Il cinema italiano non si paga da solo. Anatomia di uno slogan circolare
Tre numeri da non confondere: 11% di IRES e IVA settoriali, 696 milioni di Fondo cinema 2025, 3,54 di moltiplicatore CDP. Spiegano cose diverse, e nessuno dei tre dice che il cinema si autofinanzi.
Il cinema italiano non si paga da solo. Anatomia di uno slogan circolare
"Il cinema italiano si autofinanzia." È una formula ricorrente nel piccolo dibattito interno del settore audiovisivo. Si sente nei convegni, nelle dichiarazioni delle associazioni di filiera, nelle interviste degli operatori, ogni volta che qualcuno ricorda che lo Stato spende attorno ai 700 milioni di euro l'anno per il sostegno al cinema. La versione più articolata suona più o meno così: una parte rilevante dei finanziamenti pubblici al cinema arriva dalle tasse generate dal cinema stesso (IVA dei biglietti, IRPEF dei lavoratori del settore, IRES delle produzioni), e quindi siamo in presenza di un meccanismo circolare in cui l'industria finanzia se stessa attraverso lo Stato. Il sostegno pubblico, in questa logica, non è un costo ma un giro contabile.
Suona bene, sembra dire qualcosa di tecnico, e fa servizio al settore. Lo difende dall'accusa ricorrente di essere un buco a fondo perduto per il contribuente. Il problema è che, presa alla lettera, non sta in piedi.
Cosa dice davvero la legge sul Fondo cinema
Il Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell'audiovisivo è disciplinato dall'articolo 13 della legge 220 del 14 novembre 2016. La dotazione del Fondo è "parametrata annualmente all'11 per cento delle entrate derivanti, per lo Stato, dal versamento delle imposte ai fini IRES e IVA" relative ai seguenti settori: distribuzione cinematografica di video e programmi televisivi, proiezione cinematografica, programmazioni e trasmissioni televisive, servizi di accesso a internet, telecomunicazioni fisse e mobili.
Questo è il punto da fissare. Il parametro è IRES e IVA, non IRPEF. Il perimetro non è il cinema. Comprende televisione, internet, telecomunicazioni mobili e fisse. È un perimetro molto più largo dell'industria cinematografica vera e propria, ed è dominato in valore da settori che con il cinema hanno un rapporto laterale: TIM, Vodafone, Wind, Iliad, Sky, gli operatori di rete fissa, i provider internet.
Il Fondo cinema, in questo senso, non è alimentato dal cinema. È alimentato da una fetta del gettito di un perimetro tecnologico e mediale ampio, di cui il cinema in senso stretto è una parte minoritaria.
C'è un secondo aggancio importante: la dotazione minima garantita. Il decreto del Ministero della Cultura 6 marzo 2025 numero 55 ha ripartito 696,03 milioni di euro per l'anno 2025. Per il 2026 la dotazione minima è 610 milioni. Dal 2027 scende a 500 milioni. Sono cifre rilevanti, ma fissate per legge, non determinate ex post dal ritorno fiscale del settore. Se nell'anno 2025 le entrate IRES e IVA dei settori parametrati avessero generato un 11% pari a 400 milioni, lo Stato avrebbe comunque dovuto stanziare il minimo garantito. Se avessero generato 1.500 milioni, il Fondo si sarebbe fermato attorno alla dotazione di legge.
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Il moltiplicatore 3,54: cosa misura davvero
Negli ultimi anni viene ripetuto in convegni, articoli e dichiarazioni di settore: a ogni euro di sostegno pubblico al cinema corrisponderebbe un effetto moltiplicatore di 3,54 sull'economia italiana. Il numero è preciso, e ha una fonte. La presentazione di Andrea Montanino per Cassa Depositi e Prestiti, datata 11 luglio 2023 e svolta in sede ANICA, contiene una slide che lo riporta nero su bianco.
La slide dice testualmente: "Effetti sull'economia italiana derivanti da una crescita della domanda di prodotti audiovisivi. Impatto diretto, indiretto e indotto misurato in euro, attivato dai settori ATECO J59 e J60". Il numero 3,54 è la somma dei contributi settoriali rappresentati nella piramide: audiovisivo e broadcasting 1,15; servizi di rete 0,77; servizi operativi 0,51; manifattura 0,48; servizi ad alto contenuto di conoscenza 0,24; attività artistiche, creative e altri servizi 0,23; PA, istruzione e sanità 0,06; costruzioni 0,06; agricoltura 0,05.
Letto correttamente, il numero significa una cosa precisa. A fronte di un euro di maggiore domanda finale di prodotti audiovisivi e broadcasting (i settori ATECO J59 e J60), l'economia italiana attiva circa 3,54 euro di produzione complessiva, includendo gli effetti sulla filiera dei fornitori e i consumi indotti dai redditi aggiuntivi. La fonte metodologica sono le tavole input-output ISTAT, in una versione che incorpora il canale dei consumi delle famiglie (la cosiddetta versione chiusa del modello Leontief).
Quello che il numero non dice è altrettanto importante. Non dice che ogni euro di sostegno pubblico al cinema generi 3,54 euro di gettito fiscale per lo Stato. Non dice che il Fondo cinema si ripaghi da solo. Non dice nulla, in realtà, sul ritorno fiscale del sostegno pubblico. È un moltiplicatore di produzione, non un moltiplicatore di gettito.
Sono due grandezze diverse, e la differenza è enorme. Per arrivare a un ritorno fiscale bisognerebbe poi calcolare quanta parte di quei 3,54 euro di produzione si traduce in valore aggiunto, quale aliquota effettiva (IRES, IRAP, IVA, IRPEF sul lavoro attivato, contributi sociali) si applica a ciascun pezzo, e poi confrontare il totale con il costo iniziale per la finanza pubblica del sostegno.
Perché i moltiplicatori alti non vanno presi a manate
Una nota tecnica per chi conosce le tavole input-output. I moltiplicatori sopra 3 in Italia non sono anomali per i settori con catene del valore lunghe. Anche turismo, edilizia, agroalimentare e automotive producono moltiplicatori comparabili. Il motivo è semplice. Quando si includono gli effetti indotti tramite consumi delle famiglie (Leontief chiuso), ogni settore con una quota significativa di valore aggiunto destinato a remunerare il lavoro genera, indirettamente, una seconda ondata di domanda. La somma cresce.
Questo non è un trucco contabile, ma è un risultato che richiede cautela nelle interpretazioni di policy. Il moltiplicatore di produzione di un settore non è il moltiplicatore di policy del sostegno pubblico al settore. Sono cose diverse per due motivi. Primo, perché non tutta la domanda finale passa attraverso il sostegno pubblico, molta è privata e ci sarebbe stata comunque. Secondo, perché il moltiplicatore parla di output attivato, non di valore aggiunto al netto delle attività che si sarebbero comunque svolte. La domanda corretta non è "quanto si attiva", è "quanto si attiva in più rispetto a uno scenario senza intervento". Quel numero richiede un controfattuale.
La formulazione corretta
Esiste una logica di parziale ritorno settoriale nell'architettura del Fondo cinema, perché la sua dotazione è ancorata, per via normativa, a una quota delle entrate IRES e IVA di un perimetro che include audiovisivo, TV, internet e telecomunicazioni. Esiste un effetto di filiera reale, misurato dalle tavole input-output, per cui la domanda di produzione audiovisiva attiva ulteriore produzione e occupazione in altri settori dell'economia italiana. Esiste un sostegno pubblico ingente, attorno ai 700 milioni di euro l'anno fino al 2025 e in calo a 610 nel 2026, dominato in valore da tax credit, cioè rinunce di gettito.
Non esiste un autofinanziamento del cinema da parte del cinema. Non esiste un meccanismo per cui le imposte pagate dalle produzioni cinematografiche tornino automaticamente alle stesse produzioni. Non esiste, soprattutto, un calcolo serio che mostri che ogni euro di sostegno pubblico al cinema rientri integralmente sotto forma di maggior gettito fiscale.
Fonti e approfondimenti
Legge 14 novembre 2016 n. 220, articolo 13 (testo della disciplina del Fondo cinema)
Camera dei Deputati, Il sostegno ai settori del cinema e dell'audiovisivo (sintesi normativa aggiornata, dotazioni 2025-2027)
Decreto del Ministero della Cultura 6 marzo 2025 n. 55, riparto del Fondo cinema 2025
Andrea Montanino, Le sfide per l'audiovisivo italiano (presentazione CDP per ANICA, 11 luglio 2023, slide 11 sul moltiplicatore 3,54 e slide 12 sull'occupazione attivata)
ISTAT, Tavole input-output dell'economia italiana (base metodologica del moltiplicatore)
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