La domanda “il salario minimo alza i redditi?” sembra avere una risposta ovvia. Se la legge impedisce di pagare un lavoratore meno di una certa cifra, chi oggi guadagna meno dovrebbe domani guadagnare di più. Fine della storia.
Penso nessuno sano di mente possa negare che un salario minimo può aumentare con certezza quasi contabile la paga oraria di un lavoratore che continua a essere occupato per le stesse ore e il cui datore di lavoro rispetta la norma. Non trovate? Però da ciò non segue automaticamente che aumenti nella stessa proporzione il suo reddito annuale, ancora meno che aumenti nella stessa misura il suo reddito disponibile reale.
Per capire perché, basta pensare che la retribuzione annuale di un lavoratore dipende grossomodo dalla paga oraria moltiplicata per il numero di ore lavorate durante l’anno. A questo si aggiungono imposte, contributi, trasferimenti pubblici e, quando vogliamo parlare di benessere reale, il livello dei prezzi. Se la paga oraria aumenta del 10 per cento ma le ore lavorate diminuiscono del 10 per cento, il risultato annuale è molto diverso da quello suggerito dalla sola osservazione del salario orario. Se invece paga oraria e ore rimangono inalterate mentre alcuni prezzi salgono, aumenta il reddito nominale ma meno il suo potere d’acquisto. Se infine il rapporto di lavoro scompare, il problema cambia completamente.
È qui che la discussione italiana sul salario minimo diventa interessante.
Come fissare il salario minimo?
Prima di entrare nel vivo della questione occorre quanto meno chiedersi come venga fissato il salario minimo.
Ad esempio, la direttiva europea 2022/2041 parla del 60 per cento del salario lordo mediano, e lo indica come uno dei possibili valori di riferimento per giudicare l’adeguatezza di un salario minimo legale. Accanto al 60 per cento della mediana viene citato il 50 per cento del salario lordo medio. Sono parametri indicativi, non una formula che obbliga ogni Stato a fissare il minimo esattamente lì. Ancora, in Spagna viene fissato attorno al 50% della mediana. In Germania si utilizzano indicatori analoghi.
Il rapporto tra salario minimo e salario mediano viene normalmente chiamato indice di Kaitz. Se la retribuzione mediana è 12 euro l’ora e il minimo è 6 euro, l’indice è il 50 per cento. Se il minimo è 9 euro, arriva al 75 per cento. Quanto più il minimo si avvicina alla mediana, tanto maggiore è la quota di distribuzione salariale direttamente coinvolta dalla norma e tanto più importante diventa capire come reagiranno imprese e lavoratori.
La distinzione non è accademica. Credo sia abbaastanza evidente che un minimo collocato al 50 o al 60 per cento della mediana sia una politica economicamente diversa da un minimo collocato al 75 o all’80 per cento. È perfettamente possibile essere convinti dalla letteratura secondo cui minimi moderati producono aumenti salariali con effetti occupazionali medio-piccoli e contemporaneamente essere molto più incerti sugli effetti di una soglia sensibilmente più alta.
Come vengono fissati i salari in Italia
L’Italia ha costruito storicamente un sistema diverso da quello di Francia, Germania o Spagna. Non esisteva una singola cifra legale nazionale applicabile indistintamente a tutte le occupazioni. I minimi salariali venivano stabiliti principalmente attraverso i contratti collettivi nazionali di lavoro negoziati dalle organizzazioni dei lavoratori e da quelle dei datori di lavoro.
L’articolo 36 della Costituzione stabilisce che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e comunque sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Nel corso del tempo la giurisprudenza ha utilizzato frequentemente le retribuzioni stabilite dai contratti collettivi come parametro per valutare questa sufficienza.
Nel 2026 il quadro è cambiato. Il decreto legge 62 del 30 aprile 2026, convertito nella legge 112 del 25 giugno, ha introdotto la disciplina del cosiddetto “salario giusto”. L’articolo 7 afferma esplicitamente che la contrattazione collettiva costituisce lo strumento per determinarlo e prende come riferimento il trattamento economico complessivo dei CCNL stipulati dalle organizzazioni dei datori e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La norma stabilisce inoltre che il trattamento economico previsto da contratti diversi non possa essere inferiore a quello del contratto rappresentativo pertinente. Nel trattamento vengono considerate anche mensilità aggiuntive, indennità fisse e continuative e altre componenti economiche definite dal contratto.
Questo significa che, nell’agosto 2026, quando si discute di introdurre in Italia “il salario minimo”, bisogna distinguere due questioni. Una è il rafforzamento legale dei minimi derivanti dalla contrattazione rappresentativa, che è già entrato nell’ordinamento. L’altra è l’introduzione di una cifra oraria nazionale, per esempio 9 euro lordi, che continua a essere oggetto di proposte politiche e parlamentari.
Mille CCNL non significano mille contratti economicamente rilevanti
Una delle argomentazioni più frequenti a favore di un salario minimo nazionale parte dal numero elevatissimo di contratti collettivi depositati al CNEL e dall’esistenza dei cosiddetti “Contratti Pirata”.
Il XXVII Rapporto sul mercato del lavoro e sulla contrattazione collettiva, approvato dal CNEL nell’aprile 2026, mostra una situazione quasi paradossale. Da una parte esistono oltre mille contratti depositati e quasi duecento organizzazioni sindacali firmatarie. Dall’altra, la distribuzione effettiva dei lavoratori è estremamente concentrata.
Secondo i dati Uniemens richiamati dal CNEL, il 99,7 per cento dei lavoratori del settore privato risulta coperto da contratti sottoscritti da almeno una organizzazione sindacale aderente alle principali confederazioni presenti al CNEL. Soltanto 28 CCNL, ciascuno applicato ad almeno centomila lavoratori, coprono oltre l’80 per cento dei dipendenti privati. Aggiungendo altri 69 contratti che coprono tra diecimila e centomila lavoratori si arriva al 97,2 per cento della forza lavoro privata tracciata.
All’altro estremo, nel sottoinsieme analizzato dal CNEL ben 626 contratti, pari al 72,4 per cento dei contratti nazionali di categoria considerati in quel calcolo, sono applicati a meno di 500 lavoratori ciascuno e complessivamente interessano appena lo 0,4 per cento dei dipendenti privati.
Questa è la ragione per cui bisogna fare molta attenzione quando si confrontano i diversi numeri prodotti sul tema. Il numero dei contratti depositati nell’archivio CNEL non coincide con il numero dei contratti vigenti. Il numero dei contratti vigenti non coincide con quello dei contratti effettivamente applicati a un numero significativo di dipendenti. Inoltre, statistiche diverse possono includere differenti settori, utilizzare differenti anni di riferimento oppure classificare in modo diverso le organizzazioni sindacali considerate rappresentative.
Questo non significa che Ii fenomeno dei contratti economicamente peggiorativi, i contratti Pirata, non esista, ma non possiamo calcolarne l’importanza contando semplicemente tutti i CCNL che non sono firmati da CGIL, CISL e UIL.
I 4,4 milioni di lavoratori sotto il 60 per cento della mediana
Arriviamo così al numero forse più importante dell’intera discussione.
Secondo il Rapporto annuale Istat 2024, nel 2022 i dipendenti delle imprese private extra agricole che si trovavano sotto una soglia pari al 60 per cento della retribuzione annuale mediana erano 4,4 milioni, poco meno del 30 per cento del totale. La condizione era molto più diffusa tra lavoratori con contratti non standard, soprattutto a termine e a tempo parziale, ed era associata più frequentemente a giovani, donne e stranieri.
Ma questi 4,4 milioni non sono 4,4 milioni di persone che vengono pagate meno di una ipotetica soglia minima oraria.
Circa 4 milioni di dipendenti privati, escludendo agricoltura e lavoro domestico, avevano nel 2022 una retribuzione teorica lorda annuale inferiore a 12 mila euro. Ma i lavoratori con una retribuzione oraria inferiore alla soglia del 60% del reddito mediano (8,41 euro) erano circa 1,3 milioni. In altri termini, una parte maggioritaria del problema della bassa retribuzione annuale derivava da ridotta intensità o ridotta continuità del lavoro, non soltanto da una paga oraria troppo bassa.
È una distinzione fondamentale. Facciamo alcuni esempi per chiarire il punto.
Immaginiamo un lavoratore che guadagna 10 euro l’ora, quindi più di un eventuale minimo di 9 euro, ma lavora soltanto sei mesi l’anno. Un salario minimo di 9 euro non cambia nulla per lui.
Immaginiamo una persona che guadagna 9,50 euro l’ora e vorrebbe lavorare quaranta ore alla settimana, ma ne ottiene venti. Anche in questo caso il minimo di 9 euro non risolve il problema.
Immaginiamo infine una lavoratrice stagionale che guadagna 8 euro l’ora per quattro mesi. Portare il salario a 9 euro aumenta effettivamente la sua retribuzione per ogni ora lavorata, ma non trasforma quattro mesi di occupazione in dodici.
Quindi torniamo all’affermazione con cui abbiamo aperto questa riflessione:
nessuno sano di mente può negare che un salario minimo possa aumentare con certezza quasi contabile la paga oraria di un lavoratore che continua a essere occupato per le stesse ore e il cui datore di lavoro rispetta la norma.
Ottimo, se la stragrande maggioranza delle persone in povertà lavorativa è in quella condizione non per via della paga oraria è evidente che aumentarla non risolva quel problema. Tuttavia va anche detto che si può tranquillamente desiderare un salario minimo a prescindere dal fatto appena descritto.
E gli stagionali e chi vuole lavorare a tempo parziale?
Ora giustamente bisognerebbe anche comprendere che non ogni lavoro a tempo parziale rappresenta un fallimento del mercato del lavoro. Una persona può voler lavorare venti ore alla settimana per studiare, occuparsi dei figli, assistere un familiare, svolgere una seconda attività oppure semplicemente perché preferisce avere più tempo libero. Una politica che giudicasse automaticamente problematico qualsiasi part time finirebbe per confondere reddito basso con preferenze individuali.
Il problema italiano è che una quota molto consistente del lavoro a tempo parziale non è frutto di una scelta.
Istat continua a rilevare una forte differenza di genere. Le donne sono molto più esposte al part time involontario. Questo si intreccia con disponibilità dei servizi per l’infanzia, distribuzione del lavoro familiare e struttura degli incentivi economici.
Anche qui il tema fiscale che spesso viene liquidato in una battuta merita di essere espresso in modo più preciso. L’Italia tassa individualmente il reddito da lavoro e alcune misure, come l’Assegno unico, contengono incentivi rivolti ai nuclei con due percettori. Tuttavia l’OCSE ha osservato che il sistema fiscale e dei trasferimenti nel suo complesso continua a favorire relativamente le famiglie con un solo percettore, soprattutto per effetto di prestazioni condizionate al reddito familiare e di alcune detrazioni. A questo si aggiunge una disponibilità dei servizi per la prima infanzia inferiore alla media OCSE.
Quindi la bassa retribuzione annuale di molte donne non può essere letta semplicemente come “il datore di lavoro paga troppo poco”. In alcuni casi è certamente così. In altri entrano in gioco poche ore offerte dall’impresa. In altri ancora la possibilità concreta di accettare più ore dipende dal costo dei servizi di cura, dai trasferimenti persi aumentando il reddito e dalla distribuzione del lavoro domestico.
Lo stesso discorso vale per la stagionalità. Un’attività alberghiera aperta per quattro mesi non può trasformare automaticamente un rapporto stagionale in un impiego di dodici mesi perché viene introdotto un salario minimo. Possiamo certamente decidere che durante quei quattro mesi ogni ora debba essere pagata meglio. Ma sarebbe scorretto presentare la misura come soluzione completa al problema del basso reddito annuale del lavoratore stagionale.
Dopodiché bisognerebbe anche evitare di continuare a raccontarsi la favoletta del “turismo petrolio italiano”.
Facciamo allora un’ipotesi molto favorevole
Per isolare il vero problema economico possiamo fare un esperimento mentale volutamente estremo.
Supponiamo che tutti i lavoratori siano correttamente inquadrati nel contratto collettivo rappresentativo pertinente. Supponiamo che i contratti peggiorativi non esistano più. Supponiamo che non vi sia evasione. Supponiamo inoltre, per il momento, che ore e durata dei rapporti rimangano esattamente le stesse.
A questo punto introduciamo un minimo sufficientemente alto da produrre un aumento significativo del reddito e conseguentemente un aumento del costo del lavoro nelle imprese che oggi pagano meno.
Che cosa può fare un’impresa?
La risposta non è semplicemente “licenzia” oppure “non licenzia”. L’impresa dispone di molti margini di aggiustamento contemporaneamente. Può accettare minori profitti. Può aumentare i prezzi. Può ridurre le ore lavorate o l’occupazione. Può sostituire parte del lavoro con capitale. Può cercare di aumentare la produttività. Può modificare l’organizzazione. Può chiudere. La domanda vera è quanto peserà ciascun margine.
Ed è qui che la letteratura economica diventa molto più interessante della disputa politica.
L’evidenza non dice che il salario minimo distrugge automaticamente occupazione
La prima cosa da riconoscere è che la letteratura empirica degli ultimi decenni non sostiene la versione più semplice del modello secondo cui ogni aumento del salario minimo produce automaticamente una forte distruzione di posti di lavoro.
La grande revisione della letteratura internazionale realizzata da Arindrajit Dube nel 2019 per il governo britannico concludeva che, nel complesso degli studi più recenti su Stati Uniti, Regno Unito e altri paesi sviluppati, gli effetti medi sull’occupazione erano generalmente molto contenuti mentre gli effetti sui guadagni dei lavoratori a bassa paga erano significativi. Dube riteneva che vi fosse spazio per sperimentare minimi nell’ordine del 60 per cento fino a circa due terzi della mediana, purché accompagnati da monitoraggio e possibilità di ricalibrazione.
Cengiz, Dube, Lindner e Zipperer, in un articolo del 2019 sul Quarterly Journal of Economics, hanno studiato 138 importanti aumenti dei salari minimi negli Stati Uniti tra il 1979 e il 2016. La quantità complessiva di occupazioni a basso salario risultava sostanzialmente invariata nei cinque anni successivi agli aumenti, mentre aumentavano i guadagni nella parte bassa della distribuzione. Gli autori trovavano però anche qualche evidenza di riduzione dell’occupazione nei settori esposti alla concorrenza commerciale.
Questo risultato è importante perché obbliga a scartare due caricature opposte. Non è vero che “alzare per legge il salario distrugge necessariamente milioni di posti”. Ma non è neppure vero che il costo aggiuntivo sparisca. Se non viene pagato principalmente attraverso una forte riduzione dell’occupazione, deve essere assorbito attraverso altri canali.
Il primo canale sono i profitti
L’impresa può semplicemente guadagnare meno.
Questo è perfettamente possibile, soprattutto quando il mercato del lavoro non è perfettamente concorrenziale e il datore di lavoro possiede un certo potere nella determinazione dei salari. È anche una delle ragioni teoriche per cui l’aumento del minimo può produrre effetti occupazionali molto più piccoli rispetto a quelli del modello elementare.
Ma la capacità di comprimere i profitti non è identica per tutte le imprese.
Un’impresa molto produttiva con margini elevati può assorbire un aumento salariale senza modificare significativamente occupazione o prezzi. Una piccola attività con margini ridotti ha uno spazio inferiore. E qui la struttura produttiva italiana assume un’importanza enorme.
L’OCSE, nell’Economic Survey Italy 2026, ricorda che micro e piccole imprese rappresentano ancora più del 60 per cento dell’occupazione italiana, contro circa il 40 per cento in Francia e Germania. Le imprese italiane piccole hanno mediamente una produttività inferiore alle imprese grandi e il divario dimensionale è maggiore rispetto ad altre grandi economie europee. L’OCSE sottolinea inoltre che la produttività tende a essere inferiore nel Mezzogiorno e nelle Isole.
È quindi ragionevole aspettarsi che uno stesso aumento obbligatorio del costo del lavoro sia molto più facile da assorbire per alcune imprese che per altre.
Il secondo canale sono i prezzi
Se non vuole o non può assorbire tutto l’aumento attraverso i margini, l’impresa può trasferirne almeno una parte sui clienti.
Abbiamo evidenza empirica molto chiara che questo accade.
Peter Harasztosi e Attila Lindner hanno studiato il forte aumento del salario minimo ungherese in un articolo pubblicato sull’American Economic Review nel 2019. Hanno trovato effetti occupazionali negativi ma relativamente piccoli e stimato che circa il 75 per cento del maggior costo salariale fosse sostenuto dai consumatori attraverso prezzi più alti, mentre circa il 25 per cento ricadesse sui proprietari delle imprese. Le imprese aumentarono inoltre la sostituzione del lavoro con capitale.
Renkin, Montialoux e Siegenthaler, sulla Review of Economics and Statistics, hanno studiato i prezzi nei supermercati e nelle farmacie statunitensi. Un aumento del salario minimo del 10 per cento era associato a un aumento dello 0,36 per cento dei prezzi dei prodotti osservati, una dimensione compatibile con un trasferimento pressoché completo dell’incremento dei costi nel settore studiato.
Questo non significa che un aumento del salario minimo del 10 per cento produca il 10 per cento di inflazione. Sarebbe un errore enorme. I salari dei lavoratori interessati rappresentano soltanto una parte dei costi dell’impresa e i settori direttamente colpiti rappresentano soltanto una parte del paniere dei consumatori.
Significa però che l’aumento dei prezzi è uno dei normali margini di aggiustamento.
Ed è particolarmente importante per una politica che vuole aumentare i redditi reali. Se il lavoratore riceve cento euro in più al mese ma una parte del maggior costo ritorna sotto forma di prezzi più elevati nei servizi che consuma, il suo miglioramento reale sarà inferiore a cento euro. Potrà comunque essere nettamente positivo, soprattutto se il lavoratore beneficiario del minimo consuma beni prodotti anche da settori poco interessati dalla misura. Ma ignorare completamente il passaggio attraverso i prezzi significa ignorare uno dei risultati più robusti della letteratura.
Nel caso italiano l’effetto probabilmente sarà molto eterogeneo.
Un bar, un ristorante, un albergo, una cooperativa di servizi o una piccola attività commerciale hanno una quota del costo del lavoro diversa da quella di un’impresa industriale fortemente automatizzata. E hanno possibilità diverse di aumentare i prezzi.
Per un servizio strettamente locale può esserci una certa facilità di trasferimento dei costi perché anche i concorrenti locali sono soggetti allo stesso minimo. Ma se la domanda locale è debole, prezzi più alti possono ridurre i consumi. Nel turismo la situazione è ancora diversa: una località italiana compete anche con altre destinazioni, quindi non è affatto garantito che ogni aumento di prezzo possa essere trasferito senza perdere domanda.
Il terzo canale è la produttività
Arriviamo allo scenario più interessante.
Se costringiamo un’impresa poco produttiva a pagare salari più alti, potremmo indurla a cambiare organizzazione, investire, introdurre tecnologie, ridurre sprechi e aumentare il capitale per lavoratore. In altre parole, il salario minimo potrebbe funzionare come uno shock che rende non più sostenibile un modello produttivo fondato su lavoro molto economico.
Questa possibilità non è affatto fantasiosa.
Ma c’è una differenza decisiva tra dire che un’impresa ha un incentivo ad aumentare la produttività e dire che è in grado di farlo.
Se per aumentare il valore aggiunto basta comprare una macchina, riorganizzare i turni o adottare un software, l’aumento salariale può accelerare una trasformazione efficiente. Se invece il problema è che un ristorante di un paese con poca domanda ha pochi clienti, che un albergo è aperto soltanto durante una stagione corta o che un servizio alla persona viene venduto a famiglie con redditi bassi, la produttività non può essere fatta crescere semplicemente per legge.
Il quarto canale è l’uscita delle imprese meno produttive
Alcune imprese potrebbero fallire o uscire dal mercato. È necessariamente un male? Dal punto di vista dell’efficienza aggregata, no.
Se un’impresa esiste soltanto perché riesce a utilizzare lavoro a prezzi molto bassi e viene sostituita da una concorrente più produttiva capace di pagare salari superiori, l’uscita della prima può rappresentare un processo di riallocazione efficiente. Il numero delle imprese diminuisce, la loro dimensione media cresce, capitale e lavoratori si spostano verso produttori più efficienti e la produttività complessiva può aumentare.
È proprio uno dei risultati più interessanti della ricerca sull’introduzione del salario minimo tedesco.
Christian Dustmann e coautori, in un articolo del 2022 sul Quarterly Journal of Economics, trovano che il minimo tedesco aumentò i salari senza produrre una significativa riduzione aggregata dell’occupazione, ma modificò dove i lavoratori erano occupati. Una parte dei lavoratori a basso salario si spostò da stabilimenti più piccoli e meno remunerativi verso imprese più grandi e con salari più elevati. Nelle aree maggiormente esposte diminuì anche il numero degli stabilimenti, soprattutto quelli piccolissimi, e aumentò l’uscita dal mercato di alcune piccole attività.
Questa è forse la migliore evidenza empirica disponibile a sostegno dell’idea che un salario minimo possa avere un effetto di “pulizia” e riallocazione del tessuto produttivo.
Volendo essere ottimisti, potremmo davvero sperare che questo sia uno degli effetti principali in Italia: meno aziende intrappolate in una dimensione troppo piccola, più capitale per lavoratore, più crescita dimensionale e una riallocazione verso le imprese produttive. L’OCSE considera da anni proprio la bassa crescita dimensionale delle imprese uno dei problemi strutturali italiani.
Volesse il cielo che questo fosse il risultato dominante.
Il problema è che trasformare una possibilità teoricamente desiderabile in una previsione sull’Italia richiede un salto notevole.
Una riallocazione efficiente per l’Italia può essere socialmente molto costosa
“Chiudono le imprese meno produttive” può essere una buona notizia in un modello nazionale aggregato. Ma un’economia non esiste soltanto come aggregato.
Supponiamo che chiudano dieci piccole attività nel centro di Milano e che i lavoratori vengano rapidamente assorbiti da aziende più produttive a pochi chilometri di distanza. Il costo di transizione può essere piccolo.
Supponiamo invece che chiudano alcune delle poche imprese di un comune del Mezzogiorno con bassa occupazione, poca mobilità, trasporti inefficienti e un mercato locale debole. Dal punto di vista statistico nazionale potremmo osservare un miglioramento della produttività media, perché sono sparite alcune imprese poco produttive. Dal punto di vista delle persone che vivevano in quel territorio potremmo avere disoccupazione, emigrazione o ulteriore desertificazione economica.
Entrambe le cose possono essere vere contemporaneamente. Questo ancora una volta ci mostra che il salario minimo non è di per se sbagliato, come non è di per se giusto, ma senza una crescita tecnologica abbastanza diffusa su tutto il territorio è abbastanza evidente che possa generare in alcuni contesti esiti poco desiderabili.
L’INAPP ad esempio, stimava già nel 2019 che un salario minimo di 9 euro lordi avrebbe interessato circa 2,6 milioni di dipendenti privati non agricoli escluso il lavoro domestico, pari al 21,2 per cento del campione considerato. L’esposizione era particolarmente forte nelle imprese piccolissime e nel Mezzogiorno. Tra i lavoratori a tempo pieno, la soglia avrebbe interessato il 34,1 per cento dei dipendenti delle imprese fino a dieci addetti e il 27 per cento dei dipendenti nel Mezzogiorno e nelle Isole. Il costo diretto stimato per le imprese era di 6,7 miliardi di euro.
Il quinto canale è il lavoro grigio
L’impresa può anche non rispettare completamente la norma.
Può dichiarare meno ore di quelle effettivamente lavorate. Può pagare una parte della retribuzione fuori busta. Può utilizzare formalmente un rapporto autonomo dove nella sostanza esiste subordinazione. Può chiedere ore di lavoro non retribuite.
Un salario minimo scritto sulla carta non coincide necessariamente con il salario effettivamente ricevuto.
Andrea Garnero, in uno studio del 2018 pubblicato sull’IZA Journal of Labor Policy, analizzò proprio il sistema italiano dei minimi settoriali. La sua stima indicava che circa il 10 per cento dei lavoratori osservati riceveva in media una remunerazione attorno al 20 per cento inferiore al minimo contrattuale pertinente. L’inosservanza risultava particolarmente diffusa nel Mezzogiorno, nelle micro e piccole imprese e in settori quali alberghi e ristorazione.
I dati si riferiscono a un periodo precedente alle recenti riforme, quindi non possono essere applicati meccanicamente all’Italia del 2026. Ma mostrano l’esistenza di un margine di aggiustamento che in una valutazione prospettica non può essere posto uguale a zero.
Questo ci suggerisce particolare cautela nel formulare conclusioni semplicistiche, e anzi, probabilmente più il minimo è distante dalla produttività di alcune imprese, maggiore può diventare l’incentivo alla non conformità.
Si crea così un paradosso. Una soglia nominalmente molto ambiziosa può essere meno efficace di una soglia leggermente più bassa ma quasi universalmente rispettata.
Ma allora quale dei cinque effetti prevarrà?
Questa è la domanda per cui non esiste una risposta credibile del tipo “sicuramente il secondo” oppure “sicuramente il quarto”.
Abbiamo evidenza empirica che tutti questi margini esistono.
Abbiamo studi che trovano aumento dei salari con perdite occupazionali medie piccole. Abbiamo evidenza di aumento dei prezzi. Abbiamo evidenza di riduzione dei profitti. Abbiamo evidenza di sostituzione tra lavoro e capitale. Abbiamo evidenza di uscita di alcune piccole imprese e riallocazione dei lavoratori verso aziende migliori. Abbiamo evidenza italiana di mancato rispetto dei minimi contrattuali.
Quello che non abbiamo è un esperimento perfettamente sovrapponibile all’Italia contemporanea che ci permetta di affermare in anticipo quanta parte di un eventuale aumento a 9 euro verrà assorbita da ciascun canale.
Ed è particolarmente difficile utilizzare meccanicamente la letteratura internazionale perché il risultato dipende dal livello del minimo.
Dire che gli studi trovano effetti occupazionali medi piccoli quando il salario minimo è attorno al 50 o 60 per cento della mediana non dimostra che lo stesso accadrebbe necessariamente con un minimo equivalente all’80 per cento.
Il miraggio dei 9 euro
Ultimo punto da considerare è che nel dibattito italiano il riferimento dei 9 euro viene talvolta accostato alla raccomandazione europea del 60 per cento della mediana come se fossero grossomodo la stessa cosa.
Pagella Politica, utilizzando i dati disponibili nel 2023, stimava una retribuzione mediana italiana attorno a 12 euro lordi l’ora. Un minimo di 9 euro avrebbe quindi rappresentato circa il 75 per cento della mediana, non il 60 per cento. Una stima precedente, basata su perimetri differenti della distribuzione salariale, arrivava vicino all’80 per cento.
Anche INAPP, nella simulazione del 2019, partiva da una mediana di circa 11,2 euro e osservava quindi un rapporto attorno all’80 per cento. Altre elaborazioni, utilizzando soltanto lavoratori a tempo pieno e differenti definizioni delle componenti retributive, producevano un rapporto vicino al 74 per cento.
Bisogna poi considerare che “9 euro” significa tutto e nulla. Comprendono la Tredicesima, quattordicesima, TFR, indennità e altre componenti? Sono lordi o netti? La disciplina del salario giusto introdotta nel 2026, per esempio, ragiona esplicitamente sul trattamento economico complessivo, che include molte voci ulteriori rispetto alla semplice paga base oraria.
Tuttavia come ci siamo detti c’è un’enorme differenza fra un salario minimo al 60% della mediana e uno all’80. Addirittura ogni tanto qualcuno parla di 12 euro. Capite bene che abbiamo scenari completamente diversi. Ma spesso quando si propongono i 9 euro si difendono con gli scenari del 60% del reddito medio e questo non fa bene al dibattito.
Quindi il salario minimo alza i redditi?
Possiamo finalmente rispondere considerando come salario minimo il 60% del reddito mediano.
Se per “reddito” intendiamo la paga oraria del lavoratore che oggi guadagna meno della soglia, continua a lavorare lo stesso numero di ore e vede la legge rispettata, allora sì. Per costruzione il salario minimo aumenta la sua retribuzione oraria.
Se per reddito intendiamo invece la retribuzione annuale, la risposta rimane probabilmente positiva per molti beneficiari, ma non è più meccanica. Dipende anche dal numero di ore, dai mesi lavorati e dalle eventuali modifiche dell’occupazione.
Se parliamo del reddito disponibile familiare, dobbiamo aggiungere imposte e trasferimenti.
Se parliamo del potere d’acquisto reale, dobbiamo aggiungere anche la reazione dei prezzi.
E se parliamo dell’intera economia dobbiamo considerare profitti, investimenti, automazione, entrata e uscita delle imprese, riallocazione del lavoro e rispetto della normativa.
La letteratura economica non autorizza quindi né la conclusione secondo cui il salario minimo sarebbe inevitabilmente una catastrofe occupazionale, né quella opposta secondo cui aumentare per legge il prezzo minimo del lavoro produca soltanto maggiori redditi senza altre conseguenze.
Se l’esito italiano fosse quello osservato in alcune parti dell’esperienza tedesca, con salari più alti, occupazione aggregata sostanzialmente stabile e lavoratori che si spostano da imprese piccole e poco produttive verso aziende migliori, sarebbe una trasformazione straordinariamente interessante.
Ma oggi non abbiamo basi sufficienti per affermare che sarebbe necessariamente questo il margine prevalente. Possiamo sperarlo. Possiamo perfino decidere che valga la pena correre il rischio per verificarlo. Non dovremmo però confondere quella speranza con una conclusione già dimostrata dai dati.


Spoiler: no
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