La legge "anti-pezzotto" ci sta costando caro
Agcom ha sanzionato Cloudflare con una multa di oltre 14 milioni di euro per inottemperanza a un ordine di blocco legato al sistema Piracy Shield.
Cos’è successo?
Agcom (l’Autorità per le comunicazioni italiana) ha sanzionato Cloudflare con una multa superiore a 14 milioni di euro per violazione delle norme antipirateria legate al sistema “Piracy Shield”.
La sanzione riguarda la mancata ottemperanza da parte di Cloudflare a un ordine di blocco emesso dall’Agcom nel febbraio 2025, che imponeva di disabilitare l’accesso ad una serie di contenuti pirata in applicazione della legge antipirateria n. 93/2023. In pratica, Agcom contesta a Cloudflare di non aver bloccato, entro i termini previsti, i siti segnalati attraverso lo “scudo” antipirateria nazionale. Cloudflare è infatti considerata un “fornitore di servizi della società dell’informazione” coinvolto nell’accesso ai siti pirata (ad esempio come DNS resolver o CDN), dunque soggetto agli ordini di blocco previsti dalla legge.
L’azienda statunitense ha contestato la decisione e, tramite il CEO Matthew Prince, ha reagito con durezza: ha annunciato che sta valutando non solo il ricorso legale, ma anche misure drastiche come l’interruzione dei servizi di sicurezza informatica gratuiti forniti per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, la sospensione dei servizi pro bono per tutti gli utenti in Italia, la rimozione dei suoi server dal territorio italiano e la cancellazione di investimenti previsti nel Paese. In sostanza, Cloudflare minaccia di ritirare parte della propria infrastruttura dall’Italia, con potenziali impatti sulla resilienza e la sicurezza di molti servizi internet (inclusi eventi di rilevanza nazionale come i Giochi Olimpici). La vicenda segna dunque uno scontro frontale tra l’approccio regolatorio italiano, che privilegia il blocco immediato delle fonti pirata, e la posizione di un grande operatore infrastrutturale globale, preoccupato per gli effetti collaterali e per i precedenti che questo sistema potrebbe creare.
Cos’è il Piracy Shield
Il “Piracy Shield” è la piattaforma tecnologica introdotta da Agcom per contrastare la pirateria online, in particolare lo streaming illegale di eventi live (soprattutto sportivi). Si tratta di un sistema che consente ai titolari dei diritti (le emittenti o le leghe sportive) di segnalare rapidamente domini o indirizzi IP utilizzati per diffondere contenuti pirata. Ricevuta la segnalazione attraverso il portale, Agcom può ordinare ai provider internet di bloccare tali risorse entro un massimo di 30 minuti. In origine il meccanismo era pensato per gli eventi sportivi in diretta, dove la tempestività è cruciale per evitare che la partita venga vista illegalmente in tempo reale. Nelle intenzioni del legislatore, vanno inibiti Fully Qualified Domain Names (FQDN) e indirizzi IP “univocamente destinati alla diffusione illecita” di contenuti protetti. In altre parole, il blocco dovrebbe colpire soltanto siti o server dedicati esclusivamente alla pirateria di quegli eventi. Il Piracy Shield è entrato in funzione il 1° febbraio 2024, dopo una fase di implementazione tecnica svolta in collaborazione con l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). Il suo funzionamento è principalmente amministrativo: Agcom, una volta ricevuta la segnalazione, emette un provvedimento di blocco cautelare verso tutti gli operatori coinvolti (ISP, DNS, CDN, ecc.), i quali devono adeguarsi immediatamente. Successivamente, i soggetti destinatari del blocco o gli eventuali terzi coinvolti possono presentare reclamo entro 5 giorni, ma ciò non sospende il blocco in atto. Questa architettura conferisce ad Agcom un potere di intervento istantaneo contro lo streaming illegale, evitando di passare per un giudice in tempo reale. Tuttavia, come vedremo, la scelta di colpire rapidamente e alla radice (oscurando domini e IP) comporta non pochi effetti collaterali e criticità.
Chi lo ha approvato
La base normativa del Piracy Shield è la legge 14 luglio 2023, n. 93, entrata in vigore l’8 agosto 2023. Questa legge, approvata dal Parlamento italiano con ampio consenso trasversale (nessun voto contrario in sede legislativa), ha conferito ad Agcom nuovi poteri per un contrasto più efficace e tempestivo della pirateria di eventi live. In particolare, l’art. 6 della legge 93/2023 ha introdotto il meccanismo dei blocchi entro 30 minuti tramite una piattaforma tecnologica dedicata. Per attuare la legge, Agcom ha rapidamente modificato il proprio Regolamento sulla tutela del diritto d’autore online: con la delibera n. 189/23/CONS del 26 luglio 2023 sono state inserite le disposizioni specifiche per gli eventi sportivi live. Nello stesso periodo, Agcom ha istituito un tavolo tecnico (7 settembre 2023) con l’ACN per definire i requisiti operativi della piattaforma. Il Piracy Shield è divenuto operativo all’inizio di febbraio 2024, giusto in tempo per la seconda parte della stagione sportiva 2023/24. Successivamente, a causa di alcuni problemi emersi (di cui diremo tra poco), il quadro normativo è stato ulteriormente ritoccato: nell’agosto 2024 il cosiddetto “Decreto Omnibus” (DL 113/2024, poi convertito) ha ampliato il raggio d’azione dello scudo. In particolare, si è stabilito che Agcom può ordinare il blocco anche di indirizzi e domini utilizzati in modo prevalente per attività illecite, non più necessariamente in modo “univoco”. Questa modifica ha allentato le maglie, autorizzando di fatto l’oscuramento di risorse condivise qualora una parte significativa del loro traffico sia pirata. La nuova norma ha suscitato preoccupazione perché aumenta il rischio di colpire infrastrutture e servizi legittimi insieme a quelli illegali.
Perché è un problema?
Il Piracy Shield, così com’è stato concepito e attuato, presenta diversi problemi tecnici, procedurali e di principio. Il primo e più tangibile è il rischio di overblocking, cioè di bloccare risorse che nulla hanno a che fare con la pirateria. Questo avviene perché spesso i siti pirata non operano su server dedicati isolati, bensì su infrastrutture condivise (come servizi CDN, cloud, hosting condiviso, o piattaforme come GitHub, Cloudflare, Google etc.). Oscurare un indirizzo IP che ospita contenuti illeciti, ma che è usato anche da centinaia di siti leciti, significa spegnere di colpo anche servizi totalmente legittimi. E non si tratta di un rischio teorico: è successo davvero. Nell’ottobre 2024, a seguito di una segnalazione errata inviata da DAZN, Piracy Shield ha ordinato il blocco di indirizzi che hanno mandato offline per alcune ore Google Drive, YouTube e altri servizi di Google, oltre a “migliaia di siti web legittimi” ospitati sulla stessa CDN. In precedenza, un incidente analogo aveva coinvolto i DNS di Cloudflare, causando disservizi diffusi a siti che nulla c’entravano con le partite di calcio pirata.
Un secondo problema riguarda le garanzie procedurali e la trasparenza. Il processo è estremamente rapido e centralizzato: nel momento in cui parte la segnalazione del detentore dei diritti, tutto avviene in pochi minuti senza contraddittorio preventivo né intervento di un giudice. Chi subisce un blocco (che sia il gestore di un sito oscurato o un service provider coinvolto) può solo fare reclamo entro 5 giorni, tramite PEC, e aspettare l’esito. Questo meccanismo rende possibili errori gravi difficili da correggere in tempo utile: ex post il danno (ad esempio per un sito commerciale reso irraggiungibile) è già fatto, e la procedura di sblocco può essere lenta e oscura. Agcom non pubblica in maniera facilmente accessibile l’elenco completo e aggiornato delle risorse bloccate (esiste un portale di consultazione, blocchips.agcom.it, ma non c’è un log pubblico in tempo reale). Manca anche un centro operativo dedicato (un SOC) per gestire rapidamente gli incidenti.
Un terzo aspetto problematico è l’estensione amplissima dei soggetti obbligati. La legge antipirateria non si limita a imporre obblighi ai provider internet tradizionali (ISP che forniscono connettività), ma li estende a “tutti i fornitori di servizi della società dell’informazione coinvolti, a qualsiasi titolo, nell’accesso a siti o servizi illegali”, inclusi motori di ricerca, DNS resolver pubblici, servizi VPN e altre infrastrutture, anche se non hanno sede in Italia. Questo significa, ad esempio, che Google potrebbe essere chiamata a de-indicizzare risultati di streaming pirata entro 30 minuti, o che Cloudflare dovrebbe bloccare le richieste DNS verso certi domini pirata immediatamente. Un tale ampliamento collide con la tradizionale distinzione (anche a livello europeo) fra mere conduit e contenuti: finora servizi come i DNS pubblici o i CDN erano considerati “neutrali” rispetto ai contenuti trasportati, e non soggetti a obblighi di filtraggio preventivo. L’Italia invece, con questa norma, ha di fatto richiesto a tali intermediari di diventare poliziotti del copyright. Ciò pone problemi di legittimità internazionale (un’azienda extra-UE potrebbe non riconoscere l’autorità di Agcom) e di sicurezza: se un servizio critico (ad esempio una rete CDN o un DNS pubblico) decide di limitare o spegnere la propria presenza in Italia per non sottostare a queste regole, l’infrastruttura nazionale ci perde in resilienza. Non a caso, il principio della proporzionalità delle misure di cybersicurezza, sancito anche dalla direttiva europea NIS2, mal si concilia con blocchi così invasivi e generalizzati: NIS2 mira a garantire la continuità dei servizi digitali essenziali, mentre un sistema che in un colpo solo può togliere di mezzo server DNS o segmenti di rete contraddice quella filosofia di resilienza.
Cosa c’entra Cloudflare
Cloudflare è uno dei maggiori attori globali nel campo dei servizi internet infrastrutturali: offre Content Delivery Network (CDN) per distribuire i contenuti, servizi DNS (il noto resolver pubblico 1.1.1.1), protezione da attacchi DDoS, e funge spesso da reverse proxy per siti web (oscurando l’IP originario e fornendo cache e sicurezza). Moltissimi siti, leciti e illeciti, usano Cloudflare per migliorare prestazioni e difendersi da attacchi. Secondo Agcom, una “larghissima percentuale” dei siti pirata colpiti dai provvedimenti di blocco in Italia si avvale proprio di servizi Cloudflare. Ciò significa che spesso i flussi illegali passano per i server Cloudflare (ad esempio, siti pirata che trasmettono partite utilizzano Cloudflare come protezione). È per questo che Agcom ha incluso Cloudflare fra i soggetti destinatari degli ordini: in quanto fornitore coinvolto nell’accessibilità dei contenuti illeciti, doveva bloccare l’accesso a quei siti segnalati, oppure adottare “misure tecniche e organizzative” per rendere quei contenuti non fruibili dagli utenti finali. In pratica, Agcom intimava a Cloudflare: o oscuri tu i siti pirata che stai “servendo” (ad esempio negando la risoluzione DNS o il proxy verso di essi), oppure devi trovare altri modi per impedirne l’uso attraverso la tua rete. Cloudflare però ha contestato questo ruolo. L’azienda si considera un mero intermediario tecnico.
La multa di 14 milioni (pari a circa l’1% del fatturato globale di Cloudflare) è significativa non solo per l’importo, ma perché segna la volontà dell’Agcom di affermare la piena applicazione della legge antipirateria anche verso attori internazionali e “infrastrutturali”. È un messaggio a tutti gli intermediari: o collaborate ai blocchi, o pagate caro. Cloudflare a sua volta, promettendo battaglia legale, ha anche ventilato l’uscita dall’Italia di servizi chiave, il che suona come un messaggio a Roma (e Bruxelles): state mettendo a rischio la sicurezza della rete pur di inseguire i pirati. La vicenda coinvolge Cloudflare in modo esemplare perché la sua infrastruttura è trasversale: bloccare “Cloudflare” significa potenzialmente bloccare pezzi di Internet (da qui il caos Google Drive, in cui era coinvolto Cloudflare come CDN); viceversa, costringere Cloudflare a filtrare crea un precedente mondiale (nessun altro paese aveva finora multato Cloudflare per non aver filtrato contenuti di terzi).
Cosa fare di fronte a queste “minacce”?
La posizione del CEO di Cloudflare, con la minaccia di interrompere servizi in Italia, ha messo il governo e le autorità di fronte a un bivio: insistere sulla linea dura ignorando gli avvertimenti, scendere a patti riconoscendo i rischi segnalati, oppure addirittura fare marcia indietro sul Piracy Shield.
Una posizione potrebbe essere: la legge è legge, un’azienda che opera in Italia deve adeguarsi, punto. Cloudflare non vuole filtrare? Problema suo; se se ne va dall’Italia, ce ne faremo una ragione.
Questa linea di pensiero, però, minimizza i costi collaterali che ricadrebbero sugli utenti e su servizi legittimi. Non è solo “problema di Cloudflare”: se davvero Cloudflare spegnesse i suoi server italiani o smettesse i servizi di sicurezza, a soffrirne sarebbero migliaia di siti italiani che vedrebbero aumentare la latenza o esposti agli attacchi DDoS, nonché istituzioni (come il Comitato Olimpico) private di protezioni informatiche a pochi mesi dai Giochi. Inoltre, proseguire con Piracy Shield così com’è significa accettare che episodi come il blackout di Google Drive possano ripetersi. La letteratura empirica sul caso italiano, benché agli inizi, indica chiaramente che il danno collaterale non è un’eccezione improbabile, ma una conseguenza intrinseca del design attuale. Uno studio accademico del 2025 ha ricostruito l’attività di Piracy Shield e concluso che l’oscuramento a livello IP “ha già interrotto e continua a interrompere centinaia di siti web legittimi, non di streaming” e che i benefici attesi sono limitati perché i pirati eludono i blocchi spostandosi rapidamente altrove. Insistere su questa strada, dunque, significa mettere in conto ulteriori down di servizi essenziali e un generale clima di incertezza tecnica (quale sito innocente finirà oscurato nel prossimo weekend di campionato?). Sul piano politico, la linea dura sarebbe rivenduta come fermezza dello Stato contro Big Tech e i pirati, ma si scontra con i richiami alla proporzionalità: persino a livello UE, come detto, cresce la preoccupazione per misure antipirateria che possano “rompere” internet. In sintesi, ignorare le minacce di Cloudflare equivarrebbe a dire: poco importa se mezzo internet collassa occasionalmente, la guerra ai pirati giustifica qualche danno collaterale. Una posizione rischiosa, che sacrifica la resilienza della rete nazionale in nome di un enforcement draconiano.
La seconda via è riconoscere che Cloudflare (e altri operatori) hanno voce in capitolo e che forzare la mano potrebbe fare più male che bene. Questo non significa cedere alle aziende, ma soppesare il trade-off: vale la pena compromettere la qualità e la sicurezza di Internet in Italia per rincorrere lo streaming illegale? Accettare le ragioni di Cloudflare potrebbe tradursi in una moratoria sull’applicazione di Piracy Shield verso i servizi infrastrutturali, o in linee guida più flessibili. Ad esempio, Agcom potrebbe esentare i DNS pubblici o i CDN generici dall’obbligo di blocco entro 30 minuti, concentrandosi invece sugli ISP tradizionali. In parallelo, si potrebbero coinvolgere operatori come Cloudflare in tavoli tecnici per trovare soluzioni meno invasive. Il costo di questa strada sarebbe politico: il governo dovrebbe spiegare una parziale marcia indietro, ammettendo che il meccanismo va corretto. Tuttavia, avrebbe il vantaggio di evitare uno scenario da “guerra dei nervi” con un attore che, volenti o nolenti, è parte dell’ossatura di Internet. Cloudflare, infatti, ha messo sul tavolo leve molto concrete: l’azienda ha dichiarato che potrebbe interrompere i servizi di sicurezza gratuiti che offre in Italia (ad esempio il progetto Galileo per enti pubblici e siti sensibili), spegnere i server nei data center italiani (peggiorando prestazioni e ridondanza della rete locale) e bloccare investimenti come l’apertura di una sede italiana. Sono mosse che incidono sulla cybersicurezza nazionale (si pensi alla protezione pro bono per Milano-Cortina 2026, che verrebbe meno). Prendere sul serio la minaccia vuol dire cercare un compromesso pragmatico: mantenere il contrasto alla pirateria, ma con strumenti più calibrati e in dialogo con gli attori tech. In fondo, l’obiettivo di policy dovrebbe essere ridurre la pirateria senza compromettere Internet: se il mezzo scelto si rivela troppo distruttivo, un aggiustamento di rotta è segno di buon senso più che di debolezza.
La terza opzione sarebbe abolire o sospendere del tutto il sistema Piracy Shield, riconoscendo che così com’è “fa più danni che altro”. Questa è la posizione auspicata da molti critici del provvedimento: diverse aziende tech italiane (euroISPA, AIIP) e studiosi hanno definito Piracy Shield una soluzione potenzialmente inefficace e realmente dannosa. Eliminare lo scudo, però, significa tornare al modello precedente (oscuramenti via DNS e ordinanze tribunali più lente) oppure cercare misure alternative. Non risolve di per sé il problema della pirateria: i flussi illegali continuerebbero a esistere e verrebbero fruiti dagli utenti, forse ancor più facilmente senza blocchi amministrativi. Inoltre c’è un contesto europeo da considerare: la Commissione UE nel maggio 2023 ha emanato una Raccomandazione sul contrasto alla pirateria di eventi live, invitando gli Stati e gli intermediari a adottare misure rapide (entro 30 minuti) per bloccare streaming illegali di sport. In prospettiva, è possibile che arrivi una normativa UE che imponga meccanismi simili (magari con più garanzie). Se l’Italia smontasse ora il Piracy Shield, potrebbe dover implementare qualcos’altro di analogo tra un paio d’anni, su spinta comunitaria. Dunque la scelta “radicale” rischia di essere temporanea o di lasciarci comunque in cerca di un nuovo modello. In più, ci sono gli interessi dell’industria del calcio: le leghe spingono per mostrare che si contrasta la pirateria, e abrogare la legge 93/2023 sarebbe politicamente difficile senza offrire loro un’alternativa credibile.
Le tre strade appaiono tutte poco soddisfacenti: ignorare Cloudflare significa accettare di “rompere internet” in nome di un ideale, accogliere le sue richieste significa indebolire l’enforcement voluto dal legislatore, cancellare lo scudo significherebbe ammettere una sconfitta e comunque dover ripensare da zero la strategia antipirateria. Probabilmente la via da seguire è una quarta ovvero politiche che riducano alla radice la convenienza della pirateria per il pubblico.
Che fare allora?
Se rimuovere il Piracy Shield tout court “non toglie la pirateria”, forse rendere l’offerta legale di sport più accessibile ed economica, toglierebbe ossigeno al mercato pirata.
Perché milioni di persone scelgono l’IPTV pirata a 10€ al mese invece degli abbonamenti ufficiali? I motivi principali sono: il costo complessivo troppo alto per seguire tutte le competizioni, la frammentazione (bisogna fare più abbonamenti a diversi servizi), e talvolta la qualità percepita (alcuni trovano più semplice e completo un “pezzotto” con tutto incluso, rispetto a vari servizi con restrizioni).
Negli Stati Uniti, dove pure la pirateria esiste, il fenomeno è molto meno centrale nel dibattito pubblico perché l’industria ha adottato un modello più user-friendly dopo le esperienze del passato. Quando la pirateria musicale dilagava con Napster, l’industria ha capito che la repressione pura era una chimera e ha puntato su nuove offerte (iTunes prima, lo streaming poi) a prezzi ragionevoli. Analogamente nello sport: negli USA accedere legalmente ai campionati è facile e relativamente economico, specialmente se ci si accontenta dei pacchetti base. Ad esempio, per vedere tutto il campionato NBA basta abbonarsi a NBA League Pass, il servizio ufficiale della lega: costa circa 100 dollari l’anno (meno di 9 dollari al mese) per l’abbonamento standard e 140$/anno per quello Premium multi-dispositivo. Include tutte le partite di regular season, playoff, Finals, più un archivio immenso di partite storiche, highlights e contenuti extra. In pratica l’appassionato di basket con ~8€ al mese ha tutta l’NBA a disposizione, on demand o live, su qualsiasi device. Per la NFL (football americano) c’è un servizio simile (NFL+ a $50 l’anno per mobile/tablet, oppure vari pacchetti per vedere tutte le partite su diverse piattaforme, comunque con costi contenuti rispetto alla mole di contenuti).
Il risultato? Ovviamente anche in America c’è chi pirata gli eventi sportivi, ma il gap di convenienza tra legale e illegale è minore. È più facile convincere un fan a pagare $8 al mese per l’NBA in HD, piuttosto che impazzire con streaming illegali scadenti, quando il prezzo è così competitivo. In Italia (e in Europa) invece, per seguire tutto il calcio servono abbonamenti multipli: ad esempio un tifoso che voglia vedere Serie A, Champions League, Europa League e magari anche qualche campionato estero deve abbonarsi a DAZN (34,99€ al mese solo la A più qualche coppa), a Sky o NOW (per Champions ed Europa League, altri 30-40€ al mese nei pacchetti), forse ad Amazon Prime Video (per alcune partite di Champions). Si arriva facilmente a oltre 600-700€ l’anno di spesa per avere “tutto il calcio”. Molte persone non se lo possono o vogliono permettere, e trovano nell’IPTV pirata a 10€/mese un surrogato accettabile. Non solo: l’esperienza utente dei servizi legali talvolta è frammentata e macchinosa (app diverse, telecronisti diversi non sempre all’altezza, limitazioni di device, ecc.), mentre il pezzotto offre spesso un’unica interfaccia con tutti i canali esteri, opzionalmente telecronaca italiana, ecc. È brutto da dire, ma il “prodotto” pirata in alcuni casi è percepito come migliore del prodotto legale (eccetto la qualità video e l’affidabilità, dove le IPTV illegali possono difettare).
La soluzione potrebbe essere quella di creare una piattaforma unica, magari a livello europeo, che offra in streaming tutte le principali competizioni calcistiche a un prezzo abbordabile (paragonabile a Netflix o meno). Un unico “League Pass” del calcio europeo, che comprenda Champions League, Europa/Conference League, le partite delle nazionali UEFA, e magari i principali campionati nazionali integrati (o modulabili a scelta). Questa piattaforma centralizzata venderebbe il “prodotto base” (le partite in sé, con telecronaca) in tutta Europa a un prezzo contenuto – ipotizziamo 15€ al mese per tutto, oppure opzioni di team pass a 8-10€ per chi vuole seguire solo la propria squadra.
A quel punto, dove starebbe la concorrenza? Non più nell’esclusiva del contenuto (che genera solo rendite e prezzi alti), ma nei servizi accessori: emittenti come Sky, DAZN, Amazon, Mediaset, potrebbero competere vendendo pacchetti di commento, produzione editoriale, approfondimenti su quella stessa partita. In sostanza, il prodotto principale (la partita in sé) non sarebbe più reso artificialmente scarso da diritti frammentati e la competizione si sposterebbe sulla qualità dell’esperienza, sul commento, sui servizi aggiuntivi e secondari.
Un modello del genere avrebbe diverse conseguenze: intanto abbasserebbe drasticamente il costo per il consumatore, rendendo molto meno attraente pagare un pirata. Se per vedere tutto pago 15€ legalmente, vale la pena rischiare una IPTV illegale a 10€ scarsa e instabile? Molti sceglierebbero il legale, per piccola che sia la differenza di prezzo, perché comunque è più comodo e sicuro (nessun rischio malware, niente oscuramenti improvvisi, qualità HD garantita, ecc.). Inoltre, amplierebbe la platea di utenti paganti: oggi chi non può permettersi 600€ l’anno magari rinuncia del tutto o pirata; con 100-150€ l’anno per tutto, alcuni di questi rientrerebbero nel mercato legittimo. È esattamente ciò che è avvenuto nella musica: abbassando drasticamente il prezzo per l’utente (10€ al mese per milioni di brani) e aumentando la comodità, Spotify & co. hanno riportato dentro tanti ex-pirates (pur con effetti collaterali sull’economia della musica). Nel video intrattenimento è successo con Netflix fino a quando l’eccessiva frammentazione recente non ha fatto risalire la pirateria. Uno studio del 2023, ad esempio, ha mostrato che quando alcuni film sono stati rimossi da Netflix e resi disponibili solo su un’altra piattaforma (riducendo quindi la disponibilità legale facile), le ricerche su Google per piratarli sono aumentate del 20% rispetto ai film rimasti sulla piattafroma.
Naturalmente, un modello “NBA” applicato al calcio europeo sarebbe rivoluzionario e complesso da attuare. Ci sono diritti contrattuali già venduti per anni, ci sono interessi delle emittenti tradizionali, normative concorrenziali da rispettare. Le leghe dovrebbero cooperare tra loro anziché massimizzare ciascuna il proprio bando domestico. Gli attori intermedi (Sky, DAZN, etc.) vedrebbero ridursi i margini sulle esclusive; inevitabilmente alcuni ricavi si ridistribuirebbero. È probabile che il prezzo per il consumatore scenderebbe (obiettivo auspicato), e con esso nel breve periodo anche i profitti di alcuni intermediari. Ma la torta complessiva potrebbe non ridursi anzi, potenzialmente, aumentare grazie al recupero di una fascia di pubblico ora perduta. Se davvero, come si stima, milioni di italiani usano il pezzotto, quello è reddito che oggi alimenta la criminalità e che potrebbe invece fluire (anche solo in parte) all’industria sportiva se l’offerta fosse abbastanza allettante. Un abbassamento dei prezzi e una centralizzazione dell’offerta potrebbero generare un effetto volume: più abbonati paganti totali, sebbene a prezzo unitario minore, e quindi ricavi globali paragonabili agli attuali.
Non va dimenticato che la pirateria prospera quando c’è domanda insoddisfatta. L’obiettivo ultimo non dovrebbe essere oscurare tutti gli IPTV illegali del mondo (impresa quasi impossibile), ma svuotarli di clienti. Per farlo, il bastone (blocchi e sanzioni) serve a poco se non c’è anche la carota: un’opzione legale migliore. In questo senso, Piracy Shield da solo è fondamentalmente inutile perché attacca l’offerta pirata senza curarsi della domanda.

