La patrimoniale di 1% Equo promette fino a 65 miliardi. Il paper che cita ne stima 27
Prima casa esclusa, franchigie da un milione sulle successioni, nessuna riforma del catasto e gettito girato allo Stato centrale invece che ai Comuni. Sul piano dell'articolo 53, una proposta che non corregge la regressività che dice di voler combattere.
La proposta di 1% Equo dice che, aumentando in modo quasi impercettibile le imposte su chi possiede più di due milioni di euro di patrimonio, l'Italia potrebbe raccogliere tra i 26 e i 65 miliardi. È una forbice enorme. E il paper accademico su cui la proposta si appoggia, quando fa i conti per davvero, ne stima 27. Vale la pena capire perché.
Questo articolo è tratto dal video: La Proposta PATRIMONIALE di UNOPERCENTOEQUO: funziona tassare solo i super ricchi? Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
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Una premessa che vale più del giudizio finale
In Italia, quando si parla di tasse, bisogna per forza salire sugli spalti: destra, sinistra, centro. Qui proviamo a stare seduti e a partire dai dati. Perché chiudere il discorso con un "è giusto" o "è sbagliato" non serve a nessuno.
Dal punto di vista economico tassare i patrimoni è meno dannoso che tassare i redditi. L'OCSE, nei suoi lavori sulla relazione tra imposte e crescita, mette le imposte sui redditi di imprese e persone in cima alla classifica di quelle più dannose. Il motivo è semplice: tassare il lavoro è un disincentivo all'ascensore sociale, alle competenze, alla crescita professionale; tassare troppo le società è un disincentivo a ricerca, sviluppo e dimensione.
Tassare un immobile è diverso. Il valore di una casa al centro di Milano e di una identica al centro di Caserta non dipende dai mattoni, dipende dal contesto: gli asili nido, le scuole, il trasporto pubblico, la fermata della metro, il tessuto di imprese intorno. Sono tutti fattori esterni alla proprietà. Tassare quel valore, generato dalla collettività, ha molto più senso che tassare ciò che la crescita la produce. Lo stesso ragionamento vale per rendite, oligopoli e posizioni protette: pensiamo a tassisti o balneari.
Questa premessa non serve solo per la patrimoniale. Serve a capire perché l'Italia, e buona parte d'Europa, fatica a crescere: perché ha un carico fiscale altissimo proprio dove fa più male, sul lavoro.
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Cosa chiede davvero la proposta
L'idea di fondo, dicono i promotori, è ricostituire la capacità contributiva richiamata dall'articolo 53 della Costituzione: ciascuno concorre alle spese pubbliche in ragione della propria capacità, e il sistema deve essere informato a criteri di progressività. Chi ha di più paga di più.
L'analisi che presentano sostiene che in Italia il sistema è leggermente progressivo fino al 95° percentile, mentre per il restante 5% più ricco diventa regressivo: al crescere della ricchezza, l'aliquota effettiva scende. La proposta cita genericamente diversi studi, tra cui lavori di Banca d'Italia sulla distribuzione della ricchezza. Ma quello che risponde esattamente a questa impostazione è uno solo: un paper di Andrea Roventini e coautori, finito al centro del dibattito tra il 2021 e il 2022.
Lasciamo perdere se quel paper sia buono o cattivo: ci sono economisti che ne hanno discusso le ipotesi, e va bene così. Diamolo per buono. Le sue conclusioni propongono una patrimoniale sopra i 600.000 euro, con un gettito stimato attorno ai 27 miliardi, già al netto degli effetti negativi attesi: spostamenti di residenza, elusione, e così via. È un esercizio teorico, ma la cifra è indicativa.
Ecco il primo problema. La proposta a cui quel paper fa da base implicita parla di tassare sopra i 600.000 euro. La proposta invece individua una base imponibile diversa e parla di un gettito atteso pari a circa il doppio del paper.
Il paper guarda all'Italia di prima del 2016
Gran parte dei dati usati si ferma a prima del 2016. Significa che non considera, o considera solo in parte, gli strumenti introdotti dal legislatore negli anni successivi. E proprio in quel periodo parte la stagione dei bonus e di alcune delle misure più regressive del sistema fiscale italiano.
Pensiamo alla flat tax sui redditi esteri, che secondo analisi preliminari ha contribuito alla corsa degli affitti a Milano. Al regime forfettario potenziato. All'esclusione dei titoli di Stato dal calcolo dell'ISEE. Alla cedolare secca sulle locazioni. Sono tutti elementi regressivi, entrati nel sistema dopo il 2015, che una proposta nata per riequilibrare la tassazione dovrebbe affrontare.
La proposta di 1% Equo li ignora. L'articolo 1 istituisce un'imposta progressiva sulla ricchezza netta (immobili e attività finanziarie, quotate e non). L'articolo 7 riforma l'imposta di successione, ritoccando aliquote e soglie. Ma le leve regressive introdotte nell'ultimo decennio restano dove sono.
Le falle nella base imponibile
Le stime di gettito della proposta, "vuoto per pieno", oscillano tra 30 e 80 miliardi. Lasciano perplessi, perché il paper originario di Roventini parla di 27. E diversi elementi tirano la cifra verso il basso, non verso l'alto.
La prima casa è esclusa dalla base imponibile. Le franchigie restano molto generose. Soprattutto, non è prevista alcuna riforma del catasto. E qui sta il paradosso. Come ha mostrato Tortuga in un lavoro del 2021-2022, esiste una forte differenza tra valore di mercato e valore catastale, e le aree più avvantaggiate dal disallineamento sono le coste di Sardegna, Toscana e Liguria, oltre a Roma e Milano. I valori catastali sono fermi a una normativa di fine anni Ottanta, primi anni Novanta.
La conseguenza è che tassare i patrimoni immobiliari sui valori catastali è di per sé una misura regressiva: paga meno chi possiede di più. Sempre Tortuga nota che i territori con lo scarto maggiore tra mercato e catasto sono anche quelli a reddito pro capite più alto. Una patrimoniale che vuole correggere la regressività, e poi poggia sui valori catastali, rischia di replicarla.
Ventisette miliardi per quanti problemi?
L'articolo 6 vincola il gettito a sette finalità: sanità, istruzione, asili nido, edilizia pubblica, ispettorato del lavoro, transizione ecologica, disabilità e inclusione sociale. La quota residua va alla riduzione del fiscal drag sull'IRPEF. Secondo i promotori, 65 miliardi sarebbero circa il 10% del gettito fiscale, quasi l'intera spesa pubblica in istruzione, metà della spesa sanitaria.
Il problema è la dimensione reale dei buchi italiani. Il fiscal drag, a seconda delle stime, pesa tra i 10 e i 15 miliardi. L'edilizia scolastica, secondo un'analisi della Fondazione Agnelli del 2019, richiede attorno ai 200 miliardi. Gli asili nido, con gli obiettivi europei da centrare, valgono qualche miliardo l'anno a seconda dell'intensità con cui si vuole risolvere il problema. Ci aggiungiamo sanità e transizione ecologica.
La domanda diventa: è plausibile coprire sanità, asili, edilizia scolastica e transizione ecologica con 27 miliardi? No. Sono briciole rispetto a un bilancio dello Stato che vale attorno ai mille miliardi. E qui c'è il vero nodo italiano: il problema non è quasi mai la quantità di spesa, è come quelle risorse vengono gestite. "Meglio di niente" è un argomento legittimo, ma non trasforma le briciole in una riforma.
Il punto che la proposta manca: dove finisce il gettito
C'è poi l'incoerenza di fondo. Si citano implicitamente studi che invitano a spostare la tassazione dai redditi ai patrimoni, e poi si usa il gettito per fare più spesa pubblica, non per ridurre le tasse sul lavoro. È l'uso politico, rovesciato, di quello che dice l'accademia.
"Ma in Italia abbiamo poche imposte sul patrimonio." Dipende da cosa si intende. Se si tassano solo i super ricchi, il gettito è troppo piccolo per ridurre le imposte sul lavoro. Se invece si sposta davvero il baricentro dal reddito al patrimonio, sistemando il catasto, lo spazio in bilancio per tagliare le tasse sul lavoro si crea. E quel gettito patrimoniale andrebbe lasciato ai Comuni, dove l'immobile prende valore dal contesto. Una patrimoniale che finisce interamente allo Stato centrale ha poco senso. Nei Paesi che tassano la ricchezza netta, dalla Norvegia alla Svizzera alla Spagna, una parte rilevante del gettito resta agli enti locali o regionali. Nessuno lo accentra al 100% sullo Stato.
Va anche detto che in Italia le imposte patrimoniali esistono e rendono. Se si guarda solo all'imposta di successione il quadro sembra povero, ma già con l'IMU la tassazione è allineata alla media europea. E conta il livello complessivo: la pressione fiscale italiana è attorno al 42,7%, contro il 37% spagnolo. Con una proposta come questa salirebbe verso il 43,9%, ai livelli francesi. Solo che la Francia ha una spesa pubblica più efficiente: è difficile pensare che basti alzare le imposte perché lo Stato italiano diventi efficiente come quello francese.
Sull'imposta di successione, infine, la proposta lascia in piedi le franchigie da un milione di euro per beneficiario. Ma proprio le franchigie alte sono uno dei motivi per cui oggi sotto il milione non si paga quasi nulla. Chi vuole tassare davvero il patrimonio non può tenerle così generose, soprattutto se a parole vuole allineare l'Italia all'Europa.
Vorrei ma non posso
Per molti questa proposta è un passo avanti, "meglio di niente". A me pare un vorrei ma non posso: affronta un problema reale, ma lo affronta male, non è coerente con i propri obiettivi e, alla prova dell'articolo 53, non migliora la situazione. Se la promessa è restituire qualcosa a chi ha meno, così non si fa. È il solito specchietto per le allodole.
Fonti e approfondimenti
Paper di Andrea Roventini e coautori sulla patrimoniale, al centro del dibattito tra il 2021 e il 2022
Tortuga, analisi sul disallineamento tra valori catastali e valori di mercato (2021-2022)
Fondazione Agnelli, stime sul fabbisogno per l'edilizia scolastica (2019)
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Questo articolo è tratto dal canale YouTube EconomiaItalia, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia. Sul tema avevo già ragionato qui: Il problema pensioni non esiste, basta tassare i super ricchi.

