Il pianeta è finito. Quindi anche la crescita economica è finita?
Il pianeta è finito. Le risorse sono limitate. L’energia non si crea dal nulla. Il suolo non è infinito. Ogni trasformazione materiale ha un costo fisico, ambientale, energetico. E la crescita?
Dal pianeta finito alla crescita finita
Il pianeta è finito. Le risorse sono limitate. L’energia non si crea dal nulla. Il suolo non è infinito. Ogni trasformazione materiale ha un costo fisico, ambientale, energetico. Tutto vero.
Ma da qui possiamo davvero concludere che anche la crescita economica sia necessariamente finita? Oppure stiamo facendo un salto logico, confondendo la crescita della quantità di materia consumata con la crescita del valore prodotto?
Questa è la domanda centrale. Perché spesso il dibattito pubblico sulla crescita parte da un argomento apparentemente inattaccabile: se viviamo su un pianeta finito, allora non possiamo avere una crescita infinita. Il ragionamento sembra lineare, quasi ovvio. Ma proprio perché sembra ovvio, vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi se sia davvero così.
🎬 Questo articolo è tratto dal video: Il modello SUPERFISSO: si può CRESCERE all'INFINITO? Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
🎙️ Preferisci ascoltare? Ascolta l’episodio su Dr. Elegantia Disponibile su Spotify e Apple Podcasts.
L’economia nasce proprio dal problema della scarsità
Gli economisti si sono davvero svegliati una mattina e hanno deciso che le risorse fossero illimitate? Hanno davvero costruito tutta la teoria economica ignorando la scarsità, la biosfera, i limiti fisici del pianeta?
In realtà no. È quasi il contrario. L’economia nasce proprio dal problema della scarsità.
Questo lo si vede già nei grandi autori classici. Adam Smith, David Ricardo, Thomas Malthus non ragionavano dentro un mondo immaginario privo di limiti. Al contrario, avevano ben presente il vincolo della terra, della fertilità agricola, della popolazione, della disponibilità di cibo. Ricardo, per esempio, ragiona molto sulla rendita e sulla produttività decrescente delle terre: se le terre fertili sono limitate e la popolazione aumenta, prima o poi bisognerà coltivare terreni meno produttivi, con costi crescenti e rendimenti inferiori. Malthus è ancora più esplicito: il rapporto tra popolazione e risorse è al centro della sua riflessione.
La scarsità, quindi, non è un’invenzione recente degli ambientalisti né un’obiezione esterna al pensiero economico. È uno dei problemi originari dell’economia.
Crescere non significa solo consumare più materia
La svolta arriva quando diventa sempre più evidente che la crescita non dipende soltanto dalla quantità di terra, materie prime o lavoro utilizzati. Dipende anche da come quei fattori vengono combinati. Dipende dalla tecnologia, dall’organizzazione, dalla conoscenza, dal capitale umano, dai processi produttivi, dall’innovazione.
Questo comporta che la crescita economica non significhi necessariamente consumare sempre più materia in proporzione diretta. Può significare usare meglio gli input disponibili. Può significare produrre più valore con meno risorse. Può significare ottenere più output economico a parità di input fisici.
Schumpeter lo descrive attraverso l’innovazione e la distruzione creatrice: trasformiamo continuamente processi, prodotti, imprese, settori.
Solow, poi, formalizza questo ragionamento nei modelli di crescita. Quando osserviamo la produzione, non riusciamo a spiegarla completamente soltanto guardando alla quantità di lavoro e capitale impiegati. Resta qualcosa: il cosiddetto residuo di Solow. In termini molto semplici, è quella parte della crescita che deriva dal progresso tecnologico, dall’efficienza, dalla capacità di produrre meglio.
Questo non vuol dire che la tecnologia cancelli i vincoli fisici. Sarebbe una sciocchezza. La tecnologia non abolisce la termodinamica. Non rende infinito ciò che è finito. Però cambia radicalmente il rapporto tra risorse fisiche e valore economico prodotto.
Un esempio importante è il disaccoppiamento tra crescita economica ed emissioni di CO₂. In diversi paesi avanzati, negli ultimi decenni, il PIL è cresciuto mentre le emissioni sono diminuite. Questo non significa che il problema climatico sia risolto. Non significa che tutto il mondo abbia già disaccoppiato crescita ed emissioni. Non significa che ogni forma di crescita sia sostenibile. Significa però una cosa importante: il legame tra crescita economica e pressione ambientale non è automatico, rigido, inevitabile.
Il problema non è la crescita, ma il costo che non paghiamo
Naturalmente questo non basta a dire che ogni crescita sia buona. Non basta nemmeno a dire che il mercato, lasciato da solo, risolverà tutto.
Quando un’attività economica produce un costo che ricade su altri, ma quel costo non viene pagato da chi lo genera, abbiamo un’esternalità negativa. L’inquinamento è l’esempio classico. Se un’impresa produce beni, incassa ricavi e profitti, ma scarica sull’ambiente e sulla collettività i costi dell’inquinamento, il prezzo di mercato non riflette il vero costo sociale di quella produzione.
Anche qui, l’economia non ignora il problema. Una delle soluzioni teoriche più note è la tassa pigouviana: far pagare a chi genera l’esternalità il costo sociale che impone agli altri. La carbon tax funziona esattamente secondo questa logica. Se emettere CO₂ produce un danno collettivo, allora quel danno deve entrare nel prezzo.
Qui si può fare anche un parallelo intuitivo con il dynamic pricing. Pensiamo a un concerto molto richiesto o a una finale di Champions League. I posti sono limitati. Se ci sono 50 mila posti e un milione di persone vuole entrare, non tutti potranno partecipare. Il prezzo, in quel caso, diventa uno strumento di razionamento di una risorsa scarsa.
Il caso dell’overtourism si avvicina ancora di più alla logica pigouviana. Pensiamo a Venezia, a certe spiagge, a città d’arte congestionate da flussi turistici eccessivi. Qui non c’è solo scarsità fisica dello spazio. C’è anche un costo imposto alla collettività: congestione, degrado, pressione sui servizi pubblici, perdita di vivibilità per i residenti, deterioramento del patrimonio culturale e ambientale.
Tutto questo ci riporta al punto iniziale. Dire che il pianeta è finito è corretto. Ma usarlo per liquidare l’intera teoria economica è sbagliato. L’economia non nasce negando i vincoli. Nasce per studiarli. Nasce per capire come allocare risorse scarse, come aumentare il benessere, come correggere i fallimenti del mercato, come gestire le esternalità, come produrre più valore con meno spreco.
La vera critica alla crescita non dovrebbe essere: “la crescita è impossibile perché il pianeta è finito”. La critica seria dovrebbe essere: “quale tipo di crescita stiamo perseguendo? Con quale intensità energetica? Con quale consumo di suolo? Con quali emissioni? Con quali costi sociali? Con quali strumenti per correggere le esternalità?”.
Perché una crescita basata sull’aumento indefinito del consumo materiale è evidentemente insostenibile. Ma una crescita basata su innovazione, produttività, efficienza, servizi, conoscenza, tecnologie pulite e prezzi corretti è un’altra cosa.
Il mondo è finito. Proprio per questo dobbiamo usare meglio ciò che abbiamo.
E questo, più che un argomento contro l’economia, è esattamente il motivo per cui l’economia serve.
Ti è piaciuto questo approfondimento?
Sul canale YouTube EconomiaItalia ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull’Italia.

