Il 2% NATO e i dodici miliardi che nessuno ha speso
Venticinquemila soldati fantasma, la voce 'altro' al 30%, e il metodo Crosetto per raggiungere un obiettivo senza spendere un euro in più.
il giorno in cui tutti raggiunsero il 2%
Nel 2025 l'Italia ha aumentato la spesa militare dichiarata alla NATO di quasi 12 miliardi di euro. In un solo anno. Un balzo del 36%, senza precedenti nella storia recente del bilancio della difesa. Eppure nessuno ha votato una legge per stanziare quei soldi, nessun concorso ha arruolato nuovi soldati, nessun contratto per nuove navi o aerei è stato reso pubblico.
Dodici miliardi di euro sono una cifra considerevole: più dell'intero bilancio del Ministero della Giustizia, per intenderci. Dove sono finiti? La risposta, come vedremo, è tanto semplice quanto imbarazzante: da nessuna parte. Non sono stati spesi. Sono stati "trovati", il che è cosa assai diversa.
Il Rapporto annuale del Segretario Generale della NATO, pubblicato a marzo 2026, indica per l'Italia una spesa di 45.325 milioni di euro nel 2025, contro i 33.402 milioni del 2024. Il rapporto spesa/PIL ha così superato la soglia del 2%. Per la prima volta nella storia dell'Alleanza, tutti i Paesi membri hanno raggiunto l'obiettivo. Tutti. Contemporaneamente. Dopo anni di fallimenti sistematici. Chi abbia un minimo di dimestichezza con le dinamiche di bilancio di trenta Paesi diversi troverà la coincidenza, diciamo così, statisticamente improbabile.
🎬Questo articolo è tratto dal video:
Il 2% della difesa: un trucco contabile con la bandiera NATO
Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
l'arte di contare ciò che già esiste
L'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell'Università Cattolica (OCPI), diretto da Giampaolo Galli, ha analizzato la composizione di quell'aumento, e il risultato è istruttivo. Nella nota di novembre 2025, l'incremento di 12,5 miliardi era attribuito per il 62% alla voce "altro" e per il 36% agli armamenti. Nei dati aggiornati di marzo 2026 la composizione è già cambiata: 38% "altro", 35% personale, 24% armamenti.
Fermiamoci un momento su questo punto, perché è rivelatore. La composizione di un aumento già dichiarato viene rivista radicalmente nel giro di pochi mesi. Non stiamo parlando di aggiustamenti marginali: la voce "personale" passa dallo 0% al 35% del totale. O cambia il denominatore, o cambia la metodologia di classificazione, o (ipotesi più generosa) qualcuno stava ancora decidendo in quale colonna mettere i numeri. In tutti e tre i casi, non è esattamente il segno di un processo contabile rigoroso.
venticinquemila soldati che nessuno ha arruolato
La voce personale merita un'attenzione particolare. I dati NATO indicano che i militari italiani sarebbero passati da 173.000 nel 2024 a 198.000 nel 2025: venticinquemila unità in più. Un numero enorme, che in qualsiasi Paese normale implicherebbe concorsi pubblici, piani di addestramento, infrastrutture logistiche, discussioni parlamentari.
Problema: come rileva puntualmente l'OCPI, questo aumento "non è contemplato né dalla Legge di Bilancio per il 2025 né dal Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa per il triennio 2025-2027." Il Parlamento non ha votato 25.000 nuovi soldati. Non ci sono stati concorsi, arruolamenti, caserme aperte. Niente di niente.
La spiegazione più probabile è anche la più prosaica: si tratta di personale già in servizio presso corpi come la Guardia di Finanza e le Capitanerie di Porto, che prima non erano conteggiati come forze armate e che sono stati "riclassificati" nella definizione NATO. Non un soldato in più. Non un fucile in più. Solo un'etichetta diversa su un foglio Excel. Il contributo italiano alla difesa collettiva dell'Alleanza resta identico a ieri, ma il numero sul rapporto del Segretario Generale è più bello. Missione compiuta, verrebbe da dire.
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la voce "altro", ovvero il metodo crosetto
La voce "altro" nella spesa militare italiana dichiarata alla NATO è passata dal rappresentare storicamente il 12% del totale al 30% nel 2025. Non si tratta di una nuova categoria di spesa: sono voci che esistevano già, finanziate con altri capitoli, e che sono state semplicemente spostate nella colonna giusta (o sbagliata, a seconda dei punti di vista).
Il ministro Crosetto, in audizione parlamentare nel luglio 2025, lo ha detto con una franchezza che sarebbe ammirevole se non fosse preoccupante. Ha dichiarato di aver raggiunto il 2% "aumentando il focus militare su forza, capacità e ambiti che finora non avevamo calcolato, quindi Guardia di finanza, Capitanerie, spazio e cyber."
Leggiamo bene, perché le parole contano: "ambiti che finora non avevamo calcolato." Non "ambiti su cui abbiamo investito di più." Non "nuove capacità che abbiamo sviluppato." Ambiti che abbiamo iniziato a contare. Come ha scritto efficacemente Il Foglio il 27 marzo 2026: "una cosa è spendere di più per la difesa, e un'altra è ridefinire cosa conta come difesa."
In un'altra occasione, Crosetto ha raggiunto vette ancora più cristalline: "abbiamo raggiunto il 2% trasmettendo i nostri dati di bilancio alla NATO, certificando questo raggiungimento." Non dice che l'Italia ha speso di più. Non dice che le forze armate sono più forti. Dice che ha trasmesso i dati in un certo modo. Si potrebbe obiettare che almeno è onesto, il che lo pone in una categoria tutta sua nel panorama politico italiano.
il vero problema: quaranta miliardi che nessuno sa dove trovare
Se il trucco contabile del 2% fosse solo una questione di cosmetica statistica, potremmo archiviarla nella categoria "italianate" e passare oltre. Ma il problema è che questo trucco ha conseguenze strategiche reali, e piuttosto serie.
Al vertice NATO dell'Aia del giugno 2025, il nuovo obiettivo fissato è il 5% del PIL entro il 2035, di cui il 3,5% in spesa militare vera e propria. Per l'Italia, un punto di PIL vale circa 21 miliardi di euro. Il 3,5% significherebbe circa 73 miliardi all'anno in spesa militare, rispetto ai 32 miliardi attuali del bilancio reale del Ministero della Difesa (quello vero, non quello "allargato" con le riclassificazioni creative).
Il divario è di circa 40 miliardi l'anno. Per dare un ordine di grandezza: è quasi quanto l'Italia spende per l'intero sistema scolastico. Non esistono margini fiscali per finanziarli senza tagli significativi ad altre voci, aumento del debito, o aumento della pressione fiscale. Il governo non ha ancora detto nulla di credibile su come colmare quel divario, impegnato com'è a celebrare il 2% appena "raggiunto."
Qui sta il danno vero dell'operazione contabile: avendo dichiarato di aver raggiunto il primo obiettivo senza spendere un euro in più, l'Italia si è privata dell'urgenza politica necessaria per avviare una discussione seria su quanto e come investire nella difesa. Perché discutere di scelte dolorose quando puoi spostare la Guardia Costiera da una colonna all'altra?
la discussione che questo paese continua a non fare
L'Europa del 2026 ha bisogno di parlare seriamente di difesa. La guerra in Ucraina ha dimostrato che le capacità militari europee erano sottodimensionate. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha mostrato quanto siano fragili le rotte commerciali su cui si reggono le nostre economie. L'incertezza sulla postura americana rende evidente che l'Europa dovrà fare molto di più per la propria sicurezza.
Ma questa discussione non può partire da un'illusione contabile. Quanto l'Italia debba spendere per la difesa, e come, è una domanda seria che va bilanciata con un debito al 140% del PIL, una sanità sottofinanziata, e un sistema pensionistico che assorbe oltre il 15% del PIL. Sono scelte politiche vere, che richiedono trasparenza sui numeri di partenza.
L'OCPI ha chiesto ripetutamente quali siano i criteri adottati per la riclassificazione. Nessuno ha risposto. Il Ministero della Difesa non ha pubblicato un documento che spieghi la metodologia. Il Parlamento non ha discusso una legge che stanziasse le risorse. Il governo ha comunicato un risultato senza spiegare come ci è arrivato. È, nel senso più tecnico del termine, un esercizio di comunicazione politica privo di contenuto sostanziale.
Se il punto di partenza è un 2% costruito spostando la Guardia Costiera da una colonna all'altra di un foglio Excel, il punto di arrivo sarà altrettanto solido. Ovvero: per niente. E quando arriverà il conto vero del 5%, non ci saranno abbastanza colonne da spostare.
fonti e approfondimenti
OCPI, Nota sulla spesa militare italiana, novembre 2025 e aggiornamento marzo 2026
Audizione ministro Crosetto, Commissione Difesa della Camera, luglio 2025
Il Foglio, "Ridefinire cosa conta come difesa", 27 marzo 2026
Dashboard spesa pubblica italiana, dati interattivi su umbertobertonelli.it
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