Benzina a 2 euro: chi ci guadagna davvero (e non è il benzinaio)
Il prezzo del petrolio è tornato ai livelli dell’invasione russa in Ucraina. La benzina in Italia ha superato 1,78 euro al litro in self-service, il gasolio sfiora i 2 euro. In autostrada si vedono già prezzi sopra i 2,20 euro. E come sempre, la prima parola che compare nel dibattito è “speculazione”. Ma chi sta davvero guadagnando da questa crisi? Spoiler: non è il benzinaio sotto casa.
🎬 Questo articolo è tratto dal video:
BENZINA a 2 EURO? Il più grande regalo di TRUMP a PUTIN
Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
Lo stretto di Hormuz: il collo di bottiglia dell’energia mondiale
Per capire cosa sta succedendo alla pompa bisogna partire da un canale largo 40 chilometri nel Golfo Persico: lo stretto di Hormuz. Secondo i dati della U.S. Energy Information Administration, ogni giorno da lì transitano circa 21 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20% del petrolio liquido mondiale. Non solo: dallo stesso stretto passa anche circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto, gran parte del quale proviene dal Qatar.
Il 28 febbraio scorso, Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi congiunti sull’Iran, colpendo infrastrutture militari e uccidendo la guida suprema Khamenei. L’Iran ha risposto con missili e droni su basi americane, su Israele e su altri paesi del Golfo. Le guardie rivoluzionarie hanno dichiarato chiuso lo stretto, minacciando di colpire qualsiasi nave tenti di attraversarlo. Almeno cinque navi petrolifere sono state coinvolte in attacchi, con perdite umane.
Il mercato non è stato a guardare. Nel giro di 48 ore i principali player assicurativi hanno interrotto le coperture per il transito nel Golfo. Dal 5 marzo qualsiasi nave che attraversa lo stretto lo fa senza assicurazione, a proprio rischio. Se non c’è copertura assicurativa, il rischio viene incorporato nel prezzo. E con il 20% del petrolio mondiale condizionato da questo conflitto, il prezzo dei future sul greggio è salito ai livelli che non si vedevano dall’invasione russa dell’Ucraina.
Quanto costa, in concreto? Secondo la CNBC, il noleggio di una super-petroliera per trasportare 2 milioni di barili dal Golfo è salito a 424.000 dollari al giorno, con un aumento del 94% in un solo giorno.
📬 Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.
Ogni articolo è un approfondimento sui dati che riguardano l’Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.
👇 Il pulsante è qui sotto.
Perché il prezzo alla pompa sale subito (e non è speculazione)
Ogni volta che il prezzo della benzina aumenta rapidamente, il ragionamento che si sente fare è sempre lo stesso: la benzina nel serbatoio del distributore è stata comprata prima dell’aumento, quindi perché il prezzo sale subito? Deve essere speculazione.
In realtà il mercato dei carburanti non funziona a costo storico, ma a costo di sostituzione. Facciamo un esempio concreto. Un distributore ha 10.000 litri nel serbatoio, comprati a 1,50 euro al litro. Normalmente li vende a 1,70 euro, circa 1.000 litri al giorno. Poi scoppia una crisi e il prezzo all’ingrosso sale a 2,00 euro al litro.
Se il distributore continuasse a vendere a 1,70 euro, succederebbe una cosa prevedibile: tutti correrebbero a fare il pieno. Invece di 1.000 litri al giorno ne venderebbe 3.000. Il serbatoio si svuoterebbe in tre giorni. E quando dovrà riempirlo di nuovo, pagherà 2,00 euro al litro per quella benzina che ha venduto a 1,70. Il prezzo rilevante non è quanto ha pagato ieri, ma quanto costerà sostituire quel litro domani. Per questo il prezzo alla pompa si adegua immediatamente.
Questo concetto si chiama replacement cost, costo di sostituzione, ed è il principio base della formazione dei prezzi in qualsiasi mercato dove si vendono scorte fisiche di un bene il cui prezzo all’ingrosso cambia.
Rockets and feathers: perché il prezzo scende piano
Se il meccanismo del costo di sostituzione spiega perché il prezzo sale in fretta, un altro fenomeno spiega perché scende lentamente. In economia si chiama trasmissione asimmetrica dei prezzi, o più informalmente “rockets and feathers”: i prezzi salgono come razzi e scendono come piume.
Il termine è stato coniato dall’economista Robert Bacon nel 1991, analizzando il mercato britannico della benzina. Da allora, una vasta letteratura accademica ha confermato questo fenomeno in decine di paesi. Borenstein, Cameron e Gilbert nel 1997 hanno documentato l’asimmetria nel mercato statunitense, mostrando che non si limita al passaggio dal prezzo all’ingrosso a quello al dettaglio, ma si osserva già nella trasmissione dal prezzo del greggio a quello dei prodotti raffinati.
Perché succede? Le spiegazioni sono diverse e si sovrappongono.
In primo luogo, ci sono le scorte fisiche: quando il prezzo all’ingrosso scende, il distributore ha ancora nel serbatoio benzina comprata a prezzo alto. Non può abbassare immediatamente senza vendere in perdita. In secondo luogo, la filiera è lunga (raffinerie, grossisti, distributori) e ogni anello ha i propri contratti, i propri tempi di approvvigionamento, le proprie coperture finanziarie. In terzo luogo, c’è il ruolo delle assicurazioni marittime: come abbiamo visto con la crisi di Hormuz, anche dopo un cessate il fuoco gli assicuratori non riattivano le coperture immediatamente. Hanno bisogno di mesi di osservazione per valutare il rischio residuo.
Nel caso degli Houthi e dello stretto di Bab el-Mandeb nel 2023, il ripristino delle coperture assicurative ha richiesto 3-4 mesi. Per la crisi attuale nel Golfo, le prime analisi parlano di un tempo di ripristino che va dai 6 ai 18 mesi. Questo significa che anche se domani ci fosse un cessate il fuoco, il traffico non riprenderebbe subito. E se il traffico non riprende, i costi di trasporto restano elevati, e quei costi si scaricano a cascata fino alla pompa.
Ecco perché il prezzo della benzina può restare alto per settimane anche dopo che il barile ha cominciato a scendere. Non è necessariamente collusione o speculazione: è attrito fisico e finanziario nella catena di distribuzione.
Ma quanto guadagna davvero un benzinaio?
Quando il prezzo alla pompa supera i 2 euro, è naturale pensare che qualcuno stia facendo enormi profitti. Ma il primo sospettato, cioè il gestore della stazione di servizio, è proprio l’anello della catena che guadagna meno.
Il margine lordo di un benzinaio in Italia è di circa 3-4 centesimi al litro in modalità self-service, che possono salire a 5-6 centesimi per il servito. Secondo Confesercenti, la media è di circa 41 euro ogni mille litri venduti. Parliamo di un margine che non varia nemmeno quando il prezzo della benzina sale o scende: è fisso, stabilito dal contratto con la compagnia petrolifera. Nella maggior parte dei casi, il prezzo che il gestore espone la mattina gli viene comunicato da remoto dalla compagnia di appartenenza. Il margine discrezionale è minimo.
Per dare un’idea concreta: un impianto che vende 1,5 milioni di litri all’anno con un margine medio di 3,5 centesimi genera un margine lordo di circa 52.500 euro. Tolti i costi fissi (personale, energia, manutenzione, affitto, tasse), l’utile netto di un distributore ben gestito si attesta tra 25.000 e 60.000 euro all’anno. Non esattamente un business da speculatori.
E allora dove vanno i soldi? La risposta è semplice: tasse. Secondo i dati Assoutenti, le imposte (accise e IVA al 22%) pesano per circa il 61% sul prezzo finale della benzina e per il 57% su quello del gasolio. Dal 1° gennaio 2026, l’accisa su benzina e gasolio è stata allineata a 672,90 euro per mille litri. Questo significa che su un litro di benzina a 1,78 euro, circa 97 centesimi vanno allo Stato tra accise e IVA. Il gestore ne incassa 3-4. La componente industriale (materia prima, raffinazione, trasporto, margine della compagnia) copre il resto.
Se si togliessero le tasse, l’Italia avrebbe prezzi dei carburanti tra i più bassi d’Europa. Al netto del carico fiscale, il nostro Paese si colloca al 17° posto in Europa per il prezzo della benzina e al 22° per il diesel. Con le tasse, siamo stabilmente nella top 10 dei paesi più cari.
Il regalo di Trump a Putin
Se il benzinaio non ci guadagna, chi ci guadagna? Una risposta arriva guardando a Mosca. La Russia è un’economia dipendente dalle esportazioni di idrocarburi. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) lo ha scritto chiaramente: ogni dollaro di riduzione delle entrate petrolifere riduce il margine di bilancio russo, aumenta la dipendenza dal debito e intensifica la pressione politica su Mosca. Questo principio funziona anche al contrario: ogni dollaro in più è respiro per le casse del Cremlino.
L’impennata del prezzo del petrolio nell’ultima settimana ha riportato le entrate russe a livelli che non si vedevano da mesi, invertendo una tendenza che stava mettendo in difficoltà la macchina di guerra di Putin. Ma non è solo una questione di prezzo del barile.
La crisi nel Golfo produce almeno tre vantaggi strategici per la Russia. Primo: il petrolio sale e la Russia incassa di più. Secondo: si apre un quarto potenziale fronte di crisi internazionale (dopo Ucraina, Gaza, Venezuela), il che diluisce l’attenzione e le risorse occidentali. Terzo, e forse più importante: il 20% del gas mondiale che passa dallo stretto di Hormuz è principalmente gas liquefatto, trasportato via mare. Il gas russo, invece, viaggia soprattutto per via terrestre attraverso i gasdotti. Se il traffico marittimo nel Golfo resta bloccato, la Russia torna centrale come fornitore alternativo.
C’è anche un dettaglio rivelatore. Secondo quanto riportato dal Washington Post il 6 marzo 2026, la Russia starebbe fornendo all’Iran informazioni per colpire obiettivi militari americani in Medio Oriente, incluse le posizioni di navi da guerra e aerei. Questo mentre l’amministrazione Trump dovrebbe essere, almeno sulla carta, la risorsa diplomatica più preziosa per chiudere la guerra in Ucraina.
La domanda allora diventa: perché la Russia aiuta l’Iran a colpire gli americani proprio adesso? La risposta sta nei tre vantaggi elencati sopra. Putin ha tutto l’interesse a mantenere viva questa crisi. E se fino a pochi giorni fa molti analisti descrivevano Putin come il “junior partner” di Xi Jinping, questa nuova situazione potrebbe cambiare gli equilibri. La Russia ritorna un player energetico centrale, e non grazie a una propria mossa strategica, ma grazie all’assist fornito da Washington.
L’Europa, ancora una volta, è la più esposta
L’Europa ha un problema demografico, un problema di approvvigionamento di materie prime, un problema sulla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, un problema di proiezione internazionale. La crisi di Hormuz è semplicemente un’altra problematica che si aggiunge al tavolo. E con tutta probabilità, ancora una volta, l’Europa non sarà in grado di rispondere in modo efficace.
Fonti e approfondimenti
U.S. Energy Information Administration (EIA) - Stretto di Hormuz, flussi petroliferi
U.S. Energy Information Administration (EIA) - Gas naturale liquefatto nel Golfo
Washington Post - Russia fornisce intelligence all’Iran su obiettivi USA
Bacon, R.W. (1991), “Rockets and feathers: the asymmetric speed of adjustment of UK retail gasoline prices to cost changes”, Energy Economics, 13, 211-218
Borenstein, S., Cameron, A.C., Gilbert, R. (1997), “Do gasoline prices respond asymmetrically to crude oil price changes?”, The Quarterly Journal of Economics, 112, 305-339
Ti è piaciuto questo approfondimento?
Questo articolo è tratto dal canale YouTube EconomiaItalia, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull’Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.
👉 Iscriviti al canale YouTube per non perdere i prossimi video.
Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:
❤️ Abbonati a EconomiaItalia
Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:
🌐 umbertobertonelli.it
Per collaborazioni e consulenze:
📧 info@umbertobertonelli.it

