Duecento euro al mese non fermano chi all'estero ne guadagna il doppio
Il PD e AsSociata propongono un bonus contro la fuga dei cervelli. I dati dicono che colpisce la platea sbagliata, ha i conti che non tornano e ignora il vero motivo per cui si parte.
Un ingegnere informatico in Italia entra nel mercato del lavoro con circa 26.000 euro lordi l'anno. Lo stesso ingegnere, in Germania o nei Paesi Bassi, ne porta a casa quasi 48.000. La proposta del Partito Democratico per fermarne la partenza è dargliene 200 in più al mese, per tre anni. Poi basta.
Il principio da cui parte la misura è giusto: partire deve essere una scelta per arricchire il proprio percorso, mai un obbligo dettato dalla mancanza di opportunità dove si nasce, si studia, si vorrebbe restare. Sul principio siamo tutti d'accordo. Il problema è che la misura, guardata nei numeri, fa esattamente l'opposto di quello che promette.
Questo articolo è tratto dal video: RISPONDO a PD e AsSociata sul BONUS di 200 euro per fermare i CERVELLI in FUGA Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
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Cosa propone davvero il PD (e cosa propone AsSociata)
La misura si chiama "Diritto a restare" ed è stata presentata il 3 giugno 2026. In sintesi: 200 euro al mese, cioè 2.400 euro l'anno, ai neoassunti under 35 con contratto a tempo indeterminato, per i primi tre anni, fino a un reddito massimo di 45.000 euro. Il budget dichiarato è di circa 700 milioni l'anno.
AsSociata, dentro il progetto "parto resto", aggiunge altri tre pezzi: un'IRPEF al 5% per i neoassunti under 35, borse di dottorato di almeno 1.500 euro netti al mese e l'aumento della spesa in ricerca fino al 2% del PIL entro il 2030. Il tutto finanziato, dicono, con un'imposta sugli extraprofitti delle aziende più grandi.
L'obiettivo dichiarato è uno solo: ridurre la fuga dei cervelli. Un problema reale, che secondo l'Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani (OCPI) i numeri ufficiali potrebbero perfino sottostimare. Proprio perché il problema è serio, vale la pena chiedersi se questa sia la risposta giusta. Andiamo con ordine.
Primo problema: la platea è quella sbagliata
Il bonus va ai neoassunti con un contratto stabile. Fermiamoci un secondo su questa frase. Chi ha appena firmato un tempo indeterminato in Italia non è la persona che sta facendo la valigia. La misura non crea alcun incentivo a restare a chi sta valutando di andarsene: premia chi è già rimasto e ha trovato un posto fisso. Fra l’altro, non agendo sul costo del lavoro non c’è alcuna riduzione delle barriere all’entrata.
E qui arriva il primo dato che fa traballare l'impianto. Secondo il Ministero del Lavoro (Sistema delle Comunicazioni Obbligatorie, IV trimestre 2024), solo il 22% dei nuovi rapporti di lavoro è a tempo indeterminato. Il bonus, per costruzione, ne raggiunge una fetta minoritaria e per giunta non quella che emigra.
L'ho definita una mancetta elettorale, un bonus dato un po' a caso, senza aver capito il motivo per cui molti italiani decidono di partire. Ed è affetta dallo stesso vizio di tante misure delle ultime leggi di bilancio: si cambia il beneficiario, ma la sostanza resta. Si alza o si abbassa la pressione fiscale su un gruppo scelto in base a un ordine morale, invece di intervenire sul motivo strutturale per cui l'Italia arranca. È l'ennesimo favoritismo: in Italia abbiamo già circa 300 forme di riduzione delle imposte, le tax expenditure, con l'unico fine di accontentare una parte dell'elettorato. Se bastassero quelle a far crescere un paese, l'Italia sarebbe la prima economia mondiale.
Secondo problema: i conti non tornano
Prendiamo i 700 milioni dichiarati e dividiamoli per i 2.400 euro a testa. Risultato: circa 292.000 beneficiari. Ma questo vale solo per il primo anno, perché il bonus dura tre anni: al secondo anno bisogna coprire due coorti, al terzo tre.
Quanti sono i neoassunti under 35 a tempo indeterminato? Il dato ufficiale incrociato per età e tipo di contratto non è pubblico, ma qualche ancoraggio c'è. Gli apprendistati, che sono contratti a tempo indeterminato atipici e quindi rientrerebbero nella misura, valgono circa 312.000 assunzioni nel 2024; gli under 35 assunti con esonero contributivo sono circa 57.000. Siamo già a 370.000, e questa è una stima per difetto. Con tutta probabilità ci saranno anche contratti a tempo indeterminato che non rientrano nelle precedenti misure.
Qualcuno obietterà che c'è il tetto dei 45.000 euro. Vero, ma serve a poco: 9 lavoratori su 10 stanno sotto quella soglia. Se davvero una quota rilevante dei neoassunti guadagnasse più di 45.000 euro, il problema dei salari italiani non esisterebbe.
Anche con il bonus, restiamo in fondo alla classifica
Mettiamo da parte il bilancio e chiediamoci se il bonus avvicini i salari italiani a quelli europei, visto che l'obiettivo è trattenere chi parte per lo stipendio. I dati elaborati da fonti pubbliche sul mio sito sui redditi dicono che in Italia si guadagna pochissimo rispetto al resto dell'Unione, sia in valore nominale sia a parità di potere d'acquisto.
Un lavoratore italiano porta a casa circa 24.593 euro netti l'anno (25.144 a parità di potere d'acquisto). Aggiungendo 200 euro al mese come se fossero permanenti, e già è un'ipotesi generosa visto che durano tre anni, si arriva a 27.598. Il risultato? Superiamo appena la Spagna, ferma a 25.914. Restiamo lontanissimi da Germania (34.937), Paesi Bassi (38.607) e Francia (28.135).
Il vero motivo per cui si parte: la carriera, non lo stipendio d'ingresso
Chi se ne va, soprattutto se qualificato, non guarda solo il primo stipendio. Guarda quanto crescerà. E qui l'Italia perde su tutti i fronti. In Italia un lavoratore adulto guadagna solo il 25,4% in più di un giovane, contro una media UE del 33,4% e punte del 40,4% in Germania. La curva di carriera è piatta: in Italia la retribuzione cresce del 52% lungo la vita lavorativa, contro il 71% in Francia, il 70% nei Paesi Bassi, il 66% in Belgio.
Se mi confronto con un collega più anziano che fa il mio stesso lavoro e vedo che guadagna poco più di me, mentre all'estero quello stesso ruolo dopo qualche anno vale molto di più, è ovvio che valuto di partire. È un ragionamento banale, ma è quello che muove le persone.
C'è poi il problema del disallineamento, il mismatch. Abbiamo laureati che il mercato non domanda. In Italia il 20,2% dei lavoratori è sovra-qualificato, quasi quattro punti sopra la media OCSE (16,5%), e il disallineamento per campo di studio è il più alto tra i paesi considerati, al 37%. Il motivo è semplice: poche grandi imprese, poco sviluppo tecnologico, pochi ambienti dove mettere in pratica competenze avanzate.
Il paradosso è che le figure che le imprese cercano disperatamente sono proprio quelle che emigrano. Il Sistema Informativo Excelsior segnala che nel 2025 le imprese programmano circa 670.000 contratti per laureati, ma ne dichiarano introvabile il 50,9%, uno su due. I profili più scarsi sono gli ingegneri ICT (86% di difficoltà di reperimento) e gli analisti di dati (76%). Le stesse figure che, una volta formate, se ne vanno.
Duecento euro contro il mercato del lavoro
Scendiamo sul concreto. Un neolaureato italiano, secondo Almalaurea, guadagna 1.384 euro netti al mese a un anno dalla laurea. Con il bonus salirebbe a 1.584. All'estero, in media, ne prende 1.963. Dopo cinque anni l'italiano è a 1.599 (bonus compreso), all'estero si arriva a 2.352. Il divario non solo resta: cresce nel tempo, cioè proprio quando il bonus è già finito.
E le piccole imprese, dove finisce gran parte dei giovani, non possono fare di più. Il valore aggiunto per dipendente nelle realtà più piccole è di circa 28.000 euro: non hanno la liquidità per pagare salari alti, e 200 euro che arrivano dallo Stato non cambiano la loro struttura né le inducono a domandare competenze nuove. Sono le aziende piccole, che coprono il 40% dell'occupazione privata, a tenere bassi i salari. Qual è il nesso logico tra 200 euro e nuove competenze richieste? Non c'è.
Proviamo perfino a dimenticare la carriera e a guardare il premio alla laurea, cioè quanto in più si guadagna nell'arco di una vita per essersi laureati. Secondo l'OCSE, a parità di potere d'acquisto, in Italia vale circa 198.000 euro. In Francia 297.000, in Germania 279.000. Anche infilando i 200 euro dentro il calcolo, la distanza non si muove.
Il cap a 45.000 euro: una trappola fiscale
Il tetto dei 45.000 euro non è un dettaglio innocuo. Chi lo supera perde di colpo i 2.400 euro di bonus, e questo genera un'aliquota marginale effettiva che fa paura: passando la soglia, il netto può scendere da circa 33.000 a circa 31.000 euro.
È l'esatto opposto dell'obiettivo dichiarato, che sarebbe far crescere i salari dei giovani, non incollarli a un tetto. E nasce una disparità ancora più assurda: una persona di 35 anni paga meno tasse di una di 36, solo perché una è dentro la platea e l'altra è fuori. Tassazione per anagrafe e per ordine morale, non per capacità contributiva. È esattamente quello che l'articolo 53 della Costituzione, citato a fasi alterne, vorrebbe evitare.
"Da qualcosa bisogna partire": la risposta di Crisanti
Giovanni Crisanti sostiene che non sia una mancetta. Cito le sue parole: "Avete detto che quei 200 euro in più al mese sono una mancetta, un bonus, ma non è vero. Sono un aumento in busta paga equiparabile a un taglio dell'IRPEF per i primi anni di impiego". E aggiunge che la misura è solo un pezzo di una riforma più ampia, che da qualcosa bisogna pur partire.
Il problema è che proprio l'IRPEF è il terreno sbagliato. Come documentava Tortuga già nel 2022 ("Tagliare le tasse ai giovani: una buona idea?"), tagliare l'IRPEF ai giovani serve a poco, perché gran parte dei giovani l'IRPEF non la paga: il 62% degli under 25 con reddito positivo è già a zero. Le tasse si possono tagliare solo a chi le paga, e tra i giovani sono i più abbienti. La proposta AsSociata di un'IRPEF al 5% finisce per dare migliaia di euro a chi è vicino al tetto e quasi nulla a chi guadagna poco. È regressiva.
Sugli altri pezzi della riforma il giudizio è più sfumato, ma non cambia. La spesa in ricerca al 2% del PIL entro il 2030 è condivisibile, però ci lascerebbe comunque sotto la media europea. Le borse di dottorato a 1.500 euro netti al mese, cioè circa 18.000 euro l'anno, sono un passo avanti rispetto agli attuali 16.243 della borsa MUR, ma ci terrebbero comunque all'ultimo posto: in Spagna un dottorando arriva a 18.391 a parità di potere d'acquisto, in Francia a 22.425, in Germania a 29.550, nei Paesi Bassi a 32.421. Si parte, ma si parte sempre da dietro.
Confronto impietoso: il controesodo dava molto di più e ha funzionato poco
Lo Stato ha già provato a far rientrare i cervelli con strumenti ben più generosi del bonus. Il regime impatriati (D.Lgs 209/2023) prevede un'esenzione del 50% dell'imponibile IRPEF, un risparmio che cresce col reddito e supera i 10.000 euro l'anno a 100.000 di stipendio. Il vecchio controesodo arrivava al 70%. Ordine di grandezza completamente diverso dai 2.400 euro del bonus.
Eppure le analisi econometriche dicono che, fatte 100 le persone rientrate, solo circa 30 sono tornate per via dell'incentivo. Se un beneficio molto più ricco muove così poco, è difficile credere che 2.400 euro spostino qualcosa.
Chi paga: gli extraprofitti
Per la riforma intera, calcolando in modo conservativo, servono circa 16 miliardi. Anche fossero 20, il punto non cambia: dovrebbero arrivare da un'imposta sugli extraprofitti delle circa 7.000 aziende con ricavi sopra i 50 milioni. Ma l'ultima volta che abbiamo tassato gli extraprofitti abbiamo raccolto circa 3 miliardi, e applicando l'aliquota dell'8,5% al valore aggiunto dichiarato si ottengono cifre analoghe. Pochi miliardi, non venti.
C'è poi un problema più profondo, di logica economica. Un extraprofitto vero nasce in una situazione di monopolio o oligopolio, da una rendita. Questa imposta non colpisce le rendite: tassa il differenziale di guadagno rispetto agli anni precedenti. Se un'impresa in concorrenza guadagna 10 per quattro anni e poi 15 grazie a un investimento, quel 5 di delta viene tassato. Stai tassando proprio l'azienda che ha investito ed è cresciuta.
Il risultato è un disincentivo a investire e una instabilità delle regole: se oggi l'aliquota è 8,5%, chi garantisce che domani non diventi 10 o 12? Un'impresa capace sposta gli investimenti all'estero, e un investitore preferisce un'azienda estera che quel prelievo non lo sconta. Avevamo appena detto che i salari sono bassi perché le imprese sono troppo piccole: che senso ha penalizzare le poche grandi che investono solo perché grandi?
La domanda da farsi prima del prossimo slogan
Entrambe le proposte non toccano il problema alla radice. Non cambiano la struttura del paese, anzi l'aggravano: nuovi bonus, nuovi tetti, nuove disparità fiscali per anagrafe, e un freno agli investimenti in ricerca e innovazione.
Il tema dei salari bassi e della fuga dei giovani è troppo serio per essere affrontato a colpi di mancette. La cosa più utile che possiamo fare, soprattutto chi ha vent'anni o trenta, è pretendere proposte migliori e fare auditing su quelle che ci vengono presentate. Per vedere gli effetti di una riforma seria servono cinque o dieci anni. Chi ha trent'anni oggi, quando arriveranno, sarà probabilmente già fuori dalla platea. Pensate a quelli che verranno dopo. Altrimenti questo paese non avrà speranza di uscirne, se non quando il problema delle pensioni si sarà risolto per ragioni biologiche.
Fonti e approfondimenti
Dashboard interattiva "Fuga dei cervelli", tutti i grafici e i dati di questo articolo
Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI), salari, mismatch e premio alla laurea (su dati OCSE, Eurostat, Almalaurea)
Ministero del Lavoro, Sistema delle Comunicazioni Obbligatorie, IV trimestre 2024
Sistema Informativo Excelsior (Unioncamere-Ministero del Lavoro), 2024/2025
OCSE, premio alla laurea, 2021; sovra-qualificazione e mismatch, 2019
Tortuga, "Tagliare le tasse ai giovani: una buona idea?", 2022
D.Lgs 209/2023 (regime impatriati), Agenzia delle Entrate; dati MEF 2024
Proposta PD "Diritto a restare" (3/6/2026) e progetto AsSociata "parto resto"
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