Alleanza Verdi e Sinistra ha presentato la sua “restituzione fiscale”: una nuova Irpef senza scaglioni che, secondo il partito, ridurrebbe le tasse al 98 per cento dei contribuenti, 41,5 milioni di persone, per un costo di circa 22 miliardi l’anno (comunicato AVS del 5 ottobre). La copertura arriverebbe per 15 miliardi da una patrimoniale sulla ricchezza netta oltre 5,4 milioni di euro e per 7 miliardi dalla lotta all’evasione (AVS Trentino, 5 ottobre).
Prima di analizzare la proposta, ho cercato il documento che ne definisse nel dettaglio contenuti e modalità. Solitamente, quando viene avanzata una proposta politica, anche per ragioni di comunicazione e trasparenza si cerca di mettere a disposizione online un documento più specifico, che permetta di comprenderne meglio struttura, obiettivi e implicazioni.
Tuttavia, dopo aver scandagliato il sito del partito, i profili Instagram e TikTok e persino il Linktree presente in bio, ho trovato soltanto alcune card social, comunicati e un video di Nicola Fratoianni dedicato al tema. Nessun PDF, nessun testo di legge e nessuna relazione tecnica.
Questa assenza non è un elemento secondario, perché rende più difficile valutare con precisione la proposta e inevitabilmente solleva alcuni dubbi. Ma su questo torneremo più avanti.
Altra premessa, mi avete chiesto di commentarla perché nelle storie avevo scritto che la proposta non è così cattiva come la si è dipinta in rete. Lo confermo, ma cerco anche di spiegare quali sono le conidzioni minime affinchè sia
🎬 Questo articolo è tratto dal video:
AVS: RESTITUZIONE FISCALE. I CONTI TORNANO?
Se preferisci guardare anziché leggere, il video è qui sopra.
spostare le tasse dal lavoro al patrimonio
La proposta fa una cosa che in Italia succede di rado: dichiara quali imposte vuole alzare per abbassarne altre. In questo caso si sposta una parte del prelievo dai redditi ai grandi patrimoni, ed è una buona direzione. L’OCSE, in uno studio del 2010 sulla struttura del prelievo, classifica le imposte sulle società e quelle sui redditi personali come le più dannose per la crescita, e le imposte ricorrenti sugli immobili come le meno dannose (OCSE, Tax Policy Reform and Economic Growth, 2010). Tassare meno chi produce reddito è la parte giusta del ragionamento.
C’è però un limite che conviene chiarire subito. La retribuzione annua lorda comprende già l’Irpef e i contributi a carico del lavoratore; sopra la RAL l’impresa paga i suoi contributi. Se si taglia l’Irpef, il netto in busta paga sale, ma la RAL e quindi il costo del lavoro per l’impresa restano identici.
E il costo del lavoro è il nostro problema. Secondo l’OCSE, per un single senza figli con salario medio il cuneo fiscale e contributivo italiano nel 2025 vale il 45,8 per cento del costo del lavoro, contro il 35,1 della media OCSE, il 41,7 della media dei 22 paesi UE dell’OCSE e il 42,6 dell’Eurozona (dati 2025 da OCSE, Taxing Wages 2026; medie UE ed Eurozona semplici, calcolo mio). Di quel 45,8 per cento l’Irpef pesa per 14,5 punti, i contributi del lavoratore per 7,2 e quelli dell’impresa per 24: il taglio proposto da AVS agisce solo sulla prima voce. Il divario cresce con il reddito: a 1,67 volte il salario medio l’Italia sta 14,9 punti sopra la media OCSE, 8,2 sopra quella UE e 7,2 sopra l’Eurozona.
Anche la progressività è già alta. Tra il 50 per cento e il 167 per cento del salario medio il cuneo italiano sale di 20,9 punti, contro 11,9 della media OCSE, 13,6 della UE e 15,6 dell’Eurozona (stessa fonte, calcolo mio). Un taglio dell’Irpef dà più netto a chi un lavoro ce l’ha già; non abbassa la barriera d’ingresso per chi è fuori, a partire dai giovani e dai NEET, per i quali conta il costo che l’impresa sostiene. Senza toccare i contributi, il rischio è di allargare la distanza tra chi sta dentro e chi sta fuori dal mercato del lavoro.
una funzione al posto degli scaglioni
Il cuore della proposta è la sostituzione degli scaglioni con una funzione continua. Gianluca Grimaldi, nel comunicato del partito, la descrive come “un algoritmo che calcoli puntualmente l’andamento del reddito personale e definisca quanto ciascuno deve dare al fisco”; le card social la presentano come una tassazione “molto progressiva, come in Germania e Danimarca”. In pratica: non pago più un’aliquota da 0 a 28 mila euro e un’altra da 28 a 50 mila, ma un’aliquota che cresce in modo continuo con il reddito.
Lo stesso comunicato lamenta che le imposte sui redditi si siano trasformate “in direzione di una flat tax (da 32 scaglioni ai 3 odierni)”. Qui conviene fermarsi: il numero degli scaglioni dice poco sulla progressività. Baldini, Giannini e Pellegrino lo hanno mostrato confrontando l’Irpef delle origini con quella del 2022 (lavoce.info, 14 gennaio 2022): conta come aliquote, detrazioni e base imponibile lavorano insieme, non quante righe ha la tabella.
L’idea di una funzione continua mi piace comunque, per una ragione precisa. Chi guadagna meno di 40-50 mila euro l’anno si trova spesso davanti a scalini assurdi: un aumento di stipendio, magari con più responsabilità, finisce in larga parte al fisco, e a volte accettarlo non conviene.
le montagne russe delle aliquote marginali
Quegli scalini non vengono dagli scaglioni ma da ciò che sta loro attorno. L’aliquota che leggiamo in tabella dice quanto viene tassato un euro in più di imponibile; se però, con quell’euro, si riduce una detrazione o si perde un bonus, l’aliquota marginale effettiva può essere molto più alta.
La Banca d’Italia trova “valori elevati di aliquote marginali effettive anche in corrispondenza di livelli relativamente contenuti del reddito” e una variabilità “notevole anche a parità di reddito”: in media intorno al 40 per cento già da 20 mila euro, contributi inclusi, con picchi oltre il 70 per cento intorno ai 26 mila euro per la perdita del bonus Irpef (Curci, Rizza, Romanelli, Savegnago, QEF 546, 2020, regole 2019). Con le regole del 2026 il disegno è cambiato ma non è diventato liscio: in un mio calcolo per un dipendente single, contributi esclusi, l’aliquota marginale effettiva salta tra il trattamento integrativo, il bonus cuneo che scende dal 7,1 al 5,3 per cento, la detrazione che subentra a 20 mila euro, e arriva al 54,2 per cento tra 32 e 40 mila euro, quando la detrazione cuneo si riduce (elaborazione su TUIR art. 13 e legge 207/2024).
È qui che la proposta smette di essere giudicabile. Se la funzione continua di AVS comprende anche detrazioni, deduzioni e bonus, cioè se l’imposta finale dovuta è una curva senza gradini, gli scalini spariscono per definizione. Se invece la nuova curva sostituisce solo le aliquote e le detrazioni restano dove sono, le montagne russe si attenuano ma restano, e il problema che si voleva risolvere sopravvive in forma più gentile.
Lo stesso vale per il 98 per cento che pagherebbe meno. Oggi oltre 8,7 milioni di contribuenti dichiarano un’imposta netta pari a zero e, contando chi la vede compensata dal trattamento integrativo, sono oltre 11,3 milioni quelli che di fatto non versano Irpef (MEF, statistiche sulle dichiarazioni, anno d’imposta 2024, p. 21). Non perché evadano: sono nella no tax area, che in Italia è costruita proprio con le detrazioni. Un taglio dell’Irpef non raggiunge chi l’Irpef non la paga, a meno che la riforma preveda crediti rimborsabili o una forma di imposta negativa. Tortuga lo aveva mostrato nel 2022 su un’altra proposta, l’Irpef azzerata agli under 25: il 62 per cento dei lavoratori tra 16 e 25 anni pagava già un’Irpef nulla o negativa, e la misura risultava regressiva (Tortuga, 2022, p. 30).
Per la stessa ragione l’85 per cento di riduzione promesso sotto i 20 mila euro dice poco. Se un contribuente passa da 200 a 30 euro di Irpef netta la riduzione è enorme, ma il suo reddito disponibile sale di 170 euro; chi passa da 5 mila a 4 mila euro ottiene solo un 20 per cento in meno, ma mette in tasca mille euro.
Non è una questione da professorini. Se AVS proponesse di riscrivere l’Irpef cancellando le detrazioni e le deduzioni che generano gli scalini, sarei d’accordo con questa parte della proposta. In caso contrario resterebbe in piedi una struttura che mi lascia molte perplessità.
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e il fiscal drag?
Presentando la proposta, Fratoianni ha detto: “una riforma radicale dell’Irpef, basta con gli scaglioni, basta con il fiscal drag, basta con misure anti-progressive” (Askanews, 2 ottobre 2026).
Il fiscal drag è l’aumento del prelievo prodotto dalla sola inflazione: il reddito nominale cresce, una parte finisce nello scaglione successivo o perde una detrazione, e si pagano più tasse anche se in termini reali non è cambiato nulla. Quanto valga è materia di discussione, anche per come lo si definisce: l’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica mette a confronto le stime da 12 e da 25 miliardi e mostra da dove nasce la differenza (OCPI, 31 ottobre 2025), mentre Leonardi e Rizzo sostengono che il conto sia ricaduto soprattutto su dipendenti e pensionati (lavoce.info, 28 ottobre 2025). La Banca d’Italia stima per il 2022-2025 un drenaggio fiscale di 17,9 miliardi di reddito disponibile delle famiglie, compensato però dalle modifiche strutturali al sistema fiscale e ai trasferimenti, che nello stesso periodo valgono 28,2 miliardi (Curci e Tomasi, QEF 998, 2026, tabella 4).
AVS ha ragione quando dice che il drenaggio ha fatto entrare risorse nelle casse dello Stato. Nelle card e nei comunicati però non ho trovato come intenda sterilizzarlo negli anni a venire. Restituire una parte di quanto è stato preso è una cosa; togliere al legislatore uno strumento così subdolo per prendere di più senza votarlo sarebbe meglio. Servirebbe una funzione agganciata all’inflazione, e insieme a lei soglie e detrazioni: il lavoro della Banca d’Italia misura infatti, oltre al drenaggio, l’erosione dei trasferimenti legati a soglie nominali, che nessuna curva Irpef indicizzata sistema da sola.
finalmente qualcuno parla di coperture
Qui va fatto un plauso. Ci siamo lamentati con Vannacci perché le coperture non c’erano; AVS invece prova a dire dove trova i soldi, e nel panorama politico italiano le proposte con le coperture si contano sulle dita di una mano.
i 7 miliardi di evasione
Sette miliardi, come ha spiegato Fratoianni, arriverebbero dalla lotta all’evasione. Ridurre l’evasione è sacrosanto, e nessuno qui sostiene il contrario. Il recupero dell’evasione però non è una copertura, perché la sua riscossione non è certa. La Corte dei conti lo scrive senza giri di parole: i proventi della lotta all’evasione “non possono essere inquadrati come fonti di copertura di oneri certi e permanenti, come pure è accaduto”, e la loro quantificazione va limitata “ad un’effettiva, perdurante e comprovata espansione della base imponibile” (Corte dei conti, Sezioni riunite, audizione alle Commissioni Bilancio, maggio 2024, p. 22).
Non basta quindi scrivere “riduzione dell’evasione”: bisogna dire come, dove e che cosa cambia strutturalmente perché quei 7 miliardi arrivino ogni anno, in più rispetto a quanto lo Stato incasserebbe comunque. Lo avevo detto anche nel 2022 del programma di Azione e Italia Viva, che contava sullo stesso tipo di entrate. È la differenza tra una proposta credibile e una che non lo è.
i 15 miliardi di patrimoniale
L’altra fonte è l’imposta sui grandi patrimoni. L’obiezione più comune è che si tassa due volte la stessa ricchezza. È vero, ma lo stesso reddito da lavoro viene tassato con l’Irpef, con le addizionali, poi con l’IVA quando lo spendiamo: la domanda utile è quale prelievo faccia meno danni, e sul fatto che tassare il lavoro sia tra i peggiori c’è un ampio consenso.
Resta da capire come tassare il patrimonio. Molte voci non sono liquide, e colpirle senza criterio può spingere i capitali all’estero o colpire chi si voleva proteggere. Tassare, per esempio, il risparmio che un dipendente accumula in ETF o in un fondo pensione per farsi una pensione integrativa avrebbe un effetto negativo, in un paese che investe poco e che avrà pensioni pubbliche più magre di quelle di oggi.
Sulle cifre, la genealogia è riconoscibile. La soglia di 5,4 milioni e la platea dello 0,1 per cento più ricco, circa 50 mila persone, sono quelle della proposta di Oxfam Italia del 2023, che con aliquote marginali dell’1,7, del 2,1 e del 3,5 per cento stimava 15,7 miliardi l’anno al netto delle patrimoniali esistenti (Oxfam Italia, La Grande Ricchezza). Un paper di Dalle Luche, Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro arriva, con un modello diverso, a quasi 13,5 miliardi applicando allo 0,1 per cento più ricco un’aliquota effettiva dell’1,33 per cento, con un’elasticità della ricchezza all’imposta pari a 0,4 e prezzi 2022 (Review of Income and Wealth, 2026).
Quei calcoli non sono sbagliati, ma partono da ipotesi precise. Il paper usa una base molto ampia, tutta la ricchezza netta, immobili e attività finanziarie a prezzi di mercato, proprio per ridurre lo spostamento verso attività esenti, e presenta i risultati come direzione di una riforma, non come relazione tecnica. Se la legge esentasse la prima casa, alcune partecipazioni o usasse valori catastali, la base cambierebbe e il gettito con lei. La mia speranza è che AVS, presentando la proposta, abbia rifatto i conti da zero: dice di averci lavorato con economisti, e i microdati del MEF e della Banca d’Italia permettono una microsimulazione seria.
promosso il principio, i conti vanno mostrati
Se AVS ha davvero pensato una funzione continua fatta bene, che assorbe detrazioni e deduzioni, magari accompagnata da un ripensamento del welfare in chiave scandinava, e se ha fatto bene i conti della patrimoniale senza aumentare la pressione fiscale e contributiva complessiva, la proposta sarebbe apprezzabile nel panorama politico italiano. Non è la proposta che scriverei io, e su alcune formulazioni non sono d’accordo. Ma prova ad aggredire problemi reali: aliquote marginali eccessive, fiscal drag, evasione, e lo fa dicendo dove trova i soldi.
Il principio quindi lo promuovo. Per giudicare la proposta, però, servono la funzione completa, il trattamento di detrazioni e no tax area, le regole della patrimoniale e le misure che dovrebbero produrre i 7 miliardi. Al 7 ottobre AVS ha pubblicato card e comunicati, nessuno di questi documenti.

