiaia, si usciva ben prima dei 65 anni: nel 2011 le nuove pensioni di anzianità e i prepensionamenti del settore privato INPS decorrevano in media a 59,1 anni per gli uomini e a 57,7 per le donne (Itinerari Previdenziali, XIII Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale, fig. 5.3, p. 126, su dati dell'Osservatorio pensioni INPS). Se il nostro pensionato fosse uscito a 60 anni e il suo stipendio fosse cresciuto ogni anno dell'1% più della media, i suoi contributi avrebbero finanziato una pensione equa di circa 1.890 euro al mese. In quel caso, per come funzionava il retributivo, avrebbe comunque ricevuto 2.500 euro: circa 610 euro al mese in più di quanto i contributi giustificherebbero.
Per andare oltre il caso singolo servono i dati amministrativi. Carlo Mazzaferro, in un paper pubblicato dall'INPS, ha preso un campione di 166 mila lavoratori del fondo dei dipendenti privati andati in pensione tra il 1995 e il 2017 e ha calcolato per ciascuno il rapporto tra il valore attuale delle pensioni attese e quello dei contributi versati, riportando i valori di anni diversi a una stessa data con un tasso di sconto reale dell'1,5% (WorkINPS Papers n. 25, 2019, tab. 8, p. 49). Con un rapporto superiore a 1 le pensioni valgono più dei contributi. Il rapporto medio è 1,56 per gli uomini e 1,72 per le donne. Per chi è uscito nel 2010, l'anno di pensionamento che ho ipotizzato nella mia ricostruzione, scende a 1,47; per chi è uscito a 60 anni sale a 1,59. Solo il 6,5% dei pensionati ha un rapporto pari o inferiore a 1, cioè un valore attuale delle pensioni attese pari o inferiore a quello dei contributi versati (tab. 11, p. 52). Già nel 2011 una simulazione del CeRP, il centro di ricerca sulle pensioni del Collegio Carlo Alberto di Torino, aveva ottenuto valori simili per i dipendenti privati e ancora più alti per i dipendenti pubblici (lavoce.info), anche se per i pubblici una verifica sui dati amministrativi non c'è ancora.
A confronto con questi numeri, la perdita dovuta alla mancata rivalutazione è contenuta. Secondo il mio ricalcolo con le circolari INPS, la mancata indicizzazione ha tolto al pensionato di Dataroom circa il 7% di quanto ha incassato tra il 2012 e il 2025. I dati di Mazzaferro riguardano invece l'intera durata attesa della pensione: per chi è andato in pensione nel 2010 il 22,5% delle pensioni attese supera quanto i contributi giustificherebbero, e anche tra il 10% dei pensionati con il reddito di carriera più alto la quota resta del 17,2% (tab. 9, p. 50).
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Come fanno gli altri
Il video di Dataroom presenta i correttivi pensionistici come un'eccezione italiana tra i paesi OCSE: «Scrive l'OCSE: in tutti i paesi, solo in Italia e in Austria i governi in carica decidono discrezionalmente quanto e come rivalutare una pensione, e infatti da noi in 30 anni le regole sono cambiate 15 volte».
Nel rapporto dell'OCSE questa frase non c'è. Il passaggio citato (Pensions at a Glance 2023, p. 33) riguarda cinque paesi che indicizzano pienamente solo le pensioni sotto una soglia, cioè Austria, Colombia, Italia, Lettonia e Portogallo, e osserva che in Italia e in Austria le soglie cambiano così spesso da rendere l'indicizzazione «quasi discrezionale» (OECD, Pensions at a Glance 2023, p. 33). Nella stessa pubblicazione, una pagina prima, la tabella 1.1 ha una colonna intitolata «Discretionary» in cui compaiono altri paesi, tra cui Irlanda, Cechia e Messico (p. 32).
Molti paesi analizzati dall'OCSE correggono le pensioni per tenere in equilibrio i conti. Due esempi:
in Germania le pensioni seguono i salari, con un fattore di sostenibilità che frena gli aumenti quando crescono i pensionati rispetto a chi lavora, e così rallenta la spesa (Deutsche Rentenversicherung);
in Svezia, il paese che ha inventato il contributivo nozionale (lo stesso principio del nostro contributivo: la pensione si calcola sui contributi versati, rivalutati) e che secondo me ha il sistema da adottare anche in Italia, un freno automatico di bilancio ha tagliato le pensioni del 3,0% nel 2010 e del 4,3% nel 2011 (Pensionsmyndigheten, p. 3).
La Francia ha un meccanismo simile al nostro: nel 2019 ha rivalutato le pensioni dello 0,3% e nel 2020 ha introdotto una soglia a 2.000 euro (CNAV, circolare 2020-05). L'Italia è un caso particolare per la frequenza con cui le regole cambiano, e su questo Dataroom ha ragione. Le regole cambiano spesso anche perché il nostro sistema non ha un meccanismo automatico come quello tedesco o svedese, che lega la rivalutazione all'andamento dell'economia senza bisogno di una legge di bilancio: da noi ogni correzione passa da una decisione del governo di turno.
Le sentenze della Corte costituzionale
Dataroom ricorda che la Corte costituzionale ha bocciato il blocco Monti, cioè lo stop alla rivalutazione deciso con il decreto Salva Italia del dicembre 2011. È vero: con la sentenza 70/2015 la Corte ha dichiarato illegittimo il blocco della rivalutazione 2012-2013 per le pensioni sopra tre volte il minimo, perché colpiva anche pensioni modeste e il diritto dei pensionati era stato sacrificato «nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio» (§10). Quella sentenza però non ha vietato di ridurre la rivalutazione, e il servizio tace su cosa sia successo dopo.
Da allora la Corte si è pronunciata altre cinque volte sulla perequazione, con le sentenze 250/2017, 234/2020, 19/2025, 167/2025 e 52/2026, e ogni volta ha dichiarato non fondate le questioni sollevate. Le ultime tre riguardano proprio le leggi di bilancio 2023 e 2024, due degli anni a cui Dataroom riferisce la «sberla».
La Corte ha scritto che la tutela costituzionale «non consente di concludere che la rivalutazione debba necessariamente, anno per anno, essere riconosciuta a tutti i trattamenti di quiescenza» (52/2026, §11.2). Il legislatore può ridurla, purché protegga per intero le pensioni basse, riduca la percentuale al crescere dell'assegno, documenti le ragioni finanziarie e non sospenda il meccanismo a tempo indeterminato. Ha scritto anche che il nesso tra contributi e pensione «non deve necessariamente condizionare anche i meccanismi perequativi» (19/2025, §13.4), e nello stesso paragrafo ha ricordato i vantaggi di cui godono i pensionati del retributivo rispetto a chi andrà in pensione con il contributivo puro. Già nel 2020 aveva scritto che invecchiamento della popolazione ed erosione della base produttiva rendono «via via più fragile il patto tra le generazioni» (234/2020, §18.8).
Un pensionato da ceto medio?
Dataroom contesta anche che un assegno di questo importo sia un privilegio. Nel 2012, con la rivalutazione bloccata, il nostro pensionato riceveva ancora 2.500 euro lordi al mese. Secondo l'ISTAT quell'anno il 42,6% dei pensionati aveva un reddito pensionistico sotto i 1.000 euro al mese, il 38,7% tra 1.000 e 2.000, il 13,2% tra 2.000 e 3.000 e solo il 5,5% sopra i 3.000 (ISTAT, Trattamenti pensionistici e beneficiari, anno 2012, p. 1). Il pensionato di Dataroom stava quindi nel 18,7% più ricco dei pensionati; se quelli della fascia 2.000-3.000 fossero distribuiti in modo uniforme, intorno al 12% più ricco (stima mia, l'ISTAT non pubblica la soglia dei 2.500 euro). Senza contare che, secondo il servizio, i 3,3 milioni di pensionati del «ceto medio» comprendono tutti gli assegni tra 2.400 e 5.300 euro lordi al mese: per arrivare a quel numero Dataroom conta anche pensioni che valgono più del doppio di quella del suo esempio.
La posizione è simile se lo si confronta con tutti i contribuenti, lavoratori compresi. Nelle dichiarazioni dei redditi del 2012 l'86% dei contribuenti italiani dichiarava meno di 35.000 euro (MEF, Analisi dei dati IRPEF, anno d'imposta 2012, p. 28): con 32.500 euro di sola pensione il nostro pensionato stava appena sotto la soglia del 14% più ricco del Paese. È difficile chiamarlo un reddito normale. La sua posizione riguarda anche chi lavora, perché il sistema pensionistico italiano è a ripartizione: quella pensione la pagano, anno per anno, i contributi di chi lavora in quel momento.
E se li avesse messi in borsa?
I contributi versati si possono confrontare anche con quello che avrebbero reso se fossero stati investiti in borsa. Ho fatto il conto per il pensionato di Dataroom: ho preso i contributi della carriera ricostruita sopra, anno per anno, li ho convertiti in dollari al cambio medio dell'anno (FMI per la lira, BCE per l'euro) e li ho investiti nell'indice S&P 500, che raccoglie le 500 maggiori società quotate negli Stati Uniti, con i dividendi reinvestiti (Damodaran, NYU Stern).
I circa 254 mila euro di contributi versati tra il 1971 e il 2010 sarebbero diventati circa 1,23 milioni di euro a fine 2010, quasi il doppio dei 643 mila del montante INPS. Il confronto ha però due limiti. È facile scegliere oggi il mercato che è andato meglio negli ultimi cinquant'anni, mentre nel 1971 nessuno sapeva che sarebbe stato quello americano, e fino alla liberalizzazione dei movimenti di capitale, completata nel 1990 con la direttiva 88/361/CEE, un lavoratore italiano non poteva nemmeno comprare liberamente azioni americane. In un sistema a ripartizione, poi, i contributi non vengono investiti ma pagano le pensioni dello stesso anno, quindi il confronto misura quanto si sarebbe potuto guadagnare con un altro uso di quei soldi.
Con l'aliquota contributiva di oggi il capitale ottenuto dall'investimento sarebbe stato ancora più alto. Il pensionato di Dataroom ha versato per buona parte della carriera con aliquote più basse di oggi: secondo la tabella dell'INPS l'aliquota del fondo dei dipendenti privati era del 19,1% nel 1971, del 23,5% dal 1976 e del 27,2% ancora nel 1993, e ha raggiunto il 33% solo nel 2007 (circ. 114/2009, all. 1). Mazzaferro indica proprio le aliquote basse del passato tra le ragioni del vantaggio dei pensionati attuali (WorkINPS Papers n. 25, p. 25). Un dipendente privato oggi versa il 33% dal primo giorno, e nella mia ricostruzione, con la stessa carriera e gli stessi rendimenti, un'aliquota del 33% per tutti i quarant'anni avrebbe portato il fondo a circa 1,64 milioni di euro, un terzo in più.
Oltre al danno la beffa
Con quarant'anni di contributi interamente retributivi si arrivava all'80% della retribuzione degli ultimi anni. Secondo le proiezioni della Ragioneria generale dello Stato, per il dipendente privato tipo usato nelle sue simulazioni il rapporto tra prima pensione e ultima retribuzione lorda, che nel 2010 era del 73,6%, scenderà al 58,4% nel 2070 a parità di requisiti contributivi, con la sola previdenza obbligatoria (RGS, Rapporto n. 26/2025, p. 163).
Tirando le somme: chi è andato in pensione con il retributivo dopo quarant'anni di contributi riceve spesso un assegno che i contributi versati giustificano solo in parte. Chi lavora oggi da dipendente privato versa aliquote molto più alte di quelle del passato e, secondo le proiezioni della Ragioneria appena citate, avrà una prima pensione pari a circa il 58% dell'ultima retribuzione. Non serve un mago della finanza per capire chi, in questo rapporto, ci stia rimettendo.
Che prenderne atto dia fastidio è comprensibile, così come la difesa, da parte di chi è in pensione, di una rendita prevista da una legge di più di cinquant'anni fa: la legge 153 del 1969 ha fissato all'80% della retribuzione pensionabile la percentuale massima con quarant'anni di contributi, per le pensioni decorrenti dal 1976.
Fa specie, però, che un servizio giornalistico sulla mancata rivalutazione lasci fuori dall'analisi il vantaggio che molti di questi pensionati hanno avuto con il retributivo e le scelte legislative che ne hanno prolungato l'applicazione. Eppure i numeri del servizio vengono da Itinerari Previdenziali, fondato da Alberto Brambilla, che nel suo curriculum riporta di aver «cooperato alla stesura» della legge Dini. Quella riforma ha introdotto il contributivo, ma ha lasciato interamente nel retributivo chi al 31 dicembre 1995 aveva già almeno diciotto anni di contributi (L. 335/1995, art. 1 c. 13). Per loro il contributivo è arrivato solo con la riforma Fornero, e solo per gli anni lavorati dal 1° gennaio 2012 (DL 201/2011, art. 24 c. 2): un pensionato come quello di Dataroom, già in pensione nel 2011, è rimasto per intero nelle regole precedenti. Il codice deontologico dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025, chiede di verificare le informazioni economiche «rivolgendosi a più fonti affidabili» e di assicurare trasparenza «sull'identità e gli eventuali interessi» di analisti e commentatori, anche esterni, «in relazione allo specifico argomento della notizia» (art. 27, lettere a e d).

