Il 28 ottobre 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge di bilancio per il 2027, e l'articolo 9 porta da 85.000 a 100.000 euro il limite di ricavi del regime forfettario (comunicato del Consiglio dei ministri n. 195; testo bollinato del 30 ottobre, articolo 9). In conferenza stampa Matteo Salvini ha parlato dell'«aumento del tetto della flat tax per partite IVA a 100.000 euro», «con l'interlocuzione con la Commissione europea» (Palazzo Chigi, 28 ottobre).
Nel fine settimana la proposta è stata discussa anche su X. Il tributarista Dario Stevanato ha scritto che così il forfettario diventa il «regime di default per la maggior parte degli autonomi», e ha parlato di un «vulnus all'equità» e di una violazione del «principio di uguaglianza tributaria».
La riforma è ancora all'esame del Parlamento e prevede un confronto con la Commissione europea. Per le imposte sui redditi si resterebbe nel regime fino a 100.000 euro incassati l'anno precedente, con uscita immediata oltre 115.000. Per l'IVA il limite resterebbe a 85.000 euro, in attesa dell'autorizzazione europea, con uscita immediata oltre 100.000: fra 85.000 e 100.000 euro si pagherebbe l'imposta forfettaria e si emetterebbero fatture con l'IVA (La Legge per Tutti; Quotidiano Fiscale).
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I vantaggi del regime
Il primo vantaggio riguarda gli adempimenti. Rispetto al regime ordinario, chi è in forfettario non tiene i registri IVA, non presenta la dichiarazione IVA, è esonerato dagli indici di affidabilità fiscale (gli ISA) e sulle sue fatture i clienti non applicano la ritenuta d'acconto. Dal 2024 deve comunque emettere la fattura elettronica (Mastro; Investire Oggi).
Il secondo vantaggio è l'aliquota: un'imposta sostitutiva del 15%, che scende al 5% per i primi cinque anni di una nuova attività, se ci sono i requisiti, e che prende il posto dell'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e delle addizionali. Il 15% si calcola su una base al netto dei costi presunti e dei contributi.
Come si calcolano le tasse
Ogni imposta ha una base imponibile, cioè la cifra su cui si applica l'aliquota, e la legge stabilisce quali costi la riducono. Il regime si chiama forfettario perché i costi si calcolano in percentuale sul fatturato, qualunque sia la spesa reale. Il reddito si ottiene moltiplicando il fatturato per un coefficiente che dipende dal codice ATECO, il codice che identifica l'attività: per un consulente è il 78%, quindi il fisco gli riconosce il 22% di costi.
Nel regime ordinario, invece, i costi si deducono in base alla spesa.
Dal reddito si deducono poi i contributi previdenziali, che cambiano con la gestione previdenziale: il 26,07% per la Gestione Separata dell'INPS, quella dei professionisti senza una cassa propria, il 24% per gli artigiani, il 17% per gli avvocati, il 14,5% per gli ingegneri (InformazioneFiscale; circolare INPS 14/2026; Cassa Forense; Money.it). L'imponibile è quindi il fatturato meno i costi forfettari e meno i contributi, e su quella cifra si calcola il 15%.

Il consulente da 40.000 euro
Prendiamo un consulente in Gestione Separata che fattura 40.000 euro, con l'aliquota del 15% e dopo i primi anni di attività, quando il calendario dei versamenti è regolare:
reddito forfettario: 40.000 × 78% = 31.200 euro, cioè 8.800 euro di costi riconosciuti;
contributi: 31.200 × 26,07% = 8.134 euro;
imponibile: 31.200 − 8.134 = 23.066 euro;
imposta: 23.066 × 15% = 3.460 euro;
netto prima delle spese reali: 40.000 − 8.134 − 3.460 = 28.406 euro.
Con l'aliquota del 5% l'imposta scende a 1.153 euro e il netto sale a 30.713.
A 40.000 euro di fatturato il netto dei due regimi coincide con circa 12.000 euro di costi, il 30% del fatturato, più degli 8.800 euro riconosciuti dal forfettario, perché nell'ordinario si paga l'IRPEF con le addizionali. A 85.000 euro il pareggio sale a circa 31.900 euro, il 38%.
Bisogna considerare anche l'IVA sugli acquisti, che nell'ordinario si recupera e nel forfettario resta un costo. Se tutte le spese portano l'IVA al 22%, il pareggio del nostro consulente scende a circa 8.400 euro. Sopra quei livelli può convenire l'ordinario.

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Il caso del neo geometra
Rispetto al consulente, per un geometra che inizia l'attività cambiano i contributi. Il coefficiente resta il 78%, mentre la gestione è la Cassa Geometri, con un contributo soggettivo del 20% sul reddito, un minimo di 4.240 euro e un contributo integrativo del 5% addebitato al cliente (Cassa Geometri). Con 40.000 euro di compensi il cliente paga 42.000 euro: i 2.000 di integrativo vanno alla Cassa e restano fuori dal conto.
Un geometra sopra i trent'anni versa 6.249 euro di contributi, maternità compresa. Con l'imposta al 15% gli restano 30.008 euro, con quella al 5% 32.503. Un neoiscritto sotto i trent'anni, nei primi due anni, versa il 5% invece del 20%, cioè 1.569 euro: con l'imposta al 5% gli restano 36.949 euro, il 92% dei compensi. Con quelle aliquote il pareggio con l'ordinario arriva a circa 26.500 euro di costi, oppure 15.400 se tutte le spese portano l'IVA al 22%.
L'effetto di cassa
Ai calcoli precedenti va aggiunto il calendario dei versamenti, che nei primi anni comporta uscite più alte. I contributi si deducono soltanto nell'anno in cui vengono pagati, e il primo anno non si versano acconti, perché manca un anno precedente su cui calcolarli. L'anno dopo si versano insieme quattro importi.
Per il nostro consulente, al secondo anno:
saldo dell'imposta del primo anno, senza contributi da dedurre: 31.200 × 15% = 4.680 euro;
acconto dell'imposta del secondo anno, il 100% di quella del primo: altri 4.680 euro;
saldo dei contributi del primo anno: 8.134 euro;
acconto dei contributi del secondo anno, l'80% di quelli del primo: 6.507 euro.
Il totale è di 24.001 euro, il 60% del fatturato annuo, con 18.407 euro a giugno e 5.594 a novembre. Con l'imposta al 5% si scende a 17.761. A regime lo stesso consulente versa 11.594 euro l'anno.
Una parte dell'imposta viene recuperata: nel secondo anno i contributi pagati sono 14.641 euro, l'imposta scende a 2.484 euro e i 2.196 euro versati in più diventano un credito l'anno successivo. Quei 24.001 euro, però, vanno versati tutti entro novembre del secondo anno. Sui cinque anni, sempre con 40.000 euro di fatturato, il consulente versa 0 euro il primo anno, 24.001 il secondo, 8.422 il terzo, 12.570 il quarto e 11.594 il quinto.

40.000 euro in partita IVA o 40.000 di RAL?
Prendiamo ora lo stesso lavoratore con due offerte da 40.000 euro: una in partita IVA, l'altra come retribuzione lorda annua (la RAL).
Il dipendente a Milano, senza familiari a carico, versa 3.796 euro di contributi (9,49% nel commercio e terziario sopra i 50 addetti, tabella Kitech), 7.475 euro di IRPEF, al netto delle detrazioni e degli sconti in vigore (InformazioneFiscale), e 821 euro di addizionali (PMI.it). In busta paga restano 27.908 euro. Ogni anno matura poi un trattamento di fine rapporto (TFR) di circa 2.763 euro lordi, circa 2.084 netti con un'aliquota media stimata.
Con il forfettario al 15% e nessuna spesa restano 28.406 euro. Il dipendente arriva a 29.993 con il TFR, e il professionista lo supera da circa 47.000 euro di fatturato, oppure da circa 38.000 con l'aliquota al 5%. Se il professionista spende davvero il 22% del fatturato, per pareggiare una RAL di 40.000 euro deve fatturare circa 61.200 euro.

Assumere o fatturare: i conti dell'impresa
Nella stessa tabella Kitech, per il commercio e terziario da 51 a 200 addetti, i contributi sugli impiegati arrivano al 37,02%, di cui il 27,53% a carico dell'azienda, una quota che comprende voci come assegni familiari, malattia, maternità e disoccupazione. Si aggiungono il TFR, cioè il 6,91% della RAL (una retribuzione su 13,5, meno lo 0,5% che va all'INPS), e il premio per gli infortuni sul lavoro versato all'INAIL, che per un ufficio si aggira sullo 0,40% (Fisco e Investimenti). Un dipendente costa quindi circa 1,348 volte la RAL, e per le aziende più piccole o con altri contratti la cifra cambia.
Con 40.000 euro di costo per l'impresa, la RAL è 29.665 euro e il dipendente porta a casa 24.746 euro, TFR compreso. Il consulente in forfettario che fattura la stessa cifra ne tiene 28.406, spese escluse. A parità di costo per l'impresa il consulente supera il dipendente da circa 23.400 euro, e a 100.000 euro la differenza è di circa 23.100 euro: 71.016 contro 47.932. La differenza cresce con il costo, e impresa e lavoratore possono avere interesse a regolare in fattura lavori che somigliano a un impiego.

Il rischio legislativo
La Corte dei conti stima in circa 3,4 miliardi il minor gettito del regime per il 2025 e segnala una «lacuna conoscitiva di rilievo» nella valutazione dei suoi effetti (relazione sul rendiconto 2025, sintesi p. 9 e volume I, p. 87). La Commissione europea scrive che la proliferazione dei regimi di flat tax, compresi quelli per gli autonomi, rischia di erodere ancora la base dell'imposta sul reddito (Country Report 2026, p. 40). Il Fondo monetario internazionale propone di eliminare l'aliquota agevolata per ragioni di equità e di gettito (Country Report 25/201, p. 16).
A parità di imponibile, su 40.000 euro un autonomo in ordinario paga circa 11.100 euro fra IRPEF e addizionali, un forfettario 6.000. Su 60.000 euro le cifre diventano circa 19.400 e 9.000. Stevanato parla di due sistemi fiscali diversi per redditi che vengono entrambi dal lavoro, e sostiene che la questione riguarda la capacità contributiva, cioè il principio degli articoli 3 e 53 della Costituzione per cui ciascuno concorre alle spese pubbliche secondo le proprie possibilità; le diverse tutele di autonomi e dipendenti sono per lui un altro tema. Ritiene difficile ottenere in tribunale la parità di trattamento, e aggiunge che la situazione può far preferire un modello di tassazione diverso. L'Ufficio parlamentare di bilancio aveva già giudicato difficile giustificare i due regimi con l'equità orizzontale, il criterio per cui a pari capacità contributiva corrisponde un pari prelievo (audizione sulla legge di bilancio 2023, pp. 62-63).
Secondo la relazione del 2026 del Ministero dell'Economia (MEF) sull'evasione, pp. 9 e 33, nel 2023 mancava il 59,7% dell'IRPEF potenziale di autonomi e imprese, contro il 2,3% del lavoro dipendente irregolare. Per i soli forfettari l'ultimo anno stimato è il 2019: 1,18 miliardi di imposta mancante, il 41,4% del potenziale, in calo dal 57,6% del 2018, nell'anno in cui sono arrivate soglie più alte e uguali per tutte le attività. Il MEF stima anche 314.958 "falsi forfettari" nel 2019, contribuenti che con i ricavi non dichiarati supererebbero il limite, a fronte di 1.181.624 forfettari. Quando il limite era a 65.000 euro il ministero ha trovato una forte discontinuità nella distribuzione dei ricavi intorno a quel valore, e ha precisato che chi si ferma sotto la soglia può farlo anche per convenienza legata all'attività, oltre che per evasione (relazione 2022, pp. 112-113).
In Francia si esce dal regime agevolato soltanto dopo due anni consecutivi sopra il limite (Service-Public), il che attenua l'incentivo a fermarsi sotto la soglia. Germania e Stati Uniti prevedono adempimenti semplificati per le piccole attività e applicano al reddito le regole fiscali ordinarie, come ho raccontato in un video sul rapporto del Fondo Monetario Internazionale.
Sugli effetti delle soglie il Dipartimento delle Finanze ha aperto il 21 ottobre una consultazione pubblica relativa al passaggio del limite da 65.000 a 85.000 euro, deciso con la legge di bilancio 2023 (Dipartimento delle Finanze). La consultazione resta aperta fino al 18 novembre, mentre il disegno di legge con i 100.000 euro è già all'esame del Parlamento.
Fonti
Disegno di legge di bilancio 2027, testo bollinato del 30 ottobre 2026
Quotidiano Fiscale, Regime forfettario, soglia a 100mila solo per le imposte dirette
InformazioneFiscale, IRPEF 2026: scaglioni, detrazioni e bonus
Tutela Previdenziale, Artigiani e commercianti 2026, circolare INPS 14/2026
MEF, Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva 2026
Dipartimento delle Finanze, consultazione sulla soglia di 85.000 euro
Corte dei conti, Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2025, sintesi
Corte dei conti, Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2025, volume I
Dario Stevanato su X: primo post, secondo post, terzo post

