Decreto Lavoro 2026, un miliardo per non risolvere niente
ZES che dipendono da Bruxelles, soglie che disincentivano la crescita delle imprese, salario giusto da decidere in tribunale. Cosa c'è davvero nel decreto del 28 aprile 2026.
Decreto Lavoro 2026, un miliardo per non risolvere niente
Un miliardo di euro per il lavoro. Bonus per assumere giovani sotto i 35 anni, bonus per assumere donne, bonus per assumere over 35 disoccupati nelle ZES. La ministra Marina Calderone presenta il pacchetto come un "tassello importante di una strategia non episodica". Le parole sono importanti, e queste sono parole grosse. Conviene leggere il decreto del 28 aprile 2026 una pagina alla volta, perché è proprio la parola "non episodica" quella che il decreto smentisce, riga per riga.
Questo articolo è tratto dal video:
Il grande BLUFF del Decreto Lavoro: la verità sul SALARIO GIUSTO
Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
Le ZES non sono uno strumento permanente
La prima misura è il Bonus assunzioni ZES 2026: esonero contributivo totale fino a 650 euro mensili, per due anni, riservato ai datori di lavoro con un massimo di 10 dipendenti che assumono nella ZES Unica per il Mezzogiorno over 35 disoccupati da almeno 24 mesi.
La parola chiave è ZES. Le Zone Economiche Speciali, e in particolare la decontribuzione Sud che ne è il cuore fiscale, vivono in equilibrio precario con la Commissione Europea. Sono aiuti di Stato. Sono autorizzate solo finché Bruxelles le autorizza, una proroga alla volta. Ogni rinnovo passa dalla DG Concorrenza. Ogni rinnovo può saltare.
Costruire una "strategia non episodica" su una norma che dipende da un placet europeo è una contraddizione in termini. Significa dire alle imprese del Mezzogiorno: programmate gli investimenti e le assunzioni per i prossimi cinque anni, ma sappiate che il quadro normativo può cambiare il giorno in cui Bruxelles cambia idea. Non è una riforma, è un rinvio.
La trappola dei dieci dipendenti
C'è un secondo problema, che riguarda quasi tutti i bonus del pacchetto. La soglia.
Il bonus ZES vale solo per imprese con un massimo di 10 dipendenti. Sotto, si accede. Sopra, porta chiusa. Tradotto in pratica: se un'imprenditore ne ha 10 e sta valutando l'undicesima assunzione, l'incentivo a non superare quella soglia è esplicito. Conviene mantenere lo status quo, eventualmente esternalizzare a un'altra microimpresa amica, eventualmente assumere fuori dal contratto. Tutto, pur di non perdere il sussidio.
Il problema è che l'Italia ha già uno dei casi più gravi di nanismo industriale d'Europa. I dati Istat sulla struttura delle imprese mostrano che il 95% delle aziende italiane è composto da microattività con meno di 10 addetti. Aggiungere un nuovo incentivo a non superare quella soglia è esattamente il contrario di quello che servirebbe.
I conti del valore aggiunto raccontano una microeconomia in difficoltà strutturale. Nelle microimprese, il costo del personale è in media circa 22.000 euro per addetto, contro un valore aggiunto poco superiore. Margini ridicoli, che non permettono salari decenti né stabilità contrattuale. Le piccole, medie e grandi imprese pagano sensibilmente di più, hanno valore aggiunto per addetto più alto, possono permettersi contratti più stabili. La leva per uscire dalla povertà del lavoro italiano è la crescita dimensionale. Il decreto va nella direzione opposta.
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A 35 anni e un giorno
Stesso meccanismo, applicato ai lavoratori invece che alle imprese. Il bonus assunzione si interrompe a 35 anni.
Lo stesso governo che da anni denuncia il cuneo contributivo italiano fra i più alti d'Europa, decide di alzarlo da un giorno all'altro per chi compie 35 anni. Stessa persona, stessa azienda, stesso lavoro. A 34 anni e 364 giorni costa una cifra. A 35 anni e un giorno costa molto di più.
Anche qui, il messaggio per il datore è chiaro: meglio un giovane sotto soglia. Per il lavoratore sopra i 35 anni che ha perso il posto in una crisi e cerca di rientrare, lo svantaggio è strutturale. L'argomento del cuneo elevato vale quando lo agita il ministro per chiedere fondi al Tesoro. Non vale, evidentemente, quando si tratta di costruire una regola permanente.
Il peso morto delle ZES nei dati INPS
Veniamo all'efficacia. Il 21° rapporto annuale INPS dedica diverse pagine alla decontribuzione Sud, con un metodo che si chiama controfattuale. L'idea è semplice. Per capire se la misura ha funzionato, si confrontano i territori che ne hanno beneficiato con territori simili che non ne hanno beneficiato, prima e dopo l'introduzione.
Risultato. L'occupazione nel Sud Italia si è mossa allo stesso modo dell'occupazione nelle regioni del Centro Italia non interessate dalla decontribuzione. Stesso trend, stessi shock, nessuna divergenza significativa attribuibile al sussidio.
INPS approfondisce poi guardando ai confini. Confronta le province meridionali interne alla ZES con le province del Centro immediatamente confinanti, fuori dalla ZES. Stesse caratteristiche socio-economiche, due regimi contributivi diversi. Nessuna differenza significativa neanche qui.
In economia, questo fenomeno ha un nome: peso morto. Si paga il sussidio per assunzioni che sarebbero avvenute comunque. Trasferimento di risorse dallo Stato alle imprese, ma nessun effetto netto sull'occupazione. La letteratura internazionale lo conferma da decenni. I bonus contributivi temporanei sostengono la cassa delle imprese, non creano lavoro aggiuntivo.
Il salario giusto che si decide in tribunale
L'altro grande pezzo del decreto è il "salario giusto". Il datore che assume usufruendo del bonus deve garantire al lavoratore una retribuzione non inferiore ai minimi previsti dai CCNL stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali "comparativamente più rappresentative".
Suona come una tutela. C'è un problema. In Italia, oggi, non esiste un meccanismo legale per stabilire chi siano le sigle "comparativamente più rappresentative".
L'articolo 39 della Costituzione, che dovrebbe regolare la rappresentanza sindacale e dare efficacia erga omnes ai contratti collettivi, non è mai stato attuato in 78 anni. Il risultato è che la corretta applicazione del CCNL non si decide ex ante, per legge. Si decide ex post, in tribunale, dopo che il lavoratore ha fatto causa.
Il decreto avrebbe potuto risolverla, questa cosa. Sarebbe bastato dare al CNEL il mandato di pubblicare e mantenere aggiornata una lista vincolante dei CCNL comparativamente più rappresentativi per ogni settore. Una tabella pubblica, con criteri trasparenti, che lavoratori e datori potessero consultare prima di firmare un contratto. Non è stato fatto. La nuova norma fissa solo un riferimento generico, e affida l'applicazione concreta al contenzioso. Per il lavoratore vuol dire: se hai un buon avvocato, tempo e nervi, forse riesci a far valere i tuoi diritti. Per l'impresa vuol dire incertezza giuridica permanente. Per nessuno vuol dire una tutela efficace.
I problemi veri, ignorati
L'Italia ha due problemi strutturali sul mercato del lavoro.
Cuneo fiscale e contributivo fra i più alti d'Europa, soprattutto sopra l'80° percentile dei redditi. Per chi guadagna circa la media nazionale, già la pressione fiscale e contributiva spinge il netto verso livelli francesi e tedeschi senza dare nulla di paragonabile in cambio.
Imprese troppo piccole, con valore aggiunto per addetto inadeguato a sostenere salari competitivi. Più l'azienda è grande, più riesce a pagare. La crescita dimensionale è la leva, ma quella crescita in Italia non parte.
Su entrambi i fronti il decreto del 28 aprile non interviene. Distribuisce sgravi temporanei a 24 mesi che sospendono il problema senza affrontarlo. Crea soglie che disincentivano la crescita delle imprese e penalizzano i lavoratori sopra una certa età. Affida la corretta retribuzione al giudizio di un tribunale anziché a una norma chiara.
C'è un terzo elemento, meno visibile ma corrosivo. La scelta di legare un bonus alla soglia dei 10 dipendenti rinforza la cultura della microimpresa permanente. Un paese che da decenni cerca di far crescere le proprie aziende, e da decenni fallisce, non ha bisogno di nuove ragioni per restare piccolo. Ne ha già fin troppe.
Conclusione
Un miliardo è una cifra rilevante. Il problema non è la cifra. È che si chiama "riforma del lavoro" un'operazione che lascia tutto com'è. Sgravi temporanei, soglie da non superare, contenziosi rimandati ai tribunali. Il mercato del lavoro italiano avrebbe bisogno di altro. Meno cuneo, meno barriere alla crescita dimensionale, regole certe sulla rappresentanza sindacale. Di tutto questo, nel decreto del 28 aprile 2026, non c'è traccia.
Fonti e approfondimenti
Decreto Lavoro 28 aprile 2026 (testo del decreto e relazione illustrativa)
INPS, 21° Rapporto annuale 2024 (analisi controfattuale decontribuzione Sud)
Istat, Struttura e competitività del sistema delle imprese (dimensioni d'impresa e valore aggiunto per addetto)
Costituzione italiana, art. 39 (rappresentanza sindacale, mai attuato)
CNEL, Archivio nazionale CCNL
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Questo articolo è tratto dal canale YouTube EconomiaItalia, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.
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