La riforma delle pensioni tedesche è una scelta molto italiana
La Germania del rigore garantisce le pensioni fino al 2031 staccando il freno demografico, e rimanda il conto. Lo stesso schema che conosciamo in Italia.
La Germania è il paese del rigore. Il guardiano dei conti pubblici europei, quello che per vent'anni ha fatto la predica a Roma e ad Atene sul debito e sulla disciplina di bilancio. Eppure sulla riforma delle pensioni appena approvata, e a dire il vero non solo lì, Berlino ha fatto una scelta tutta italiana: alzare oggi e rimandare a domani il momento dei conti.
Nelle ultime settimane ho sentito molti raccontare questa riforma come la grande soluzione. Vale la pena entrare nel dettaglio, separando le cose buone da quelle discutibili. Perché la Germania, volenti o nolenti, fa da capofila: condiziona le scelte degli altri governi, compreso il nostro, e ancora di più condiziona il dibattito pubblico. Un dibattito, quello italiano, che si appella di continuo a misure prese altrove senza guardare al punto di partenza di casa nostra.
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RIFORMA delle PENSIONI in GERMANIA: una soluzione molto ITALIANA?
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Primo punto: i pensionati che continuano a lavorare
La prima misura, riguarda la possibilità per i pensionati di restare al lavoro. In Germania esisteva una clausola che, nel caso dei contratti a tempo determinato, impediva di essere riassunti dallo stesso datore di lavoro una volta cessato il rapporto. La riforma rimuove questo vincolo: chi vuole proseguire l'attività oltre l'età pensionabile ora può farlo senza ostacoli.
Qui scatta il primo parallelo con l'Italia. Il nostro regime contributivo rende spesso sconveniente posticipare il pensionamento effettivo. Il motivo è tecnico ma semplice: i coefficienti di trasformazione si basano su una speranza di vita calcolata in modo medio, così la pensione viene spalmata su più anni di quanti la persona ne abbia davanti se ritarda l'uscita. La logica vorrebbe il contrario, montante diviso per meno anni, quindi assegno più alto. Ma il nostro sistema, pieno di anticipi e scappatoie, fa sì che restare non convenga sempre.
Il legislatore lo sa benissimo. Tant'è vero che ha inventato correttivi come il superbonus pensionistico o il bonus Giorgetti. Non sono soluzioni alla radice, sono toppe. La Germania prova invece a risolvere il problema a monte. Va però ricordato che i tedeschi si pensionano un po' più tardi di noi: usando le simulazioni OCSE che partono dall'inizio carriera a 22 anni, in Italia si esce a 63 anni, in Germania a 63,7. E questo nonostante l'età legale italiana sia 67 anni, contro un'età tedesca oggi intorno ai 66 e in salita verso i 67 entro il 2031.
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Il cuore della riforma: il sistema a punti e il freno staccato
Il vero centro della riforma è il sistema a punti tedesco. Chi in un anno ha un imponibile contributivo pari a quello medio guadagna un punto, chi ha il doppio dell'imponibile medio guadagna due punti, e così via fino al tetto contributivo. Una persona che lavora 45 anni con un reddito medio accumula quindi circa 45 punti. Dico circa perché il salario non coincide con l'imponibile, ma il principio è questo.
Quei punti vengono poi valorizzati al momento della pensione con un calcolo che tiene conto del rapporto tra lavoratori attivi e pensionati. È un freno automatico: la Germania ha un sistema a ripartizione, le pensioni di oggi le pagano i contributi di chi lavora oggi, e se gli attivi calano rispetto ai pensionati il valore del punto rallenta. La riforma, in sostanza, ha deciso di ignorare questo freno. Modificando la valorizzazione dei punti, garantisce almeno fino al 2031 una pensione pari al 48% del salario medio nazionale per chi ha una carriera media.
Attenzione a non confondere questo 48% con il tasso di sostituzione. Il tasso di sostituzione è il rapporto tra ultimo stipendio e pensione. Il 48% tedesco è invece il livello dell'assegno medio rispetto al salario medio del paese.
Quanto è generoso davvero questo sistema
Per capire le proporzioni serve un confronto. Secondo la Ragioneria Generale dello Stato, in Italia una persona che si pensiona in questi anni ha un tasso di sostituzione netto, cioè il rapporto tra stipendio netto e pensione netta, pari all'82%. Sul lordo siamo al 76%. In Germania lo stesso rapporto vale il 53% netto e il 43% lordo.
Significa che il sistema tedesco è molto meno generoso del nostro, e sta sotto anche alla media OCSE. Secondo il Pensions at a Glance 2025, il tasso di sostituzione netto medio dell'area OCSE è del 63,2% per un lavoratore medio a carriera piena, e la Germania, proprio per effetto del fattore di sostenibilità, si ferma al 53,3%.
Se invece guardiamo il rapporto tra pensioni pubbliche lorde e salario medio in proiezione di lungo periodo, il quadro dell'Ageing Report è ancora più netto. Nel 2022 la Germania stava intorno al 43%, l'Italia attorno al 70%. Entrambi i paesi scendono nel tempo: nel 2060 l'Italia arriva al 53%, la Germania al 35%. La riforma di Berlino, in pratica, alza un po' le pensioni nel breve e rimanda le scelte dure a un futuro.
La scommessa nascosta: che la produttività torni agli anni '80
Dietro questa scelta c'è una scommessa: che la Germania torni a crescere, e che dopo il 2031 si possano mantenere le promesse fatte. Lo stesso schema l'avevo già notato nel confronto con la Spagna. E qui torna un punto su cui insisto da tempo: le ipotesi dei modelli di lungo periodo.
Sul lato della spesa, l'Ageing Report prevede per l'Italia una pensionistica in crescita fino al 17% del PIL. La Germania parte dal 10,2% e arriva all'11,4% nel 2070. Numeri apparentemente gestibili. Il problema è cosa c'è sotto. Quei modelli assumono un ritorno della produttività ai livelli degli anni '80 e '90, con crescite molto importanti grazie a investimenti fissi continui e al calo del numero di lavoratori.
Per l'Italia si ipotizza una produttività del lavoro per ora lavorata in crescita fino all'1,6% nel 2040, un valore che la nostra economia non vede da decenni. Avevo già pubblicato il grafico che incrocia lo storico AMECO con le ipotesi della Ragioneria: in termini cumulati sarebbe una crescita senza precedenti. Per la Germania lo stesso problema esiste, ma molto più contenuto: si parte da circa l'1% nel 2020 e si arriva all'1,5%. Ipotesi generose, ma non assurde.
Cosa significa in concreto? Prendiamo un neolaureato che guadagna 24.000 euro l'anno, inizia a lavorare a 25 anni ed esce a 67. Secondo gli scenari della Ragioneria andrebbe in pensione con un tasso di sostituzione intorno al 58-59%. Ma se ipotizziamo uno scenario più prudente, con la produttività che resta costante invece di accelerare, quel tasso scende intorno al 51%. E non è nemmeno il caso peggiore, perché assumiamo comunque che il suo stipendio cresca mentre il resto dell'economia arranca. Per dare la misura: l'OCSE, nel rapporto 2025 sul sistema tedesco, stima per un lavoratore entrato a 22 anni nel 2024 un tasso di sostituzione intorno al 53,3%.
La pensione privata: idea giusta, con un limite enorme
Consapevole di tassi di sostituzione così bassi, la Germania ha deciso di spingere molto sulla previdenza privata. Anche da noi esistono agevolazioni in questa direzione, pensiamo al TFR destinato ai fondi negoziali. Il punto è che i fondi negoziali italiani, oltre alle agevolazioni fiscali, hanno performance storicamente molto distante da quelle di mercato, e vengono spesso usati come cassa dallo Stato: l'ultima finanziaria ne ha aumentato il contributo verso le casse pubbliche, un fortissimo disincentivo.
L'alternativa, lasciare il TFR all'INPS, non è migliore. Come segnalava già l'anno scorso l'Osservatorio dei Conti Pubblici, quel TFR entra di fatto nello schema a ripartizione: lo Stato italiano ha oggi circa 40 miliardi di debito verso i dipendenti che gli hanno affidato il loro TFR. Il risultato di tutto questo è un sistema iniquo, perché solo chi ha uno stipendio dignitoso può permettersi una previdenza complementare vera, come un fondo ETF. Chi non ce la fa resta inchiodato alla ripartizione, con tassi di sostituzione bassissimi.
Sul fronte degli incentivi, però, va dato atto alla Germania di aver lavorato bene. La misura è progressiva: per ogni euro investito si riceve circa 50 centesimi di agevolazione fiscale fino a 360 euro, poi 25 centesimi oltre i 361. Per ogni figlio si ottiene il 100% di quanto investito, con un tetto di 300 euro, anche in ottica natalità. E soprattutto Berlino istituisce un fondo dedicato ai neonati: 10 euro al mese versati in un fondo privato fin dalla nascita. Dieci euro non risolvono nulla da soli, ma sono una spinta gentile verso un futuro più consapevole per le nuove generazioni. Sul piano dei fondi pensione la Germania, va detto, parte da molto indietro: ha uno dei rapporti più bassi tra asset privati investiti e PIL, persino sotto l'Italia.
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Il conto
Non è tutto oro. La scelta di staccare il freno fino al 2031 ha un prezzo, e arriva sotto forma di contributi. Secondo l'IFO Institute l'aliquota contributiva tedesca salirà dall'attuale 18,6% al 21,2% entro il 2035, fino al 21,9% in alcuni scenari. Sono cifre che fanno sorridere rispetto al nostro 33%, ma il punto è la direzione: contributi più alti significano costo del lavoro più alto, e una Germania che si avvicina ai livelli francesi e italiani perde competitività.
La riforma poi non aggancia l'età alla speranza di vita. Non averlo affatto costringe a riaprire il cantiere ogni tot anni, e ogni volta a distribuire mancette per far digerire la riforma.
Resta il nodo di fondo. Avere fondi pensione privati è un bene, agevolarli è giusto, partire dalla nascita per costruire educazione finanziaria è ottimo. Ma pensare che la previdenza privata sia la soluzione è un errore. Se in Europa non si fanno riforme serie, puntando sull'avanzamento tecnologico e spostando i bilanci pubblici verso ricerca di base, istruzione e università, il risultato sarà una società spaccata: da un lato chi guadagna abbastanza da costruirsi un fondo, dall'altro chi resta condannato alla ripartizione con assegni minimi.
Il sistema di protezione sociale sta esplodendo, e non riguarda solo l'Italia: vale per la Germania e per la Francia. La cosa che preoccupa è che le riforme siano quasi sempre miopi. La Germania qualche passo avanti lo fa, e di solito è quella che anticipa i tempi. Se questo è il massimo che riesce a fare il paese che fa da apripista, gli altri arriveranno con riforme ancora più annacquate. Sarò pessimista, ma a me pare evidente che il vecchio continente abbia smesso di pensare al futuro.
Fonti e approfondimenti
Deutsche Rentenversicherung, ente previdenziale tedesco
Ageing Report, Commissione europea, proiezioni di spesa pensionistica e produttività
OECD, Pensions at a Glance 2025, tassi di sostituzione ed età effettive
Ragioneria Generale dello Stato, tassi di sostituzione e scenari di lungo periodo
IFO Institute, stime sull'aliquota contributiva tedesca
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Questo articolo è tratto dal canale YouTube EconomiaItalia, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.

