Il programma di Futuro Nazionale è stato presentato come la traduzione politica del “mondo al contrario”: sovranità, natalità, meno tasse, meno assistenzialismo, più lavoro, indipendenza energetica, controllo dell’immigrazione e recupero della libertà decisionale dello Stato.
Leggendolo nel dettaglio, però, emerge una cosa forse più interessante delle singole proposte: diverse tesi di Vannacci entrano in tensione con altre tesi di Vannacci, mentre alcune delle misure presentate come parte di una nuova offerta politica sono sorprendentemente simili, quando non sostanzialmente identiche, a proposte già avanzate negli ultimi anni da Lega, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle o dallo stesso centrodestra.
🎬 Questo articolo è tratto dal video: HO LETTO il programma di VANNACCI (Futuro Nazionale). Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
Il declino demografico è un’emergenza
Su questo il programma è inequivocabile. L’Italia fa sempre meno figli e l’invecchiamento della popolazione riduce progressivamente la quota di persone in età lavorativa, con conseguenze sulla crescita potenziale, sul mercato del lavoro e sulla sostenibilità del sistema previdenziale. È lo stesso problema che Vannacci ha sintetizzato con l’immagine del bambino italiano diventato una sorta di «panda a rischio estinzione». Futuro Nazionale propone quindi il quoziente familiare, una forte riduzione dell’Irpef legata al numero dei figli e altre misure per favorire la natalità.
Nello stesso programma compare però l’obiettivo di consentire progressivamente il pensionamento dopo 41 anni di contributi effettivi, insieme a condizioni più favorevoli per alcune categorie e a un anticipo dell’età pensionabile delle donne legato al numero dei figli. Il programma precisa che il passaggio dovrebbe avvenire gradualmente e tenendo conto della sostenibilità finanziaria del sistema, ma la tensione tra i due obiettivi rimane.
Se il problema demografico consiste anche nel fatto che ci sono relativamente meno persone in età lavorativa e più anziani, una delle conseguenze è il peggioramento del rapporto tra chi contribuisce al finanziamento del sistema previdenziale e chi riceve una pensione. In un sistema prevalentemente a ripartizione, anticipare l’uscita dal lavoro tende, a parità delle altre condizioni, ad anticipare il passaggio da contribuente a pensionato. Non è soltanto un’identità contabile: la letteratura sulle riforme pensionistiche mostra che le regole di accesso alla pensione modificano effettivamente l’offerta di lavoro degli anziani. La BCE rileva che le riforme che hanno limitato il pensionamento anticipato hanno contribuito all’aumento della partecipazione al lavoro delle fasce più anziane e che un arretramento di quelle riforme può peggiorare sia l’offerta di lavoro sia la sostenibilità finanziaria.
La contraddizione diventa ancora più evidente se la pensione anticipata delle madri viene presentata non soltanto come riconoscimento della maternità, ma come incentivo alla natalità. In questo caso il beneficio è fortemente differito nel tempo: viene goduto quando i figli sono già nati e, nella maggior parte dei casi, sono diventati adulti. Può certamente avere un valore redistributivo o compensare almeno in parte i costi di carriera sostenuti dalle madri, ma la sua efficacia come politica pronatalista è un’altra questione.
Gli studi che trovano una risposta della fecondità agli incentivi economici analizzano in genere trasferimenti, agevolazioni fiscali, servizi per l’infanzia o altri benefici che incidono in modo relativamente diretto sul costo di avere un figlio. L’evidenza mostra che le famiglie possono reagire agli incentivi finanziari, ma gli effetti non sono necessariamente grandi e dipendono molto dal disegno della misura. Persino incentivi fiscali immediatamente collegati alla nascita producono in alcuni studi effetti comportamentali piuttosto contenuti. La disponibilità e il costo dei servizi per l’infanzia, invece, intervengono direttamente sulla possibilità di conciliare lavoro e figli e la letteratura trova evidenza di effetti positivi sulle decisioni di fecondità.
Per questo, sostenere che la prospettiva di andare in pensione qualche anno prima tra venti o trent’anni induca oggi una coppia ad avere un figlio richiederebbe un’evidenza specifica.
C’è poi un secondo possibile conflitto con l’obiettivo dichiarato di contrastare gli effetti economici della denatalità. Un sistema fiscale maggiormente basato sul reddito familiare può ridurre l’incentivo al lavoro del secondo percettore di reddito, che nella grande maggioranza delle coppie OCSE è una donna. Forme di detrazione per coniuge a carico, tassazione congiunta o altri meccanismi basati sul reddito complessivo della famiglia possono aumentare l’aliquota effettiva sul secondo reddito e quindi scoraggiarne l’ingresso o la permanenza nel mercato del lavoro. È esattamente uno dei problemi analizzati dall’OCSE a proposito del sistema italiano e francese.
Sono, peraltro, proposte già viste. Nel programma della Lega per le politiche del 2022 comparivano esplicitamente Quota 41, un anno di contributi figurativi per ogni figlio per le donne e la trasformazione di Opzione Donna in misura strutturale. Anche Carlo Cottarelli nel 2021 aveva proposto un meccanismo premiante che consentisse a chi aveva figli di andare prima in pensione, partendo proprio dal problema demografico e dalla necessità futura di finanziare le pensioni con una platea più ridotta di lavoratori.
Meno tasse e meno assistenzialismo
Un altro filo conduttore è la riduzione della pressione fiscale, accompagnata da maggiore occupazione e da una cultura meno dipendente dal sussidio pubblico.
È una tesi perfettamente riconoscibile: lo Stato dovrebbe lasciare più risorse a chi produce invece di raccoglierle per redistribuirle.
Il problema nasce quando si passa dall’enunciazione generale all’elenco delle misure.
Il programma propone contemporaneamente agevolazioni fiscali per la natalità, quoziente familiare, mutui fortemente agevolati e garantiti dallo Stato, trattamenti pensionistici più favorevoli, politiche industriali pubbliche, incentivi al rientro degli italiani dall’estero, potenziamento dell’apparato giudiziario e di sicurezza e numerosi altri interventi.
Presi individualmente possono essere tutti difendibili.
Presi insieme producono però una domanda piuttosto banale: chi paga?
Se diminuiscono le imposte e contemporaneamente aumentano agevolazioni e spese, l’identità contabile non cambia in funzione dell’ideologia. Occorre ridurre altre spese, aumentare altre entrate, generare sufficiente crescita economica oppure aumentare deficit e debito.
Il programma può naturalmente sostenere che la crescita futura ripagherà una parte delle misure, un po’ come dichiarano tutti i partiti.
Lotta più efficace all’evasione
Leggiamo poi che la riduzione della pressione fiscale dovrebbe essere accompagnata da un contrasto più mirato a evasione e frodi.
Anche qui il principio è difficilmente contestabile: meno pressione su chi paga e maggiore capacità di individuare chi non paga.
Contemporaneamente Futuro Nazionale però propone di portare a 10 mila euro il limite all’utilizzo del contante.
Le due misure non sono logicamente incompatibili. Sarebbe scorretto sostenere che aumentando il limite al contante l’evasione debba necessariamente aumentare.
Ma una tensione operativa esiste: il pagamento elettronico produce automaticamente una traccia, quello in contanti no.
Anche questa non è propriamente una rivoluzione vannacciana.
Nell’ottobre 2022 la Lega depositò una proposta per portare proprio a 10 mila euro il limite all’utilizzo del contante. La proposta venne sostenuta da Matteo Salvini e il governo Meloni annunciò l’intenzione di intervenire sul tetto, richiamandosi al programma del centrodestra.
L’immigrazione deve essere selettiva e utile all’Italia
Sul tema migratorio Futuro Nazionale propone una linea molto restrittiva. L’ingresso di cittadini extra UE dovrebbe essere limitato ai casi in cui il mercato del lavoro italiano non riesca a reperire determinate professionalità, privilegiando quindi un’immigrazione selezionata sulla base delle necessità economiche del Paese.
Fin qui la logica è abbastanza lineare: non immigrazione indiscriminata, ma ingresso di persone che possiedono competenze richieste dall’economia italiana.
Nello stesso capitolo compare però un secondo criterio che non è economico: la compatibilità culturale.
Il programma introduce una preferenza per immigrati provenienti da contesti considerati culturalmente più vicini all’Italia, con particolare riferimento ai Paesi a maggioranza cristiana.
Il problema emerge nel momento in cui i due criteri non portano alla stessa persona.
Se l’Italia ha bisogno di un ingegnere, di un medico o di un tecnico altamente specializzato, dovrebbe essere preferito il candidato più qualificato oppure quello proveniente dal contesto culturale ritenuto più compatibile?
Se prevale la competenza, il criterio culturale diventa secondario.
Se prevale la compatibilità culturale, allora l’obiettivo di selezionare l’immigrazione sulla base delle necessità produttive viene subordinato a un criterio diverso.
Non è una contraddizione logica assoluta. Uno Stato può benissimo adottare entrambi i criteri. È però un trade off che il programma lascia irrisolto: massimizzare la qualità dell’immigrazione economica e massimizzare contemporaneamente l’omogeneità culturale non significa necessariamente selezionare le stesse persone.
C’è poi un’altra tensione.
Futuro Nazionale vuole reindustrializzare il Paese, aumentare l’attività produttiva e contemporaneamente riconosce il declino demografico come emergenza nazionale. Ma vuole anche ridurre drasticamente l’immigrazione lavorativa.
La risposta proposta è essenzialmente triplice: maggiore occupazione degli italiani, ritorno degli emigrati e natalità.
Solo che la natalità ha un piccolo problema temporale. Un bambino nato nel 2027 non entra nel mercato del lavoro nel 2028.
Se il programma vuole contemporaneamente aumentare l’occupazione, rilanciare l’industria, ridurre l’immigrazione e anticipare l’uscita pensionistica di una parte dei lavoratori, manca ancora una spiegazione quantitativa di dove arriveranno, nel breve e medio periodo, i lavoratori necessari.
La cittadinanza deve essere il risultato dell’assimilazione
Ancora più caratteristica è la proposta sulla cittadinanza.
Futuro Nazionale respinge sia lo ius soli sia lo ius scholae e propone requisiti molto più severi. Fra questi compaiono un lungo periodo di residenza, una conoscenza avanzata della lingua italiana, l’assenza di condanne, prove scritte e orali e soprattutto una dichiarazione formale di accettazione e avvenuta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana.
È probabilmente una delle formulazioni più riconoscibili dell’intero programma.
Ma anche qui vale la pena separare la confezione dalla sostanza.
L’idea secondo cui la cittadinanza debba essere subordinata a un esame di integrazione non nasce con Futuro Nazionale.
La Lega aveva già proposto una stretta sull’accesso alla cittadinanza accompagnata da un esame destinato ad accertare l’effettiva integrazione e la conoscenza delle regole sociali e giuridiche fondamentali del Paese.
E già oggi l’ordinamento italiano richiede, in diversi casi di acquisizione della cittadinanza, la dimostrazione di una conoscenza della lingua italiana almeno di livello B1.
Lo Stato non deve processare le idee
Qui compare però un’altra tensione interna interessante.
Futuro Nazionale attribuisce grande importanza alla libertà di pensiero e contesta l’idea che lo Stato debba stabilire quali opinioni siano lecite, fino a proporre una profonda revisione dei reati d’opinione.
La tesi è chiara: le idee non si processano.
Per ottenere la cittadinanza, però, lo stesso Stato dovrebbe accertare l’«avvenuta assimilazione» a una determinata matrice culturale.
Le due cose possono essere giuridicamente distinte. Chi è già cittadino gode di una posizione diversa rispetto a chi domanda di diventarlo.
Ma sul piano dei principi rimane una tensione.
Da una parte lo Stato non dovrebbe essere arbitro delle idee.
Dall’altra dovrebbe stabilire se una persona abbia sufficientemente assimilato una determinata tradizione culturale per diventare italiana.
E la domanda pratica diventa interessante: come si misura l’assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana?
Conoscere Platone? Il diritto romano? La storia della Chiesa? Dante? San Paolo? Tommaso d’Aquino? Il principio di laicità dello Stato? L’Illuminismo, che con una parte di quella tradizione è anche entrato in conflitto?
Più la formula viene presa seriamente, più diventa complicato trasformarla in un criterio amministrativo oggettivo.
La vera peculiarità della proposta non sta quindi nell’idea di chiedere lingua, conoscenza civica o un test di integrazione. Tutte cose già viste.
Sta nel trasformare l’integrazione in una dichiarazione esplicita di appartenenza a una genealogia culturale: greca, romana e cristiana.
Sovranità energetica
Futuro Nazionale vuole ridurre la dipendenza energetica dell’Italia dall’estero, diversificare le fonti e recuperare autonomia attraverso nucleare, rinnovabili e produzione nazionale.
È forse una delle tesi più coerenti con l’impianto sovranista del movimento: uno Stato dipendente dall’estero per una risorsa essenziale possiede inevitabilmente meno libertà strategica.
Allo stesso tempo Vannacci sostiene la riapertura del rapporto energetico con Mosca e contesta la scelta di rinunciare al gas russo.
Ed ecco il paradosso.
Se l’obiettivo è diversificare i fornitori, comprare nuovamente anche gas russo può essere perfettamente coerente.
Se l’obiettivo è invece ridurre la dipendenza energetica dall’estero, sostituire gas proveniente da un Paese straniero con gas proveniente dalla Russia non realizza quell’obiettivo. Cambia il Paese dal quale dipendiamo.
Il punto diventa ancora più importante se lo leggiamo con le categorie dello stesso sovranismo di Futuro Nazionale. Dipendere energeticamente dagli Stati Uniti sarebbe una vulnerabilità strategica; dipendere dalla Russia dovrebbe esserlo esattamente nello stesso modo.
La sovranità energetica non dipende dalla simpatia geopolitica verso il venditore. Dipende da quanto il venditore può condizionarti.
Curiosamente, persino la Lega del 2022 proponeva di accelerare l’affrancamento dal gas russo attraverso la diversificazione delle forniture.
Su questo Futuro Nazionale è quindi effettivamente più originale rispetto alla Lega 2022, ma proprio perché torna verso una dipendenza che il vecchio partito di Vannacci voleva ridurre.
Recuperare sovranità dall’Unione europea
Futuro Nazionale vuole poi riportare competenze dall’Unione agli Stati, modificare profondamente i Trattati e sostituire una parte dell’attuale integrazione con una cooperazione fra nazioni sovrane.
Il principio è semplice: meno decisioni prese a Bruxelles, più decisioni prese a Roma.
Contemporaneamente il progetto vuole un’Europa capace di essere più autonoma rispetto agli Stati Uniti e di confrontarsi da una posizione più forte con Russia, Cina e le altre grandi potenze.
Ed è qui che emerge un problema istituzionale.
Per aumentare la propria forza geopolitica, ventisette Paesi devono riuscire a trasformare interessi differenti in decisioni comuni. Futuro Nazionale vuole però contemporaneamente indebolire gli strumenti sovranazionali che servono precisamente a produrre decisioni comuni vincolanti.
Non è impossibile immaginare un’Europa confederale estremamente efficiente. Ma bisogna spiegare come.
Se ogni Stato recupera maggiore diritto di veto e maggiore autonomia e ogni governo può seguire la propria politica estera, l’Europa rischia di avere ventisette voci proprio nel momento in cui Futuro Nazionale vorrebbe farla parlare con una voce più forte.
“Uscire dall’euro non è la nostra linea”
Nel giugno 2026, durante l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, Vannacci spiegava che non stava proponendo l’uscita dalla moneta unica. La posizione veniva sintetizzata come: non uscire dall’euro, ma cambiare rotta.
Poche settimane dopo la base programmatica di Futuro Nazionale considera invece esplicitamente l’uscita dall’euro fra le opzioni possibili e recupera il tema della leva monetaria nazionale e della svalutazione.
Il recupero della sovranità monetaria viene associato alla possibilità di svalutare la nuova valuta nazionale per recuperare competitività.
Il meccanismo economico di base è noto: se la valuta nazionale vale meno rispetto alle altre, i beni prodotti in Italia diventano relativamente meno costosi per chi compra dall’estero.
La svalutazione ha però anche l’effetto opposto: ciò che compriamo dall’estero diventa più costoso.
E qui il problema si collega direttamente al capitolo energetico. Se Futuro Nazionale vuole importare energia, compreso eventualmente il gas russo, un deprezzamento della valuta nazionale rende più costose proprio quelle importazioni.
In termini reali, inoltre, una svalutazione può ridurre il potere d’acquisto dei salari rispetto ai beni importati.
Quindi abbiamo contemporaneamente una tesi secondo cui bisogna recuperare competitività attraverso la leva monetaria, una tesi secondo cui bisogna difendere il potere d’acquisto delle famiglie e una tesi secondo cui continueremo inevitabilmente ad acquistare dall’estero una parte importante delle risorse energetiche.
Le tre cose possono convivere, ma non gratuitamente. Il vantaggio per gli esportatori ha una contropartita per importatori e consumatori.
E soprattutto non è una ricetta nuova.
Riportiamo i talenti italiani in Italia
Il programma punta anche sul rientro degli italiani emigrati e delle professionalità qualificate.
Ottimo. Ma, ancora una volta, non particolarmente rivoluzionario.
Il Movimento 5 Stelle rivendicava già nella campagna elettorale del 2022 le agevolazioni fiscali destinate a facilitare il cosiddetto rientro dei cervelli.
L’idea che lo Stato debba usare il fisco per convincere gli italiani qualificati residenti all’estero a rientrare non appartiene dunque a un particolare campo politico. È stata utilizzata da governi e partiti molto differenti, si veda ad esempio il controesodo, le proposte di Renzi e quelle del PD.
Dopo una decina di anni di applicazioni di norme più o meno simili, avete visto il grande rientro dei cervelli sfuggiti?
E allora, quanto è davvero “al contrario” questo mondo?
Arrivati alla fine, il risultato è quasi paradossale.
Il programma di Futuro Nazionale contiene certamente elementi fortemente caratterizzanti, a cominciare dalla remigrazione, dalla selezione culturale dell’immigrazione e dalla cittadinanza subordinata all’assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana.
Ma quando si entra nei capitoli economici, fiscali, previdenziali e familiari, la distanza dai programmi tradizionali si riduce moltissimo.
Quota 41? Lega, 2022.
Quoziente familiare? Fratelli d’Italia e centrodestra, 2022.
Tetto al contante a 10 mila euro? Lega, 2022.
Incentivi fiscali al rientro dei cervelli? Politica già adottata e rivendicata dal Movimento 5 Stelle.
Esame di integrazione per la cittadinanza? Già proposto in forme diverse.
Possibilità di discutere l’uscita dall’euro? Tema già comparso nella stagione post cirsi del 2007.
In questo senso la vera sorpresa del programma di Vannacci non è quanto sia estremista. È, per larghi tratti, quanto sia convenzionale.
Il programma di Vannacci viene descritto da alcuni come il male assoluto e dai suoi sostenitori come una rottura radicale con la politica tradizionale. A leggerne almeno la parte economica, sociale e istituzionale, nessuna delle due rappresentazioni convince fino in fondo.
Il “mondo al contrario”, insomma, quando arriva il momento di scrivere pensioni, tasse, cittadinanza, energia e sussidi, assomiglia sorprendentemente al mondo di prima.


Ottima analisi.
Sulla questione demografica la metterei in questo modo.
Si tratta di fare un contratto: se tu governo vuoi che io donna faccia figli mi devi pagare non la miseria di 5+3 mesi, ma almeno tre anni con pagamento di un importo uguale per tutte ed equiparabile ad una somma tra almeno tra 1500 e 2000 euro non tassabili e non aventi alcun effetto ai fini isee o simili e non in percentuale sull’ultimo stipendio. Oltre a garantire asili per l’infanzia ed l’effettivo rientro lavorativo.
Se tu governo dici che le risorse non ci sono si continua con inserimento di immigrati con le connesse problematiche.