C’è qualcosa di molto intuitivo nell’idea che, se un ragazzo delinque, si possa responsabilizzare economicamente la sua famiglia. È probabilmente questa intuizione che sta dietro al disegno di legge presentato il 18 settembre dal senatore di Fratelli d’Italia Matteo Gelmetti, che introduce la possibilità di sospendere alcuni benefici comunali non essenziali quando un minorenne viene condannato.
Il testo depositato al Senato è per ora soltanto un disegno di legge e, al primo ottobre, deve ancora essere assegnato alla commissione competente.
Ho trattato il tema anche in questo video: MARANZA: Finalmente abbiamo trovato la soluzione al problema?
Al di là dei dettagli legislativi, però, c’è una domanda interessante: funziona davvero?
L’ipotesi sembra essere che esista una quantità di controllo che il genitore potrebbe esercitare sul figlio ma che oggi non esercita. Aumentando il costo economico del comportamento del ragazzo, il genitore diventerebbe più diligente.
Però un quindicenne non è un’automobile che il proprietario può semplicemente decidere di lasciare in garage. I genitori influenzano ovviamente i figli, ma non ne controllano ogni decisione. Ci sono famiglie negligenti e famiglie nelle quali i genitori hanno pochissimi strumenti per gestire un adolescente problematico. Ci sono poi quartieri, gruppi di pari, scuole, opportunità economiche e una quantità di altre variabili che intervengono tra l’educazione ricevuta e il comportamento individuale.
Far dipendere una prestazione economica dal reato commesso da un’altra persona presuppone quindi una capacità di controllo che non è affatto scontata.
Punire la famiglia non è la stessa cosa che responsabilizzarla
L'intenzione dichiarata è responsabilizzare i genitori: renderli più capaci di intervenire sul comportamento del figlio, punendoli economicamente quando il figlio commette un reato. Se il meccanismo funzionasse così, il controllo genitoriale dovrebbe comportarsi come un interruttore: basta aumentare la pressione sul genitore per ottenere più sorveglianza. Ma una parte importante di quella che chiamiamo supervisione nasce dalle relazioni familiari, dalla comunicazione e dalla conoscenza delle attività del ragazzo, e non è evidente che una penalità economica produca queste cose.
La letteratura va in questa direzione. Una meta analisi di 161 studi sul rapporto tra pratiche genitoriali e delinquenza trova che alcuni aspetti della relazione familiare sono effettivamente associati al comportamento delinquenziale, soprattutto il monitoraggio dei figli, il rifiuto e l’ostilità e alcune forme di controllo psicologico. Nel complesso, però, le dimensioni genitoriali più rilevanti spiegano fino a circa l’11 per cento della variabilità nella delinquenza.
Una successiva revisione sistematica degli studi longitudinali aggiunge un dettaglio utile per questa discussione: il semplice fatto di stabilire regole ha una relazione debole con la successiva attività criminale, mentre conta di più quanto il genitore sappia davvero dove si trova il figlio e cosa fa.
Anche gli studi più favorevoli all’idea di agire sulle famiglie arrivano a risultati tutt’altro che netti. Una meta analisi degli interventi familiari sui giovani delinquenti ha raccolto otto studi randomizzati su ragazzi tra i 10 e i 17 anni con disturbi della condotta o già coinvolti nella giustizia minorile: gli interventi rivolti alla famiglia riducevano il rischio di un nuovo arresto rispetto ai trattamenti ordinari, ma gli autori invitavano alla cautela per l’eterogeneità degli studi.
Una meta analisi del 2024 su 31 studi trova in media una riduzione della recidiva, ma con un effetto piccolo e una forte eterogeneità tra programmi. Una revisione più recente dedicata alla Multisystemic Therapy e alla Functional Family Therapy è ancora più prudente: per alcune misure gli effetti sono favorevoli, ma la qualità dell’evidenza non permette di concludere che questi programmi funzionino meglio dei normali servizi.
Ma almeno le sanzioni hanno effetto?
Sulle sanzioni economiche nel welfare la letteratura invita perlomeno alla prudenza.
Una scoping review pubblicata sul Journal of Social Policy ha raccolto 94 studi quantitativi sulle sanzioni che riducono o interrompono prestazioni sociali. Le sanzioni possono accelerare in alcuni casi il passaggio verso l’occupazione, ma gli studi trovano anche peggioramenti della qualità e stabilità del lavoro e un aumento delle difficoltà materiali. Per i figli, la base empirica è molto più piccola e metodologicamente debole, ma va prevalentemente nella direzione di peggiori condizioni di benessere, problemi comportamentali e, in alcuni studi, maggiore maltrattamento. Gli stessi autori sottolineano che le prove causali sugli effetti più ampi restano insufficienti.
Questo studio non dimostra che il DDL Gelmetti farà aumentare la criminalità minorile, ma suggerisce che non esista una buona ragione empirica per trattare la privazione economica come un intervento sulla capacità genitoriale.
D’altro canto, il legame tra disagio economico e disagio sociale è documentato. Ad esempio, una meta analisi su 133 studi, per complessivi quasi 340 mila bambini e adolescenti, trova una relazione robusta tra basso status socioeconomico familiare e comportamenti antisociali. È una relazione, non la prova che il reddito causi direttamente la delinquenza, ed è quindi importante non leggerla causalmente. Ma rende perlomeno poco intuitiva una strategia che, nel tentativo di correggere il comportamento di un adolescente problematico, peggiori le risorse economiche del nucleo nel quale quell’adolescente vive.
Anche i sussidi cambiano gli incentivi
Se cento euro in meno possono modificare il comportamento delle persone, non c’è una buona ragione per pensare che cento euro in più non lo facciano.
La ricerca sugli effetti del welfare sull’offerta di lavoro esiste da decenni. Una delle rassegne classiche è quella di Robert Moffitt, che mostra come la struttura dei trasferimenti pubblici possa influenzare sia la decisione di lavorare sia il numero di ore offerte. La review è disponibile qui.
Il problema più interessante non è neppure quello, spesso raccontato in termini moralistici, di una persona che riceve un assegno e decide di starsene sul divano.
C’è un problema molto più banale.
Immaginiamo che una famiglia riceva 800 euro di sostegno perché il suo reddito è basso. Uno dei genitori trova un lavoro che gli permette di guadagnarne 500. Se per effetto di quel lavoro perde immediatamente 400 euro di prestazioni, quei 500 euro aggiuntivi diventano in realtà 100.
Da un punto di vista economico è come se il lavoro fosse tassato all’80 per cento.
Questo fenomeno ha diversi nomi. Si parla di benefit cliff, di trappola della povertà, di aliquota marginale effettiva.
In Italia il fenomeno è documentato da tempo. In un'audizione del 2021 sulla riforma dell'Irpef, la Banca d'Italia stimava che nel 2019 l'aliquota marginale effettiva media fosse intorno al 38 per cento e che per i lavoratori dipendenti superasse in media il 40 per cento già oltre i 17 mila euro di reddito. Lo stesso documento descrive i casi in cui un aumento del reddito lordo riduce il reddito disponibile, perché vengono meno alcuni trasferimenti o scattano le addizionali locali su tutto il reddito. La Banca d'Italia li chiama, appunto, trappola della povertà.
L’OCSE lo ha analizzato esplicitamente anche per l’Italia. In un working paper dedicato al nostro sistema fiscale e assistenziale, gli autori osservano che una protezione minima del reddito può ridurre significativamente la povertà ma può anche scoraggiare il lavoro quando il beneficio viene ritirato troppo rapidamente. La soluzione simulata nello studio consiste nel far diminuire gradualmente il sostegno al crescere del reddito e nell’affiancarlo a strumenti che rendano conveniente accettare lavori poco pagati.
L’OCSE è tornata sullo stesso problema nell’Economic Survey sull’Italia del 2024, suggerendo una riduzione più graduale dei benefici dell’Assegno di inclusione quando il percettore trova un impiego.
C'è poi chi paga questo meccanismo più di altri. Nel Country Report 2025 sull'Italia la Commissione europea osserva che i secondi percettori di reddito, in gran parte donne, affrontano disincentivi al lavoro più forti di chi vive da solo: prestazioni legate al reddito familiare, crediti d'imposta e detrazioni per il coniuge a carico possono rendere poco conveniente il secondo stipendio. È una delle ragioni per cui la partecipazione femminile al lavoro resta bassa.
Dare più welfare, quindi, probabilmente non basta. Servirebbe un sistema di servizi universalistici, che eviti trappole della povertà, disincentivi al lavoro e situazioni paradossali, senza inventarsi tasse morali per deresponsabilizzarsi.
E se la criminalità dipende da molti fattori, lo Stato dovrebbe intervenire su quelli che rientrano nel suo perimetro, come la scuola, gli spazi pubblici e la deterrenza.
Il welfare conta
Entrando nel dettaglio, conta moltissimo la forma del welfare.
Secondo Eurostat, nel 2023 l'Italia ha speso in prestazioni sociali il 27,9 per cento del PIL, una quota simile a quella di Svezia e Danimarca. Ma solo il 23,6 per cento di questa spesa è andato in servizi e beni forniti direttamente, sanità compresa: il resto sono pensioni, assegni e sussidi in denaro. In Svezia i servizi pesano per il 48,6 per cento, in Danimarca per il 43,8, in Finlandia per il 42,6, nella media europea per il 35,2 (dati provvisori per Italia e UE).
Nella stessa Economic Survey del 2024 l'OCSE raccomanda anche di eliminare le agevolazioni fiscali costose che non hanno una giustificazione economica o distributiva. Detrazioni, deduzioni e bonus sono a loro volta trasferimenti, solo meno visibili.
La teoria della tassazione ottimale arriva da tempo a conclusioni simili. Nel suo celebre lavoro sui trasferimenti ai redditi bassi, Emmanuel Saez mostra che il disegno ottimale dipende soprattutto da come le persone reagiscono agli incentivi sul margine della partecipazione al lavoro e su quello delle ore lavorate. Con elasticità realistiche, il risultato non è né assistenza illimitata né eliminazione dell’assistenza, ma un sostegno di base accompagnato da aliquote relativamente basse sui primi redditi da lavoro e da un successivo ritiro graduale del beneficio. Il paper è qui.
Serve anche deterrenza
Esiste poi una letteratura piuttosto consistente secondo cui la presenza delle forze dell’ordine e, più in generale, la probabilità di essere scoperti esercitano un effetto deterrente.
La grande rassegna di Aaron Chalfin e Justin McCrary arriva a una conclusione interessante: le prove sono relativamente solide per gli effetti della polizia e delle opportunità legali di lavoro, mentre sono molto più deboli quando si guarda semplicemente all’inasprimento della pena.
In altre parole, tra aumentare da sette a dieci anni una pena e aumentare la probabilità di essere fermati mentre si commette un reato, la seconda leva sembra empiricamente molto più promettente.
Uno degli studi più eleganti viene da Buenos Aires. Dopo l’attentato del 1994 contro l’AMIA, alcuni edifici ebraici ricevettero una protezione permanente della polizia. Rafael Di Tella ed Ernesto Schargrodsky sfruttano questa redistribuzione sostanzialmente esogena degli agenti e osservano una forte diminuzione dei furti di automobili nelle immediate vicinanze delle postazioni sorvegliate. L’effetto però è estremamente locale. Il paper è qui.
A Londra, dopo gli attentati del luglio 2005, un grande numero di agenti fu spostato verso il centro. Mirko Draca, Stephen Machin e Robert Witt stimano che un aumento del 10 per cento dell’attività di polizia abbia ridotto i reati nelle aree interessate di circa il 3 o 4 per cento. Lo studio è sull’American Economic Review.
Qui verrebbe da chiedersi quante delle persone che consideriamo “forze di polizia” stiano effettivamente facendo attività di pattugliamento, prevenzione e investigazione.
I confronti internazionali vanno trattati con cautela proprio perché i paesi classificano il personale in maniera diversa. Eurostat, per esempio, definisce come police officers il personale delle agenzie pubbliche la cui funzione principale consiste nella prevenzione, individuazione e investigazione dei reati e nell’arresto dei presunti autori, escludendo formalmente il personale di supporto amministrativo. Le note metodologiche mostrano però anche differenze importanti tra paesi nella costruzione dei dati.
Per questo il semplice numero di agenti ogni centomila abitanti dice meno di quanto sembri.
Con queste cautele, i numeri non descrivono un paese a corto di agenti. Nel 2020, ultimo anno disponibile per l'Italia, Eurostat registra 398,9 agenti ogni 100 mila abitanti: settimi su 27 nell'Unione, sopra Spagna (369,9), Francia (359,0) e Germania (301,3).
Anche la distribuzione interna è molto diseguale. Incrociando il Conto annuale 2024 della Ragioneria generale dello Stato con la popolazione ISTAT al primo gennaio 2025, Polizia di Stato e Carabinieri contano 652 unità ogni 100 mila abitanti nel Lazio e 208 in Lombardia, un rapporto di 3,1 a 1. Il dato del Lazio è gonfiato dai comandi e dagli uffici centrali con sede a Roma, ma Veneto ed Emilia-Romagna restano comunque sotto quota 270, mentre Calabria e Molise superano i 500.
Più reati o più servizi sui reati?
Resta da capire quanto sia grande il problema che il DDL vorrebbe risolvere.
I delitti denunciati dalle forze di polizia erano 2,81 milioni nel 2014 e 2,40 milioni nel 2024, il 15 per cento in meno. Nello stesso periodo gli omicidi volontari sono scesi del 31 per cento e le rapine del 27, mentre le lesioni dolose sono rimaste ferme (+1 per cento). Il quadro non è tutto in discesa: dal minimo del 2020, l'anno del lockdown, rapine e delitti totali sono tornati a crescere.
La percezione segue un andamento simile. Secondo l'ISTAT, la quota di famiglie che segnala problemi di criminalità nella zona in cui vive è passata dal 19 per cento del 2015 al 6,3 del 2023, per poi risalire al 10,5 nel 2025.
I telegiornali raccontano però un altro paese. Lorenzo Ruffino ha classificato i servizi dei TG serali delle reti nazionali: tra il 18 e il 30 settembre 2026 il TG4 ha dedicato a reati, criminalità, sicurezza e degrado circa il 36 per cento del tempo dei servizi, il TG3 il 9. Se una parte del pubblico vede ogni sera un'Italia più pericolosa di quella che descrivono le statistiche, non sorprende che la politica risponda con norme come questa.
E non è la prima risposta di questo tipo. Dopo il decreto Caivano del settembre 2023, che ha reso più severe le norme penali sui minorenni, la presenza media giornaliera negli istituti penali per i minorenni è passata da 425 ragazzi nel 2023 a 556 nel 2024 (+30,9 per cento) e a 588 nel 2025, secondo i dati del Ministero della Giustizia. Se quella stretta avesse risolto il problema, oggi non servirebbe un nuovo disegno di legge.
Sussidio o manganello?
Il dibattito sui cosiddetti maranza tende a trasformarsi molto rapidamente in una gara tra vuvuzela.
Per alcuni manca la repressione. Per altri manca l’inclusione sociale.
Ridurre improvvisamente il reddito disponibile di persone vulnerabili può aumentare alcuni tipi di criminalità. Questo rende problematica l’idea che la privazione economica sia di per sé uno strumento educativo.
Ma anche il welfare modifica gli incentivi. Trasferimenti costruiti male, soglie brusche e aliquote marginali implicite elevate possono rendere meno conveniente lavorare. Negarlo significa ignorare una parte consistente della letteratura sul mercato del lavoro.
L’alternativa più interessante sembra stare nella progettazione.
Una protezione abbastanza ampia da impedire che la caduta nella povertà diventi una spirale. Un ritiro graduale dei benefici quando cresce il reddito. Meccanismi che rendano conveniente accettare un lavoro anche quando è pagato poco. Poche condizioni comprensibili invece di una giungla di requisiti.
Questo non elimina la necessità della deterrenza.
La letteratura non suggerisce che basti rendere le pene sempre più dure. Suggerisce molto più chiaramente che conta la probabilità concreta di incontrare qualcuno capace di intervenire.

