Lesbica, vive da anni con Sarah Bossard, una donna svizzera nata in Sri Lanka e adottata da bambina da una famiglia svizzera. Insieme crescono due figli, concepiti attraverso donazione di sperma e portati in gravidanza da Bossard. Eppure Weidel guida l’AfD, un partito che ha costruito una parte importante della propria identità sulla critica alle politiche LGBT, sulla difesa della famiglia tradizionale e su una linea molto dura in materia di immigrazione.
A prima vista sembra un catalogo di contraddizioni.
Forse vale la pena resistere alla tentazione di fermarsi lì.
Una leader lesbica in un partito contrario al matrimonio egualitario
La prima domanda è quasi inevitabile: come può una donna omosessuale guidare un partito che si è opposto al matrimonio tra persone dello stesso sesso e che continua a considerare la famiglia composta da padre, madre e figli il modello da privilegiare?
La risposta di Weidel è sostanzialmente una separazione tra vita privata e politica.
Essere omosessuale non significa, nella sua visione, dover aderire all’intero sistema di idee, simboli e rivendicazioni che oggi associamo al movimento LGBT. Si può vivere apertamente con una persona dello stesso sesso e contemporaneamente considerare sbagliato che lo Stato attribuisca lo stesso valore politico o simbolico a ogni modello familiare.
È una posizione che si può considerare discriminatoria, incoerente o semplicemente sbagliata. Ma ha una sua struttura logica.
L’AfD non propone di rendere illegale l’omosessualità. Contesta piuttosto una parte consistente delle politiche LGBT, la loro promozione istituzionale e l’idea che i diversi modelli familiari debbano essere trattati allo stesso modo dalle politiche pubbliche. Nel proprio programma di fondo il partito continua infatti a presentare la famiglia tradizionale come modello di riferimento. (Alternative für Deutschland)
Questo permette a Weidel di dire, in sostanza: la mia vita privata appartiene a me, mentre la politica deve decidere quale tipo di famiglia incentivare.
Non serve essere d’accordo con questa distinzione per riconoscere che esista.
La compagna straniera e l’immigrazione
Poi c’è Sarah Bossard.
È cittadina svizzera, è nata in Sri Lanka ed è stata adottata da bambina da una coppia svizzera. Vive con Weidel da molti anni. (Tagesspiegel)
Anche qui il cortocircuito sembra evidente. La leader di un partito che vuole ridurre drasticamente l’immigrazione vive con una donna che ha una storia migratoria.
Ma anche questa contraddizione perde parte della propria forza quando si guarda alla posizione effettiva dell’AfD.
Il partito non sostiene che nessuno straniero debba poter vivere in Germania. La sua battaglia è rivolta soprattutto contro l’immigrazione irregolare, l’asilo così come viene oggi gestito, i programmi di accoglienza e quella che definisce “immigrazione di massa”. Weidel ha più volte chiesto una forte riduzione dei flussi e rimpatri più estesi. (Alternative für Deutschland)
Persino sull’immigrazione qualificata la posizione è meno semplice di un rifiuto assoluto.
L’AfD sostiene che la Germania dovrebbe prima utilizzare meglio la forza lavoro già presente, favorire il ritorno dei tedeschi emigrati e aumentare la produttività. Questo non esclude del tutto l’arrivo di lavoratori stranieri qualificati. Weidel stessa ha criticato il fatto che la Germania sia poco attraente per professionisti altamente qualificati provenienti dall’estero. (Alternative für Deutschland)
Sarah Bossard, cittadina svizzera, integrata, produttrice cinematografica e residente in Svizzera, non rappresenta affatto, agli occhi di Weidel, il fenomeno migratorio contro il quale l’AfD costruisce la propria retorica politica.
Questo passaggio è importante perché mostra quanto sia facile attribuire a un partito una posizione più semplice di quella che effettivamente sostiene e poi sorprenderci quando la realtà non coincide con quella semplificazione.
Due madri, due figli e la famiglia tradizionale
La famiglia di Weidel sembra produrre un’altra contraddizione.
Lei e Bossard crescono due figli avuti tramite donazione di sperma. Bossard ha portato avanti entrambe le gravidanze. (Tagesspiegel)
Weidel vive quindi quotidianamente dentro una famiglia omogenitoriale mentre il suo partito continua a considerare padre, madre e figli il modello familiare da privilegiare.
Anche qui, però, bisogna distinguere tra ciò che l’AfD vuole vietare e ciò che vuole favorire.
Non risulta dal programma federale del partito una proposta generale per vietare la fecondazione assistita. La posizione riguarda soprattutto l’idea di famiglia che dovrebbe orientare le politiche pubbliche. L’AfD definisce esplicitamente la famiglia tradizionale come proprio modello di riferimento e collega a essa una parte importante della propria politica demografica. (Alternative für Deutschland)
Weidel può quindi vivere in una famiglia con due madri senza percepire necessariamente una contraddizione insostenibile.
Ancora una volta si può contestare il principio. Ma contestarlo è diverso dal fingere che non esista.
Il problema delle contraddizioni
Arrivati qui, le contraddizioni sembrano moltiplicarsi.
Una lesbica alla guida di un partito contrario al matrimonio egualitario. Una donna con una compagna nata in Sri Lanka alla testa di un movimento che vuole ridurre drasticamente l’immigrazione. Due madri che crescono due figli mentre lo stesso partito continua a indicare padre, madre e figli come modello ideale.
Eppure l’AfD raccoglie consenso.
Qui si apre una questione più interessante della biografia di Alice Weidel.
Possiamo convincerci che queste contraddizioni siano talmente evidenti che soltanto un elettore poco informato, poco intelligente o ideologicamente accecato possa non vederle.
È una spiegazione molto rassicurante.
Ha anche il vantaggio di dividere facilmente il mondo. Da una parte chi ha capito. Dall’altra chi non capisce. Da una parte le persone ragionevoli, dall’altra quelle irrazionali.
La ricerca sulla polarizzazione politica suggerisce però qualcosa di meno confortevole.
Shanto Iyengar e Sean Westwood hanno mostrato come l’identità partitica possa diventare una vera identità sociale. Il rapporto con un partito non dipende più soltanto dall’accordo su una serie di proposte. Entra in gioco anche il senso di appartenenza a un gruppo e, in misura crescente, l’avversione verso il gruppo avversario. (DOI)
In una situazione del genere non è necessario che ogni singola posizione sia perfettamente coerente con tutte le altre.
Un elettore può accettare una contraddizione su un tema perché considera molto più importante un altro problema. Può non condividere una posizione del proprio partito ma sentirsi comunque più distante dalle alternative. Può interpretare la stessa apparente incoerenza utilizzando distinzioni che dall’esterno sembrano artificiose e dall’interno risultano perfettamente plausibili.
Finkel e altri studiosi hanno utilizzato l’espressione “political sectarianism” per descrivere una dinamica nella quale la distanza politica incorpora elementi morali e identitari sempre più forti. L’avversario non è semplicemente qualcuno che propone una politica sbagliata. Diventa qualcuno che appartiene al campo sbagliato. (PubMed)
Non è una questione di intelligenza
C’è poi un altro elemento che rende poco convincente la spiegazione secondo cui “noi vediamo la contraddizione perché siamo più intelligenti”.
Dan Kahan ha studiato il rapporto tra capacità di riflessione e ragionamento ideologicamente motivato. Il risultato è controintuitivo.
Le persone che ottenevano risultati migliori nei test di riflessione cognitiva non risultavano necessariamente meno vulnerabili al ragionamento motivato. In alcune condizioni erano proprio quelle più capaci di utilizzare le proprie capacità cognitive per interpretare le informazioni in maniera coerente con l’identità politica a cui appartenevano.
Il fenomeno riguardava sia conservatori sia progressisti. (Cambridge)
L’intelligenza, quindi, non funziona automaticamente come antidoto alla polarizzazione.
A volte offre semplicemente strumenti più sofisticati per razionalizzare ciò in cui vogliamo già credere.
È una conclusione molto meno gratificante dell’idea secondo cui l’altra parte vota male perché non capisce. Ma probabilmente è anche più utile.
Capire non significa giustificare
Beninteso, l’AfD rappresenta qualcosa di molto distante dalla mia visione del mondo.
Proprio per questo mi interessa comprenderla.
Analizzare il modo in cui Weidel rende compatibili la propria vita privata e il progetto politico del suo partito non significa diventare indulgenti verso quelle idee. Significa evitare di combattere una versione immaginaria dell’avversario.
Se diciamo a una persona che la sua posizione è evidentemente impossibile, mentre quella persona possiede già una spiegazione che considera perfettamente coerente, difficilmente la convinceremo. È più probabile che rafforziamo la sua convinzione che dall’altra parte nessuno voglia realmente ascoltarla.
La polarizzazione vive anche di questo.
Più riduciamo l’avversario a una caricatura, più semplice diventa per lui fare lo stesso con noi. Ogni campo finisce per parlare quasi esclusivamente al proprio pubblico, mentre l’incomprensione reciproca viene interpretata come prova della malafede altrui.
Per contrastare politicamente un fenomeno bisogna prima essere in grado di descriverlo correttamente.
Alice Weidel non dimostra che l’AfD abbia ragione. Non dimostra neppure che le sue posizioni siano prive di contraddizioni.
Dimostra qualcosa di forse più scomodo: una contraddizione evidente per chi osserva un sistema politico dall’esterno può essere perfettamente gestibile per chi vive dentro quel sistema di valori.
Se vogliamo capire perché l’AfD funziona, è probabilmente da qui che bisogna partire.
Perché convincersi che milioni di persone non vedano ciò che per noi è ovvio è semplice.
Capire perché lo vedono e arrivano comunque a una conclusione diversa è molto più difficile.
Ed è anche molto più utile.


