Il mito della comunicazione
Ogni giorno sentiamo dire che questo o quel partito, se perde le elezioni, se arretra nei sondaggi o se va male sui social, ha un problema di “comunicazione”.
A me pare una bella storiella da vendere soprattutto a chi frequenta certi ambienti e tende a pensare che il problema sia sempre quello: noi abbiamo capito, gli altri no.
Non perché la comunicazione non conti. Conta, ovviamente. Il problema è che molto spesso viene usata per saltare completamente il rapporto tra quello che un partito dice, quello che fa e quello che poi succede. Alla fine rimane una spiegazione buona per qualsiasi risultato e quindi, proprio per questo, una spiegazione abbastanza inutile.
Notare che quasi tutte le grandi analisi sulla straordinaria capacità comunicativa di un partito arrivano dopo che quel partito ha vinto.
Trovatemi oggi un esperto di comunicazione disposto a dirvi con ragionevole certezza chi vincerà le elezioni italiane del 2027 e soprattutto perché. Oppure torniamo all’estate del 2022: quanti avevano previsto la risalita del Movimento 5 Stelle dopo la scissione di Di Maio? Chi nel 2019 avrebbe scommesso su Giorgia Meloni?
Magari Meloni vincerà ancora nel 2027. Magari Vannacci farà un risultato straordinario. Magari il campo largo riuscirà finalmente a superare le sue difficoltà, oppure dal centro verrà fuori qualcuno che oggi quasi nessuno prende sul serio.
Il punto è che guardare al futuro soltanto attraverso la lente della comunicazione è molto aleatorio. Anche perché gli stessi esperti di comunicazione finiscono spesso per sostenere cose diverse a seconda del momento. A volte serve un tono istituzionale, altre volte bisogna polarizzare. In una fase bisogna allargarsi, in quella successiva bisogna parlare soprattutto al proprio elettorato. C’è chi dice che bisogna essere rassicuranti e chi, pochi mesi dopo, spiega che senza conflitto non si mobilita nessuno.
Naturalmente nessuna di queste cose è necessariamente sbagliata. Il problema è che non basta dire che una strategia va fatta bene. Bisognerebbe anche capire che cosa significhi, concretamente, farla bene. Bene rispetto a quale obiettivo?
Aumentare il consenso? Mobilitare chi già ti vota? Conquistare nuovi elettori? Rendere più riconoscibile il leader? Spostare il dibattito su un certo tema? E soprattutto: da che cosa dovrebbe accorgersi un elettore che quella comunicazione funziona?
Se l’unica risposta arriva dopo le elezioni, quando chi ha vinto viene descritto come quello che ha comunicato meglio, rischiamo di essere di nuovo al punto di partenza. Non stiamo spiegando in termini causali il risultato. Lo stiamo semplicemente descrivendo.
Il caso AfD
Prendiamo il caso di cui si è discusso parecchio negli ultimi giorni e a cui ho dedicato già due post. In Sassonia Anhalt AfD ha preso più del 44 per cento. Alcuni, pochi fortunatamente, mi hanno scritto a seguito di questi due post che starei “normalizzando” il fascismo. Provo dunque a chiarire meglio ciò che mi sento di dover trasmettere attraverso le reazioni a questo storico risultato.
Da una parte c’è chi sostiene che bisogna dire con ancora più forza che AfD è fascista. Dall’altra Angela Merkel ha parlato della necessità di comunicare meglio. Sono due argomenti che ricorrono continuamente anche nel dibattito italiano. Basta guardare al campo largo: una delle ragioni che vengono spesso indicate per tenere insieme forze politiche molto diverse è la necessità di fare fronte comune contro la destra, contro i fascisti, contro il rischio rappresentato da Meloni o da Vannacci.
Ma davvero il problema è che questa cosa non viene detta abbastanza?
Davvero pensiamo che milioni di elettori non abbiano capito che AfD si colloca all’estrema destra? Che non sappiano quali riferimenti culturali e politici circolino dentro Fratelli d’Italia o attorno a Vannacci? Che non colgano i richiami continui alla superiorità di una cultura sull’altra, alla nostalgia, all’identità nazionale declinata in quel modo?
Parliamo di milioni di persone, non di piccoli partiti d’opinione come potevano essere CasaPound o La Destra di Storace. Con Meloni la sinistra ha perso perché non ha gridato abbastanza al fascismo? Mi sembra difficile da sostenere seriamente.
Provate a fare una cosa molto semplice. Chiedete a dieci persone che conoscete se considerano Vannacci o Meloni fascisti, postfascisti, di estrema destra o comunque vicini a quella tradizione politica. Dubito che la maggioranza caschi dalle nuvole.
Abbiamo avuto esponenti politici che hanno mostrato con orgoglio busti di Mussolini, simboli, riferimenti e nostalgie di quel mondo. Non è esattamente un segreto tenuto nascosto agli elettori. Senza contare le inchieste di Fanpage, ormai diventate un meme dell’internet.
Davvero non ricordiamo il clima delle elezioni del 2022? Davvero non ricordate i vari video che girano su questo o quel politico che risponde faticosamente alla domanda “Lei è antifascista”? Vi prego, prendetevi qualche istante e pensateci, perchè personalmente faccio fatica a credere che il nodo sia semplicemente dire più forte sono “fascisti”. A meno che, sotto sotto, non si stia sostenendo un’altra cosa: che gli elettori non abbiano capito ciò che era evidente, mentre chi continua a gridare al fascismo sarebbe l’unico ad averlo visto.
“Mica abbiamo sbagliato noi”
E questa, più che un’analisi politica, mi sembra una forma elegante di dire che tutti gli altri sono stupidi. “Mica abbiamo sbagliato noi”.
D’altronde, mica la CDU governa quella regione da decenni. Mica la SPD ha governato insieme alla CDU per buona parte di quel periodo. Mica chi oggi sostiene che bisognasse “comunicare meglio” ha avuto anni per dimostrare, nei fatti, che cosa sapesse fare.
E in Italia vale più o meno lo stesso discorso.
Mica il PD o Forza Italia hanno governato per anni o partecipato a governi di ogni tipo. Mica buona parte dei partiti che oggi si presentano come alternativi a questo o quel disastro sono espressione di classi dirigenti che, nel frattempo, hanno occupato ministeri, commissioni parlamentari, presidenze di regione e, in diversi casi, Palazzo Chigi. Vero?
Il problema, evidentemente, è che non sono riusciti a spiegare abbastanza bene quanto fossero bravi.
Promesse e realtà
Ora, a parte le battute, che AfD o FN o FdI siano partiti estremisti non è particolarmente controverso. Ma davvero nessuno prende in considerazione una spiegazione molto più banale? E cioè che una parte dell’elettorato abbia notato una distanza crescente tra ciò che gli veniva promesso e quello che vedeva succedere?
Se la transizione ecologica è necessaria e viene presentata come un processo che porterà benessere e nuovi lavori, che cosa pensa quello che nel frattempo il lavoro lo perde? Se al governo ci sono i competenti, perché il mio salario continua a perdere potere d’acquisto? Se l’Unione Europea è lo strumento che dovrebbe renderci più forti e più prosperi, perché un elettore dovrebbe difenderla quando la associa soprattutto a vincoli che gli complicano la vita? Se l’immigrazione ci serve per sostenere il welfare e compensare il declino demografico, perché il welfare continua a peggiorare?
Sono tutte domande che possono contenere semplificazioni, errori, perfino premesse false. Non è questo il punto. Il punto è che esistono. Sono le domande che animano il dibattito social, i bar di provincia e probabilmente il pranzo di famiglia. E soprattutto non c’entrano niente con il fatto che un elettore sia diventato fascista da una settimana all’altra.
Alcune sono domande recenti, altre circolano da vent’anni. A forza di non dare risposte convincenti, quelle domande finiscono nelle mani di chi una risposta la dà, anche quando è una risposta pessima. Qui nasce il famoso problema di comunicazione.
Immigrazione
L’immigrazione è probabilmente l’esempio più semplice.
Si può benissimo ritenere utile l’immigrazione. Un paese che perde popolazione e invecchia ha motivi molto seri per volere nuovi lavoratori. Ci sono settori in cui la manodopera manca già oggi e ce ne saranno altri nei prossimi anni. D’accordo.
A quel punto bisogna però capire che cosa si vuole ottenere e organizzarsi di conseguenza. Quante persone può assorbire ogni anno il mercato del lavoro? Con quali competenze? Quanto deve durare l’attesa prima che una persona possa lavorare legalmente? Come si distribuiscono gli arrivi sul territorio? Cosa succede alla domanda di case? Quanto pesa l’arrivo di nuove persone sulle scuole e sui servizi locali? Come funziona l’accesso al welfare? Come si interviene dove l’integrazione fallisce? E naturalmente esiste anche la questione della criminalità.
Dirlo non significa sostenere che un immigrato sia per sua natura più portato a commettere reati. Ma se una parte dell’immigrazione rimane ai margini, senza lavoro, senza una buona conoscenza della lingua e concentrata in alcuni quartieri, ignorare il problema non è particolarmente intelligente, e non c’è alcun problema comunicativo. È solo cattiva amministrazione.
Il guaio è che per anni una parte della politica ha trattato l’immigrazione e la sua realizzazione come se fossero banali.
Se accogli e poi una parte delle persone rimane fuori dal mercato del lavoro, quella scelta non ha funzionato come avevi previsto. Se si formano situazioni di degrado che durano anni e ogni discussione viene liquidata come propaganda, prima o poi quella propaganda si prende l’intero argomento.
E se la gestione fallisce perché non avevi un piano, perché non sei riuscito a metterti d’accordo con i tuoi alleati, perché avevi paura di scontentare una parte del tuo elettorato o semplicemente perché il problema era più difficile di quanto pensassi, l’effetto politico non cambia molto.
Puoi spiegare che AfD o Vannacci propone soluzioni peggiori, che generalizza, che sfrutta casi limite, che su molti aspetti mente. Ma parti comunque da una posizione terribile: devi convincere gli elettori che la soluzione di chi indica un problema è sbagliata dopo che tu quel problema hai promesso di saperlo gestire e non ci sei riuscito.
Provate poi a prendere anche una persona di sinistra e chiedetele se sia favorevole a un’immigrazione completamente fuori controllo. Non credo che troverete molta gente pronta a rispondere di sì. Nessuno, o quasi nessuno, vuole un sistema in cui lo Stato non sappia chi entra, chi ha diritto a rimanere, chi lavora e chi deve essere rimpatriato.
Tuttavia se per anni dici di volere un’immigrazione controllata e i cittadini hanno la percezione opposta, non basta cambiare il modo in cui pronunci la frase, l’inquadratura migliore, o il microfono che rende pulito e profondo l’audio.
A lungo andare qualcuno conclude che il problema non sia la gestione dell’immigrazione ma l’immigrazione stessa.
Ed è esattamente il terreno su cui prosperano AfD, Le Pen, Vannacci e compagnia.
Demografia
La demografia funziona allo stesso modo.
In Italia conosciamo benissimo il fenomeno. Ci sono territori che perdono giovani da anni, paesi che si svuotano, una popolazione sempre più anziana e servizi che diventano più difficili da mantenere. La Sassonia Anhalt ha vissuto una versione particolarmente pesante di questa storia.
Non serve avere studiato demografia per accorgersi delle conseguenze. Se chiude l’ospedale del paese, te ne accorgi. Se per mandare tuo figlio a scuola devi fare più strada, te ne accorgi. Se sopprimono una fermata di un autobus o di un treno, te ne accorgi. Se un’azienda decide di investire altrove, magari all’inizio non te ne accorgi nemmeno, ma qualche anno dopo sì.
Non sta scritto da nessuna parte che il declino demografico debba continuare per sempre. Si possono fare politiche per la natalità, attirare lavoratori dall’estero, aumentare la produttività, costruire condizioni migliori per trattenere i giovani o convincerne alcuni a tornare. Alcune misure funzioneranno, altre no. Si può anche decidere che una parte del declino non sia reversibile e organizzare meglio i servizi per una popolazione diversa. Qualcosa, però, devi decidere. Please, do something!
Transizione ecologica
Lo stesso discorso per certi versi vale anche per la transizione ecologica.
Possiamo ritenere necessario ridurre le emissioni. Benissimo. Ma una politica industriale non finisce con la definizione dell’obiettivo di abbattere la Co2, oppure ridurre i gas climalteranti. Bisogna decidere quali fonti energetiche usare, con quali tempi, che cosa succede ai settori più esposti.
Se alla fine di tutto questo un’impresa chiude e un lavoratore perde il posto, andare da quel lavoratore a spiegare che la transizione rimane necessaria probabilmente non risolverà il problema.
Questa è una delle cose che secondo me vengono sottovalutate quando si cerca di capire la crescita dei partiti populisti.
Se chi li combatte vuole avere qualche possibilità, dovrebbe preoccuparsi un po’ meno di quanto sia rozza la soluzione avversaria e molto di più del motivo per cui quel problema sia rimasto in piedi per anni, e probabilmente guardarsi allo specchio.
Competenza
Anche la parola “competenza” andrebbe presa un po’ più sul serio. Definirsi competenti non significa molto. Se siamo giunti più o meno in tutta Europa a questi problemi, probabilmente non abbiamo scelto sempre i più bravi.


Francesco Costa likes this element: l’ultima puntata di Wilson é davvero speculare a questo sub. Magari anche lui é un driner ⏰