La Corte Costituzionale ha detto che le pensioni si possono toccare
Se dessimo a ogni pensionato italiano una pensione minima di 5.000 euro al mese, il costo annuo supererebbe i mille miliardi di euro, più dell’intero bilancio dello Stato. Eppure, ogni volta che si parla di pensioni, qualcuno rilancia con cifre irrealistiche. Il punto, però, non è quanto dovrebbe essere la pensione minima: è che il sistema attuale costa già troppo, e la Corte Costituzionale ci ha appena spiegato che sì, si può intervenire.
🎬 Questo articolo è tratto dal video:
Le PENSIONI mi hanno ROTTO il PYTHON: non si possono toccare, sono diritti ACQUISITI!
Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
Il conto che nessuno vuole fare
Partiamo dai numeri di base. I pensionati italiani sono circa 16 milioni, le pensioni erogate circa 22 milioni (molti ne percepiscono più di una). La spesa pensionistica pubblica italiana, secondo i dati più recenti dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, si avvia verso il 17% del PIL entro il 2040: la più alta tra tutti i Paesi OCSE, contro una media dell’8,8%.
In un video precedente avevo mostrato, con un calcolo in Python, che la differenza tra i contributi effettivamente versati dai pensionati e quanto percepiscono si aggira attorno ai 30-40 miliardi l’anno, a seconda delle ipotesi di base. Ho chiamato questa differenza “furto pensionistico”, una provocazione che ha generato moltissimo dibattito. Quella volta avevo usato uno script in Python; oggi ho messo online una dashboard completa, consultabile liberamente sul mio sito, per permettere a chiunque di verificare i dati in autonomia.
Il metodo retributivo, quello con cui è stata calcolata la pensione della maggior parte dei pensionati attuali, ci costa ancora oggi circa 120 miliardi l’anno. Non patatine, come si suol dire.
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Ma le pensioni non sono un diritto acquisito?
Questa è la frase che si sente più spesso quando si mostrano i numeri: “Non si può fare nulla, le pensioni sono un diritto acquisito.” Eppure, negli ultimi anni le pensioni sono state toccate più volte. Come si concilia l’idea di un diritto intangibile con il fatto che, ripetutamente, il legislatore sia intervenuto riducendone il valore reale?
La risposta sta nel fatto che il concetto di “diritto acquisito”, così come viene usato nel dibattito pubblico, è molto diverso da quello che effettivamente dice la giurisprudenza costituzionale. E qui ci viene in aiuto l’ultima sentenza della Corte Costituzionale sull’argomento: la numero 167 del 2025, depositata il 13 novembre scorso.
Cosa ha stabilito la Corte Costituzionale
La vicenda nasce dalla legge di bilancio 2023 (articolo 1, comma 309), che ha introdotto un meccanismo di raffreddamento della rivalutazione delle pensioni. In pratica, per quell’anno la perequazione automatica (cioè l’adeguamento all’inflazione) venne riconosciuta al 100% solo per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo INPS, grosso modo circa 2.000-2.200 euro lordi mensili. Per tutte le fasce superiori, la rivalutazione fu progressivamente ridotta, dall’85% fino al 32% per le pensioni più elevate.
Ventitre ricorrenti, tutti appartenenti al comparto difesa e sicurezza, hanno impugnato la norma. Vale la pena ricordare che il comparto difesa italiano è composto in larga parte da spesa pensionistica e che i dipendenti pubblici andati in pensione in passato godono di benefici particolarmente generosi.
La Corte ha dichiarato la questione non fondata, stabilendo quattro principi che meritano attenzione.
Primo: la perequazione automatica è uno strumento di natura tecnica, non un diritto soggettivo intangibile. È pensata per mantenere il potere d’acquisto delle pensioni, ma non gode di una protezione costituzionale assoluta.
Secondo: la garanzia della perequazione non annulla la discrezionalità del legislatore. Il Parlamento può decidere quanto e come adeguare le pensioni, alla luce delle risorse effettivamente disponibili.
Terzo: non esiste un imperativo costituzionale che imponga l’adeguamento annuale di tutti i trattamenti pensionistici. Questo è forse il punto più rilevante, perché smonta l’idea che ogni anno tutte le pensioni debbano essere rivalutate al 100% dell’inflazione.
Quarto: il criterio per valutare la ragionevolezza di un intervento è la differenziazione per fasce. Le pensioni più elevate, dice la Corte, presentano margini più ampi di resistenza all’erosione inflattiva, e quindi possono essere toccate con maggiore incisività rispetto a quelle basse.
Quindi, sì, si può intervenire, purché si proteggano le pensioni più basse e si agisca sulle fasce più alte con criteri ragionevoli. Esattamente quello che è stato fatto nel 2023.
La de-indicizzazione: quanto si potrebbe risparmiare
Partendo da questi principi, ho costruito una simulazione. Ho preso i dati di Itinerari Previdenziali aggiornati al 2024 e ho escluso tutte le pensioni inferiori a quattro volte il minimo INPS (sotto i 2.683 euro lordi mensili). Per tutte le fasce superiori ho proiettato il valore della pensione in termini reali nei prossimi anni, confrontando diversi scenari di rivalutazione.
La dashboard interattiva è sul mio sito, ma ecco i risultati principali.
Con un’inflazione ipotizzata al 2% e le regole vigenti al 2025, le pensioni perdono potere d’acquisto, ma molto lentamente: di fatto non si raggiunge mai il livello “target”, ovvero la pensione che sarebbe giustificata dai contributi effettivamente versati. Se invece si applicasse una rivalutazione al 75% di quella attualmente prevista, in circa 20 anni la pensione media di queste fasce scenderebbe dai circa 35.000 euro annui a circa 31.500, sempre in termini reali: si chiuderebbe cioè il divario con quanto effettivamente spettava sulla base dei contributi.
In termini aggregati: con le regole vigenti, il risparmio in 5 anni sarebbe di circa 3 miliardi. Con la rivalutazione ridotta al 75%, il risparmio a 5 anni salirebbe a circa 11,7 miliardi. I pensionati coinvolti sarebbero circa 3,5 milioni, lasciando del tutto invariate le pensioni degli altri 13 milioni circa che stanno sotto la soglia delle quattro volte il minimo.
Cosa ci si potrebbe fare con quei soldi
Undici miliardi e mezzo in 5 anni sembrano un numero astratto. Proviamo a tradurlo. Equivalgono a circa una centrale nucleare (come riferimento ho usato Jek 2, la centrale slovena con un costo stimato attorno ai 12 miliardi di euro). Oppure a circa 8 anni e mezzo di finanziamenti per asili nido. O ancora, a 5 anni di congedo parentale per entrambi i genitori, un tema su cui si sta dibattendo moltissimo in questi giorni per capire dove trovare le risorse. Quei soldi coprirebbero in alternativa un aumento del 2% del Fondo sanitario nazionale o un incremento del 4,5% della spesa per istruzione.
Se a questo si aggiungessero altri interventi già esplorati in precedenza (l’IMU calcolata sulla ricchezza netta anziché lorda, la riforma delle soglie ISEE proposta anche da Itinerari Previdenziali, la modifica del welfare locale), si arriverebbe a un risparmio complessivo tra i 13 e i 17 miliardi l’anno. Su un orizzonte di 5 anni, grosso modo 6,5 centrali nucleari.
Le previsioni troppo ottimistiche
C’è chi obietta che il problema si risolverà da solo. Infatti, secondo l’ultimo rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, la spesa pensionistica sul PIL dovrebbe calare dopo il 2040. Ma, come ha rimarcato l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica il 27 febbraio 2026, quel calo si basa su ipotesi molto ottimistiche.
Il dato più eloquente riguarda la produttività. Nell’ultimo decennio (2015-2025) il tasso di crescita della produttività in Italia è stato dello 0,12% medio annuo. Le previsioni della RGS ipotizzano che salga all’1,4% entro il 2050: quasi nove volte tanto. Come scrive l’Osservatorio, la produttività dovrebbe crescere nei prossimi 45 anni a un ritmo che non ha alcun precedente recente.
Ma non è solo la produttività. Le previsioni assumono anche un miglioramento del tasso di fecondità, un tasso di disoccupazione stabilmente sotto il 6%, un aumento del tasso di attività e flussi migratori regolari fino al 2070. Guardandosi attorno, è lecito chiedersi su quali basi si fondino queste aspettative. Se negli ultimi 5 anni, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, la produttività delle imprese italiane non ha visto crescite significative, e se gli stipendi sono rimasti sostanzialmente fermi, è difficile credere a un’inversione di tendenza spontanea.
Cosa ci aspetta
La Corte Costituzionale ha chiarito che lo spazio per intervenire c’è. La de-indicizzazione parziale delle pensioni più elevate è uno strumento legittimo, ragionevole e già testato. I numeri mostrano che anche un intervento non particolarmente aggressivo genererebbe risparmi significativi, sufficienti a finanziare politiche per le nuove generazioni: asili, congedi, istruzione, sanità.
Tuttavia, con tutta probabilità, nessun governo interverrà finché non sarà costretto da una crisi. Aspetteremo, come sempre, che i buoi siano tutti scappati per chiudere la stalla. E quando arriveranno le manovre lacrime e sangue, saranno proprio le generazioni più giovani a pagarne il prezzo.
Fonti e approfondimenti
Osservatorio CPI, “Spesa pensionistica verso il 17% del PIL” (27 febbraio 2026)
Ufficio Parlamentare di Bilancio, Rapporto sulla politica di bilancio 2025
Dr Elegantia, “Perché separare previdenza e assistenza” (Substack)
📊 Dashboard pensioni — dashboard interattiva consultabile sul mio sito
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