L’UPB ha validato le previsioni macroeconomiche contenute nel Documento di finanza pubblica 2026 del governo. Il problema è tutto ciò che viene dopo quel timbro di validazione: crescita collocata nella parte alta delle stime, investimenti decisamente più ottimistici rispetto agli altri benchmark, margini di bilancio praticamente esauriti, un nuovo sforamento della spesa netta già incorporato nelle previsioni per il 2027 e una discesa del debito che viene aiutata da privatizzazioni ancora tutte da dettagliare.
Insomma, il diavolo sta nei dettagli. E nel documento dell’UPB di dettagli ce ne sono parecchi.
La crescita
Partiamo dalla crescita. Nel complesso, il quadro del ministero dell’Economia passa l’esame. L’aumento cumulato del PIL tra il 2026 e il 2029, pari al 2,8 per cento nelle stime del governo, resta all’interno del ventaglio delle previsioni considerate dall’UPB. Ma non esattamente al centro: si colloca «tra la mediana e il limite superiore» del panel. Nell’ultimo anno dell’orizzonte, inoltre, la previsione governativa arriva leggermente oltre l’estremo più favorevole.
La differenza è ancora più chiara se si guarda anno per anno. Nel 2026 il MEF è vicino alla mediana degli altri previsori e nel 2027 la sua previsione coincide sostanzialmente con quella dell’UPB. Dal 2028, però, la musica cambia. La crescita prevista dal governo supera di circa due decimi quella dell’Ufficio e si posiziona tra la mediana e l’estremo superiore del panel. Nel 2029 si registra persino un piccolo disallineamento rispetto alle previsioni più favorevoli.
Niente di sufficiente per gridare ai numeri irrealistici. Ma abbastanza per dire che, quando aumenta la distanza temporale e quindi l’incertezza, il governo tende a scegliere la parte più favorevole del ventaglio.
Investimenti
Il capitolo in cui l’ottimismo diventa molto più evidente è quello degli investimenti. Qui l’UPB usa parole difficili da equivocare. L’accumulazione di capitale prevista dal MEF «supera il valore più elevato delle attese del panel UPB» e lo fa «in misura marcata» nel 2026, oltre che in misura più contenuta nel 2028 e nel 2029.
La divergenza è soprattutto nelle costruzioni. Tra il 2026 e il 2029 l’UPB prevede una variazione moderatamente positiva. Il governo ne prospetta una molto più sostenuta. Gli altri quattro previsori indipendenti del panel, invece, vedono una dinamica «decisamente negativa». È una distanza non marginale, perché proprio gli investimenti costituiscono una delle componenti sulle quali poggia la tenuta della crescita italiana dopo l’esaurimento progressivo della spinta del PNRR.
La scommessa del governo, dunque, è che la macchina degli investimenti continui a girare con una forza che quasi nessun altro previsore si aspetta. Può accadere. Ma è appunto una scommessa, non una certezza.
E il contesto nel quale quella scommessa viene giocata è tutt’altro che benigno. L’UPB dedica un intero paragrafo ai rischi e mette subito le cose in chiaro: «L’economia italiana è esposta a molteplici rischi, prevalentemente orientati al ribasso».
I rischi
Il primo fronte è quello internazionale. Le conseguenze delle guerre continuano a ripercuotersi sui mercati energetici, sui trasporti e sulle catene di approvvigionamento. A questo si sommano le tensioni sul commercio internazionale, che secondo l’Ufficio potrebbero trasformarsi da fenomeno congiunturale a problema strutturale, attraverso una maggiore frammentazione degli scambi e la progressiva regionalizzazione delle relazioni commerciali.
Poi ci sono i mercati finanziari. E per un paese con il livello di debito dell’Italia non è esattamente una nota a piè di pagina. L’UPB avverte che «un repentino aumento dell’avversione al rischio» nel sistema bancario e finanziario si trasferirebbe rapidamente sui costi di finanziamento del debito pubblico.
Se qualcosa va storto, quanto spazio ha il governo per intervenire?
La risposta dell’Ufficio parlamentare di bilancio è probabilmente una delle frasi più significative di tutto il documento. «In termini di spesa netta, appaiono già utilizzati i margini di bilancio lungo tutto l’orizzonte di previsione» e questo «limita l’uso della politica di bilancio» non soltanto per rispondere alla situazione attuale, ma soprattutto nel caso in cui si concretizzassero i rischi al ribasso sulla crescita.
Il tempismo non è dei migliori. L’UPB sottolinea infatti che servirebbero riserve di bilancio proprio per far fronte a nuovi shock, in particolare quelli energetici. Nel frattempo, però, aumentano le priorità che reclamano risorse: difesa, transizione energetica, transizione climatica, invecchiamento della popolazione, trasformazione digitale.
Quadro europeo
Nel 2025 la spesa netta è cresciuta dell’1,9 per cento, contro un limite dell’1,3 indicato dal Consiglio dell’Unione europea. La deviazione annuale equivale a 0,3 punti di PIL, esattamente la soglia che il nuovo quadro europeo considera rilevante ai fini di una possibile «forte indicazione» di mancato seguito effettivo alla raccomandazione.
Per il 2026 il governo rientra formalmente nel binario, con una crescita della spesa netta pari all’1,6 per cento. Ma resta una deviazione cumulata di 0,2 punti di PIL ereditata dagli anni precedenti.
E nel 2027 si ricomincia. Il DFP prevede una crescita della spesa netta del 2,2 per cento, contro un limite dell’1,9. Secondo l’UPB questo porterebbe la deviazione cumulata a circa 0,3 o 0,4 punti di PIL nel periodo 2024 2027. La causa principale sarebbe l’effetto dell’inflazione sulla rivalutazione delle prestazioni sociali in denaro.
Il governo, quindi, presenta un documento nel quale è già scritto che nel 2027 la spesa dovrebbe nuovamente superare il percorso raccomandato. Le eventuali correzioni, però, vengono rinviate alla sessione di bilancio autunnale.
Anche su questo l’UPB non nasconde la propria perplessità. Secondo l’Ufficio, la programmazione sarebbe stata più solida se il DFP avesse già fornito indicazioni, anche generali, sulle possibili aree di intervento e sulle relative coperture. Soprattutto, la definizione delle misure correttive avrebbe beneficiato di un confronto più lungo anziché essere concentrata a ridosso della manovra.
Il tema della trasparenza torna più volte nel documento. L’UPB riconosce che il DFP offre più informazioni rispetto al passato, ma chiede che il contenuto informativo venga «ulteriormente potenziato». Tra le carenze indicate ci sono informazioni più complete sulla spesa netta negli anni successivi e la disponibilità dei valori nominali assoluti, anziché soltanto di percentuali del PIL, per alcune tabelle.
Più avanti il giudizio diventa ancora meno diplomatico. Per gli anni successivi al 2026 il DFP non fornisce le informazioni sulle singole componenti della spesa netta necessarie per verificare le stime. Di conseguenza, scrive l’UPB, «non è quindi possibile» ricostruire le dinamiche che stanno dietro ai tassi indicati per gli ultimi anni dell’aggiustamento. Non sono inoltre presentate previsioni quantitative sugli investimenti pubblici finanziati con risorse nazionali dopo il 2026.
È una questione tutt’altro che tecnica. Significa che il governo afferma che negli anni successivi la spesa tornerà entro i limiti, ma non mette sul tavolo tutti gli elementi necessari per verificare come.
Il debito pubblico
Il DFP prevede che il rapporto debito PIL si stabilizzi nel 2026 e nel 2027 e cominci poi a scendere in maniera più significativa. L’UPB, tuttavia, sottolinea che questa dinamica viene favorita anche da un programma di dismissioni di asset pubblici pari complessivamente allo 0,8 per cento del PIL nel triennio 2026-2028.
Il programma ha una caratteristica curiosa: è importante per migliorare la traiettoria del debito, ma nel DFP non viene dettagliato. L’UPB parla infatti di un programma di dismissioni «di cui non vengono forniti dettagli» e segnala che permane incertezza sulla sua effettiva realizzazione.
Per capire quanto conti questa ipotesi, l’Ufficio costruisce uno scenario senza privatizzazioni. Il risultato è abbastanza chiaro. Nel 2027 il rapporto debito PIL salirebbe al 139,2 per cento invece di stabilizzarsi, con uno scostamento di 0,7 punti. La discesa partirebbe soltanto dal 2028 e nel 2029 il debito sarebbe ancora al 137,2 per cento, cioè 0,8 punti sopra la stima del DFP.
Non solo. L’obiettivo sulle privatizzazioni appare ambizioso anche guardando all’esperienza recente. Nel periodo 2021-2025, al netto delle operazioni di riacquisizione effettuate dallo Stato, i proventi da privatizzazioni sono stati in media pari allo 0,05 per cento del PIL. Quelli incorporati nel DFP per il 2026-2028 sono quindi, secondo l’UPB, rilevanti rispetto a quanto realizzato negli ultimi anni.
Ancora una volta, la previsione può realizzarsi. Ma ancora una volta il quadro migliore dipende da un’ipotesi che dovrà essere tradotta in fatti.
Lo stesso vale per la traiettoria complessiva del debito. L’UPB ha effettuato 5.000 simulazioni considerando possibili shock su crescita, inflazione e tassi. Il percorso indicato dal DFP si colloca circa a metà della distribuzione.
La probabilità che il debito diminuisca rispetto all’anno precedente è poco superiore al 30 per cento nel 2026 e intorno al 50 per cento nel 2027. Diventa decisamente più elevata soltanto dal 2028.
Neppure guardando più lontano il confronto diventa più rassicurante. Con l’esaurimento progressivo dell’impulso del PNRR, l’UPB ipotizza che la crescita potenziale italiana converga verso lo 0,6 per cento. Nel periodo 2025-2041 la crescita reale media sarebbe dello 0,7 per cento, contro lo 0,8 previsto nel Piano strutturale di bilancio, mentre quella nominale sarebbe più bassa di tre decimi all’anno.
Differenze piccole, apparentemente. Ma ripetute per quindici anni producono risultati molto meno piccoli. Nel 2041 il debito sarebbe pari al 123,8 per cento del PIL nello scenario UPB, circa dieci punti sopra il 113,7 per cento dello scenario del PSB.

