Sette miliardi e mezzo di “extraprofitti” delle prime 8 compagnie in Europa. È più o meno così che è stata presentata, negli ultimi giorni, la stima di Transport & Environment sui guadagni delle grandi compagnie petrolifere europee. Antonio Tajani ha reagito liquidando la parola “extraprofitto” come una “parolaccia” dal sapore sovietico.
Ma sotto una battuta infelice resta una domanda molto meno banale: extra rispetto a cosa?
Perché quei 7,5 miliardi non sono una voce di bilancio. Non esiste un prospetto contabile in cui Shell, Eni o BP separino il profitto “normale” da quello “eccessivo”. Quel numero nasce applicando una metodologia. E prima di trasformare una metodologia in una base imponibile, vale la pena capire che cosa misura.
🎬 Questo articolo è tratto dal video: EXTRAPROFITTI: ci stanno RUBANDO 7,5 miliardi di euro! Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
Da dove arrivano i 7,5 miliardi
Il rapporto di Transport & Environment considera otto società: Shell, BP, TotalEnergies, Eni, Orlen, Repsol, OMV e Moeve. Non sono semplicemente “le prime otto compagnie petrolifere”. T&E spiega di aver scelto queste imprese perché pubblicano informazioni geografiche sufficienti a tentare di attribuire una parte dei loro profitti all’Unione europea. Il campione pertanto non nasce da una classifica dei maggiori extraprofitti, ma dalla disponibilità dei dati necessari al calcolo.
T&E stima circa 1,6 miliardi di euro di profitti eccedenti attribuibili all’UE nel primo trimestre del 2026 e circa 5,9 miliardi nel secondo. Totale: 7,5 miliardi di euro nel primo semestre.
La definizione adottata è dichiaratamente semplice. Per ogni trimestre del 2026 si prende l’utile netto rettificato del gruppo e lo si confronta con quello dello stesso trimestre del 2025. La differenza viene definita “excess profit”.
Attenzione, non sto affermando io che è semplice la definizione usata per l’extraprofitto, dicono loro stessi
We use a deliberately simple and conservative definition of excess profit
Se una società aveva guadagnato un miliardo nel secondo trimestre del 2025 e ne guadagna due nel secondo trimestre del 2026, il miliardo aggiuntivo entra nel conto degli extraprofitti. È un confronto anno su anno e T&E lo usa perchè confrontare lo stesso trimestre elimina buona parte della stagionalità e consente di evitare una stima esplicita di quale dovrebbe essere il livello “normale” dei profitti.
Il calcolo, preso per quello che è, è perfettamente comprensibile. Il problema è attribuire automaticamente a quella differenza il significato economico di “extraprofitto”, perché confrontare due soli trimestri di due anni diversi lascia fuori molti dei fattori che possono spiegare la variazione dell’utile.
Un anno non è una normalità
T&E ha ragione quando dice che la sua formula non richiede di stimare un profitto normale. Per fare una sottrazione tra 2026 e 2025 non serve costruire alcuna media storica. Il problema nasce nel momento in cui quella differenza smette di essere chiamata semplicemente “aumento degli utili” e diventa “profitto eccedente”.
Il 2025 diventa di fatto il termine rispetto al quale misuriamo l’eccedenza. Ma perché proprio il 2025 dovrebbe essere il riferimento economicamente rilevante?
Un anno è un’osservazione, non una distribuzione. Se volessimo stimare quale sia il rendimento ordinario di un settore ciclico, potremmo usare la media degli ultimi tre anni, degli ultimi cinque, un intero ciclo delle materie prime oppure un rendimento normale sul capitale investito. Ognuno di questi criteri produrrebbe un numero diverso molto probabilmente.
La cosa si vede ancora meglio rovesciando il confronto. Se nel 2027 gli utili tornassero sotto quelli del 2026, applicando simmetricamente la stessa logica avremmo una “extra perdita”? E se un’impresa attraversasse tre anni di perdite e poi recuperasse in un solo esercizio parte di quanto perso, l’intero incremento rispetto all’anno precedente sarebbe una rendita straordinaria?
Non sono giochi di parole. Sono il cuore del problema fiscale. In un settore in cui gli investimenti vengono effettuati oggi sulla base di prezzi futuri incerti, scegliere il periodo di riferimento significa decidere quale parte del rendimento appartiene all’investitore e quale può essere considerata eccezionale.
Lo dimostra la stessa esperienza europea. Nel 2022, quando l’Unione introdusse il contributo temporaneo di solidarietà per petrolio, gas, carbone e raffinazione, non usò il confronto con l’anno precedente. Il regolamento definì come utili eccedenti quelli superiori del 20 per cento alla media degli utili imponibili dei quattro esercizi fiscali precedenti. L’aliquota minima del contributo fu fissata al 33 per cento.
È una definizione completamente diversa da quella utilizzata da T&E oggi. Non è necessariamente migliore o peggiore. Dimostra però che non esiste una definizione univoca di extraprofitto che discenda automaticamente dai bilanci. Esistono definizioni economiche e fiscali differenti e, nel momento in cui bisogna stabilire quale utilizzare per costruire un’imposta, la scelta del benchmark diventa inevitabilmente anche una scelta politica.
Ma dove è stato prodotto quel profitto?
Shell, BP, Eni e le altre società considerate sono gruppi multinazionali. I loro bilanci consolidati ci dicono quanto guadagna il gruppo nel complesso, ma non forniscono necessariamente un utile netto pulito e direttamente osservabile per ogni singolo paese dell’Unione.
Poiché la localizzazione contabile dei profitti può essere influenzata dalle strategie fiscali delle multinazionali, il rapporto non si limita a guardare dove l’utile viene formalmente registrato. Usa invece i dati “country by country” sui ricavi e attribuisce all’UE una quota del profitto mondiale proporzionale alla quota dei ricavi realizzati nell’UE. È una soluzione comprensibile. Ma rimane un’attribuzione da dimostrare, in quanto se il 20 per cento dei ricavi mondiali di un gruppo viene realizzato nell’Unione, questo non significa automaticamente che il 20 per cento dei profitti sia stato generato nell’Unione. Fatturato e utile non sono sinonimi. Due attività possono produrre lo stesso fatturato con margini completamente diversi. Estrazione, raffinazione, trading e distribuzione hanno strutture di costo, capitale impiegato e redditività differenti.
Ad esempio in Italia il costo industriale per la Benzina è inferiore alla Spagna, eppure il prezzo di vendita è maggiore nel Bel Paese.
Quei 7,5 miliardi, quindi, non sono denaro osservato direttamente nei conti europei delle otto imprese. Sono una stima ottenuta combinando due passaggi: prima si definisce come eccedente la variazione dell’utile rispetto allo stesso trimestre del 2025, poi una quota del risultato mondiale viene attribuita all’Europa sulla base dei ricavi.
Si potrebbe obiettare che si tratti di una questione di lana caprina. In realtà è proprio il contrario, soprattutto nel momento in cui da una stima statistica si passa a costruire un’imposta.
Immaginiamo che una società realizzi 100 di quello che decidiamo di chiamare “extraprofitto”. In base alla distribuzione geografica del fatturato stimiamo che 50 siano attribuibili all’Unione europea. Questa attribuzione funziona però soltanto se accettiamo l’ipotesi che anche i profitti si distribuiscano geograficamente più o meno come i ricavi.
Se così non fosse, quei 50 potrebbero non essere stati realmente prodotti nell’UE. Una parte potrebbe derivare da attività svolte, investimenti effettuati o margini realizzati in altri paesi.
Questo diventa particolarmente rilevante quando quei 7,5 miliardi vengono presentati al pubblico come una quantità di denaro effettivamente prodotta in Europa e quindi potenzialmente disponibile per essere tassata e redistribuita. Se l’attribuzione geografica è invece una stima costruita a partire dai ricavi, l’ordine di grandezza effettivamente riferibile all’UE potrebbe essere diverso. Il problema si pone quando il pubblico generalista è convinto di aver perso 7 miliardi, si fanno proposte su quei 7 miliardi e poi si scopre che fossero 3, e la restante parte chi la copre?
Certo, convengo anche io che questo sia forse l’ultimo dei dei problemi, ma aiuta a capire bene quanto sensazionalismo ci sia spesso dietro il tema degli extraprofitti e quanto poco si ragioni sugli ordini di grandezza.
Facciamo infatti un’ipotesi estremamente favorevole alla proposta: immaginiamo di riuscire davvero a individuare e tassare integralmente tutti questi extraprofitti, senza problemi di attribuzione geografica, senza effetti sugli investimenti e senza costi collaterali. Dal momento che i 7,5 miliardi stimati da T&E riguardano soltanto il primo semestre del 2026, ipotizziamo per semplicità e con un margine molto ampio che sull’intero anno gli extraprofitti arrivino addirittura a 20 miliardi di euro. Supponiamo inoltre, in maniera ancora più irrealistica, che possano essere tassati al 100 per cento e che l’intero gettito sia immediatamente disponibile, ignorando deduzioni, detrazioni e qualsiasi effetto economico della tassa.
Lo sconto di 17 centesimi sui carburanti appena prorogato dal 27 agosto al 5 settembre 2026 costa allo Stato circa 130 milioni di euro. Significa, molto grossolanamente, circa 13 milioni di euro al giorno.
Se volessimo finanziare con lo stesso meccanismo una riduzione analoga per un intero anno, per la sola Italia servirebbero quindi circa 4,7 miliardi di euro. Se poi volessimo spingerci oltre e riportare il prezzo verso circa 1,80 euro al litro, dovremmo sostenere un costo di 16 miliardi circa.
La benzina self si trova infatti intorno a 2,017 euro al litro. Per portarla a 1,80 euro servirebbe quindi una riduzione di circa 21,7 centesimi al litro. Nel 2025 in Italia sono stati consumati circa 8,9 milioni di tonnellate di benzina, equivalenti grossomodo a 12 miliardi di litri. Il conto sarebbe quindi:
0,217 euro × 12 miliardi di litri = circa 2,6 miliardi di euro l’anno.
Per il gasolio il prezzo self è invece intorno a 2,13 euro al litro, ma questo prezzo incorpora già l’attuale riduzione fiscale. L’accisa ordinaria sul gasolio è pari a 672,90 euro per mille litri, mentre con l’intervento del governo è stata temporaneamente ridotta a 532,90 euro per mille litri. Si tratta quindi di un taglio dell’accisa di 14 centesimi al litro, che considerando anche l’IVA produce una riduzione del prezzo finale di circa 17 centesimi al litro. Senza questo intervento, a parità di tutte le altre condizioni, il gasolio sarebbe quindi grossomodo intorno a 2,30 euro al litro. Per portarlo strutturalmente a 1,80 euro al litro servirebbe quindi una riduzione complessiva del prezzo alla pompa nell’ordine di 50 centesimi al litro.
Nel 2025 il consumo italiano di gasolio per autotrazione è stato di circa 23,3 milioni di tonnellate, equivalenti grossomodo a 28 miliardi di litri. Il costo teorico sarebbe quindi nell’ordine di:
0,50 euro × 28 miliardi di litri = circa 14 miliardi di euro l’anno.
Sommando benzina e gasolio:
circa 2,6 miliardi per la benzina + circa 14 miliardi per il gasolio = circa 16,6 miliardi di euro l’anno.
Si tratta naturalmente di una stima teorica: presuppone prezzi industriali e consumi invariati, trasferimento integrale del taglio fiscale sul prezzo alla pompa e non considera regimi fiscali particolari, rimborsi e possibili variazioni della domanda.
Ma come ordine di grandezza possiamo dire che portare benzina e gasolio intorno a 1,80 euro al litro attraverso una riduzione generalizzata della tassazione costerebbe circa 16 miliardi di euro l’anno.
Se allo stesso conto aggiungessimo Francia, Germania, Spagna e gli altri Stati membri, scopriremmo rapidamente il problema nascosto dietro proposte del tipo “tassiamo gli extraprofitti per abbassare il prezzo della benzina”.
Ma chi li ha “rubati” quei soldi?
La struttura proprietaria di alcune delle società citate ci può aiutare.
Ad esempio Eni è controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti che possiedono insieme il 33,084 per cento del capitale. La stessa Eni specifica nei documenti di governance che il MEF esercita il controllo di fatto sulla società attraverso la partecipazione diretta e quella detenuta tramite CDP.
In Orlen il Tesoro polacco possiede il 49,9 per cento del capitale. In OMV la holding dello Stato austriaco ÖBAG detiene il 31,5 per cento.
Questo crea un evidente problema nella narrazione secondo cui quei 7,5 miliardi sarebbero semplicemente il risultato di una strategia deliberata delle compagnie per approfittarsi dei consumatori. Per accettare fino in fondo questa interpretazione dovremmo infatti concludere che alcuni governi europei controllano direttamente o indirettamente società che stanno perseguendo proprio quella strategia.
Se davvero questi extraprofitti fossero il risultato di una strategia deliberata sui prezzi, si arriverebbe a un curioso paradosso: prima ancora di discutere una tassa sugli extraprofitti, ci si dovrebbe chiedere perché il MEF, azionista di riferimento di Eni, non utilizzi la propria influenza per chiedere una strategia commerciale diversa.
D’altronde se si tratta di scelte deliberate e non mosse da altri fattori, saranno state discusse da qualcuno, non trovate? Oppure qualcuno è disposto a credere che il CDA di questa o quell’altra società non presti attenzione alla strategia di prezzo?
Va anche poi detto che quando Eni distribuisce utili, una quota dei dividendi finisce già al settore pubblico italiano. Quando il valore della partecipazione cresce, cresce anche il valore patrimoniale di un’attività posseduta dallo Stato. Se poi lo stesso Stato introduce un prelievo straordinario, si trova contemporaneamente dall’altra parte del tavolo come azionista e come fisco.
Personalmente reputo poco probabile che lo Stato italiano abbia coscientemente deciso di utilizzare Eni per aumentare i propri profitti in un settore politicamente delicato come quello dei carburanti. Una strategia del genere avrebbe anche un evidente costo politico: prezzi più alti significano cittadini più scontenti e, banalmente, meno consenso.
Esiste però una spiegazione molto meno spettacolare e, a mio avviso, economicamente più interessante: una parte di quelli che chiamiamo “extraprofitti” potrebbe non derivare affatto da una particolare strategia sui prezzi.
L’aumento degli utili potrebbe dipendere da una riduzione della capacità di raffinazione disponibile, anche in relazione alle aspettative create dalla progressiva uscita europea dagli idrocarburi, dall’aumento dei costi logistici e assicurativi legati alle tensioni internazionali, da variazioni dei margini tra petrolio greggio e prodotti raffinati, dal recupero di perdite sostenute negli anni precedenti, dal rendimento di investimenti effettuati molto tempo prima oppure dal rinvio o dalla cancellazione di altri.
In altre parole, osservare che l’utile del 2026 è superiore a quello del 2025 non ci dice ancora perché sia aumentato.
Ma allora esistono o no gli extraprofitti?
Il problema è soprattutto capire che cosa stiamo chiamando extraprofitto. Potremmo facilmente ricondurre il concetto di extra rendita ad esempio alle innovazioni, ai brevetti, al potere di mercato, alla scarsità di una risorsa o vantaggi di posizione.
In molti casi sono temporanei: se un’impresa guadagna più delle altre, nuovi concorrenti entrano, imitano l’innovazione e comprimono il margine.
La rendita è un caso particolare che può durare nel tempo perché deriva dal controllo di una risorsa scarsa e non riproducibile. Un terreno più fertile, una posizione commerciale unica o una concessione esclusiva possono generare un rendimento superiore a quello normale. Ma se il fenomeno che vogliamo colpire è una rendita derivante, per esempio, da scarsità, potere di mercato o vantaggi di posizione, allora non possiamo identificarla semplicemente con l’aumento degli utili registrato fra il 2025 e il 2026. Sono due concetti differenti.
Si può tassare una rendita? Certamente. Esistono buoni argomenti economici per farlo. Ma questo ci riporta al problema iniziale: prima bisogna stabilire se ciò che abbiamo misurato sia effettivamente una rendita o semplicemente un aumento degli utili rispetto all’anno precedente.
Se riteniamo che sul commercio dei carburanti vada applicata una tassa aggiuntiva perchè riteniamo ingiusto che alcune poche compagnie guadagnano tanto dalla vendita delle benzine potremmo farlo, ma bisogna comunque considerare che una parte del costo della tassazione potrebbe riflettersi sui prezzi, sugli investimenti futuri o sulle quantità offerte. Questo è più o meno quello che è successo grazie al sistema ETS.
Un numero non è ancora una base imponibile
La stima di T&E ha un merito importante: mette sul tavolo un fenomeno reale. Nel primo semestre del 2026 gli utili di diverse grandi compagnie petrolifere sono aumentati. Ma da qui a dire che esistono esattamente 7,5 miliardi di euro di extraprofitti europei pronti per essere tassati c’è una distanza considerevole.
Quel numero dipende da un anno di confronto. Dipende da una definizione di “excess profit”. Dipende da un metodo per attribuire geograficamente profitti mondiali sulla base dei ricavi. E, quando si passa dall’analisi alla tassa, bisogna aggiungere ancora la giurisdizione fiscale, le perdite pregresse, il capitale investito, le aliquote, le deduzioni e gli effetti sugli investimenti futuri.
Tajani sbaglia quando tratta la parola “extraprofitto” come se appartenesse per natura all’Unione Sovietica. Il diritto tributario può definire un utile eccedente e la teoria economica offre persino buoni argomenti per tassare alcune rendite. Ma anche chi vuole tassarle dovrebbe diffidare della facilità con cui una variazione contabile diventa prima “extraprofitto”, poi “profitto di guerra” e infine gettito già disponibile da spendere. E soprattutto una tassa sugli extraprofitti non elimina le cause che possono aver contribuito all’aumento dei prezzi. Se una parte del rincaro deriva da minore capacità di raffinazione, maggiori costi logistici, tensioni internazionali e dagli effetti della transizione energetica, tassare successivamente gli utili può redistribuire una parte delle risorse prodotte dal settore, ma non fa scomparire quei costi.
Le scelte di politica energetica, industriale e internazionale hanno conseguenze. Passare da un punto A a un punto B ha un costo, e chiamare una parte dei profitti “extraprofitti” non è sufficiente a cancellarlo.
Prima dell’aliquota viene la base imponibile. Prima della base imponibile viene il benchmark. E prima del benchmark viene una domanda molto semplice, alla quale nessuno slogan può sostituire una risposta.
Extra rispetto a cosa?



