<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[DrElegantia]]></title><description><![CDATA[Quando mi va di mettere i pensieri in fila]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!pL-u!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbbb1d56f-26d8-42d7-9ccd-8730033413f8_1280x1280.png</url><title>DrElegantia</title><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Wed, 29 Apr 2026 12:02:15 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[drelegantia@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[drelegantia@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[drelegantia@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[drelegantia@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[OpenEvidence, MDR e AI Act. Il software medico che vale tre mesi.]]></title><description><![CDATA[Non &#232; stata vietata. &#200; stata costruita un'impalcatura legale in cui un sistema RAG di supporto clinico, per restare conforme, dovrebbe smettere di aggiornarsi. Cio&#232; smettere di funzionare.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/openevidence-mdr-e-ai-act-il-software</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/openevidence-mdr-e-ai-act-il-software</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Wed, 29 Apr 2026 10:59:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/15814c24-b78b-4361-9b20-1d29332063b7_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>OpenEvidence &#232; una piattaforma americana di clinical decision support: un sistema di intelligenza artificiale che permette a un medico di porre un quesito clinico in linguaggio naturale e ricevere una risposta sintetica con citazioni puntuali alla letteratura peer-reviewed. Negli Stati Uniti &#232; arrivata a un milione di consultazioni cliniche in un solo giorno il 10 marzo 2026. Il 28 aprile 2026 ha annunciato l'indisponibilit&#224; del servizio in Unione europea e Regno Unito, citando la "crescente incertezza normativa" sull'intelligenza artificiale.</p><p>I medici italiani se ne sono accorti subito. Su X e su Instagram, in poche ore, hanno fatto la fila per spiegare che gli era stato tolto uno strumento che usavano davvero, tutti i giorni, al letto del paziente. Non un giocattolo. Non un chatbot. Una scorciatoia per scartabellare quindici linee guida e quattro meta-analisi in trenta secondi.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto DrElegantia! 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UE 2017/745, art. 2(1), <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2017/745/oj">eur-lex.europa.eu/eli/reg/2017/745/oj</a>).</p><p>Il considerando 19 dello stesso regolamento &#232; ancora pi&#249; esplicito sulla logica: "il software specificamente destinato dal fabbricante a essere impiegato per una o pi&#249; delle destinazioni d'uso mediche si considera un dispositivo medico, mentre il software destinato a finalit&#224; generali, anche se utilizzato in un contesto sanitario, non &#232; un dispositivo medico". Il discrimine non &#232; la tecnologia. &#200; la destinazione d'uso dichiarata dal produttore.</p><p>La guida ufficiale della Commissione, MDCG 2019-11 sulla qualificazione e classificazione del software (<a href="https://health.ec.europa.eu/system/files/2020-09/md_mdcg_2019_11_guidance_qualification_classification_software_en_0.pdf">health.ec.europa.eu</a>), &#232; la chiave di lettura operativa. Un software &#232; Medical Device Software, MDSW, quando "fornisce informazioni che sono utilizzate per prendere decisioni a fini diagnostici o terapeutici". Non importa se la decisione finale resta del medico. Non importa se il medico pu&#242; rivedere e contestare. Conta che lo strumento entri nel circuito decisionale clinico.</p><p>A quel punto scatta la regola 11 dell'allegato VIII MDR. Il software che fornisce informazioni per decisioni diagnostiche o terapeutiche &#232; classe IIa di default, sale a IIb se le decisioni possono provocare un "deterioramento serio" della salute, sale a III se il rischio &#232; la morte. Per chiunque rientri da IIa in su servono certificazione tramite organismo notificato, sistema di gestione della qualit&#224;, valutazione clinica, dossier tecnico, sorveglianza post-market, registrazione in Eudamed.</p><p>Una piattaforma che risponde a un cardiologo che le chiede "qual &#232; il regime antiaggregante consigliato dopo PCI con stent medicato in paziente con fibrillazione atriale e CHA2DS2-VASc 4" &#200; almeno in classe IIa e molto probabilmente in IIb, data la natura ad alto rischio delle decisioni anticoagulanti, come suggerito dagli esempi ufficiali (es. app per dosaggio anticoagulante) che MDCG colloca in IIb.</p><h2>Il muro: prestazioni stabili, riproducibili e un sistema che cambia ogni giorno</h2><p>Qui il sistema legale europeo si schianta contro la natura del prodotto.</p><p>Per ottenere e mantenere la marcatura CE, il produttore deve dimostrare che il dispositivo eroga prestazioni costanti, riproducibili, prevedibili nel tempo. Significa che la pipeline di gestione del rischio, la valutazione clinica e il piano di sorveglianza devono potersi appoggiare su un comportamento del software stabile abbastanza da essere misurato.</p><p>Un sistema RAG fa l'opposto. Aggiorna con una certa frequenza la base documentale con la nuova letteratura PubMed, Cochrane, NEJM, JAMA, NCCN. Aggiorna il modello generativo sottostante. Modifica i prompt di sistema. Cambia gli algoritmi di ranking e retrieval. Il suo valore clinico &#232; proprio questa fluidit&#224;. Esattamente quello che il medico vuole. Esattamente quello che la regolazione MDR considera, potenzialmente, una "modifica sostanziale" che richiede di tornare dall'organismo notificato.</p><p>La guida MDCG 2020&#8209;3 sul concetto di &#8216;significant change&#8217; e, pi&#249; recentemente, le discussioni IMDRF e MDCG 2025&#8209;6 sull&#8217;interplay con l&#8217;AI Act indicano il &#8216;predetermined change control plan&#8217; come possibile modo per delimitare a priori le modifiche coperte dalla certificazione. </p><p>Per un sistema che si aggiorna frequentemente, c&#8217;&#232; il rischio concreto che aggiornamenti fuori dal PCCP o qualificati come &#8216;modifiche significative&#8217; comportino un nuovo passaggio con l&#8217;organismo notificato, con tempi e costi non banali.</p><h2>L'AI Act sopra, non al posto</h2><p>A questo si aggiunge il Regolamento 2024/1689, l'AI Act (<a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj">eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj</a>). All'articolo 6 paragrafo 1 e all'allegato I, l'AI Act stabilisce che un sistema di intelligenza artificiale &#232; "ad alto rischio" se &#232; esso stesso un dispositivo medico, o componente di sicurezza di un dispositivo medico, soggetto a valutazione di conformit&#224; di terza parte sotto il MDR.</p><p>Quindi la sequenza &#232; questa. Primo passaggio: OpenEvidence in Europa rientra nella definizione MDSW. Secondo passaggio: il MDSW finisce in classe IIa o superiore per la regola 11. Terzo passaggio: classe IIa significa organismo notificato. Quarto passaggio: organismo notificato significa che il sistema di IA &#232; automaticamente high-risk sotto AI Act. Quinto passaggio: high-risk significa governance dei dati, trasparenza, logging, supervisione umana, robustezza, cybersecurity, documentazione tecnica, sistema di gestione del rischio per tutto il ciclo di vita.</p><p>Il documento congiunto AI Board e MDCG, MDCG 2025-6, conferma questa lettura: gli obblighi MDR e AI Act non si sovrappongono per cancellarsi, si sommano. Il produttore deve rispettare entrambi, ed entrambi richiedono evidenza continua di prestazioni stabili lungo tutto il ciclo di vita.</p><p>L'AI Act non &#232; il colpo di grazia. Il colpo di grazia &#232; il MDR. L'AI Act &#232; il sasso che chiude il coperchio.</p><h2>Il controfattuale americano: l'eccezione che l'Europa non ha scritto</h2><p>Negli Stati Uniti la stessa funzione di clinical decision support ha un trattamento diverso, e il dettaglio normativo &#232; chirurgico. La Section 520(o)(1)(E) del Federal Food, Drug, and Cosmetic Act, modificata dal 21st Century Cures Act, esclude dalla definizione di dispositivo medico FDA i software CDS che soddisfano un test in quattro parti. Il quarto requisito &#232; quello decisivo: il software deve consentire al professionista sanitario di rivedere in modo indipendente le basi della raccomandazione, in modo che la decisione clinica non dipenda dall'output del software.</p><p>Tradotto: se il sistema mostra le fonti, motiva il ragionamento, lascia al medico la possibilit&#224; di controllare e ribaltare, allora non &#232; un dispositivo medico. &#200; uno strumento di supporto al ragionamento, non un sostituto.</p><p>L'Europa non ha scritto questa eccezione. La MDCG 2019-11 ribadisce esplicitamente che il fatto che un professionista sanitario possa rivedere la raccomandazione non &#232; di per s&#233; sufficiente a escludere il software dalla qualifica di MDSW. Il criterio resta la destinazione d'uso dichiarata.</p><p>Risultato: lo stesso identico software, con lo stesso identico comportamento, &#232; non-dispositivo negli Stati Uniti e classe IIa in Europa. Stesso codice, stessa interfaccia, stesse fonti. Due continenti, due regimi diametralmente opposti. Yan Peng Zhao, su LinkedIn, ha presentato OpenEvidence proprio come l'esempio pratico di questo mismatch regolatorio: senza una clinical decision support exemption europea, il prodotto americano non si trapianta.</p><p>Si pu&#242; obiettare che il problema sia risolvibile. Vero. Esiste gi&#224; un controesempio europeo: Prof. Valmed, sistema generativo italiano per il supporto clinico, certificato CE classe IIb. Si pu&#242; fare. Si paga in due valute: tempo, perch&#233; la certificazione richiede mesi o anni, e velocit&#224;, perch&#233; ogni iterazione successiva passa attraverso la stessa procedura. Per un'azienda americana che ha appena chiuso una serie D a 12 miliardi di dollari di valutazione e che si misura sul ritmo di rilascio settimanale, &#232; un costo non-recuperabile.</p><h2>La chiusura</h2><p>Il caso OpenEvidence non racconta un divieto. Racconta una cosa pi&#249; sottile, e politicamente pi&#249; grave. Racconta che in Europa una norma pu&#242; proteggere il cittadino sulla carta e sottrargli strumenti utili nella pratica, e che nessuno &#232; formalmente responsabile, perch&#233; non c'&#232; stato un atto. C'&#232; stato un sistema.</p><p>Un sistema che pretende prestazioni stabili e riproducibili da un oggetto che vive di instabilit&#224;, e che chiama questa pretesa "sicurezza". Un sistema in cui l'innovazione sopravvive solo se accetta di andare a velocit&#224; burocratica, cio&#232; di non innovare.</p><p>Davanti al medico italiano che ieri aveva un assistente in pi&#249; e oggi non ce l'ha, il regolatore europeo pu&#242; ancora rispondere "abbiamo tutelato i pazienti". &#200; vero solo in un senso: ha tutelato i pazienti dall'innovazione che nessuno aveva chiesto di vietare.</p><div><hr></div><h2>Fonti</h2><ul><li><p>Regolamento (UE) 2017/745, Medical Device Regulation. Art. 2(1) definizione di dispositivo medico. Considerando 19 software. Allegato VIII regola 11 classificazione software. <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2017/745/oj">eur-lex.europa.eu/eli/reg/2017/745/oj</a></p></li><li><p>MDCG 2019-11, Guidance on Qualification and Classification of Software in Regulation (EU) 2017/745 MDR and Regulation (EU) 2017/746 IVDR. <a href="https://health.ec.europa.eu/system/files/2020-09/md_mdcg_2019_11_guidance_qualification_classification_software_en_0.pdf">health.ec.europa.eu</a></p></li><li><p>Regolamento (UE) 2024/1689, AI Act. Art. 6 e Allegato I per la classificazione high-risk dei sistemi di IA medica. <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj">eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj</a></p></li><li><p>MDCG 2020-3 Guidance on significant changes regarding the transitional provision under Article 120 of the MDR.</p></li><li><p>MDCG 2025-6, Interplay between MDR/IVDR and AI Act for medical devices.</p></li><li><p>Federal Food, Drug, and Cosmetic Act, Section 520(o)(1)(E), Clinical Decision Support exemption introdotta dal 21st Century Cures Act 2016.</p></li><li><p>Yan Peng Zhao, post LinkedIn aprile 2026 sul mismatch CDS exemption tra USA e UE, citando OpenEvidence.</p></li><li><p>Comunicazione OpenEvidence sulla non disponibilit&#224; del servizio in UE/UK, 28 aprile 2026.</p></li><li><p>Prof. Valmed, dispositivo medico CE classe IIb, esempio europeo di sistema generativo certificato per supporto clinico.</p></li></ul><div><hr></div><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto DrElegantia! 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E Grecia e Portogallo, partiti peggio di noi, oggi sono in surplus]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/da-81-a-31-di-deficit-miracolo-rimbalzo</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/da-81-a-31-di-deficit-miracolo-rimbalzo</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 27 Apr 2026 15:50:25 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/04dcbdc1-d668-4e3a-9df5-b679d7cbf0bc_1672x941.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h1>Da 8,1% a 3,1% di deficit: miracolo, rimbalzo o trappola?</h1><p><strong>Otto virgola uno per cento di deficit nel 2022. Tre virgola uno nel 2025. Cinque punti di PIL recuperati in tre anni, dice Fratelli d'Italia in un post ufficiale del 25 aprile, contro tutta la sinistra che lo riteneva impossibile. Sotto al post, un commento condensa la propaganda in due righe: &#171;Per quest'anno si prevedeva il 3,3, e per un soffio non rientravamo sotto il 3. &#200; cos&#236; che si fanno i conti pubblici&#187;. Per un soffio. Bene. Quel soffio &#232; il punto.</strong></p><p style="text-align: center;">
&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br>
<a href="https://youtu.be/zwAjFlt9GUk">L'ITALIA non ha i conti in ORDINE: tutta colpa del SUPERBONUS? GUARDIAMO I DATI</a><br>
<em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em>
</p><h2>Eurostat 22 aprile: il numero esatto del soffio</h2><p>Il 22 aprile 2026 Eurostat ha pubblicato la notifica EDP. Per l'Italia il dato &#232; questo: deficit 2025 al 3,1% del PIL, debito al 137,1%. L'Italia non esce dalla procedura per disavanzo eccessivo aperta nel luglio 2024 sulla base del deficit 2023 al 7,4%. Restiamo dentro, insieme ad altri otto Paesi UE: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Malta, Polonia, Slovacchia, Romania. Nove su ventisette. Un terzo dell'Unione. Prima di accettare il framing complotto-contro-l'Italia, mettiamoci in testa che &#232; una regola che mezza Europa fatica a rispettare dopo Covid e crisi energetica.</p><p>Il soffio, in cifre: deficit nominale 2025 pari a 69.381 milioni di euro, PIL a 2.258 miliardi, rapporto 3,073%. Per uscire dalla procedura il deficit deve stare sotto il 3, non vicino. Sono mancati 1.640 milioni. Un miliardo e seicento. Tenete a mente questo numero, ci serve. La fonte &#232; la nota dell'<a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/">Osservatorio Conti Pubblici Italiani</a> firmata Cottarelli e Pench, pubblicata il 24 aprile, due giorni dopo Eurostat.</p><h2>Rimbalzo o miracolo? Perch&#233; Grecia e Portogallo hanno chiuso e noi no</h2><p>Adesso torniamo al fan del miracolo. La serie del deficit italiano 2017-2025, fonte Eurostat: meno 2,4, meno 2,2, meno 1,5. Tre anni di deficit normale prima del Covid. Poi pandemia: meno 9,4 nel 2020. Da l&#236; la discesa: meno 8,7, meno 8,1, meno 7,1, meno 3,4, meno 3,1.</p><p>Cinque punti recuperati non sono un miracolo, sono fine pandemia. Lo certifica l'<a href="https://www.upbilancio.it/">Ufficio Parlamentare di Bilancio</a> nell'audizione del novembre 2021 sul DDL bilancio 2022: anche con crescita congiunturale zero nell'ultimo trimestre del 2021, il PIL annuo italiano sarebbe comunque cresciuto del 6,1% per effetto trascinamento. Il rimbalzo c'era gi&#224;. E sarebbe arrivato comunque.</p><p>Ma il rimbalzo non &#232; una giustificazione. &#200; un'aggravante. Riccardo Trezzi, economista, ha pubblicato a ottobre 2026 un grafico molto citato che mette in relazione tasso di occupazione e saldo primario, anno per anno, dagli anni Settanta a oggi. Tradotto: tra il 2021 e il 2023 abbiamo avuto saldi primari attorno al meno 3, meno 6 per cento del PIL mentre l'occupazione correva verso il record storico. Una traiettoria, scrive Trezzi, &#171;folle quanto gli anni Settanta-Ottanta&#187;. Quelli s&#236;, gli anni del debito.</p><p>Adesso il confronto. Il Portogallo &#232; in surplus nominale dal 2023: pi&#249; 1,1 nel 2023, pi&#249; 0,6 nel 2024, pi&#249; 0,7 nel 2025. La Grecia &#232; in surplus dal 2024: pi&#249; 1,3, pi&#249; 1,7. Stesso periodo. Stessa Europa. Stessa BCE. Due Paesi che dieci anni fa avevano sui giornali italiani il titolo &#171;spettro fallimento&#187;. Hanno chiuso la pandemia con disciplina, e sono passati al segno pi&#249;. La definizione tecnica di quello che invece ha fatto l'Italia &#232; <em>politica fiscale procyclical</em>: deficit alti in fase di espansione e tagli in fase di crisi. L'esatto opposto di quello che dovrebbe fare uno Stato sano.</p><p style="text-align: center;">
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</p><h2>Il Superbonus dentro questo deficit: la trappola contabile</h2><p>Veniamo al protagonista. I crediti d'imposta del Superbonus 2020-2023 sono stati classificati da Istat come &#171;crediti pagabili&#187;. &#200; una categoria contabile europea che dice una cosa precisa: l'intero importo dell'agevolazione viene imputato al deficit nell'anno in cui matura la spesa, anche se lo Stato lo restituir&#224; al contribuente in pi&#249; anni. &#200; l'opposto di una rateazione.</p><p>Risultato. Fonte <a href="https://www.camera.it/temiap/">Dossier OFP Camera maggio 2024</a>, tabella 1.1, impatto annuo del solo Superbonus sul deficit: 0,5 miliardi nel 2020, 16,4 nel 2021, 55 nel 2022, 81,3 miliardi nel 2023. Il picco. Tre virgola nove punti di PIL. Solo Superbonus. Solo nel 2023. Il deficit 2023, ricordate, era al 7,4. Oltre la met&#224; del nostro disavanzo del 2023 era una singola misura. Una. La <a href="https://eur-lex.europa.eu/">relazione ex articolo 126 paragrafo 3</a> con cui la Commissione ha aperto la procedura cita esplicitamente, parole loro, &#171;the impact of the tax credits for buildings renovations&#187; come fattore aggravante. Non l'ho detto io.</p><p>Ma c'&#232; un secondo binario. Sul deficit il colpo &#232; concentrato 2020-2023 perch&#233; si registra per competenza. Sul debito l'effetto si manifesta per cassa, anno per anno, man mano che i contribuenti compensano i crediti con altre imposte. &#200; per questo che, anche dopo lo stop quasi totale alle nuove cessioni del 2023, il debito continua a salire. Sempre OFP Camera, tabella 1.2: l'impatto cumulato del Superbonus sul debito raggiunge 157,1 miliardi nel 2027, pari al 6,6% del PIL. Una misura iniziata nel 2020 finisce di pesare sul debito nel 2036. Sedici anni.</p><p>Mario Seminerio su <a href="https://phastidio.net/2026/04/23/lultimo-decimale-nella-bara-italiana/">Phastidio</a> ha aggiunto un dettaglio tecnico che merita di essere ripreso. Nel 2025 l'Italia ha registrato uno &#171;stock-flow adjustment&#187; del 2,4% del PIL, lo scarto tra deficit annuale e variazione del debito quando un Paese accumula pi&#249; debito di quanto giustifichi il deficit dell'anno. Quel 2,4 &#232; essenzialmente l'emersione e trasformazione in debito dei bonus edilizi: circa 60 miliardi pagati in un anno solo, non perch&#233; spesi nel 2025, ma perch&#233; compensati nel 2025.</p><h2>Le tre menzogne sul Superbonus</h2><p><strong>Prima menzogna, &#171;si &#232; ripagato da solo trainando la crescita&#187;.</strong> Lo sostengono i Cinque Stelle e chi lo ha votato. <a href="https://www.bancaditalia.it/">Banca d'Italia</a>, memoria del 22 aprile 2024, dice il contrario: la spesa addizionale, cio&#232; quella che non sarebbe stata fatta senza incentivo, &#232; stata &#171;poco meno della met&#224;&#187; del valore totale degli investimenti agevolati. Un quarto degli interventi non era nemmeno aggiuntivo, erano lavori gi&#224; programmati. Il moltiplicatore stimato &#232; &#171;intorno all'unit&#224;&#187;: ogni euro di Superbonus ha generato circa un euro di PIL aggiuntivo. Mettiamoci sopra una prova del nove. Sommate i 165 miliardi di Superbonus e i 194 miliardi di Recovery Fund. Quasi mezzo trilione di euro. Il decennio pi&#249; favorevole della spesa pubblica italiana dal dopoguerra. E adesso guardate la crescita italiana: ultimi posti in Europa. Mille bonus non servono se non muovi n&#233; le ore lavorate n&#233; la produttivit&#224;.</p><p><strong>Seconda menzogna, &#171;sussidio fortemente regressivo a favore dei ricchi&#187;.</strong> Il clich&#233; di chi lo critica. Qui devo essere onesto: la storia &#232; pi&#249; articolata di cos&#236;. S&#236;, il 90% di chi guadagna pi&#249; di 75 mila euro possiede immobili contro il 46% di chi guadagna meno di 10 mila, fonte UPB. S&#236;, il 15% pi&#249; ricco fruiva di oltre la met&#224; delle detrazioni edilizie ordinarie pre-Superbonus. S&#236;, il <a href="https://www.upbilancio.it/">Rapporto UPB sulla politica di bilancio 2025</a> ha calcolato un'addizionalit&#224; media del 64% ma decrescente nel 2022-2023, perch&#233; la misura si &#232; allargata sempre pi&#249; a chi non ne aveva bisogno per fare i lavori. Ma lo stesso UPB, audizione marzo 2023, scrive una cosa scomoda per chi vuole il bersaglio facile: la cessione del credito e lo sconto in fattura, le due novit&#224; pi&#249; criticate del DL 34/2020, hanno reso il Superbonus &#171;meno regressivo&#187; rispetto ai bonus edilizi tradizionali, perch&#233; hanno permesso anche a famiglie senza liquidit&#224; di accedere alla detrazione. Specialmente nel Mezzogiorno. Non &#232; una contraddizione, &#232; il quadro completo.</p><p><strong>Terza menzogna, &#171;era una grande politica climatica&#187;.</strong> Questa &#232; la pi&#249; dolorosa. <a href="https://www.efficienzaenergetica.enea.it/">ENEA</a>, monitoraggio 31 marzo 2026: 505.417 edifici asseverati, 132 miliardi di detrazioni maturate. Costo medio per edificio efficientato: 261 mila euro. Pagati dallo Stato. Gli edifici residenziali italiani sono circa 12,2 milioni (fonte <a href="https://www.corteconti.it/">Corte dei conti, relazione PNRR 2024</a>). 505 mila su 12 milioni e duecento. Il 4 per cento. Banca d'Italia, QEF 845 del 2024, lo scrive testualmente: il rapporto costi-benefici ambientale del Superbonus &#232; &#171;sfavorevole&#187; rispetto ad altre tipologie di intervento.</p><h2>Chi ha votato cosa: il verbale del Parlamento</h2><p>Il pezzo politicamente pi&#249; scomodo. Quattro voti, dati alla mano.</p><p><strong>DL 34/2020</strong>, il decreto Rilancio che introduce il Superbonus al 110%. Camera, 9 luglio 2020, su fiducia: 318 s&#236;, 231 no. Maggioranza Conte II, M5S-PD-Italia Viva-LeU. Tutto il centrodestra contrario, FdI compresa.</p><p><strong>Bilancio 2022</strong>, legge 234/2021, proroga fino al 2025. Camera, 30 dicembre 2021: 414 s&#236;, 47 no circa. Maggioranza Draghi: M5S, PD, Italia Viva, LeU, Forza Italia, Lega. Tutti dentro. Unica opposizione: FdI. Quindi s&#236;, &#232; vero che FdI nel 2020 vot&#242; contro l'introduzione. Ma &#232; altrettanto vero che Lega e Forza Italia votarono a favore della proroga 2022 dentro Draghi. Cosa che si tende a dimenticare.</p><p><strong>DL 11/2023</strong>, il &#171;blocca cessioni&#187; di Giorgetti. Camera, 30 marzo 2023, fiducia: 185 s&#236;, 121 no. Maggioranza Meloni. Contrari PD, M5S, AVS.</p><p><strong>DL 39/2024</strong>, rateazione decennale. Camera, 23 maggio 2024: 150 s&#236;, 109 no. Stessa geometria.</p><p>Ora prendete questi quattro voti e provate a usarli per smontare le narrazioni odierne. Chi sta in Lega o Forza Italia oggi e dice &#171;noi non c'eravamo&#187; mente: c'erano, anzi, hanno deciso. Tra i partiti che hanno spinto di pi&#249; per allungare la vita al Superbonus, dentro Draghi, c'era proprio la Lega. Cio&#232; il partito dell'attuale ministro dell'Economia. Giancarlo Giorgetti gestisce oggi la coda di una misura che il suo stesso partito ha contribuito a difendere. Sull'altra sponda: il M5S ha votato contro tutte le strette successive, contro DL 11/2023 e contro DL 39/2024. Italia Viva, ricostruito da me per <a href="https://pagellapolitica.it/">Pagella Politica</a>, &#232; il caso pi&#249; paradossale: Marattin relatore di maggioranza alla Camera nel 2020 (&#171;miglioramenti fattivi&#187;, &#171;traino importante&#187;), poi a SkyTG24 il 23 dicembre 2021 dice &#171;sono stati un sacco di soldi pubblici, speriamo che avranno avuto effetto&#187;, poi nel 2022 si converte e attacca la &#171;moneta fiscale&#187;, infine nel 2023-2024 Renzi accusa il M5S di &#171;modalit&#224; assurde&#187; e &#171;buco miliardario&#187;. </p><h2>Cosa ha corretto Giorgetti, e cosa no</h2><p>Devo essere onesto anche con il fan di Meloni. Qualcosa di concreto Giorgetti l'ha fatto. Il DL 11/2023 &#232; arrivato al momento giusto, dopo due anni di esplosione, e ha sbarrato il rubinetto delle nuove cessioni. Era inevitabile, lo segnalavano UPB e Banca d'Italia da almeno un anno, ma &#232; stato fatto. Il DL 39/2024 ha allungato da 4 a 10 anni la fruizione delle detrazioni 2024-2025: una redistribuzione temporale che migliora i tendenziali del 2025 e 2026 di 700 e 1.700 milioni e peggiora del corrispondente nel 2029-2034. Il costo complessivo non cambia, ma quei 700 e 1.700 milioni sono la ragione tecnica per cui il deficit 2025 &#232; arrivato al 3,1 e non al 3,4.</p><p>Per&#242;. Cottarelli e Pench, OCPI 24 aprile 2026, ricostruiscono i due canali residui: cinque miliardi di crediti d'imposta concessi proprio nel 2025 pi&#249; due o tre miliardi di maggiore spesa per interessi sul debito accumulato 2021-2024 dai bonus edilizi. Senza la coda Superbonus, il deficit nominale 2025 sarebbe stato sotto il 3 per cento. Non &#232; una motivazione formale della Commissione, &#232; una deduzione analitica. Ma il nesso &#232; quello.</p><p>E c'&#232; una cosa venuta fuori la settimana scorsa. Il Documento di Finanza Pubblica del 23 aprile mostra che nel 2025 sono emerse spese da Superbonus per 8,4 miliardi in pi&#249; rispetto alle previsioni precedenti. Ricostruzione del <a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/04/24/news/lincredibile-autogol-del-governo-sul-deficit--287257">Foglio del 24 aprile</a>: lo sforamento complessivo &#232; di 6,6 miliardi di spese contro 6 di maggiori entrate. &#200; un autogol, perch&#233; significa che il governo Meloni, nello stesso documento in cui rivendica il rigore, deve scrivere che il Superbonus continua a costare di pi&#249; del previsto. Non &#232; un fallimento di rigore: &#232; il fatto che la coda Superbonus si manifesta ancora con un ritardo di due o tre anni rispetto alla maturazione dei crediti, e nessun governo ha un controllo perfetto sul momento esatto in cui arriva la fattura.</p><h2>La luna, non il decimale</h2><p>Tre cose, allora.</p><p>Una. L'Italia &#232; in procedura per il deficit, non per il debito. Il Superbonus &#232; stato lo shock politico domestico pi&#249; grande dentro quel deficit. Oltre la met&#224; del disavanzo del 2023 era Superbonus.</p><p>Due. Il Superbonus non si &#232; ripagato da solo, ha fatto regressivit&#224; attenuata ma reale, e come politica climatica ha toccato il 4% degli edifici residenziali a 261 mila euro l'uno. &#200; un disastro economico documentato dai documenti delle istituzioni. Non da me.</p><p>Tre. La procedura non l'abbiamo presa per colpa del Superbonus. L'abbiamo presa perch&#233; abbiamo tenuto deficit primari da anni Settanta in piena espansione mentre Grecia e Portogallo, partiti peggio di noi, oggi hanno il segno pi&#249; davanti al saldo. Il Superbonus &#232; la tessera pi&#249; vistosa del mosaico, &#232; quella che per dimensione brucia gli occhi. Senza Superbonus, oggi saremmo sotto il 3. Per&#242; resteremmo lontanissimi da Grecia e Portogallo. E il problema &#232; l&#224;.</p><p>L'ossessione mediatica sul decimale di deficit fa perdere di vista l'unica metrica che conta davvero per la sostenibilit&#224;: r meno g, tasso di interesse medio sul debito meno tasso di crescita nominale. Quando r &#232; maggiore di g il rapporto debito-PIL aumenta automaticamente, palla di neve. Quando g &#232; maggiore di r, anche con un deficit sopra il 3 per cento, il rapporto debito-PIL pu&#242; scendere. Il 3,073 contro il 2,99 &#232; una mezza foglia di fico per non guardare la luna. La luna &#232; la crescita. E in Italia non cresce niente.</p><p>Se questa storia ce la raccontiamo come &#171;tutta colpa del Superbonus dei Cinque Stelle&#187;, il prossimo governo, di qualunque colore, scriver&#224; il prossimo bonus, di qualunque colore, e torner&#224; a essere &#171;non colpa nostra&#187;. Se invece la raccontiamo per quel che &#232;, una politica fiscale procyclical, bipartisan, che vota proroghe quando &#232; al governo e si scandalizza quando &#232; all'opposizione, allora sappiamo cosa cambiare.</p><h2>Fonti e dashboard</h2><ul><li><p><strong><a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/superbonus-procedura-edp/">Dashboard interattiva &#171;Superbonus e procedura EDP&#187;</a></strong> con tutti i grafici e le tabelle citate nell'articolo</p></li><li><p><a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/government-finance-statistics">Eurostat, notifica annuale EDP 22/04/2026</a></p></li><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/">OCPI Cottarelli e Pench, 24/04/2026</a>, tre chiarimenti sulla permanenza dell'Italia nella procedura</p></li><li><p><a href="https://www.consilium.europa.eu/it/policies/excessive-deficit-procedure/">Consiglio Europeo, scheda procedura per disavanzi eccessivi</a></p></li><li><p><a href="https://www.upbilancio.it/">Ufficio Parlamentare di Bilancio</a>, memoria DL 39/2024, Rapporto politica bilancio 2025, audizioni 2020-2023</p></li><li><p><a href="https://www.camera.it/temiap/">Camera dei Deputati, OFP Dossier 04 Superbonus, maggio 2024</a>, tabelle 1.1-1.2 impatto deficit/debito 2020-2036</p></li><li><p><a href="https://www.bancaditalia.it/">Banca d'Italia</a>, memoria 22/04/2024 sul Superbonus, audizione Tommasino 29/03/2023, QEF 845/2024</p></li><li><p><a href="https://www.efficienzaenergetica.enea.it/">ENEA, monitoraggio Superbonus al 31/03/2026</a></p></li><li><p><a href="https://www.corteconti.it/">Corte dei conti, Relazione PNRR 2024</a></p></li><li><p><a href="https://pagellapolitica.it/">Pagella Politica, &#171;Quanta responsabilit&#224; ha Italia Viva sul Superbonus&#187;</a></p></li><li><p><a href="https://phastidio.net/2026/04/23/lultimo-decimale-nella-bara-italiana/">Mario Seminerio, Phastidio.net 23/04/2026</a></p></li><li><p><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/04/24/news/lincredibile-autogol-del-governo-sul-deficit--287257">Il Foglio 24/04/2026, &#171;L'incredibile autogol del governo sul deficit&#187;</a></p></li></ul><div><hr></div><p style="text-align: center;"><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p style="text-align: center;">Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p style="text-align: center;"><strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">&#128276; Iscriviti al canale YouTube</a></strong></p><p style="text-align: center;"><strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">&#11088; Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p style="text-align: center;"><a href="https://umbertobertonelli.it">&#127760; umbertobertonelli.it</a></p><p style="text-align: center;"><a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">&#128231; info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Revisione PIL ISTAT: perche le prime stime sono sempre troppo basse]]></title><description><![CDATA[Tra prima edizione e quinta, il PIL nominale italiano cresce in media dell'1,7%]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/revisione-pil-istat-perche-le-prime</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/revisione-pil-istat-perche-le-prime</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 25 Apr 2026 09:30:33 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/e1b1bf53-37eb-40b0-910e-7c550c42d4c9_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando ISTAT pubblica la prima stima del PIL, i telegiornali aprono con quel numero. Tre anni dopo quel numero e un altro, sistematicamente pi&#249; alto. Sul periodo 2014-2022 la quinta edizione supera la prima stima in media dell'1,4% sul PIL nominale, e con la revisione quinquennale il gap sale a 1,7%. Non succede per caso: succede quasi sempre, e la direzione della revisione e nota in anticipo.</p><h2>Cinque edizioni, cinque numeri diversi</h2><p>ISTAT non pubblica la stima del PIL una volta sola. Per ogni anno di calendario produce almeno cinque edizioni successive, ciascuna con una base informativa piu ricca della precedente. La prima esce a pochi mesi di distanza, quando molti dati fiscali e di bilancio d'impresa non sono ancora disponibili. La quinta arriva dopo piu di tre anni. A queste si aggiungono, ogni quinquennio, le revisioni coordinate europee che riassorbono cambi metodologici e nuove classificazioni.</p><p>L'<strong>Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani</strong> dell'Universit&#224; Cattolica ha quantificato il fenomeno in un lavoro di Gianmaria Olmastroni del 9 ottobre 2025. Sul periodo 2014-2022 la direzione della revisione e inequivocabile: la stima finale del PIL reale supera quella iniziale in media dello 0,9%, e il tasso di crescita reale viene rivisto al rialzo di 0,5 punti percentuali in media rispetto alla prima pubblicazione.</p><p></p><p style="text-align: center;"><strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo e un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p style="text-align: center;"></p><h2>Il biennio 2021-2022: la sottostima esplode</h2><p>Il dato medio nasconde una spaccatura netta. Nel periodo 2014-2020, prima del Covid, la sottostima del PIL nominale era contenuta allo 0,8%, con tassi di crescita rivisti solo di 0,2 punti percentuali. Errore piccolo, gestibile. Nel biennio 2021-2022, durante il rimbalzo post-Covid, il PIL nominale risulta sottostimato del 3,6% e la crescita reale viene rivista di 1,4 punti percentuali. Non e un errore. E una distorsione massiccia.</p><p>Il pattern e coerente con quanto Riccardo Trezzi, economista ed ex Federal Reserve, segnala da anni. Quando l'economia accelera in fasi di transizione rapida, gli indicatori che ISTAT usa per la stima preliminare (soprattutto quelli dal lato dell'offerta, ancora di piu nei servizi) arrivano in ritardo. Il risultato e una fotografia sottodimensionata che nessuno sospetta finche non esce la revisione tre anni dopo.</p><h2>Il collo di bottiglia dei servizi</h2><p>Innocenzo Cipolletta e Sergio De Nardis, in un lavoro citato dall'Osservatorio CPI, identificano nel settore servizi la causa dominante della sottostima. ISTAT nella prima stima usa indicatori di offerta (indici di fatturato, produzione industriale, occupazione nei servizi) che catturano bene la manifattura ma in ritardo i comparti piu dinamici dei servizi: digitale, turismo esperienziale, professioni intellettuali.</p><p>Trezzi ha sviluppato lo stesso argomento declinandolo sul divario fra PIL misurato dal lato produzione (GDP) e PIL misurato dal lato dei redditi (GDI). Quando la discrepanza fra i due lati si allarga in modo persistente, la prima stima quasi sempre si corregge al rialzo in seguito. Le soluzioni metodologiche circolano da tempo (aumentare il peso degli indicatori di domanda, integrare dati transazionali dei pagamenti digitali) ma nessuna e ancora operativa.</p><h2>Perche conta: deficit, debito, politiche</h2><p>Una revisione al rialzo del PIL nominale ha effetti meccanici su tutte le grandezze che lo hanno al denominatore. La revisione coordinata di settembre 2024 ha corretto al rialzo il livello del PIL nominale lungo l'intera serie storica: risultato, il <strong>rapporto debito/PIL e sceso automaticamente</strong> di decimali non banali, senza che il governo avesse varato alcuna riforma fiscale.</p><p>Il rovescio della medaglia e che la stessa revisione ha abbassato la crescita reale 2023 da +0,9% a +0,7% e rivisto al ribasso la prima parte del 2024. Piu PIL nominale come livello, meno dinamica reale: un rebus narrativo che il dibattito pubblico tende a semplificare nella direzione comoda al momento.</p><h2>Il caso del deficit 2025 al 3,1%</h2><p>Nel 2026 il tema e tornato ad avere rilevanza politica. Il rapporto deficit/PIL 2025 validato da Eurostat e al 3,1% (in un intervallo effettivo fra 3,04% e 3,05%, arrotondato per eccesso). A separare l'Italia dall'uscita dalla procedura di infrazione bastano ventitre milioni di euro, lo 0,001% del PIL.</p><p>Se la prima stima ISTAT del 2025 seguir&#224; il pattern storico degli ultimi nove anni, fra tre edizioni quel 3,1% sar&#224; probabilmente rivisto al ribasso. Troppo tardi per l'uscita dalla procedura, abbastanza per confermare che la fotografia su cui si e discusso del Documento di Finanza Pubblica 2026 era sfocata in partenza. Le decisioni sul PNRR, sulla riforma fiscale del 2022-2023, sui margini di manovra di bilancio sono state prese leggendo un PIL che nel frattempo era cresciuto tre punti e mezzo in piu di quanto si pensasse.</p><h2>Non e manipolazione, e un problema metodologico</h2><p>Il punto non e se ISTAT manipola i dati. Non lo fa. Il punto e un altro: un sistema che sistematicamente sottostima la crescita in fasi di ripresa, e poi corregge al rialzo a posteriori, produce decisioni di politica economica allineate alla realta? Oppure consegna al decisore pubblico una fotografia scaduta di cio che sta succedendo mentre succede?</p><p>Non e nemmeno un problema solo italiano. Le stesse critiche si sono viste per la prima stima BEA del PIL USA nel primo trimestre 2025, pubblicato a -0,3% annualizzato e successivamente rivisto. La differenza e che in Italia l'intensita della sottostima e piu alta, il peso politico del decimale sul deficit e piu grande, e la finestra di attenzione pubblica sulla revisione successiva e piu stretta.</p><h2>Dashboard interattiva</h2><p>Sul sito ho costruito una dashboard navigabile con tutti i grafici delle revisioni per edizione, il confronto fra i due sottoperiodi e i KPI aggregati: <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/revisione-pil-istat/">https://www.umbertobertonelli.it/macro/revisione-pil-istat/</a></p><h2>Fonti</h2><ul><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-i-primi-dati-istat-sottostimano-sistematicamente-il-pil">Osservatorio CPI Cattolica, Olmastroni, "I primi dati Istat sottostimano sistematicamente il Pil", 9 ottobre 2025</a></p></li><li><p><a href="https://lavoce.info/archives/107719/le-importazioni-il-pil-e-gli-errori-di-misurazione/">Trezzi e Monacelli, "Le importazioni, il Pil e gli errori di misurazione", lavoce.info, 2025</a></p></li><li><p><a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/09/Conti-economici-nazionali-Anni-2023-2024.pdf">ISTAT, Conti economici nazionali, anni 2023-2024, settembre 2025</a></p></li><li><p><a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/03/PIL-E-INDEBITAMENTO-AP_Anni-2023-2025.pdf">ISTAT, PIL e indebitamento AP, anni 2023-2025, marzo 2026</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti e piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo pezzo e tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong></p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> &#8212; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Renzi contro Vannacci a Pulp Podcast: quattro punti in cui nessuno dei due dice tutta la verità]]></title><description><![CDATA[Fact-check del confronto su immigrazione, Ucraina, sicurezza urbana, energia. Dati sostanzialmente corretti, montaggio strumentale.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/renzi-contro-vannacci-a-pulp-podcast</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/renzi-contro-vannacci-a-pulp-podcast</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Wed, 22 Apr 2026 04:45:56 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/4b42289a-97cb-4c0a-9bbc-efa13bbd45a5_1280x720.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Matteo Renzi e Roberto Vannacci, un'ora e mezza di confronto su Pulp Podcast. Sui quattro temi caldi del 2026 (immigrazione, guerra in Ucraina, sicurezza urbana, energia) entrambi citano numeri. Quasi tutti corretti. Il problema non sono i dati: &#232; l'ordine con cui vengono messi in fila. La tesi di questo pezzo &#232; semplice: entrambi scelgono il fotogramma che fa comodo, entrambi lo fanno perch&#233; funziona, e il cittadino resta con due verit&#224; opposte costruite sugli stessi numeri.</p><p style="text-align: center;"><strong>&#127916; Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">Renzi contro Vannacci: chi mente sui numeri? Fact-check del confronto</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; sul canale EconomiaItalia. </em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto DrElegantia! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><h2>Nucleo 1. Immigrazione e rimpatri: il numeratore e il denominatore</h2><p>Vannacci attacca: "con il vostro governo ci sono meno rimpatri che col nostro". Renzi replica che i dati di Piantedosi sono stati smentiti da Eurostat. Entrambi dicono una parte di verit&#224;, entrambi la scelgono con cura.</p><p>Partiamo dal numeratore. Il Dossier Viminale Ferragosto 2025 dice che nel 2024 il governo Meloni ha rimpatriato 5.414 migranti, pi&#249; 14% rispetto ai 4.751 del 2023. Nei primi sette mesi del 2025 siamo a 3.463, pi&#249; 12% sull'anno prima. La crescita &#232; reale. Ma la serie storica &#232; spietata: il massimo &#232; del 2019, con 6.531 rimpatri forzati, sotto il governo Conte I e con la gestione Salvini al Viminale. Nel triennio 2017-2019 la media mensile oscillava fra 533 e 544. Nel 2024 siamo a 451 al mese, nel 2025 a 495. Ancora sotto il picco. Fonte: <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/numeri-rimpatri-migranti-governo-meloni">Pagella Politica, "Il governo Meloni rimpatria ancora meno migranti del passato"</a>, su dati Ministero dell'Interno e Garante Nazionale. Vannacci quindi ha torto sulla direzione della freccia: i rimpatri del centrodestra Renzi-Gentiloni erano pi&#249; alti, non pi&#249; bassi.</p><p>Poi c'&#232; il denominatore, ed &#232; dove Renzi si taglia da solo. Il record storico degli sbarchi non &#232; del 2023 di Meloni (158 mila), &#232; del 2016 di Renzi: 181.436 arrivi, massimo di sempre. Al Senato, nel marzo 2024, Renzi ha scelto di citare come termine di paragone il 2015 (153 mila), tacendo sul 2016. Non &#232; una dimenticanza: &#232; una selezione. Fonte: <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/renzi-record-sbarchi-migranti">Pagella Politica, "Renzi dimentica che c'era lui al governo con il record degli sbarchi"</a>.</p><p>Se si fa il rapporto fra rimpatri e sbarchi anno per anno il quadro si riequilibra. Nel 2016 Renzi rimpatriava circa il 3% di chi arrivava, nel 2024 Meloni rimpatria fra il 5% e l'8% a seconda del denominatore scelto. Ratio pi&#249; alto, numeratore pi&#249; basso. Renzi rimpatriava di pi&#249; in assoluto perch&#233; gli arrivi erano il triplo e la macchina aveva pi&#249; "bacino". Meloni rimpatria proporzionalmente di pi&#249; perch&#233; gli arrivi sono crollati. Nessuno dei due mente: nessuno dei due riconosce che, sulla metrica dell'altro, l'altro ha ragione.</p><p>La serie storica completa di sbarchi e rimpatri dal 2013 al 2026, con il rapporto rimpatri su sbarchi anno per anno, le rotte Frontex verso l'UE (Mediterraneo centrale, Balcani occidentali, Mediterraneo orientale, Atlantica, Mediterraneo occidentale) e lo stock di stranieri residenti nei Paesi UE diviso per cittadinanza UE vs extra-UE, sono tutte visualizzate nella <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/sbarchi-rimpatri/">dashboard pubblica sbarchi e rimpatri</a> di questo sito. &#200; lo strumento di verifica indipendente che manca nel dibattito: aperto, aggiornato al Cruscotto del Ministero dell'Interno e al Dossier Viminale, senza cherry-picking.</p><p style="text-align: center;"><strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br> Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>Il pulsante &#232; qui sotto. </em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Nucleo 2. Ucraina: la cronologia che non si pu&#242; aggirare</h2><p>Vannacci, nel podcast, sostiene che "l'invasione della Russia nei confronti dell'Ucraina non inizia nel 2022, ma &#232; il risultato di un decennio di manovre contro la Russia". &#200; una tesi storica precisa, e si pu&#242; verificare riga per riga.</p><p>La rivoluzione di Maidan non &#232; stata un'operazione organizzata dagli Stati Uniti. &#200; stata una protesta popolare spontanea iniziata il 21 novembre 2013, detonata dalla decisione di Viktor Janukovyc di non firmare l'Accordo di Associazione con l'Unione Europea, in trattativa da due anni. Le proteste durano mesi, cadono sotto il fuoco dei cecchini, a febbraio 2014 Janukovyc fugge. Subito dopo Putin manda truppe senza insegne in Crimea. A marzo 2014 la Russia annette la Crimea. Ad aprile gruppi armati filo-russi prendono il controllo di parti del Donbass. Non lo dice questo pezzo: lo dicono l'atto di annessione firmato da Putin, le indagini dell'OSCE, la risoluzione 68/262 dell'Assemblea Generale ONU del 27 marzo 2014, votata contro la Russia. Fonte: <a href="https://lavoce.info/archives/93761/cosi-il-diritto-internazionale-condanna-la-guerra-in-ucraina/">Gasbarri, "Cos&#236; il diritto internazionale condanna la guerra in Ucraina", Lavoce.info</a>.</p><p>Il "decennio di manovre contro la Russia" &#232;, per la parte che riguarda i fatti, la cronaca dell'unica cosa successa al rovescio: dal 2014 in poi l'Ucraina &#232; stata invasa dalla Russia, prima in versione ibrida, poi in versione totale nel febbraio 2022. Sui negoziati di Istanbul del marzo 2022, ISPI ricorda che i colloqui ci sono stati davvero, ma l'idea che "la guerra sarebbe finita allora" resta un controfattuale politico, non un fatto verificabile. Fonte: <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-ruolo-della-turchia-come-mediatore-tra-lucraina-e-la-russia-214376">ISPI, "Il ruolo della Turchia come mediatore fra l'Ucraina e la Russia"</a>.</p><h2>Nucleo 3. Il 50% di Vannacci e il caso Massa di Renzi</h2><p>Renzi attacca la destra sul suo terreno: il caso Bongiorni. Giacomo Bongiorni, 47 anni, aggredito a Massa l'11 aprile 2026, morto nei giorni successivi. Cinque indagati: due maggiorenni rumeni e tre minorenni, fra cui un diciassettenne italiano nato da genitori albanesi indicato come autore del pugno fatale. Sindaco della Lega, presidente del Consiglio Meloni, ministro dell'Interno Piantedosi. Fonte: <a href="https://tg24.sky.it/cronaca/2026/04/14/omicidio-giacomo-bongiorni-indagini-news">Sky TG24, 14 aprile 2026</a>. Renzi non inventa nulla.</p><p>Vannacci risponde con un dato secco: "il 50% dei furti e delle rapine &#232; commesso da immigrati". Il dato, arrotondato, &#232; sostanzialmente corretto. Il rapporto 2023 del Ministero dell'Interno indica che gli stranieri sono il 45,5% dei denunciati per furto e il 47,3% per rapina nel 2022. Fonte: <a href="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2023-05/la_criminalita-_tra_realta_e_percezione.pdf">Ministero dell'Interno, "La criminalit&#224;: tra realt&#224; e percezione"</a>.</p><p>Appena si guarda al denominatore il quadro cambia. Gli stranieri residenti sono l'8,5% della popolazione, ma il tasso di denuncia per 100 abitanti &#232; 1,14 per gli italiani contro circa 5,1 per gli stranieri nel complesso. Se separiamo regolari e irregolari, il gap collassa quasi tutto sulla componente clandestina: stranieri regolari circa 1,5 volte il tasso italiano (in linea, una volta corretto per et&#224; e sesso), stranieri irregolari circa 30 volte. Gli studi Barbagli-Pinotti indicano moltiplicatori di 52 per il furto e 31 per la rapina fra irregolari e italiani. Il "50%" non misura una propensione al reato degli immigrati: misura l'effetto dell'irregolarit&#224;. Fonte: <a href="https://lavoce.info/archives/98009/immigrati-criminalita-un-legame-smentito-dai-dati/">Lavoce.info, "Immigrati-criminalit&#224;, un legame smentito dai dati"</a>; <a href="https://www.welforum.it/gli-stranieri-delinquono-di-piu/">Welforum, "Gli stranieri delinquono di pi&#249;?"</a>. Tutte le visualizzazioni (moltiplicatori per tipo di reato, serie storica del decoupling immigrazione-criminalit&#224; 2004-2024, piramide demografica italiani vs stranieri per sesso e classe di et&#224;) sono consultabili nella sezione "Criminalit&#224; per cittadinanza" della <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/sbarchi-rimpatri/">dashboard sbarchi e rimpatri</a>.</p><p>Ci sono poi due numeri che nessuno dei due cita. Primo: le vittime di reati violenti in Italia sono passate da 2,4 ogni 100 abitanti nel 2016 a 1,3 nel 2023. Quasi dimezzate. Fonte: <a href="https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/sdgs/2023/goal16.pdf">ISTAT, Rapporto SDGs 2023, Goal 16</a>. Secondo: nel 2024 il Viminale registra un pi&#249; 1,7% nei delitti denunciati, con rapine tornate a 28.000 casi (livelli 2017-2018) e minori denunciati pi&#249; 30% sul pre-Covid. La percezione di insicurezza &#232; salita al 26,6% delle famiglie nel 2024. Sul lungo periodo il paese &#232; pi&#249; sicuro di dieci anni fa, sul breve rimbalza. Nessuno dei due contendenti si fa carico di questa frattura. Ed &#232; esattamente in quella frattura che si vincono le elezioni.</p><h2>Nucleo 4. Energia: dipendenze di flusso e dipendenze di stock</h2><p>Vannacci definisce le rinnovabili "una bufala" e sostiene che le biomasse sono "il pi&#249; grande combustibile autarchico" che l'Italia abbia. Aggiunge che la Cina controlla il 70% delle terre rare e che l'80% dell'energia mondiale viene ancora dai fossili. Renzi risponde rivendicando il cambio di strategia di Eni sotto Descalzi, la diversificazione verso Algeria, Azerbaijan e LNG americano, e alza il dito su Hormuz.</p><p>Vannacci ha ragione sui dati di cornice. I combustibili fossili coprono ancora circa l'80% dell'energia primaria globale nel 2024. Fonte: <a href="https://ourworldindata.org/energy-mix">Our World in Data, "Energy Mix"</a>. Il controllo cinese sulla filiera dei materiali critici &#232; reale, anzi superiore al 70%: Bruegel segnala quote oltre l'85% sulla raffinazione. Fonte: <a href="https://www.bruegel.org/analysis/eus-dependence-imported-critical-raw-materials">Bruegel, "The EU dependence on foreign imports"</a>.</p><p>Da queste premesse Vannacci tira per&#242; una conclusione che non segue dai dati: "le rinnovabili sono una bufala". &#200; un salto logico, non un fatto. La distinzione che nessuno dei due contendenti fa esplicita, e che &#232; il cuore di questo nucleo, &#232; fra dipendenza di flusso e dipendenza di stock. Il gas crea una dipendenza di flusso: ogni inverno devi continuare a comprare molecole, e ogni giorno sei esposto a shock di prezzo, sanzioni, interruzioni. Pannelli solari, turbine, reti creano una dipendenza di stock: il nodo &#232; chi controlla l'industria iniziale e la raffinazione dei materiali, e si gestisce con stoccaggi, riciclo, diversificazione e politica industriale. Sostituire una dipendenza di flusso con una di stock non &#232; una "bufala", &#232; un cambio di geometria del rischio. Fonte: <a href="https://www.sustainabilitybynumbers.com/p/low-carbon-minerals">Hannah Ritchie, "Minerals vs. fossil fuels", Sustainability by Numbers</a>.</p><p>Sulle biomasse "autarchiche", il generale canta fuori dalle righe. Il potenziale realistico del biometano italiano, secondo Consorzio Italiano Biogas e Snam, &#232; fra 8 e 15 miliardi di metri cubi al 2050. I consumi italiani di gas naturale oggi sono circa 60 miliardi di metri cubi. Al meglio, il biometano copre un quarto del fabbisogno a met&#224; secolo: un pezzo del mix, non la scorciatoia. Fonte: <a href="https://www.cib-biogas.it/">Consorzio Italiano Biogas</a>.</p><p>Renzi ha invece ragione sulla diversificazione. L'Algeria via TransMed &#232; il primo fornitore europeo di gas via condotta (oltre 17% nel 2025), l'Azerbaijan alimenta la rotta Caspio-Puglia via TAP, i rigassificatori di Piombino e Ravenna sono attivi, gli Stati Uniti sono diventati il primo esportatore di LNG verso l'UE (56% delle importazioni via nave nel 2025). Ha anche ragione a mettere sul tavolo Hormuz: circa un quarto del GNL italiano arriva dal Qatar e passa da quello stretto. Se il corridoio si chiude, i rigassificatori servono a met&#224;. Fonti: <a href="https://www.acer.europa.eu/">ACER, European wholesale gas markets</a>; <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lo-stretto-di-hormuz-e-la-sicurezza-energetica-italiana">ISPI, "Lo stretto di Hormuz e la sicurezza energetica italiana"</a>. La formula corretta, a memoria del cittadino, non &#232; "autarchia totale" e non &#232; "il solito passo indietro". &#200; "minore vulnerabilit&#224; esterna". Si misura in stoccaggi, terawattora di rinnovabili installati ogni anno, domanda tagliata con efficienza, materiali critici riciclati, fornitori di GNL diversificati, ripartenza dell&#8217;industria nucleare. Nessuno dei due contendenti, nel podcast, porta sul tavolo questa lista.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://pagellapolitica.it/articoli/numeri-rimpatri-migranti-governo-meloni">Pagella Politica, "Il governo Meloni rimpatria ancora meno migranti del passato"</a></p></li><li><p><a href="https://pagellapolitica.it/articoli/renzi-record-sbarchi-migranti">Pagella Politica, "Renzi dimentica che c'era lui al governo con il record degli sbarchi"</a></p></li><li><p><a href="https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati">Ministero dell'Interno, Cruscotto statistico giornaliero sbarchi</a></p></li><li><p><a href="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2023-05/la_criminalita-_tra_realta_e_percezione.pdf">Ministero dell'Interno, "La criminalit&#224;: tra realt&#224; e percezione"</a></p></li><li><p><a href="https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/sdgs/2023/goal16.pdf">ISTAT, Rapporto SDGs 2023, Goal 16 (vittime reati violenti)</a></p></li><li><p><a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/11/Report_Percezione-della-sicurezza_2022-23.pdf">ISTAT, Percezione della sicurezza 2022-23</a></p></li><li><p><a href="https://lavoce.info/archives/98009/immigrati-criminalita-un-legame-smentito-dai-dati/">Lavoce.info, "Immigrati-criminalit&#224;, un legame smentito dai dati"</a></p></li><li><p><a href="https://lavoce.info/archives/93761/cosi-il-diritto-internazionale-condanna-la-guerra-in-ucraina/">Gasbarri, "Cos&#236; il diritto internazionale condanna la guerra in Ucraina", Lavoce.info</a></p></li><li><p><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-ruolo-della-turchia-come-mediatore-tra-lucraina-e-la-russia-214376">ISPI, negoziati Turchia 2022</a></p></li><li><p><a href="https://ourworldindata.org/energy-mix">Our World in Data, "Energy Mix" (quota fossili 80%)</a></p></li><li><p><a href="https://www.bruegel.org/analysis/eus-dependence-imported-critical-raw-materials">Bruegel, dipendenza UE da materiali critici</a></p></li><li><p><a href="https://www.sustainabilitybynumbers.com/p/low-carbon-minerals">Ritchie, "Minerals vs. fossil fuels", Sustainability by Numbers</a></p></li><li><p><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lo-stretto-di-hormuz-e-la-sicurezza-energetica-italiana">ISPI, Hormuz e sicurezza energetica italiana</a></p></li><li><p><a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/sbarchi-rimpatri/">Dashboard sbarchi e rimpatri 2013-2026 (EconomiaItalia)</a>: dashboard interattiva con serie storiche sbarchi 2013-2026, rimpatri 2014-2025, rotte Frontex UE, stranieri residenti UE top 10 + Italia (split UE/extra-UE), criminalit&#224; per cittadinanza</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>&#128236; Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong></p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a></p><p><a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto DrElegantia! 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Cosa dicono davvero i dati]]></title><description><![CDATA[Un reel virale sostiene tre cose: gli immigrati abbassano i salari, distruggono la coesione sociale, e le pensioni se le pagheranno gli italiani da soli.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/salari-bassi-colpa-degli-immigrati</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/salari-bassi-colpa-degli-immigrati</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 18 Apr 2026 09:41:48 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/4cf349e6-9cfe-42ef-9b6e-b5511a3cd3e4_1674x939.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un reel virale sostiene tre cose: gli immigrati abbassano i salari, distruggono la coesione sociale, e le pensioni se le pagheranno gli italiani da soli. Tre tesi forti, accompagnate da grafici, citazioni di studi e una bella dose di indignazione. Il problema &#232; che, andando a leggere i documenti originali, ci si accorge che molti pezzi non tornano. Vediamo perch&#233;.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://youtu.be/3Ei4i3Ayt0s">Salari bassi: colpa degli immigrati?</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>Il grafico che non dice quello che vorrebbero</h2><p>Il punto di partenza del reel &#232; un grafico mostrato a sostegno della tesi che gli immigrati farebbero scendere i salari. Quando si va a cercare la fonte originale, si scopre che si tratta di un articolo del Bureau of Labor Statistics americano, pubblicato nel 2011 sulla Monthly Labor Review, che analizza la rappresentanza sindacale dei lavoratori immigrati negli Stati Uniti.</p><p>Gi&#224; qui ci sono due problemi. Primo: il grafico non misura i salari. Misura il numero di lavoratori immigrati con stipendio fisso (circa 18 milioni nel 2010) confrontato con quello dei lavoratori nativi (circa 104 milioni). &#200; un dato sulla composizione della forza lavoro, non sul livello delle retribuzioni. Secondo: si tratta di dati statunitensi, in un contesto economico, demografico e di mercato del lavoro completamente diverso da quello italiano.</p><p>Quando si parla di lavoro e salari italiani, i confronti sensati sono con la Spagna o la Francia, non con gli Stati Uniti. Il salto logico tra &#8220;ecco un grafico USA del 2011 sui sindacati&#8221; e &#8220;ecco perch&#233; in Italia i salari sono bassi&#8221; non lo fa il grafico: lo fa chi commenta sopra il grafico.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p style="text-align: center;"></p><h2>Le pensioni le pagano davvero gli immigrati?</h2><p>Il reel sostiene che la sinistra abbia raccontato per anni la favola degli immigrati come salvatori del sistema pensionistico. Su questo punto bisogna dare ragione: quel racconto &#232; effettivamente stato fatto, ed &#232; altrettanto distante dai documenti originali quanto le tesi del reel.</p><p>Cosa dice davvero la Ragioneria Generale dello Stato negli scenari di medio-lungo periodo del sistema pensionistico? Che l&#8217;apporto migratorio &#232; considerato in linea generale positivo. In nessun punto del documento, per&#242;, si argomenta che la maggiore immigrazione sia condizione sufficiente a portare il sistema in equilibrio. &#200; un fattore tra molti.</p><p>Per sostenere la spesa pensionistica servirebbe, secondo l&#8217;analisi dell&#8217;Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, una crescita della produttivit&#224;, maggiore occupazione. Quest&#8217;ultimo punto &#232; fortemente collegato alla forza lavoro, e di conseguenza al numero di persone attive. Questo comporta che un fattore preponderante sia il saldo migratorio che pu&#242; essere contrastato attraverso una riduzione dell&#8217;emigrazione dei giovani italiani verso altri paesi e un aumento degli immigrati. C&#8217;&#232; anche il tema della natalit&#224; che pu&#242; incidere, ma parliamo di effetti di medio-lungo termine, in quanto non ci dividiamo per gemmazione. Sono tutti fattori che farebbero crescere il PIL e quindi la sostenibilit&#224; del sistema.</p><h2>Pi&#249; immigrati, pi&#249; disoccupazione giovanile? Il grafico che non torna</h2><p>Veniamo al cuore della tesi del reel: gli immigrati toglierebbero lavoro ai giovani italiani. Vediamo se l&#8217;argomento regge a un controllo empirico minimo.</p><p>I residenti stranieri in Italia, secondo i dati OCPI, sono passati da poco meno di 1,5 milioni nel 2000 a circa 5,5 milioni nel 2024. Una crescita di oltre tre volte e mezzo in 24 anni. Se la tesi fosse vera, in questo stesso arco di tempo dovremmo vedere una crescita altrettanto marcata della disoccupazione giovanile.</p><p>Cosa &#232; successo invece? Il tasso di disoccupazione 15-24 anni in Italia, secondo Trading Economics, &#232; in trend decrescente da diversi anni e ha recentemente toccato i minimi storici. L&#8217;occupazione nella fascia 20-29 anni &#232; passata da circa il 40% nel 2015 a circa il 49% nel 2024. Resta un dato basso nel confronto europeo, sia chiaro, ma il movimento &#232; in direzione opposta a quella che la tesi del reel prevederebbe.</p><p>Qui serve una precisazione tecnica importante: disoccupazione e occupazione non sono l&#8217;una il complemento dell&#8217;altra. Il tasso di disoccupazione misura quante persone, tra chi cerca attivamente lavoro, non lo trova. Il tasso di occupazione misura quante persone, tra il totale della popolazione di una certa fascia d&#8217;et&#224;, lavorano. Sono due indicatori diversi che possono muoversi anche in modo non simmetrico, soprattutto in presenza di NEET (giovani che n&#233; lavorano n&#233; studiano n&#233; cercano lavoro). Ma in entrambi i casi, i dati italiani non confermano la correlazione che il reel suggerisce.</p><h2>Il decreto flussi e il dato che cambia tutto</h2><p>Il reel cita il decreto flussi e il numero di 500.000 ingressi previsti nei prossimi 3 anni. La cifra &#232; grossomodo corretta sulla carta. Quello che il reel non dice &#232; cosa succede a quei numeri quando si confrontano con la realt&#224; operativa.</p><p>L&#8217;indagine di Ero Straniero sul monitoraggio dei flussi 2025 mostra che solo il 7,8% delle quote di ingresso stabilite dal governo si &#232; effettivamente trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili. Nel 2023 era il 13%. Per i flussi legati ai click day di dicembre 2023, dopo un anno dalla misura, sono stati rilasciati complessivamente 37.000 visti, pari al 50,8% dei nulla osta concessi (74.000).</p><p>Il meccanismo si inceppa soprattutto al momento dell&#8217;ingresso in Italia, nella fase che coinvolge le rappresentanze diplomatiche nei paesi d&#8217;origine. Risultato: molti lavoratori, pur avendo un nulla osta, non riescono a completare l&#8217;iter, e se il rapporto di lavoro si interrompe prima della conclusione della procedura, finiscono per perdere ogni possibilit&#224; di regolarizzazione, scivolando nel sommerso.</p><p>C&#8217;&#232; poi un dato ancora pi&#249; importante per il dibattito: come emerge dal report, una parte rilevante dei lavoratori che entrano in Italia tramite il decreto flussi era in realt&#224; gi&#224; presente sul territorio italiano. Il decreto, in molti casi, regolarizza posizioni esistenti pi&#249; che importare nuova manodopera. Il che indebolisce molto la tesi della &#8220;concorrenza sleale&#8221; tra lavoratori importati e lavoratori italiani.</p><h2>L&#8217;effetto sui salari: cosa dice davvero la ricerca</h2><p>Veniamo alla domanda chiave: l&#8217;immigrazione abbassa i salari dei lavoratori italiani?</p><p>Lo studio italiano pi&#249; recente che ho trovato sulla questione, va a guardare la distribuzione dei salari (non solo la media). Il risultato &#232; interessante: l&#8217;impatto complessivo sul salario medio e mediano dei nativi &#232; positivo, mentre risulta negativo per il 20&#176; percentile della distribuzione. Tradotto: i lavoratori italiani con i salari pi&#249; bassi possono effettivamente subire un effetto negativo dalla concorrenza dei lavoratori immigrati, mentre la fascia media e medio-alta tende a guadagnarci o a non risentirne.</p><p>La risposta, quindi, non &#232; &#8220;s&#236;&#8221; o &#8220;no&#8221;. &#200; &#8220;dipende da chi guardi nella distribuzione&#8221;. E questa &#232; esattamente la sfumatura che si perde nei reel di 90 secondi.</p><p>A livello internazionale, una meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Working Paper CEPS ha messo insieme 88 studi pubblicati tra il 1985 e il 2023 sull&#8217;effetto dell&#8217;immigrazione sui salari dei nativi. Il risultato medio &#232; prossimo a zero. Effetto medio prossimo a zero non vuol dire &#8220;nessun effetto su nessuno&#8221;: vuol dire che gli effetti positivi e negativi tendono a compensarsi nell&#8217;aggregato. Ed &#232; esattamente il motivo per cui guardare le distribuzioni, come fa lo studio italiano, &#232; pi&#249; informativo che guardare le medie.</p><h2>Il caso H1B: vale per gli USA, non per l&#8217;Italia</h2><p>Il reel cita il programma H1B americano come prova che l&#8217;immigrazione qualificata abbassa i salari. Lo scandalo &#232; reale, ed &#232; ben documentato. L&#8217;Economic Policy Institute ha mostrato come due grandi societ&#224; di outsourcing IT con sede in India, Infosys e Tata Consulting Services, abbiano usato sistematicamente il programma H1B per sostituire lavoratori americani con lavoratori stranieri pagati molto meno. Pratica che, come documenta un secondo report EPI, si &#232; poi diffusa anche ad altre aziende del settore tech.</p><p>Tutto vero. Solo che l&#8217;argomento ha poco a che fare con il mercato del lavoro italiano. Stiamo parlando di un settore (tech) in cui in Italia abbiamo una presenza marginale, di un meccanismo di importazione di lavoratori altamente qualificati con salari nell&#8217;ordine dei 120-130mila dollari, e di un sistema di visti che semplicemente non esiste nel nostro ordinamento.</p><p>L&#8217;Italia ha un problema di salari stagnanti, ma la causa principale, come ha documentato Banca d&#8217;Italia in vari studi, &#232; la bassa produttivit&#224; del nostro sistema produttivo. Puntiamo da decenni su settori a basso valore aggiunto, e i salari ne riflettono la marginalit&#224;. Importare lo schema esplicativo dell&#8217;H1B in questo contesto significa risolvere un problema italiano con strumenti analitici pensati per un altro paese, un altro settore, un&#8217;altra economia.</p><h2>Quindi, di chi &#232; la colpa dei salari bassi?</h2><p>Il punto di arrivo &#232; meno spettacolare di quello del reel, ma pi&#249; aderente ai dati. L&#8217;immigrazione in Italia non &#232; la causa dei salari bassi: per la maggior parte dei lavoratori italiani, l&#8217;effetto &#232; nullo o positivo, e a livello aggregato la meta-analisi internazionale conferma che gli effetti tendono a compensarsi.</p><p>Allo stesso tempo, l&#8217;immigrazione non &#232; la salvezza miracolosa del sistema pensionistico, come si &#232; raccontato per anni dall&#8217;altra parte del dibattito. &#200; un fattore tra molti, importante ma non risolutivo, in un quadro in cui senza crescita della produttivit&#224; e dell&#8217;occupazione il sistema rimane comunque sotto pressione.</p><p>Il vero nodo dei salari italiani sta da un&#8217;altra parte: nella struttura produttiva del paese, nei settori a basso valore aggiunto su cui ci siamo specializzati, nella crescita della produttivit&#224; che da decenni non decolla. Sono problemi pi&#249; difficili da spiegare in 90 secondi di reel verticale, e probabilmente &#232; anche per questo che si preferisce raccontare la storia pi&#249; semplice. Ma chi legge dati, e non titoli, dovrebbe sapere che le storie semplici sono quasi sempre quelle sbagliate.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.ismu.org/wp-content/uploads/2026/02/31_Rapporto-ISMU_2025_Web.pdf">31&#176; Rapporto ISMU 2025</a> sull&#8217;immigrazione in Italia</p></li><li><p><a href="https://erostraniero.it/wp-content/uploads/2025/02/MonitoraggioFlussi2025.pdf">Ero Straniero, Monitoraggio Flussi 2025</a> sui dati del decreto flussi e dei click day</p></li><li><p><a href="https://ideas.repec.org/p/cii/cepidt/2025-07.html">CEPII Working Paper 2025-07</a> sull&#8217;effetto dell&#8217;immigrazione sulla distribuzione dei salari dei nativi in Italia</p></li><li><p><a href="https://statistiques.public.lu/dam-assets/catalogue-publications/working-papers-CEPS/2014/working-paper-ceps-05-14-EN.pdf">CEPS Working Paper</a> meta-analisi internazionale sull&#8217;effetto dell&#8217;immigrazione sui salari</p></li><li><p><a href="https://www.epi.org/publication/new-evidence-widespread-wage-theft-in-the-h-1b-program/">Economic Policy Institute</a> sulle violazioni salariali nel programma H1B americano</p></li><li><p><a href="https://www.epi.org/blog/new-data-infosys-tata-abuse-h-1b-program/">Economic Policy Institute</a> sui dati relativi a Infosys e Tata Consulting Services nel programma H1B</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il 2% NATO e i dodici miliardi che nessuno ha speso]]></title><description><![CDATA[Venticinquemila soldati fantasma, la voce 'altro' al 30%, e il metodo Crosetto per raggiungere un obiettivo senza spendere un euro in pi&#249;.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-2-nato-e-i-dodici-miliardi-che</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-2-nato-e-i-dodici-miliardi-che</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Thu, 16 Apr 2026 04:44:34 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/bfe76a69-b5b4-4205-8666-b7b51e380202_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h2>il giorno in cui tutti raggiunsero il 2%</h2><p>Nel 2025 l'Italia ha aumentato la spesa militare dichiarata alla NATO di quasi 12 miliardi di euro. In un solo anno. Un balzo del 36%, senza precedenti nella storia recente del bilancio della difesa. Eppure nessuno ha votato una legge per stanziare quei soldi, nessun concorso ha arruolato nuovi soldati, nessun contratto per nuove navi o aerei &#232; stato reso pubblico.</p><p>Dodici miliardi di euro sono una cifra considerevole: pi&#249; dell'intero bilancio del Ministero della Giustizia, per intenderci. Dove sono finiti? La risposta, come vedremo, &#232; tanto semplice quanto imbarazzante: da nessuna parte. Non sono stati spesi. Sono stati "trovati", il che &#232; cosa assai diversa.</p><p>Il Rapporto annuale del Segretario Generale della NATO, pubblicato a marzo 2026, indica per l'Italia una spesa di 45.325 milioni di euro nel 2025, contro i 33.402 milioni del 2024. Il rapporto spesa/PIL ha cos&#236; superato la soglia del 2%. Per la prima volta nella storia dell'Alleanza, tutti i Paesi membri hanno raggiunto l'obiettivo. Tutti. Contemporaneamente. Dopo anni di fallimenti sistematici. Chi abbia un minimo di dimestichezza con le dinamiche di bilancio di trenta Paesi diversi trover&#224; la coincidenza, diciamo cos&#236;, statisticamente improbabile.</p><p style="text-align: center;">&#127916;<strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">Il 2% della difesa: un trucco contabile con la bandiera NATO</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>l'arte di contare ci&#242; che gi&#224; esiste</h2><p>L'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell'Universit&#224; Cattolica (OCPI), diretto da Giampaolo Galli, ha analizzato la composizione di quell'aumento, e il risultato &#232; istruttivo. Nella nota di novembre 2025, l'incremento di 12,5 miliardi era attribuito per il 62% alla voce "altro" e per il 36% agli armamenti. Nei dati aggiornati di marzo 2026 la composizione &#232; gi&#224; cambiata: 38% "altro", 35% personale, 24% armamenti.</p><p>Fermiamoci un momento su questo punto, perch&#233; &#232; rivelatore. La composizione di un aumento gi&#224; dichiarato viene rivista radicalmente nel giro di pochi mesi. Non stiamo parlando di aggiustamenti marginali: la voce "personale" passa dallo 0% al 35% del totale. O cambia il denominatore, o cambia la metodologia di classificazione, o (ipotesi pi&#249; generosa) qualcuno stava ancora decidendo in quale colonna mettere i numeri. In tutti e tre i casi, non &#232; esattamente il segno di un processo contabile rigoroso.</p><h2>venticinquemila soldati che nessuno ha arruolato</h2><p>La voce personale merita un'attenzione particolare. I dati NATO indicano che i militari italiani sarebbero passati da 173.000 nel 2024 a 198.000 nel 2025: venticinquemila unit&#224; in pi&#249;. Un numero enorme, che in qualsiasi Paese normale implicherebbe concorsi pubblici, piani di addestramento, infrastrutture logistiche, discussioni parlamentari.</p><p>Problema: come rileva puntualmente l'OCPI, questo aumento "non &#232; contemplato n&#233; dalla Legge di Bilancio per il 2025 n&#233; dal Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa per il triennio 2025-2027." Il Parlamento non ha votato 25.000 nuovi soldati. Non ci sono stati concorsi, arruolamenti, caserme aperte. Niente di niente.</p><p>La spiegazione pi&#249; probabile &#232; anche la pi&#249; prosaica: si tratta di personale gi&#224; in servizio presso corpi come la Guardia di Finanza e le Capitanerie di Porto, che prima non erano conteggiati come forze armate e che sono stati "riclassificati" nella definizione NATO. Non un soldato in pi&#249;. Non un fucile in pi&#249;. Solo un'etichetta diversa su un foglio Excel. Il contributo italiano alla difesa collettiva dell'Alleanza resta identico a ieri, ma il numero sul rapporto del Segretario Generale &#232; pi&#249; bello. Missione compiuta, verrebbe da dire.</p><p style="text-align: center;">&#128236;<strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, spesa pubblica. Niente spam, solo contenuti.<br>&#128071;<em>Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>la voce "altro", ovvero il metodo crosetto</h2><p>La voce "altro" nella spesa militare italiana dichiarata alla NATO &#232; passata dal rappresentare storicamente il 12% del totale al 30% nel 2025. Non si tratta di una nuova categoria di spesa: sono voci che esistevano gi&#224;, finanziate con altri capitoli, e che sono state semplicemente spostate nella colonna giusta (o sbagliata, a seconda dei punti di vista).</p><p>Il ministro Crosetto, in audizione parlamentare nel luglio 2025, lo ha detto con una franchezza che sarebbe ammirevole se non fosse preoccupante. Ha dichiarato di aver raggiunto il 2% "aumentando il focus militare su forza, capacit&#224; e ambiti che finora non avevamo calcolato, quindi Guardia di finanza, Capitanerie, spazio e cyber."</p><p>Leggiamo bene, perch&#233; le parole contano: "ambiti che finora non avevamo calcolato." Non "ambiti su cui abbiamo investito di pi&#249;." Non "nuove capacit&#224; che abbiamo sviluppato." Ambiti che abbiamo iniziato a contare. Come ha scritto efficacemente Il Foglio il 27 marzo 2026: "una cosa &#232; spendere di pi&#249; per la difesa, e un'altra &#232; ridefinire cosa conta come difesa."</p><p>In un'altra occasione, Crosetto ha raggiunto vette ancora pi&#249; cristalline: "abbiamo raggiunto il 2% trasmettendo i nostri dati di bilancio alla NATO, certificando questo raggiungimento." Non dice che l'Italia ha speso di pi&#249;. Non dice che le forze armate sono pi&#249; forti. Dice che ha trasmesso i dati in un certo modo. Si potrebbe obiettare che almeno &#232; onesto, il che lo pone in una categoria tutta sua nel panorama politico italiano.</p><h2>il vero problema: quaranta miliardi che nessuno sa dove trovare</h2><p>Se il trucco contabile del 2% fosse solo una questione di cosmetica statistica, potremmo archiviarla nella categoria "italianate" e passare oltre. Ma il problema &#232; che questo trucco ha conseguenze strategiche reali, e piuttosto serie.</p><p>Al vertice NATO dell'Aia del giugno 2025, il nuovo obiettivo fissato &#232; il 5% del PIL entro il 2035, di cui il 3,5% in spesa militare vera e propria. Per l'Italia, un punto di PIL vale circa 21 miliardi di euro. Il 3,5% significherebbe circa 73 miliardi all'anno in spesa militare, rispetto ai 32 miliardi attuali del bilancio reale del Ministero della Difesa (quello vero, non quello "allargato" con le riclassificazioni creative).</p><p>Il divario &#232; di circa 40 miliardi l'anno. Per dare un ordine di grandezza: &#232; quasi quanto l'Italia spende per l'intero sistema scolastico. Non esistono margini fiscali per finanziarli senza tagli significativi ad altre voci, aumento del debito, o aumento della pressione fiscale. Il governo non ha ancora detto nulla di credibile su come colmare quel divario, impegnato com'&#232; a celebrare il 2% appena "raggiunto."</p><p>Qui sta il danno vero dell'operazione contabile: avendo dichiarato di aver raggiunto il primo obiettivo senza spendere un euro in pi&#249;, l'Italia si &#232; privata dell'urgenza politica necessaria per avviare una discussione seria su quanto e come investire nella difesa. Perch&#233; discutere di scelte dolorose quando puoi spostare la Guardia Costiera da una colonna all'altra?</p><h2>la discussione che questo paese continua a non fare</h2><p>L'Europa del 2026 ha bisogno di parlare seriamente di difesa. La guerra in Ucraina ha dimostrato che le capacit&#224; militari europee erano sottodimensionate. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha mostrato quanto siano fragili le rotte commerciali su cui si reggono le nostre economie. L'incertezza sulla postura americana rende evidente che l'Europa dovr&#224; fare molto di pi&#249; per la propria sicurezza.</p><p>Ma questa discussione non pu&#242; partire da un'illusione contabile. Quanto l'Italia debba spendere per la difesa, e come, &#232; una domanda seria che va bilanciata con un debito al 140% del PIL, una sanit&#224; sottofinanziata, e un sistema pensionistico che assorbe oltre il 15% del PIL. Sono scelte politiche vere, che richiedono trasparenza sui numeri di partenza.</p><p>L'OCPI ha chiesto ripetutamente quali siano i criteri adottati per la riclassificazione. Nessuno ha risposto. Il Ministero della Difesa non ha pubblicato un documento che spieghi la metodologia. Il Parlamento non ha discusso una legge che stanziasse le risorse. Il governo ha comunicato un risultato senza spiegare come ci &#232; arrivato. &#200;, nel senso pi&#249; tecnico del termine, un esercizio di comunicazione politica privo di contenuto sostanziale.</p><p>Se il punto di partenza &#232; un 2% costruito spostando la Guardia Costiera da una colonna all'altra di un foglio Excel, il punto di arrivo sar&#224; altrettanto solido. Ovvero: per niente. E quando arriver&#224; il conto vero del 5%, non ci saranno abbastanza colonne da spostare.</p><h2>fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_49198.htm">Rapporto annuale del Segretario Generale NATO, marzo 2026</a></p></li><li><p><a href="https://osfrancescocottarelli.it">OCPI, Nota sulla spesa militare italiana, novembre 2025 e aggiornamento marzo 2026</a></p></li><li><p><a href="https://www.camera.it">Audizione ministro Crosetto, Commissione Difesa della Camera, luglio 2025</a></p></li><li><p><a href="https://www.ilfoglio.it">Il Foglio, "Ridefinire cosa conta come difesa", 27 marzo 2026</a></p></li><li><p><a href="https://umbertobertonelli.it/spesa-pubblica">Dashboard spesa pubblica italiana</a>, dati interattivi su umbertobertonelli.it</p></li></ul><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube<a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073;<strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong>per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039;<strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760;<a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231;<a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[700 miliardi di dollari per una tecnologia che il 90% delle imprese non sa usare: anatomia della bolla AI]]></title><description><![CDATA[Nel 2026, quattro aziende americane spenderanno pi&#249; soldi in data center e chip di quanto l&#8217;intero settore privato statunitense abbia speso in conto capitale nel 2025.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/700-miliardi-di-dollari-per-una-tecnologia</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/700-miliardi-di-dollari-per-una-tecnologia</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 11 Apr 2026 06:01:48 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/a2e1d15f-1f3f-49d7-b82a-3c66e1ce0c45_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2026, quattro aziende americane spenderanno pi&#249; soldi in data center e chip di quanto l&#8217;intero settore privato statunitense abbia speso in conto capitale nel 2025. Il numero &#232; 700 miliardi di dollari. E il 90% delle imprese che usano l&#8217;intelligenza artificiale dichiara di non aver visto alcun impatto sulla produttivit&#224;. Questi due fatti, messi uno accanto all&#8217;altro, raccontano una storia che vale la pena di capire.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://www.youtube.com/watch?v=gZexdSqyytE">L&#8217;Intelligenza Artificiale &#232; una bolla? Cosa dicono i dati!</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>Una bolla &#232; tale solo se sai come &#232; finanziata</h2><p>Il termine &#8220;bolla&#8221; viene usato con una disinvoltura che farebbe rabbrividire qualsiasi storico della finanza. Non tutti i rialzi di prezzo sono bolle, e non tutte le bolle fanno gli stessi danni. La distinzione cruciale la traccia un paper del CEPR (Centre for Economic Policy Research) firmato da J&#243;n Danielsson e Robert Macrae: ci&#242; che conta non &#232; se i prezzi sono &#8220;troppo alti&#8221;, ma come la corsa al rialzo viene finanziata.</p><p>Se una bolla &#232; finanziata da equity (capitali di rischio), quando scoppia distrugge i portafogli degli investitori ma non contagia le banche e l&#8217;economia reale. L&#8217;infrastruttura resta. Dopo la bolla delle ferrovie dell&#8217;Ottocento, il mondo si ritrov&#242; con migliaia di chilometri di binari. Dopo la bolla dot-com, ci ritrovammo con un&#8217;infrastruttura internet senza precedenti, e da quelle ceneri emersero Google, Amazon, Facebook.</p><p>Il problema nasce quando la bolla viene alimentata dal credito bancario. In quel caso, le perdite si trasmettono alle banche, il credito si contrae, e si rischia una crisi sistemica: &#232; quello che accadde nel 2008 con i mutui subprime.</p><p>Danielsson e Macrae nel 2025 scrivevano che la bolla AI era ancora prevalentemente finanziata da equity. Ma aggiungevano un avvertimento che merita di essere citato per esteso: &#8220;la situazione sta cambiando. Le aziende AI si affidano sempre pi&#249; al debito. Quando i prestiti bancari entrano nel ciclo di finanziamento, la bolla AI cessa di essere affare solo degli investitori e diventa una preoccupazione di politica pubblica.&#8221; Ecco, quel &#8220;sta cambiando&#8221; nel 2026 si &#232; materializzato.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>I numeri: $700 miliardi e la cassa che si prosciuga</h2><p>Amazon ha annunciato 200 miliardi di capex per il 2026 (il consenso degli analisti era 147: sorpresa). Alphabet raddoppia a 175-185 miliardi. Meta sale a 115-135 miliardi. Microsoft si attesta intorno a 145 miliardi. Se ci aggiungiamo Oracle e xAI di Musk, superiamo i 700 miliardi complessivi. Per dare un ordine di grandezza: &#232; pi&#249; del PIL della Svezia. Bloomberg scrive che si tratta di &#8220;un boom senza paralleli in questo secolo&#8221;.</p><p>Ma il dato veramente allarmante &#232; un altro. Questi investimenti stanno divorando il cash flow delle aziende pi&#249; profittevoli del pianeta. Amazon, secondo Morgan Stanley, avr&#224; un free cash flow negativo tra i 17 e i 28 miliardi nel 2026. Alphabet potrebbe vedere il proprio FCF crollare del 90%, da 73 miliardi a 8. Bank of America stima che il capex AI potrebbe assorbire il 94% del flusso di cassa operativo degli hyperscaler entro fine anno, contro il 76% del 2024. Nel solo 2025, le grandi tech hanno emesso oltre 121 miliardi di dollari in obbligazioni per finanziare le proprie infrastrutture AI.</p><p>La transizione dal capitale proprio al debito &#232; in corso. Morgan Stanley proietta la spesa globale in data center verso i 3 trilioni di dollari nel quadriennio 2025-2028, di cui circa la met&#224; coperta da private credit.</p><h2>Il debito AI ha lo stesso rischio delle azioni (dice l&#8217;OCSE)</h2><p>Un dato dell&#8217;OCSE, ripreso dall&#8217;Osservatorio sui Conti Pubblici di Cottarelli, merita tutta l&#8217;attenzione possibile. Il Global Debt Report 2026 mostra che nove societ&#224; High Tech (Alphabet, Meta, Oracle, Amazon, IBM, Apple, Tencent, Alibaba, Microsoft) rappresentano da sole il 5% delle emissioni obbligazionarie private globali. Tra il 2026 e il 2030, queste nove aziende investiranno complessivamente 4,1 trilioni di dollari in data center: pi&#249; dell&#8217;intero capex annuale del settore privato americano, che nel 2025 si &#232; fermato a 3 trilioni.</p><p>Ma il punto pi&#249; importante &#232; tecnico e devastante: l&#8217;OCSE nota che il debito emesso per finanziare gli investimenti AI ha un profilo di rischio molto simile a quello azionario. Il rimborso dipende interamente dal successo commerciale dell&#8217;AI. E le garanzie sui prestiti sindacati usati per costruire i data center sono i data center stessi, il cui valore futuro dipende, a sua volta, dal successo dell&#8217;AI. Se l&#8217;AI delude, sia il debitore che la garanzia perdono valore contemporaneamente. &#200; la stessa correlazione tossica dei mutui subprime: il mutuatario non paga, la casa si svaluta, la garanzia non vale pi&#249; nulla. Solo che al posto delle case ci sono i data center.</p><h2>Il carosello dei soldi</h2><p>C&#8217;&#232; poi un aspetto che rende questa bolla particolarmente opaca: il finanziamento circolare. Nvidia investe in OpenAI. OpenAI usa quei soldi per comprare GPU da Nvidia. Nvidia registra le vendite come fatturato. Il fatturato fa salire il titolo. Il titolo giustifica ulteriori investimenti. Lo stesso denaro compare in bilanci diversi, creando l&#8217;illusione di una domanda pi&#249; ampia del reale.</p><p>Nvidia detiene il 7% di CoreWeave, una societ&#224; di cloud AI che nel 2025 operava con perdite di 1,2 miliardi. Nvidia ha firmato un accordo da 6,3 miliardi per comprare capacit&#224; data center invenduta da CoreWeave fino al 2032, pi&#249; un investimento aggiuntivo da 2 miliardi. Come ha osservato Andy Wu di Harvard Business School, in alcuni casi Nvidia sta effettivamente pagando i propri clienti per comprare i suoi prodotti.</p><p>Microsoft detiene il 27% di OpenAI e ha impegnato 250 miliardi in cloud computing per OpenAI fino al 2032. OpenAI ha comprato miliardi in hardware da AMD, diventando uno dei suoi maggiori azionisti. Il quadro &#232; quello di un ecosistema chiuso in cui gli stessi dollari rimbalzano da un bilancio all&#8217;altro. Gli analisti hanno paragonato queste pratiche non alla truffa Enron, ma al vendor financing di Cisco nella fase terminale della bolla dot-com.</p><h2>Il 90% che non vede nulla (e il paradosso di Solow)</h2><p>A febbraio 2026 il National Bureau of Economic Research ha pubblicato il paper &#8220;Firm Data on AI&#8221; (Working Paper 34836), firmato tra gli altri da Nicholas Bloom di Stanford, basato su quasi 6.000 top executive in USA, UK, Germania e Australia. Il 69% delle imprese dichiara di usare l&#8217;AI. Il 90% di queste riporta zero impatto sulla produttivit&#224; o sull&#8217;occupazione negli ultimi tre anni. I top executive la usano in media un&#8217;ora e mezza a settimana. Un quarto di loro non la usa affatto.</p><p>Uno studio del MIT (agosto 2025) aveva gi&#224; trovato che il 95% dei progetti di AI generativa non produceva alcun ritorno. La Global CEO Survey di PwC conferma: solo il 12% dei CEO dichiara benefici congiunti su ricavi e costi, il 56% non ha visto alcun beneficio finanziario.</p><p>C&#8217;&#232; un nome per questo fenomeno: paradosso di Solow. Negli anni &#8216;80, Robert Solow osserv&#242; che &#8220;si vedono i computer ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttivit&#224;.&#8221; Quel paradosso si risolse circa un decennio dopo. La domanda &#232;: l&#8217;AI seguir&#224; lo stesso percorso? Forse. Ma i computer degli anni &#8216;80 non erano finanziati con 700 miliardi di dollari di debito all&#8217;anno.</p><h2>L&#8217;AI non licenzia i vostri genitori. Smette di assumere i vostri figli.</h2><p>Il dato NBER sulla produttivit&#224; racconta per&#242; solo met&#224; della storia. Se si guarda al mercato del lavoro, l&#8217;impatto c&#8217;&#232;, ed &#232; concentrato sui giovani. Goldman Sachs ha trovato che tra i lavoratori 22-25 anni nelle occupazioni esposte all&#8217;AI, l&#8217;occupazione &#232; calata del 6-16% tra fine 2022 e met&#224; 2025. Tra i giovani sviluppatori software il calo sfiora il 20%. Revelio Labs documenta un calo del 35% nelle offerte di lavoro entry-level da gennaio 2023.</p><p>Il paper di Anthropic (marzo 2026), basato sui dati reali di utilizzo del modello Claude, conferma: le assunzioni di giovani 22-25 anni nelle occupazioni pi&#249; esposte stanno rallentando del 14%. Per gli over 25, nessun effetto misurabile. Lo studio di Hui, Reshef e Zhou su Upwork mostra l&#8217;impatto nel freelancing: dopo ChatGPT, i freelancer di writing hanno perso il 5,2% dei guadagni; dopo DALL-E e Midjourney, i designer il 9,4%.</p><p>Come ha scritto la Harvard Business Review a gennaio 2026, le aziende &#8220;licenziano sulla base del potenziale dell&#8217;AI, non delle sue prestazioni effettive.&#8221; JPMorgan ha detto ai manager di non assumere dove l&#8217;AI pu&#242; coprire. Salesforce dice che l&#8217;AI fa gi&#224; il 50% del carico di lavoro. &#200; un comportamento anticipatorio: si taglia oggi il costo del lavoro sulla base di quello che si crede l&#8217;AI far&#224; domani.</p><h2>La contabilit&#224; creativa delle GPU</h2><p>Michael Burry, quello del &#8220;Big Short&#8221;, ha posizioni ribassiste per 1,1 miliardi di dollari nozionali contro il settore AI (documenti 13-F alla SEC, Q3 2025). Di questi, 187 milioni in opzioni put su Nvidia e 912 milioni su Palantir, che al momento della scommessa veniva scambiata a un multiplo degli utili di 280.</p><p>La sua tesi non &#232; solo &#8220;i prezzi sono troppo alti&#8221;. &#200; pi&#249; sottile: le aziende AI ammortizzano le GPU su orizzonti temporali molto pi&#249; lunghi della loro reale vita utile. Microsoft e Oracle: sei anni. Meta: 11-12 anni. Una GPU di fascia alta diventa obsoleta in uno-tre anni. La differenza gonfia gli utili del 10-14%, secondo le stime degli analisti. Quando quei server andranno sostituiti prima di essere svalutati a bilancio, arriveranno svalutazioni repentine che eroderanno il patrimonio netto in un colpo solo.</p><h2>OpenAI: 1.400 miliardi di impegni, 20 di ricavi, 8 di perdite</h2><p>OpenAI ha impegni di spesa per 1.400 miliardi di dollari in infrastrutture AI. I ricavi nel 2025 erano circa 20 miliardi. Le perdite operative vicine a 8 miliardi. Deutsche Bank stima perdite cumulate di 140 miliardi tra 2024 e 2029, con rischio di esaurimento della liquidit&#224; entro met&#224; 2027 senza ricapitalizzazioni.</p><p>Sam Altman dice che se OpenAI fallisse &#8220;dovrebbe fallire, cos&#236; funziona il capitalismo.&#8221; Nobile sentimento. Ma OpenAI &#232; diventata sistemica: se cade lei, cadono Microsoft, Oracle, AMD, e una catena di fornitori e investitori. Il capitalismo di Altman funziona quando a fallire &#232; il chiosco dei panini, non quando a fallire &#232; un&#8217;azienda con impegni finanziari superiori al PIL della Spagna.</p><p>Come scrive Mario Seminerio su Phastidio, il rischio vero non &#232; che l&#8217;AI sia una truffa. Il rischio &#232; che &#8220;l&#8217;AI generativa non porti all&#8217;AI generale, e che non ci sia causalit&#224; diretta tra volume di investimenti ed evoluzione della tecnologia.&#8221; Puoi spendere quanto vuoi, ma se l&#8217;architettura tecnica non scala, non scala.</p><h2>Il fattore energia (che nessuno aveva previsto)</h2><p>C&#8217;&#232; un ultimo pezzo del puzzle. I data center AI sono mostri energivori, e nel 2026 lo shock energetico da guerra in Iran ha fatto esplodere i costi. Goldman Sachs riporta un aumento del 6,9% dei prezzi dell&#8217;elettricit&#224; USA, pi&#249; del doppio dell&#8217;inflazione complessiva, trainato in parte dalla domanda dei data center. Le banche d&#8217;affari prevedono che i data center assorbiranno il 40% della crescita dell&#8217;intera domanda elettrica americana nel decennio.</p><p>In Europa &#232; peggio. In Italia il gas fissa il prezzo dell&#8217;elettricit&#224; nell&#8217;89% delle ore (contro il 15% della Spagna). Il prezzo atteso per il Q2 2026 &#232; circa 130 euro per megawattora, il doppio della Francia. I costi operativi e quelli di capitale stanno divergendo simultaneamente nella direzione sbagliata.</p><h2>Quindi, &#232; una bolla?</h2><p>La risposta onesta &#232; che non lo sappiamo ancora. Ma sappiamo alcune cose. La spesa &#232; senza precedenti. La transizione verso il debito &#232; in corso. Gli schemi di finanziamento circolare gonfiano fatturati e valutazioni. Il 90% delle imprese non vede impatto sulla produttivit&#224;, ma i giovani colletti bianchi stanno gi&#224; perdendo posti di lavoro. Lo shock energetico fa lievitare i costi operativi. E la contabilit&#224; delle GPU crea un&#8217;illusione di profittabilit&#224; che ha una data di scadenza.</p><p>Come ci ricorda Noah Smith, il punto non &#232; se la tecnologia funziona, ma se funziona abbastanza in fretta da ripagare i debiti. Le ferrovie funzionavano. Internet funzionava. Eppure entrambi attraversarono bust devastanti prima di mantenere le loro promesse. Se l&#8217;AI seguir&#224; lo stesso percorso, le infrastrutture resteranno. Ma il &#8220;qualcosa di utile&#8221; &#232; una magra consolazione per chi ci avr&#224; rimesso i risparmi.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://finance.yahoo.com/news/big-tech-spend-650-billion-012716850.html">Bloomberg: Big Tech to Spend $650 Billion in 2026</a></p></li><li><p><a href="https://www.cnbc.com/2026/02/06/google-microsoft-meta-amazon-ai-cash.html">CNBC: Tech AI spending approaches $700 billion</a></p></li><li><p><a href="https://cepr.org/voxeu/columns/ai-bubbles-and-crashes">CEPR: Danielsson &amp; Macrae, Of AI Bubbles and Crashes (2025)</a></p></li><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-i-nuovi-rischi-sul-debito-globale-pubblico-e-privato">OCPI Cottarelli: I nuovi rischi sul debito globale (OCSE Global Debt Report 2026)</a></p></li><li><p><a href="https://www.nber.org/papers/w34836">NBER Working Paper 34836: Bloom et al., Firm Data on AI (2026)</a></p></li><li><p><a href="https://www.anthropic.com/research/labor-market-impacts">Anthropic: Labor market impacts of AI (marzo 2026)</a></p></li><li><p><a href="https://ssrn.com/abstract=4527336">Hui, Reshef &amp; Zhou: Short-term effects of generative AI on employment (Upwork)</a></p></li><li><p><a href="https://hbr.org/2026/01/companies-are-laying-off-workers-because-of-ais-potential-not-its-performance">HBR: Companies Are Laying Off Workers Because of AI&#8217;s Potential</a></p></li><li><p><a href="https://phastidio.net/2025/11/12/investimenti-ai-contribuenti-a-rischio/">Phastidio: Investimenti AI, contribuenti a rischio</a></p></li><li><p><a href="https://www.noahpinion.blog/p/americas-future-could-hinge-on-whether">Noah Smith: America&#8217;s future could hinge on whether AI is a bubble</a></p></li><li><p><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/AI_bubble">Wikipedia: AI Bubble (timeline circular financing)</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'UE ha una strategia per la giustizia intergenerazionale. Peccato che non sia una strategia]]></title><description><![CDATA[Il 5 marzo 2026 la Commissione europea ha annunciato di aver trovato la chiave per risolvere gli squilibri tra generazioni in Europa.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/lue-ha-una-strategia-per-la-giustizia</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/lue-ha-una-strategia-per-la-giustizia</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 11:30:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/14a6c052-ea0c-47f2-8f15-c58bf6ea4e5a_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 5 marzo 2026 la Commissione europea ha annunciato di aver trovato la chiave per risolvere gli squilibri tra generazioni in Europa. La chiave &#232; un indice, un toolkit, uno Youth Check e una serie di forum. Se vi sembra poco, &#232; perch&#233; lo &#232;.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Per il contesto italiano sul tema pensioni e generazioni, vedi il video:</strong><br><a href="https://youtu.be/6PHLeao9bWc">Le PENSIONI mi hanno ROTTO il PYTHON: non si possono toccare, sono diritti ACQUISITI!</a></p><h2>Cosa dice la proposta del 5 marzo</h2><p>La Commissione ha adottato una comunicazione non legislativa intitolata alla &#8220;giustizia intergenerazionale&#8221;. Tradotto: un documento che non crea diritti, non impone vincoli agli Stati membri, non sposta risorse e non risolve alcun conflitto distributivo. &#200; una strategia nel senso pi&#249; eterea del termine, il tipo di testo che a Bruxelles si produce con una certa perizia artigianale.</p><p>Al centro del pacchetto ci sono alcuni strumenti dal nome suggestivo. Un <strong>Intergenerational Fairness Index</strong>, che dovrebbe misurare gli squilibri tra generazioni. Uno <strong>Youth Check</strong>, ovvero una verifica dell&#8217;impatto delle nuove politiche sui giovani. Un toolkit di <strong>&#8220;future literacy&#8221;</strong>, per insegnare alle amministrazioni a pensare al lungo periodo. E poi forum sulla demografia, panel di cittadini, dialoghi intergenerazionali, iniziative partecipative. La Commissione stessa descrive questi strumenti come mezzi per &#8220;identify opportunities and gaps&#8221; e &#8220;inform policy decisions&#8221;. Tradotto dal burocratese: supporto analitico. Non leve di cambiamento.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Misurare non &#232; governare</h2><p>L&#8217;idea di costruire un indice che fotografi le disuguaglianze tra generazioni non &#232;, di per s&#233;, stupida. Il problema &#232; scambiarla per una politica. Un indice pu&#242; descrivere il fatto che i contribuenti sotto i 40 anni finanziano un sistema pensionistico progettato quando il rapporto tra attivi e pensionati era il doppio di quello attuale. Pu&#242; quantificare il divario di ricchezza patrimoniale tra chi ha comprato casa negli anni Ottanta e chi oggi non pu&#242; permettersi un bilocale. Pu&#242; persino misurare quanto della spesa pubblica europea sia age-related e quanto vada a beneficio di chi ha gi&#224; accumulato.</p><p>Ma descrivere non &#232; correggere. E c&#8217;&#232; un rischio classico, ben noto a chiunque abbia frequentato il circuito delle istituzioni europee: trasformare un conflitto politico in un esercizio da consulenti. Si produce un indicatore elegante, lo si presenta a un convegno, lo si inserisce in un rapporto annuale, e il conflitto distributivo sottostante resta esattamente dov&#8217;era. Con una dashboard in pi&#249; e una riforma in meno.</p><p>Nel caso italiano, i numeri li conosciamo gi&#224;. Secondo i dati INPS, la spesa pensionistica italiana supera i 300 miliardi di euro annui, oltre il 16% del PIL, ed &#232; la voce di gran lunga pi&#249; rigida del bilancio pubblico. Il tasso di sostituzione lordo per i lavoratori entrati dopo la riforma Dini (1995) &#232; strutturalmente pi&#249; basso di quello dei pensionati retributivi. I contributi versati dai lavoratori attivi oggi finanziano prestazioni calcolate con regole pi&#249; generose di quelle che si applicheranno a loro. Questo non &#232; un mistero da svelare con un nuovo indice: &#232; un dato di fatto che ogni governo conosce e nessuno tocca, perch&#233; i pensionati votano e i trentenni precari no.</p><h2>Il catalogo universale</h2><p>C&#8217;&#232; poi un vizio strutturale del documento che merita una nota a parte. Nel testo della Commissione finiscono dentro, tutti insieme: demografia, cambiamento climatico, intelligenza artificiale, mercato del lavoro, housing, sport, partecipazione civica, territori rurali, cultura, agricoltura, oceani e persino lo spazio. Quando una strategia pretende di essere la chiave interpretativa di ogni politica pubblica esistente, smette di essere una strategia e diventa una cornice retorica onnivora.</p><p>Il meccanismo &#232; noto: se tutto &#232; &#8220;intergenerational fairness&#8221;, allora nulla &#232; davvero prioritario. E questo, lungi dall&#8217;essere un difetto, &#232; esattamente il punto. Mettere tutto dentro abbassa il costo politico del consenso. Nessuno pu&#242; essere contro la giustizia tra generazioni, cos&#236; come nessuno pu&#242; essere contro la pace nel mondo o il benessere dei bambini. Ma proprio perch&#233; il consenso &#232; a costo zero, il valore operativo del testo &#232; prossimo allo zero. Una strategia che non scontenta nessuno, per definizione, non sta facendo niente.</p><h2>Il cuore che manca: chi perde cosa</h2><p>La giustizia tra generazioni in Europa oggi ha un nome e un cognome. Si chiama pensioni, debito pubblico, prezzi delle case, dualismo insider/outsider nel mercato del lavoro, spesa pubblica rigida, tassazione che grava sul lavoro dipendente giovane pi&#249; che sulle rendite accumulate.</p><p>Sono conflitti distributivi reali, dove qualcuno guadagna e qualcuno perde. E la domanda che una strategia seria dovrebbe porsi non &#232; &#8220;come misurare meglio gli squilibri&#8221; (lo sappiamo gi&#224; fare) ma &#8220;chi paga il costo della correzione&#8221;. La risposta &#232; scomoda, e proprio per questo la Commissione la evita con cura quasi artistica.</p><p>In Italia, per esempio, una vera politica intergenerazionale richiederebbe di ricalcolare con il metodo contributivo le pensioni liquidate con il retributivo, eliminando il privilegio implicito di chi &#232; andato in pensione con regole pi&#249; generose dei contributi versati. Richiederebbe di vincolare la spesa age-related a regole di sostenibilit&#224; che impediscano di scaricare il costo dell&#8217;invecchiamento sui contribuenti futuri. Richiederebbe di rivedere un mercato del lavoro che protegge chi &#232; dentro e scarica tutta la flessibilit&#224; su chi &#232; fuori, con il risultato che a 30 anni si &#232; ancora precari e a 60 si &#232; inamovibili. Chi vuole approfondire il caso italiano pu&#242; partire dai dati: la <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/dashboard-pensioni/">dashboard sulle pensioni italiane</a> mostra con chiarezza cosa significano questi numeri nella pratica.</p><p>Nulla di tutto questo appare nel documento della Commissione. Non una parola sui trade-off pensionistici. Non un cenno al fatto che la protezione dei &#8220;diritti acquisiti&#8221; &#232;, di fatto, la protezione degli squilibri esistenti. Non un accenno al conflitto tra elettori presenti (organizzati, numerosi, votanti) e contribuenti futuri (dispersi, giovani, spesso assenti dalle urne). La proposta non dice chi perde cosa. Dice che bisogna &#8220;tenerli presenti meglio&#8221;. Il che, tradotto dal linguaggio commissariale, significa esattamente una cosa: evitare accuratamente di scegliere.</p><p>Pensare alle generazioni future ha senso. Ma per non essere fumo, una strategia del genere dovrebbe tradursi in vincoli reali su debito, pensioni e spesa age-related, oppure in regole che rendano politicamente costoso scaricare oneri sui non rappresentati. Dal documento del 5 marzo 2026 siamo molto, molto lontani da quel livello. La Commissione ha prodotto un sermone. Il problema aspetta ancora una politica.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_535">Commissione europea, Comunicazione sulla giustizia intergenerazionale, 5 marzo 2026</a></p></li><li><p>&#128202; <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/dashboard-pensioni/">Dashboard pensioni italiane</a> &#8212; dati interattivi su spesa pensionistica, tassi di sostituzione e squilibri generazionali</p></li><li><p><a href="https://youtu.be/6PHLeao9bWc">Video: Le pensioni mi hanno rotto il Python (EconomiaItalia)</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Netflix deve restituire soldi agli italiani, ma non perché li ha truffati]]></title><description><![CDATA[Il 1&#176; aprile 2026 il Tribunale di Roma ha dichiarato nulle alcune clausole contrattuali di Netflix Italia e stabilito che gli aumenti di prezzo applicati dal 2017 al 2024 sono illegittimi e &#8220;passibili di ripetizione&#8221;.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/netflix-deve-restituire-soldi-agli</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/netflix-deve-restituire-soldi-agli</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 04 Apr 2026 12:07:45 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/44e8a9c8-9756-4157-94e4-2d5d8ac04d02_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 1&#176; aprile 2026 il Tribunale di Roma ha dichiarato nulle alcune clausole contrattuali di Netflix Italia e stabilito che gli aumenti di prezzo applicati dal 2017 al 2024 sono illegittimi e &#8220;passibili di ripetizione&#8221;. Il punto &#232;: Netflix non ha imbrogliato nessuno. Non ha nascosto gli aumenti, non ha fatto pubblicit&#224; ingannevole, non ha praticato condotte aggressive. Il Tribunale lo dice esplicitamente, rigettando la contestazione di pratica commerciale scorretta. Il problema &#232; un altro, ed &#232; molto pi&#249; interessante (e, se permettete, molto pi&#249; italiano): Netflix ha scritto male il contratto.</p><h2>Di cosa stiamo parlando, esattamente</h2><p>L&#8217;Associazione Movimento Consumatori ha promosso un&#8217;azione inibitoria collettiva contro Netflix Services Italy Srl, contestando tre clausole delle Condizioni di Utilizzo: quella che consentiva di modificare i prezzi (art. 3.5), quella che consentiva di modificare le condizioni normative del servizio (art. 6.4/6.5), e quella sulle offerte promozionali (art. 2). Le prime due sono state dichiarate vessatorie nella versione usata fino a gennaio 2024. La terza no: il Tribunale ha ritenuto che il diritto di Netflix di revocare un&#8217;offerta promozionale a chi non ne avesse i requisiti non fosse abusivo, ma piuttosto una forma di autotutela contro i furbetti che si riscrivevano con un altro indirizzo email per ottenere il prezzo di lancio.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>L&#8217;errore di Netflix: non aver detto &#8220;perch&#233;&#8221;</h2><p>La questione giuridica &#232; sorprendentemente semplice, una volta che la si spoglia del linguaggio forense. L&#8217;art. 33, comma 2, lett. m) del Codice del Consumo dice che &#232; presuntivamente vessatoria una clausola che consenta al professionista di modificare unilateralmente le condizioni del contratto &#8220;senza un giustificato motivo indicato nel contratto stesso&#8221;. Netflix, nella versione delle condizioni usata dal 2017 al gennaio 2024, si limitava a scrivere che &#8220;di tanto in tanto&#8221; avrebbe potuto modificare piani e prezzi, con 30 giorni di preavviso e possibilit&#224; di disdetta. Stop. Nessuna indicazione dei motivi. Nessun vincolo alla discrezionalit&#224;.</p><p>Ora, qui la cosa si fa interessante. Netflix aveva garantito il preavviso. Aveva garantito il diritto di recesso. Il consumatore, in altre parole, non era prigioniero: poteva andarsene. Ma per il Tribunale non basta. E il ragionamento, che poggia su una giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia UE (cause Rwe Vertrieb C-92/11, Invitel C-472/10) e del Consiglio di Stato italiano (sentenze 1529/2020 e 3373/2020), &#232; il seguente: il consumatore deve sapere gi&#224; al momento della firma in quali circostanze il professionista potr&#224; cambiare le carte in tavola. Altrimenti non &#232; in grado di fare una scelta consapevole.</p><p>Detto in modo ancora pi&#249; semplice: non &#232; sufficiente dirti &#8220;se non ti piace te ne vai&#8221;. Devi dirmi prima in quali casi cambierai le regole, cos&#236; io posso decidere se entrare nel gioco oppure no. Il diritto di recesso, da solo, non compensa l&#8217;assenza di informazioni sui motivi della modifica.</p><h2>Il paradosso del formalismo: Netflix stava gi&#224; facendo la cosa giusta</h2><p>Ed &#232; qui che la vicenda diventa, a seconda dei punti di vista, istruttiva o esasperante. Perch&#233; nel gennaio 2024, tre anni dopo alcune pronunce dell&#8217;AGCM su Google, Dropbox e iCloud, Netflix aveva effettivamente riscritto la clausola 3.5 aggiungendo un elenco degli &#8220;elementi di costo&#8221; che incidono sul prezzo: costi di produzione, licenza, fornitura tecnica, distribuzione, servizio clienti, amministrazione, tasse. Il Tribunale ha ritenuto che questa versione fosse sufficiente. Il collegamento tra modifica del prezzo e variazione dei costi c&#8217;era, anche se la formulazione sintattica lasciava a desiderare (il secondo periodo elencava i costi ma senza agganciarli esplicitamente alla prima frase). Il giudice lo dice con una certa nettezza: &#8220;&#232; pretestuoso ritenere che il mancato collegamento sintattico tra la prima frase ed il secondo periodo legittimerebbe il Professionista ad un aumento del prezzo completamente discrezionale&#8221;.</p><p>Nell&#8217;aprile 2025, in corso di causa, Netflix ha ulteriormente ritoccato la clausola aggiungendo le parole &#8220;qualora variassero alcuni degli elementi di costo che incidono sul prezzo del nostro servizio&#8221;. Il Tribunale ha definito la modifica &#8220;solo formale&#8221;, confermando che la versione di gennaio 2024 era gi&#224; conforme. Morale: il problema non era cosa Netflix facesse, ma cosa avesse scritto nel contratto prima del 2024. Per sette anni si era riservata un potere senza specificarne i confini, e questo basta a rendere la clausola nulla.</p><h2>Quanto costa a Netflix: gli aumenti dichiarati illegittimi</h2><p>Il Tribunale ha ritenuto illegittimi tutti gli aumenti di prezzo applicati tra il 2017 e il novembre 2024 ai contratti stipulati prima di gennaio 2024. E gli aumenti non sono stati pochi. Nel 2017 il piano Standard pass&#242; da 9,99 a 10,99 euro al mese e il Premium da 11,99 a 13,99. Nel 2019 lo Standard sal&#236; a 11,99 e il Premium a 15,99. Nel 2021 si arriv&#242; a 12,99 per lo Standard e 17,99 per il Premium. Nel 2024 ci fu un ulteriore aumento di 1-2 euro al mese su tutti i piani. Stiamo parlando di incrementi cumulati nell&#8217;ordine del 30-50% sul prezzo originario, spalmati su sette anni, per milioni di abbonati italiani.</p><p>Il Tribunale non ha quantificato l&#8217;importo totale delle restituzioni dovute, e non poteva farlo: l&#8217;azione era inibitoria, non compensativa. Ma ha dichiarato che i consumatori hanno diritto alla &#8220;ripetizione delle somme indebitamente corrisposte&#8221; e ha ordinato a Netflix di informarli individualmente via email (o raccomandata per chi ha gi&#224; disdetto). In pratica, ogni consumatore che abbia stipulato un abbonamento tra il 2017 e gennaio 2024 e abbia subito almeno un aumento di prezzo ha diritto a riavere la differenza.</p><h2>Una critica al formalismo, se &#232; lecito</h2><p>La sentenza &#232; giuridicamente solida. Il ragionamento &#232; lineare, la giurisprudenza &#232; coerente, la conclusione &#232; logica. E tuttavia, c&#8217;&#232; qualcosa che stride.</p><p>Netflix non ha mai nascosto gli aumenti. Li ha comunicati con 30 giorni di anticipo. Ha sempre garantito la possibilit&#224; di disdire senza penali, in qualsiasi momento, con un click. In un mercato concorrenziale (Disney+, Amazon Prime Video, Apple TV+ sono a un tap di distanza), il consumatore non &#232; ostaggio di nessuno. La motivazione con cui Netflix ha comunicato gli aumenti (&#8221;per offrirti pi&#249; contenuti&#8221;) &#232; stata giudicata dal Tribunale stesso come non ingannevole, tanto che la domanda di accertamento di pratica commerciale scorretta &#232; stata rigettata. Il giudice ha scritto: &#8220;&#232; lapalissiano che i nuovi prodotti aumentino i costi di produzione&#8221;.</p><p>Il punto &#232; che il vizio &#232; puramente contrattuale. Netflix avrebbe potuto fare esattamente gli stessi aumenti, con le stesse comunicazioni, con le stesse motivazioni, e non avrebbe avuto alcun problema se solo avesse scritto nel contratto, fin dal 2017, una frase del tipo: &#8220;potremmo modificare il prezzo in caso di variazione degli elementi di costo che incidono sul servizio&#8221;. Una riga. Venti parole. Se vogliamo essere onesti intellettualmente, la tutela del consumatore che emerge da questa sentenza non &#232; una tutela contro l&#8217;aumento del prezzo (che il Tribunale riconosce come legittimo interesse dell&#8217;impresa), ma una tutela contro la cattiva redazione del contratto.</p><p>Questo solleva una domanda che va al di l&#224; del caso Netflix: il diritto dei consumatori, cos&#236; come &#232; costruito nel sistema europeo, protegge davvero il consumatore oppure protegge una certa formalit&#224; contrattuale? Se un&#8217;azienda si comporta correttamente, comunica gli aumenti, garantisce il recesso, opera in un mercato competitivo, ma scrive male le clausole, il rimedio appropriato &#232; davvero la restituzione di sette anni di aumenti? O non sarebbe pi&#249; proporzionato imporre la riscrittura delle clausole, come peraltro Netflix aveva gi&#224; fatto spontaneamente?</p><p>Il Tribunale stesso sembra consapevole della tensione. Quando il Movimento Consumatori chiede che il &#8220;giustificato motivo&#8221; debba consistere in un evento &#8220;imprevedibile e straordinario, al di fuori dal controllo delle parti&#8221; (in pratica, rendendo quasi impossibile ogni aumento di prezzo), il giudice respinge seccamente: &#8220;tale prospettazione non pu&#242; essere accolta&#8221;, ricordando che ci si muove nell&#8217;ambito di contratti a tempo indeterminato in un mercato di beni non tutelati, e che un&#8217;interpretazione cos&#236; restrittiva &#8220;costituirebbe un significativo limite al diritto di iniziativa economica privata&#8221;. &#200; una boccata d&#8217;aria di realismo in una sentenza che, per il resto, si muove nel solco di un formalismo che, per quanto giuridicamente ineccepibile, rischia di generare una sproporzione tra il vizio (una clausola mal scritta) e il rimedio (la restituzione di milioni di euro).</p><h2>Cosa succede adesso</h2><p>Netflix ha 90 giorni dalla pubblicazione della sentenza (quindi fino a fine giugno 2026) per adempiere ai provvedimenti informativi. Deve pubblicare un banner pop-up sul proprio sito per almeno sei mesi. Deve far pubblicare il dispositivo della sentenza sul Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore, due volte a distanza di una settimana, a caratteri doppi. Deve inviare una email a ogni consumatore interessato, informandolo del suo diritto alla restituzione. Per chi ha gi&#224; disdetto e non ha pi&#249; un&#8217;email attiva, deve mandare una raccomandata. In caso di inadempimento, paga 700 euro al giorno.</p><p>La sentenza non &#232; ancora definitiva: Netflix potr&#224; appellarla. Ma il precedente &#232; posto. E il principio &#232; chiaro: nel diritto italiano, le clausole di modifica unilaterale nei contratti con i consumatori devono indicare il giustificato motivo gi&#224; nel testo del contratto, anche se il contratto &#232; a tempo indeterminato, anche se il consumatore pu&#242; andarsene in qualsiasi momento, anche se il mercato &#232; concorrenziale. La direttiva europea prevedeva un&#8217;esenzione per i contratti a tempo indeterminato (bastava preavviso e recesso), ma il legislatore italiano ha scelto di non recepirla. E il Tribunale di Roma, con questa sentenza, conferma che quella scelta ha conseguenze concrete.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2005-09-06;206">Codice del Consumo, D.Lgs. 206/2005, artt. 33-38</a></p></li><li><p>Tribunale di Roma, Sez. XVI, Sentenza n. 4993/2026 del 01/04/2026 (RG 27857/2024)</p></li><li><p>Corte di Giustizia UE, Causa C-92/11 Rwe Vertrieb, 21 marzo 2013</p></li><li><p>Corte di Giustizia UE, Causa C-472/10 Invitel, 26 aprile 2012</p></li><li><p>Consiglio di Stato, Sentenza n. 1529/2020</p></li><li><p>Consiglio di Stato, Sentenza n. 3373/2020</p></li><li><p>AGCM, Provvedimenti nn. 29817-29819 del 07/09/2021 (Google, Dropbox, iCloud Apple)</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Trump sta distruggendo il potere del dollaro? La risposta è negli stretti]]></title><description><![CDATA[Il primo aprile 2026, il presidente degli Stati Uniti ha detto ai propri alleati, testualmente: &#8220;Andate a prendervi il vostro petrolio.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/trump-sta-distruggendo-il-potere</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/trump-sta-distruggendo-il-potere</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 04 Apr 2026 07:01:59 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/efb728d0-38b1-4ab8-b165-509aff75ba44_1671x940.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il primo aprile 2026, il presidente degli Stati Uniti ha detto ai propri alleati, testualmente: &#8220;Andate a prendervi il vostro petrolio. L&#8217;America non sar&#224; l&#236; ad aiutarvi.&#8221; Non una gaffe. Non un tweet improvvido. La demolizione, in sette parole, del patto su cui si regge il dollaro come valuta di riserva mondiale da ottant&#8217;anni. E quasi nessuno se n&#8217;&#232; accorto, perch&#233; quasi tutti guardavano il prezzo della benzina.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://youtu.be/99wjaUaggfM">Trump sta distruggendo il potere del dollaro?</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption"></p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><h2>chi controlla il mare controlla la moneta</h2><p>Il concetto &#232; vecchio quanto la civilt&#224; mediterranea: talassocrazia. Dal greco <em>thalassa</em> (mare) e <em>kratos</em> (potere). Chi controlla il mare controlla il commercio. Chi controlla il commercio controlla la moneta. Chi controlla la moneta controlla il mondo. Non &#232; una metafora da manuale di storia antica: &#232; un meccanismo che spiega il presente meglio di qualsiasi editoriale.</p><p>L&#8217;80% del commercio mondiale in volume transita via mare. La grande maggioranza delle materie prime globali (petrolio, grano, rame, gas naturale, fertilizzanti) &#232; prezzata in una sola valuta: il dollaro americano. Questo significa che ogni Paese importatore di petrolio, cio&#232; quasi tutti, deve prima procurarsi dei dollari per pagarlo. E per averli a disposizione quando servono, li tiene nelle proprie riserve valutarie. Ecco perch&#233; circa il 57% delle riserve valutarie mondiali &#232; denominato in dollari (dati IMF COFER, quarto trimestre 2025): non per un atto di fede nella solidit&#224; dell&#8217;economia americana, ma perch&#233; i dollari servono materialmente per comprare le cose.</p><p>Ma perch&#233; le materie prime si prezzano in dollari e non, diciamo, in yuan cinesi? Qui arriviamo al punto che la quasi totalit&#224; del dibattito pubblico ignora. Le materie prime si prezzano in dollari perch&#233; gli Stati Uniti, dal 1945 in poi, hanno garantito la sicurezza delle rotte marittime attraverso cui quelle materie prime viaggiano. Il commercio globale non fluisce nello spazio: fluisce attraverso stretti, canali e passaggi obbligati, colli di bottiglia fisici che in gergo si chiamano <em>chokepoint</em>. E gli Stati Uniti, con circa 750 basi militari all&#8217;estero (la Cina ne ha una a Gibuti e poche altre in fase di costruzione), hanno presidiato tutti questi chokepoint per ottant&#8217;anni.</p><p>Sei passaggi d&#8217;acqua tengono in piedi l&#8217;economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz: 20 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il 20% del commercio petrolifero mondiale, pi&#249; un quinto del GNL del pianeta. Lo Stretto di Malacca: il pi&#249; trafficato del mondo, con circa 90-100.000 transiti all&#8217;anno e il 30% circa dei beni scambiati globalmente (la Cina importa l&#8217;80% del suo petrolio da qui: &#232; il cosiddetto &#8220;dilemma di Malacca&#8221;). Il Canale di Suez con Bab el-Mandeb: la porta tra Mediterraneo e Oceano Indiano. Lo Stretto di Gibilterra. Il Canale di Panama. E lo Stretto di Taiwan, dove transita secondo l&#8217;OCSE circa il 25% del commercio marittimo globale, e dove Taiwan produce circa il 90% dei semiconduttori pi&#249; avanzati al mondo, quelli senza i quali il vostro telefono, la vostra auto e met&#224; dell&#8217;industria della difesa occidentale non funzionano.</p><p>Chi presidia tutti questi passaggi dice al resto del mondo: il commercio fluisce perch&#233; io lo garantisco. La mia valuta &#232; quella in cui commerciate. Il mio debito &#232; quello che comprate per tenere le riserve. &#200; un circolo che si autoalimenta: controllo degli stretti, sicurezza delle rotte, commodity prezzate in dollari, domanda globale di dollari, potere finanziario (la Federal Reserve stampa la valuta di riserva mondiale, il debito USA &#232; sostenibile perch&#233; tutti comprano Treasury), un budget militare che per il FY2026 supera gli 890 miliardi di dollari e finanzia 11 portaerei. E il ciclo si chiude.</p><p>C&#8217;&#232; un libro uscito nel 2025 che spiega questo meccanismo in modo magistrale: <em>Chokepoints: American Power in the Age of Economic Warfare</em> di Edward Fishman. Fishman prende il concetto di chokepoint geografico e lo estende ai chokepoint economici: il sistema SWIFT, le assicurazioni marittime, i semiconduttori sono tutti punti di strozzatura dove Washington esercita una leva straordinaria. Il lavoro accademico di Farrell e Newman sulla &#8220;weaponized interdependence&#8221; (2019, <em>International Security</em>) conferma lo stesso punto con rigore analitico.</p><p>Ora, il sistema funziona a una condizione: che il garante si comporti da garante. Il momento in cui smette di garantire, o peggio diventa lui stesso la causa della chiusura degli stretti, il circolo si inceppa. E il dollaro perde la sua ragion d&#8217;essere.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>come le assicurazioni, non i missili, hanno chiuso hormuz</h2><p>Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele lanciano un attacco su larga scala contro l&#8217;Iran, colpendo infrastrutture militari e uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei. L&#8217;Iran risponde rendendo lo Stretto di Hormuz impraticabile. Non con una flotta navale, che non ha. Non con un blocco militare formale. Con dei droni da poche migliaia di dollari e degli avvisi radio. Nel giro di 48 ore, il traffico di petroliere nello stretto crolla dell&#8217;80%, e poi sostanzialmente a zero. Almeno 15 navi mercantili vengono attaccate nel primo mese. 2.000 navi e 20.000 marittimi restano bloccati nell&#8217;area.</p><p>Ma il punto che quasi nessuno racconta &#232; un altro. Lo Stretto di Hormuz non &#232; stato chiuso dai missili iraniani. &#200; stato chiuso dal mercato assicurativo.</p><p>Le petroliere che attraversano il mondo sono assicurate dai cosiddetti P&amp;I Clubs (Protection and Indemnity Clubs): organizzazioni con sede a Londra e New York che coprono circa l&#8217;87% del tonnellaggio oceanico mondiale, secondo l&#8217;International Group of P&amp;I Clubs. Senza la loro copertura, una nave non pu&#242; operare. Nessun porto la accetta. Nessuna banca finanzia il carico. Tra il 1 e il 2 marzo, sette P&amp;I Clubs emettono avvisi formali di cancellazione della copertura del rischio di guerra nel Golfo Persico, con un preavviso di sole 72 ore. Dal 5 marzo, qualsiasi nave che transita nel Golfo lo fa senza assicurazione, cio&#232; a proprio rischio e pericolo.</p><p>Fermatevi un secondo a riflettere sull&#8217;ironia della situazione. Gli USA hanno costruito un sistema in cui il potere non sta solo nelle portaerei: sta nelle assicurazioni, nella finanza, nei contratti denominati in dollari. Ed &#232; esattamente quel sistema che gli si &#232; ritorto contro. L&#8217;Iran non ha dovuto sconfiggere la US Navy. Gli &#232; bastato creare abbastanza incertezza da far scattare il meccanismo assicurativo che gli stessi americani avevano reso cos&#236; potente. &#200; Fishman alla rovescia: i chokepoint economici che Washington usava come arma sono diventati il proprio tallone d&#8217;Achille.</p><p>I numeri parlano chiaro. Il Brent &#232; passato da circa 70 dollari al barile a fine febbraio a sopra i 100, con un picco a 126. In marzo ha registrato un aumento di oltre il 60%: la performance mensile pi&#249; forte dal 1988, secondo i dati CNBC. I dati UNCTAD sono brutali: i transiti giornalieri nello stretto sono passati da 130 al giorno a 6. Un calo del 95%. L&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia ha autorizzato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, il pi&#249; grande nella storia. Ma facciamo due conti: il mondo consuma circa 100 milioni di barili al giorno. Quattrocento milioni sono quattro giorni. Le pipeline di bypass (la Habshan-Fujairah degli Emirati e la East-West saudita) hanno una capacit&#224; combinata di 6,5 milioni di barili al giorno: un terzo dei 20 milioni che passavano per Hormuz.</p><p>E non &#232; solo petrolio. Il 30% del commercio mondiale di fertilizzanti passa da Hormuz, e a differenza del petrolio non esistono riserve strategiche per i fertilizzanti. I prezzi dell&#8217;urea sono saliti del 20% in pochi giorni. Un quinto dell&#8217;offerta mondiale di GNL passa da l&#236;, e non ci sono rotte alternative. L&#8217;Italia, che importa una quota significativa di GNL dal Qatar via Hormuz, &#232; tra i Paesi pi&#249; esposti.</p><p>Qualcuno dir&#224;: ma non siamo pi&#249; vulnerabili come negli anni &#8216;70. E su questo punto specifico, ha ragione. L&#8217;Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell&#8217;Universit&#224; Cattolica (Nicol&#242; Geraci, 27 marzo 2026) ha mostrato come l&#8217;intensit&#224; di idrocarburi per unit&#224; di PIL si sia ridotta del 47% in Italia rispetto al 1980, del 73% in Cina, del 67% in Francia, del 60% circa in Germania, Stati Uniti e Regno Unito. Ma &#232; esattamente il punto: la vulnerabilit&#224; si &#232; spostata. Non &#232; pi&#249; una questione di barili per unit&#224; di PIL. &#200; una questione di fiducia. Il sistema di assicurazioni, contratti e denominazione in dollari che tiene in piedi il commercio globale pu&#242; saltare in 48 ore. Ed &#232; saltato. E chi l&#8217;ha fatto saltare non &#232; stato un nemico esterno: &#232; stato il garante stesso del sistema.</p><h2>i brics non c&#8217;entrano nulla (e i dati lo dimostrano)</h2><p>A questo punto il dibattito pubblico si divide in due fazioni ugualmente sbagliate. La prima dice: il dollaro &#232; invincibile, i BRICS sono un club di chiacchiere. La seconda dice: i BRICS stanno per sostituire il dollaro con una moneta comune. Entrambe le posizioni hanno in comune il fatto di non guardare i dati.</p><p>Partiamo dalla seconda, che &#232; la pi&#249; rumorosa. Al summit BRICS di Rio de Janeiro del luglio 2025, la dichiarazione finale in 126 punti non menziona nemmeno una volta la parola &#8220;de-dollarizzazione&#8221;. Non esiste alcun progetto concreto di moneta comune. Lo stesso Putin, nel novembre 2024 dopo il summit di Kazan, ha dichiarato: non abbiamo cercato di abbandonare il dollaro e non stiamo cercando di farlo. Dopo che Trump ha minacciato tariffe al 100% sui Paesi BRICS, il Brasile ha tranquillamente rimosso il dossier moneta comune dall&#8217;agenda della sua presidenza BRICS 2025.</p><p>I numeri sono impietosi. Lo yuan rappresenta l&#8217;1,95% delle riserve valutarie globali (IMF COFER, quarto trimestre 2025), contro circa il 57% del dollaro. Erano il 71% nel 2000, quindi una discesa c&#8217;&#232;, ma &#232; una discesa lenta, distribuita su un quarto di secolo, e a favore di nessuna valuta in particolare. I limiti strutturali sono cinque: lo yuan non &#232; pienamente convertibile a causa dei controlli sui capitali cinesi; i mercati finanziari cinesi non hanno la profondit&#224; dei Treasury americani (oltre 25 trilioni di dollari); nessun Paese BRICS ha la capacit&#224; navale per sostituire la US Navy come garante delle rotte; le alternative al dollaro (oro, crypto, valute locali) non scalano per i volumi del commercio globale; e il <em>rule of law</em> americano, per quanto imperfetto, non ha equivalenti nei BRICS.</p><p>Quindi no, i BRICS non stanno per distruggere il dollaro. Non ne hanno i mezzi. Ma ecco il punto che la fazione del &#8220;dollaro invincibile&#8221; non capisce: non servono i BRICS per indebolire il dollaro. Il dollaro non viene distrutto dall&#8217;esterno. Viene distrutto dall&#8217;interno, quando il garante del sistema smette di comportarsi da garante.</p><h2>il paradosso: trump demolitore del proprio sistema</h2><p>Ricapitoliamo la catena causale, perch&#233; &#232; importante vederla nella sua interezza.</p><p>Primo. L&#8217;attacco all&#8217;Iran ha chiuso Hormuz. Gli Stati Uniti, il Paese che per ottant&#8217;anni ha giustificato la propria presenza militare nel Golfo Persico con la necessit&#224; di tenere aperto lo stretto, hanno innescato la chiusura dello stretto. Non &#232; un dettaglio: &#232; la negazione della Dottrina Carter del 1980, quella secondo cui qualsiasi tentativo di controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti. Trump non ha difeso il passaggio: l&#8217;ha reso impraticabile, e poi ha detto agli alleati di arrangiarsi.</p><p>Secondo. La dichiarazione del primo aprile non &#232; una battuta. &#200; la revoca esplicita del patto fondativo della talassocrazia americana. Per ottant&#8217;anni, il contratto implicito &#232; stato: noi garantiamo la sicurezza delle rotte, voi commerciate in dollari e comprate il nostro debito. Nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti dice pubblicamente che l&#8217;America non garantir&#224; pi&#249; le rotte, sta dicendo ai suoi creditori: non c&#8217;&#232; pi&#249; motivo di tenere i vostri risparmi nella mia valuta.</p><p>Terzo. La guerra commerciale con i dazi, inclusa la minaccia di tariffe al 100% sui BRICS, sta spingendo i Paesi terzi a cercare alternative al sistema americano. Non perch&#233; le alternative funzionino meglio (come abbiamo visto, non funzionano), ma perch&#233; il costo di restare nel sistema americano sta diventando troppo alto e troppo imprevedibile. E in economia, l&#8217;imprevedibilit&#224; &#232; peggio dell&#8217;incompetenza: con l&#8217;incompetenza almeno si pu&#242; convivere, l&#8217;imprevedibilit&#224; rende impossibile qualsiasi pianificazione.</p><p>Quarto. L&#8217;instabilit&#224; generata fa salire i prezzi dell&#8217;energia e delle materie prime, creando inflazione globale, che aumenta i tassi di interesse, che aumenta il costo del debito americano. Il debito pubblico USA ha raggiunto i 39 trilioni di dollari. Come ha detto Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve: il debito &#8220;non &#232; insostenibile&#8221;, ma la traiettoria &#8220;non finir&#224; bene&#8221;. Quando il capo della banca centrale deve usare la doppia negazione per rassicurare i mercati, c&#8217;&#232; un problema.</p><p>E nel frattempo l&#8217;Europa fa cosa, esattamente? L&#8217;Europa fa riunioni. Venti Paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta sulla libert&#224; di navigazione a Hormuz, senza alcun meccanismo operativo. Francia e Regno Unito hanno avviato contatti con circa 35 nazioni per una possibile missione successiva. In pratica: tutti d&#8217;accordo che Hormuz debba riaprirsi, nessuno sa come farlo. L&#8217;UE non ha una proiezione militare navale credibile, non ha riserve energetiche strategiche coordinate, e dipende da altri per la sicurezza delle rotte commerciali.</p><h2>la lezione di hormuz</h2><p>La domanda non &#232; se Trump stia distruggendo gli Stati Uniti. Gli USA hanno risorse naturali, tecnologia, universit&#224;, vantaggi strutturali enormi. La domanda &#232; se stia distruggendo il dollaro come valuta di riserva mondiale. E la risposta &#232;: sta facendo tutto quello che serve per farlo.</p><p>Non perch&#233; i BRICS lo sfidino. Non perch&#233; lo yuan sia pronto a sostituirlo. Ma perch&#233; sta rompendo, pezzo per pezzo, la catena che tiene in piedi il sistema: il patto di fiducia tra il garante delle rotte e il resto del mondo, quel patto che dal 1945 dice &#8220;il vostro commercio &#232; sicuro, la mia valuta &#232; affidabile.&#8221;</p><p>Chi controlla gli stretti controlla il commercio. Chi controlla il commercio controlla la moneta. E chi distrugge il controllo degli stretti, distrugge la propria moneta. Questa &#232; la lezione di Hormuz. E Trump, con tutta evidenza, non l&#8217;ha capita. Gli analisti del settore marittimo stimano che la normalizzazione del traffico a Hormuz richieder&#224; da 6 a 18 mesi, indipendentemente dalla durata delle operazioni militari. I P&amp;I Clubs non riattivano le coperture per decreto. Richiedono mesi di osservazione. Il circolo virtuoso rischia di diventare vizioso, e il conto lo pagheremo tutti.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.eia.gov/">EIA, &#8220;Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint&#8221;</a></p></li><li><p>Edward Fishman, <em>Chokepoints: American Power in the Age of Economic Warfare</em>, Penguin Random House, 2025</p></li><li><p>Henry Farrell &amp; Abraham L. Newman, &#8220;Weaponized Interdependence&#8221;, <em>International Security</em>, vol. 44, 2019</p></li><li><p><a href="https://osfrancescoforte.it/">OCPI / Nicol&#242; Geraci, &#8220;Quanto siamo esposti ai rincari degli idrocarburi?&#8221;, 27 marzo 2026</a></p></li><li><p>IMF COFER, Q4 2025 (composizione riserve valutarie: USD ~57%, CNY 1,95%)</p></li><li><p>UNCTAD, rapid assessment marzo 2026 (transiti Hormuz da 130/giorno a 6)</p></li><li><p>CNBC, &#8220;Brent oil price surges more than 60% in March&#8221;, 31 marzo 2026</p></li><li><p>Reuters, rilascio 400 milioni barili riserve IEA, marzo 2026</p></li><li><p>&#128202; <a href="https://umbertobertonelli.it/">Dashboard &#8220;Il Potere degli Stretti&#8221;</a> &#8212; dashboard interattiva con tutti i dati e le visualizzazioni</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto DrElegantia! 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Lo schema &#232; sempre lo stesso, cambiano solo i nomi. Venezuela, Iran, Medio Oriente: si individua il cattivo di turno, si invoca (o si pratica) il regime change, e si d&#224; per scontato che dopo verr&#224; il bello. Peccato che i fatti raccontino una storia diversa. E peccato che il precedente storico pi&#249; citato a sostegno di questa tesi, quello del 1945, dimostri esattamente l&#8217;opposto di quello che chi lo cita pensa.</p><h2>Lo schema che non funziona</h2><p>Due considerazioni, per chi ha la pazienza di seguire un ragionamento anzich&#233; uno slogan.</p><p>Negli ultimi anni una parte del dibattito pubblico ha sostenuto che interventi esterni o operazioni di regime change potessero favorire transizioni democratiche. L&#8217;evidenza empirica disponibile suggerisce che la rimozione di un leader non coincide automaticamente con una trasformazione democratica delle istituzioni.</p><p>Prendiamo il Venezuela, che &#232; il caso pi&#249; istruttivo. Maduro &#232; il problema? Certamente Maduro &#232; <em>un</em> problema. Ma chi pensa che rimuovere Maduro equivalga a democratizzare il Venezuela non ha capito come funziona quel paese. La struttura di potere venezuelana non &#232; un uomo: &#232; un sistema, un intreccio di apparati militari, reti clientelari, poteri economici parassitari che sopravvivono tranquillamente al cambio del singolo al vertice. &#200; un regime autoritario da anni, con elezioni che definire &#8220;non pienamente libere&#8221; &#232; un eufemismo e una concentrazione del potere esecutivo che precede Maduro e, con ogni probabilit&#224;, gli sopravvivr&#224;. Ma questo richiede di guardare i dati, non di tifare.</p><p>Lo stesso ragionamento, pari pari, si applica all&#8217;Iran. Le operazioni di destabilizzazione recenti sono state concepite, in modo abbastanza esplicito, per indebolire o sostituire il regime esistente. Benissimo: e poi? Qual &#232; il piano per il giorno dopo? La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, &#232; un imbarazzato silenzio. Perch&#233; la verit&#224;, che qualsiasi studioso serio vi confermer&#224;, &#232; che costruire istituzioni democratiche &#232; un processo lungo, difficile, incerto e non riducibile alla formula magica &#8220;via il dittatore, arriva la libert&#224;&#8221;. Ma la formula magica fa pi&#249; effetto nei talk show.</p><p>E gi&#224; che ci siamo, una nota a margine sull&#8217;Ucraina. Quanti analisti da salotto, a febbraio 2022, ci spiegavano che la resistenza era impossibile, che sarebbe finita in tre giorni, che era tutto gi&#224; scritto? Ecco: quelle previsioni, formulate con la sicumera tipica di chi confonde le proprie opinioni con leggi di natura, si sono rivelate, come dire, leggermente premature. Ma nessuno torna a chiedere scusa, ovviamente.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia e il mondo: economia, geopolitica, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>&#8220;Ma con i fascisti come hanno fatto?&#8221;</h2><p>Visto che qualcuno tira fuori l&#8217;Italia e il Giappone come prova che il regime change funziona, vale la pena ricordare cosa c&#8217;era dietro quei casi.</p><p>C&#8217;era una guerra mondiale. Non un&#8217;operazione chirurgica, non sanzioni, non un colpo di stato pilotato: una guerra totale con decine di milioni di morti, la distruzione fisica di due paesi, una resa incondizionata e tribunali internazionali (Norimberga, Tokyo) che hanno processato e condannato intere classi dirigenti. C&#8217;era una corsa all&#8217;arma nucleare appena iniziata e la necessit&#224; strategica, per gli Stati Uniti, di costruire alleati stabili e funzionanti in Europa e in Asia come barriera al blocco sovietico. Se il vostro modello di &#8220;regime change esportabile&#8221; richiede come precondizione un conflitto planetario con cinquanta milioni di cadaveri, forse il modello ha un problema.</p><h2>Norimberga, l&#8217;epurazione che non fu</h2><p>A Norimberga e a Tokyo si processano e si condannano i vertici dei regimi sconfitti. Tribunali internazionali, non comunicati stampa. Eppure, anche in quelle condizioni, l&#8217;epurazione resta parziale. In Italia una fetta consistente dell&#8217;apparato statale, della magistratura, della burocrazia attraversa il passaggio di regime praticamente indisturbata. I primi decenni della Repubblica sono pieni di tensioni sociali, esclusioni politiche, condizionamenti internazionali e fragilit&#224; strutturali che chi ha studiato la storia conosce bene.</p><p>Gladio &#232; esistita: una struttura paramilitare clandestina, sostenuta dai servizi americani, operativa dentro una democrazia formalmente compiuta. Il che significa che gli stessi paesi che &#8220;esportavano la democrazia&#8221; ritenevano necessario mantenere reti segrete pronte a intervenire nel caso quella democrazia avesse preso la direzione sbagliata. Ci vogliono decenni prima di poter parlare di democrazia consolidata, e anche allora con parecchi asterischi. Ma nel dibattito pubblico si fa finta che sia stato un colpo di bacchetta magica.</p><h2>Le istituzioni non si importano</h2><p>C&#8217;&#232; un punto che sfugge regolarmente a chi ragiona per slogan: l&#8217;Italia non parte da zero. Prima del fascismo c&#8217;&#232; uno Stato liberale, c&#8217;&#232; una tradizione parlamentare, c&#8217;&#232; una classe politica che il regime ha compresso ma non cancellato, e che nel 1946 &#232; pronta a rientrare in gioco. L&#8217;Assemblea costituente non cade dal cielo: &#232; il prodotto di una cultura istituzionale che precede il ventennio. La democrazia italiana non viene &#8220;importata&#8221; dagli americani. Viene ricostruita dagli italiani, su fondamenta che gi&#224; esistevano (fondamenta che, duole dirlo, avevano sostenuto in alcuni casi il fascismo).</p><p>E poi ci sono i soldi. Il Piano Marshall, cio&#232; miliardi di dollari (a valori attuali decine di miliardi) riversati nella ricostruzione economica dell&#8217;Europa occidentale. Non per generosit&#224;, ovviamente: per costruire una barriera al blocco sovietico nel bel mezzo della Guerra Fredda e della corsa all&#8217;arma nucleare. Un investimento strategico colossale, con vincoli e incentivi geopolitici che tengono in piedi il sistema anche quando scricchiola. Qualcuno vede qualcosa di paragonabile all&#8217;orizzonte per Caracas o Teheran? No? Strano.</p><h2>La Germania, ovvero il caso limite</h2><p>Se c&#8217;&#232; un caso che viene brandito come prova definitiva del regime change riuscito, &#232; quello tedesco. E se c&#8217;&#232; un caso che, guardato da vicino, dimostra la complessit&#224; irriducibile del processo, &#232; sempre quello tedesco.</p><p>La Germania del 1945 non viene &#8220;democratizzata&#8221;. Viene divisa in due. Letteralmente. La met&#224; occidentale riceve il trattamento completo: occupazione militare quadripartita, denazificazione (con tutti i limiti che vedremo), Piano Marshall, integrazione nel blocco atlantico, una nuova costituzione scritta sotto supervisione alleata. La met&#224; orientale riceve un trattamento diverso: diventa una dittatura comunista satellite di Mosca, la DDR, che durer&#224; quarant&#8217;anni. Quindi, per cominciare: lo stesso intervento, lo stesso regime change, produce due esiti diametralmente opposti a seconda di chi gestisce il dopoguerra. Non esattamente una pubblicit&#224; per l&#8217;automatismo &#8220;via il dittatore, arriva la libert&#224;&#8221;.</p><p>Ma anche nella met&#224; &#8220;riuscita&#8221;, quella occidentale, il percorso &#232; tutto fuorch&#233; lineare. La denazificazione, che doveva essere il pilastro della transizione, si arena quasi subito. I tribunali di denazificazione (Spruchkammern) processano milioni di tedeschi, ma la stragrande maggioranza viene classificata come &#8220;seguaci&#8221; o &#8220;non coinvolti&#8221; e reintegrata. Funzionari, giudici, professori universitari, quadri dell&#8217;amministrazione pubblica che avevano servito il regime tornano ai loro posti nel giro di pochi anni. Konrad Adenauer, il padre della Germania democratica, ha nel suo governo e nella sua amministrazione decine di ex membri del partito nazista. Hans Globke, co-autore del commentario giuridico alle leggi razziali di Norimberga, diventa il capo di gabinetto del cancelliere. Non un caso isolato: la regola.</p><p>La ragione &#232; semplice e brutalmente pragmatica: con la Guerra Fredda che si intensifica, gli americani hanno bisogno di una Germania occidentale funzionante, non di una Germania occidentale purificata. L&#8217;epurazione viene sacrificata sull&#8217;altare della stabilit&#224; geopolitica. Il che ci dice qualcosa di molto preciso: anche nelle condizioni pi&#249; favorevoli immaginabili, la scelta non &#232; tra &#8220;democrazia perfetta&#8221; e &#8220;dittatura&#8221;. La scelta &#232; tra compromessi diversi, e il compromesso tedesco-occidentale include la convivenza sistematica con il personale del regime precedente.</p><p>E poi c&#8217;&#232; il fattore che nessuno cita mai: il condono del debito. La Conferenza di Londra del 1953 cancella circa la met&#224; del debito estero tedesco e ristruttura il resto con condizioni di favore straordinarie. &#200; un atto senza precedenti nella storia economica moderna, motivato interamente dalla logica della Guerra Fredda. Senza quel condono, il &#8220;miracolo economico&#8221; tedesco, il Wirtschaftswunder che cementa il consenso democratico nella popolazione, semplicemente non si verifica. La democrazia tedesca non nasce dalla virt&#249;: nasce da una combinazione irripetibile di distruzione totale, occupazione militare, miliardi di dollari, cancellazione del debito e terrore dell&#8217;Unione Sovietica.</p><p>A tal proposito su questa cancellazione, spesso si commettono gravi errori, vi rimando ad un vecchio articolo del caro <a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-la-ristrutturazione-del-debito-tedesco-nel-1953-e-rilevante-per-i-problemi-di-oggi">Alessandro Cascavilla</a> per approfondire il tema.</p><p>Quarant&#8217;anni dopo, la riunificazione del 1990 aggiunge un altro capitolo istruttivo. La DDR viene assorbita dalla Repubblica Federale, e il processo costa migliaia di miliardi di marchi (poi euro) in trasferimenti da ovest a est. E qui si innesta un passaggio che in Italia si conosce poco e si capisce ancora meno: la riunificazione tedesca non &#232; solo un affare interno. &#200; un evento geopolitico che ridisegna l&#8217;Europa, e il prezzo politico lo paga (anche) la Francia. Mitterrand accetta la riunificazione, ma in cambio chiede una cosa precisa: che la Germania rinunci al marco e accetti la moneta unica europea. L&#8217;euro non nasce da un sogno idealista di fratellanza continentale: nasce da un patto di potere tra Parigi e Bonn, in cui la Francia vincola la Germania riunificata a un quadro istituzionale sovranazionale per evitare che il colosso al centro dell&#8217;Europa torni a fare di testa sua. Kohl accetta perch&#233; ha bisogno del via libera francese (e sovietico) alla riunificazione. &#200; un do ut des geopolitico, non un progetto di integrazione spontanea.</p><p>Il che aggiunge un ulteriore livello di complessit&#224; a chi cita la Germania come esempio virtuoso: perfino il successo tedesco non si regge da solo. Richiede un&#8217;architettura di vincoli, compensazioni e compromessi tra potenze che va ben oltre i confini nazionali. A trent&#8217;anni dalla riunificazione, le differenze economiche, sociali e politiche tra le due met&#224; del paese sono ancora visibili, misurabili e politicamente rilevanti. Se ci vogliono trent&#8217;anni, migliaia di miliardi, un&#8217;intera architettura monetaria continentale e un patto franco-tedesco per integrare due met&#224; dello stesso paese, con la stessa lingua, la stessa storia e la stessa cultura, cosa ci aspettiamo che succeda in paesi dove queste condizioni non esistono nemmeno lontanamente?</p><h2>E i numeri cosa dicono?</h2><p>Fin qui abbiamo ragionato sulla storia. Ma c&#8217;&#232; anche chi ha provato a misurare l&#8217;effetto dei colpi di Stato in modo sistematico, con dati e metodi econometrici. Ne ho parlato in un video dedicato, per chi vuole approfondire.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>L&#8217;analisi statistica completa &#232; in questo video:</strong><br><a href="https://youtu.be/5UVi_lP9XAQ">Andare a RADDRIZZARE le GAMBE ai CANI &#232; ECONOMICAMENTE giusto?</a><br><em>Un&#8217;analisi basata su serie storiche dal 1950 al 2019.</em></p><p>Il risultato &#232; piuttosto netto: in media, a 5 anni da un colpo di Stato il PIL reale pro capite &#232; pi&#249; basso di circa il 10-12% rispetto allo scenario controfattuale in cui quel golpe non fosse avvenuto. E non si tratta di un danno passeggero: dopo 5 anni non emergono segnali di recupero, l&#8217;effetto negativo resta pienamente visibile. In altre parole, un colpo di Stato &#8220;brucia&#8221; oltre un decimo del reddito pro capite del paese colpito, cancellando in pochi anni un progresso economico che avrebbe richiesto molto tempo per essere costruito.</p><p>Il che aggiunge un pezzo al ragionamento: non solo il regime change non garantisce la democrazia, ma nella stragrande maggioranza dei casi produce un danno economico misurabile e persistente. Per chi ragiona con i dati, la questione &#232; chiusa. Per chi ragiona con gli slogan, probabilmente no.</p><h2>Il punto</h2><p>Il passaggio logico, per chi ha voglia di seguirlo, &#232; lineare. Se un risultato (la democratizzazione) si verifica solo quando sono presenti contemporaneamente: una guerra totale, un&#8217;occupazione militare, un&#8217;epurazione della classe dirigente (per quanto incompleta), istituzioni democratiche preesistenti, aiuti economici massicci, cancellazione del debito e incentivi geopolitici fortissimi, allora quel risultato non &#232; generalizzabile. &#200; un caso limite. Anzi, &#232; <em>il</em> caso limite.</p><p>La domanda corretta, quindi, non &#232; &#8220;nel 1945 ha funzionato?&#8221;. La domanda corretta &#232;: quelle condizioni esistono oggi in Venezuela, in Iran, in qualche angolo del Medio Oriente contemporaneo? E la risposta, per chiunque guardi i fatti anzich&#233; i propri desideri, &#232; no. Il che significa che il precedente del 1945 non &#232; un argomento a favore del regime change. &#200; la dimostrazione pi&#249; eloquente di quanto quel risultato sia stato eccezionale, costoso e, con ogni probabilit&#224;, irripetibile. Ma per arrivarci bisogna leggere i libri di storia, non i titoli dei giornali.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Processo_di_Norimberga">Processo di Norimberga</a> (Wikipedia)</p></li><li><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Denazificazione">Denazificazione in Germania</a> (Wikipedia)</p></li><li><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Marshall">Piano Marshall</a> (Wikipedia)</p></li><li><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accordo_di_Londra_sui_debiti_esteri_della_Germania">Conferenza di Londra sul debito tedesco (1953)</a> (Wikipedia)</p></li><li><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Gladio">Operazione Gladio</a> (Wikipedia)</p></li><li><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Hans_Globke">Hans Globke</a> (Wikipedia)</p></li><li><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Riunificazione_tedesca">Riunificazione tedesca</a> (Wikipedia)</p></li><li><p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_di_Maastricht">Trattato di Maastricht e nascita dell&#8217;euro</a> (Wikipedia)</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il cambio ora costa fino al 2% del PIL: perché abolire l'ora legale conviene (secondo i dati)]]></title><description><![CDATA[Ogni anno, puntuale come il cambio ora stesso, torna la polemica: meglio l&#8217;ora legale o l&#8217;ora solare?]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-cambio-ora-costa-fino-al-2-del</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-cambio-ora-costa-fino-al-2-del</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sun, 29 Mar 2026 08:08:18 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/ebcd5ff8-b692-4bac-b264-1fa7181e433b_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno, puntuale come il cambio ora stesso, torna la polemica: meglio l&#8217;ora legale o l&#8217;ora solare? E puntualmente la discussione si riduce a opinioni, sensazioni e qualche aneddoto sul tramonto alle 17. Ma cosa dicono i dati? Spoiler: il cambio ora ha costi molto pi&#249; alti di quanto si pensi, e benefici molto pi&#249; bassi di quanto si racconti.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://youtu.be/7ddr2H0xScI">Perch&#233; ABOLIRE L&#8217;ORA LEGALE? Guardiamo i DATI!</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>I costi nascosti del cambio ora</h2><p>Partiamo da un punto fermo: quasi tutti gli studi disponibili in letteratura convergono su un effetto negativo del cambio ora. Il meccanismo di fondo &#232; semplice: il cambio altera i ritmi circadiani, cio&#232; il nostro orologio biologico interno. E le conseguenze non sono soltanto &#8220;dormire male per qualche giorno&#8221;.</p><p>Gli effetti documentati includono un aumento del rischio cardiovascolare, un peggioramento della salute mentale, e persino una correlazione (attenzione: correlazione, non necessariamente causazione) con l&#8217;aumento degli incidenti stradali e dei suicidi nelle settimane successive al cambio ora.</p><p>Poi ci sono gli effetti sulla produttivit&#224;. Uno studio particolarmente interessante ha analizzato i dati di GitHub, la piattaforma dove i programmatori collaborano su progetti software. Risultato: nelle due settimane successive al cambio ora si registra una riduzione misurabile della produttivit&#224;. Pi&#249; errori, meno codice scritto, meno efficienza.</p><p>La teoria pi&#249; solida che tiene insieme tutti questi effetti &#232; questa: viviamo gi&#224; in una societ&#224; con una forte carenza cronica di sonno. I nostri ritmi circadiani sono gi&#224; stressati. Il cambio ora non fa che peggiorare una situazione gi&#224; compromessa, innescando un ciclo negativo che si autoalimenta per giorni o settimane: meno sonno, pi&#249; stress, meno concentrazione, pi&#249; errori, relazioni peggiori, e cos&#236; via.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Quanto ci costa non dormire</h2><p>Passiamo ai numeri. Si stima che la perdita di sonno, nel suo complesso, abbia un costo economico quantificabile tra l&#8217;1% e il 2% del PIL. Non proprio spiccioli. Per l&#8217;Italia significa qualcosa tra i 30 e i 60 miliardi di euro, cio&#232; circa 750 euro a persona in media. Ovviamente non si tratta di soldi che escono direttamente dal portafoglio: &#232; una stima aggregata che tiene conto della minore produttivit&#224;, degli errori, degli incidenti, dei costi sanitari.</p><p>E non &#232; finita. Alcuni studi rilevano che durante la fase di cambio ora aumenta anche la volatilit&#224; sui mercati finanziari. Il meccanismo &#232; plausibile: operatori pi&#249; stressati e meno lucidi prendono decisioni peggiori, il che si traduce in operazioni sbagliate e in un aumento del rischio. Non parliamo di un crollo borsistico dovuto al cambio ora, sia chiaro, ma di un effetto misurabile e documentato.</p><h2>I benefici (presunti) del cambio ora</h2><p>E dall&#8217;altra parte della bilancia? Il cambio ora nasce storicamente per una ragione precisa: risparmiare energia. L&#8217;idea &#232; che avere pi&#249; luce durante le ore lavorative riduca i costi di illuminazione. E in passato, quando la produzione elettrica dipendeva quasi interamente dal carbone e dalle fonti fossili, questo beneficio era reale e significativo.</p><p>Oggi? Un recente studio della Commissione Europea stima che il risparmio &#232; minimo. E anche Terna, il gestore della rete elettrica italiana, ammette che il risparmio si aggira intorno allo 0,1% del consumo nazionale. Lo zero virgola uno per cento. Con la transizione verso le rinnovabili e, in prospettiva, il nucleare, questo beneficio si riduce ulteriormente.</p><h2>L&#8217;argomento turismo non regge</h2><p>Chi difende il cambio ora porta spesso un secondo argomento: il turismo. Pi&#249; ore di luce significherebbero pi&#249; voglia di uscire, visitare citt&#224; d&#8217;arte, prenotare vacanze. Ma questa tesi ha almeno due problemi seri.</p><p>Primo: non ci sono studi robusti che dimostrino una correlazione tra il cambio ora e un aumento effettivo del turismo. Le persone viaggiano di pi&#249; in primavera e in estate perch&#233; c&#8217;&#232; il bel tempo, non perch&#233; le lancette dell&#8217;orologio si sono spostate di un&#8217;ora. </p><p>Secondo: c&#8217;&#232; un controsenso interno. Se il cambio ora aumenta il turismo, allora aumenta anche il movimento di persone, l&#8217;occupazione di suolo, il consumo di risorse, l&#8217;overtourism. Cio&#232; esattamente quegli impatti ambientali negativi che il cambio ora, in teoria, dovrebbe contribuire a ridurre con il risparmio energetico. Le due tesi si contraddicono a vicenda.</p><h2>Il vero problema: l&#8217;UE che non decide</h2><p>Ma la questione pi&#249; interessante, a ben vedere, non &#232; se abolire o meno il cambio ora. &#200; il fatto che non siamo riusciti a farlo nonostante i dati siano piuttosto chiari.</p><p>Nel 2018 la Commissione Europea ha proposto formalmente l&#8217;abolizione del cambio ora. Il processo legislativo &#232; stato avviato, ma si &#232; arenato a livello di Consiglio: i paesi del Nord Europa spingevano per l&#8217;abolizione, i paesi del Sud (Italia compresa) si opponevano, aggrappandosi all&#8217;argomento del turismo. Risultato: la decisione &#232; stata rimandata al 2027.</p><p>Riflettiamoci un momento. Se l&#8217;Unione Europea non riesce a prendere una decisione su una questione cos&#236; marginale come il cambio ora, cosa possiamo aspettarci su temi davvero importanti? Debito comune europeo, fiscalit&#224; comune, regolamentazione dei mercati, difesa. La regola non scritta dei minimi comuni denominatori si conferma ancora una volta: l&#8217;UE si muove solo quando gli interessi di tutti gli stati convergono. Se non c&#8217;&#232; convergenza, si sta fermi.</p><p>Questo non &#232; un argomento contro l&#8217;europeismo o il federalismo europeo. Al contrario: &#232; la constatazione che le istituzioni europee, cos&#236; come sono strutturate oggi, non sono attrezzate per andare avanti quando gli stati membri non sono d&#8217;accordo. E questo, molto pi&#249; del cambio ora, &#232; il problema che dovremmo risolvere.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://cepr.org/voxeu/columns/abolishing-daylight-saving-time-easy-setting-permanent-time-not">CEPR VoxEU: Abolishing Daylight Saving Time is easy, setting permanent time is not</a></p></li><li><p><a href="https://cepr.org/voxeu/columns/sleeping-our-way-being-productive">CEPR VoxEU: Sleeping our way to being productive</a></p></li><li><p><a href="https://www.apa.org/pubs/journals/releases/apl9451317.pdf">APA: Effetti del cambio ora sulla produttivit&#224; lavorativa</a></p></li><li><p><a href="https://psycnet.apa.org/record/2025-41126-001">APA PsycNet: Studio sugli effetti psicologici del cambio ora</a></p></li><li><p><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0167268124003639">Journal of Economic Behavior &amp; Organization: Cambio ora e comportamento economico</a></p></li><li><p><a href="https://pages.uoregon.edu/waddell/papers/DickinsonWaddell_DST-and-Productivity_JEBO_forth.pdf">Dickinson &amp; Waddell: DST and Productivity</a></p></li><li><p><a href="https://docs.iza.org/dp14570.pdf">IZA Discussion Paper: Effetti economici del cambio ora</a></p></li><li><p><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37995463/">PubMed: Studio sugli effetti sanitari del cambio ora</a></p></li><li><p><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0167629623001170">Journal of Health Economics: Costi sanitari legati alla perdita di sonno</a></p></li><li><p><a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/HTML/?uri=CELEX:52018PC0639">Proposta della Commissione Europea per l&#8217;abolizione del cambio ora (2018)</a></p></li><li><p><a href="https://www.parlamento.it/notes9/web/docuorc2004.nsf/4d9255edaa0d94f8c12576ab0041cf0a/397d164579f4cc4bc1258306005753bf/$FILE/ST-12118-2018-INIT-IT.pdf">Parlamento Italiano: Documento sul cambio ora in sede europea</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Meloni da Pulp Podcast: nucleare, Iran, difesa e accise. Cosa dicono davvero i dati]]></title><description><![CDATA[Le scorte iraniane di uranio arricchito al 60% sono salite a 275 kg in un trimestre.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/meloni-da-pulp-podcast-nucleare-iran</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/meloni-da-pulp-podcast-nucleare-iran</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Fri, 20 Mar 2026 11:00:30 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/422ffd14-e6e8-43d3-84c2-9e7bb9abb29f_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le scorte iraniane di uranio arricchito al 60% sono salite a 275 kg in un trimestre. La spesa militare italiana cresce del 38,5%, ma quasi tutto l'aumento &#232; riclassificazione contabile. Il DDL sul nucleare &#232; fermo da mesi. Giorgia Meloni &#232; andata a Pulp Podcast e ha toccato tutti questi temi: vale la pena andare a verificare cosa dicono davvero i numeri.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://youtu.be/x19DQyFYa84">Due parole su MELONI da PULP PODCAST</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>Iran e nucleare iraniano: la minaccia &#232; davvero imminente?</h2><p>Uno dei passaggi centrali dell&#8217;intervista ha riguardato la crisi iraniana. Meloni ha sostenuto che le vie del negoziato sul nucleare iraniano fossero ormai esaurite. Ma i dati e i documenti disponibili raccontano una storia pi&#249; sfumata.</p><p>Partiamo dai fatti. Secondo l&#8217;ultima dichiarazione del direttore generale della IAEA (l&#8217;Agenzia internazionale per l&#8217;energia atomica), le scorte iraniane di uranio arricchito al 60% di U-235 sono salite a 275 kg, rispetto ai 182 kg del trimestre precedente. &#200; un dato vero e verificabile. Il 60% di arricchimento &#232; ben oltre la soglia degli usi civili (circa il 10%) e si avvicina a quella necessaria per un&#8217;arma nucleare.</p><p>Tuttavia, arricchimento elevato non significa automaticamente minaccia imminente. Un documento dell&#8217;Arms Control Association del 3 marzo 2026, dedicato proprio ai programmi nucleari e missilistici iraniani, analizza la questione in profondit&#224;. Il documento riporta che Trump, il 28 febbraio, ha dichiarato che l&#8217;Iran starebbe sviluppando missili a lungo raggio capaci di minacciare gli alleati europei e, in prospettiva, il territorio americano. L&#8217;analisi per&#242; conclude che nessuno degli sviluppi recenti rappresenta un progresso tale da configurare una minaccia imminente. Viene citato anche un rapporto della Defense Intelligence Agency del 2025, secondo cui l&#8217;Iran non dispone ancora di missili balistici in grado di colpire gli Stati Uniti.</p><p>C&#8217;&#232; poi la questione diplomatica. Sempre secondo l&#8217;Arms Control Association, un&#8217;intervista al ministro degli esteri dell&#8217;Oman del 27 febbraio suggerisce che l&#8217;Iran fosse disposto ad accettare una pausa pluriennale sull&#8217;arricchimento, con misure di verifica ampie e l&#8217;impegno a non accumulare ulteriore uranio arricchito. Gli Stati Uniti hanno scelto di non prendere in considerazione questa proposta e di non presentarsi ai colloqui tecnici del primo marzo, il che, secondo il documento, solleva dubbi sulla buona fede negoziale americana. A conferma del clima, Joe Kent, direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo statunitense, ha rassegnato le dimissioni dichiarando di non poter appoggiare &#8220;in coscienza&#8221; la guerra in corso contro l&#8217;Iran, definendola il risultato di pressioni israeliane.</p><p>Insomma, l&#8217;affermazione secondo cui le vie diplomatiche sarebbero esaurite appare quantomeno prematura alla luce di questi elementi.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Difesa europea e spesa militare: i numeri che non tornano</h2><p>Meloni ha insistito molto sulla necessit&#224; di aumentare la spesa in difesa e rafforzare l&#8217;integrazione europea in questo ambito. Sono obiettivi condivisibili sulla carta, ma il problema &#232; sempre lo stesso: con quali risorse?</p><p>L&#8217;Italia &#232; in procedura d&#8217;infrazione per i conti pubblici. Se vuoi spendere di pi&#249; in difesa, devi spiegare se intendi aumentare le tasse, tagliare altre spese, riallocare risorse esistenti, oppure fare pi&#249; debito (e con quali conseguenze). Questa risposta, a oggi, non &#232; arrivata.</p><p>C&#8217;&#232; poi un dato che merita attenzione. Secondo l&#8217;Osservatorio sui conti pubblici dell&#8217;Universit&#224; Cattolica, la spesa militare italiana nel 2025 risulta in aumento del 38,5%. Un numero impressionante, ma che si scompone cos&#236;: dei 0,5 punti percentuali di PIL di aumento, solo 0,1 punti corrispondono a spesa effettivamente nuova. I restanti 0,4 punti derivano da una riclassificazione di spese gi&#224; esistenti, tra cui Guardia di Finanza, Capitaneria di Porto, spazio e cybersicurezza, che ora vengono contabilizzate come &#8220;militari&#8221;. L&#8217;Osservatorio sottolinea che non &#232; chiaro n&#233; dalle parole del ministro n&#233; dai documenti ufficiali in cosa consista esattamente questa riclassificazione: si tratta di spese che hanno cambiato natura o semplicemente di un diverso modo di contarle?</p><p>C&#8217;&#232; anche un elemento di coerenza politica da considerare. L&#8217;integrazione europea in materia di difesa &#232; stata osteggiata negli ultimi anni proprio dalle forze che oggi compongono la maggioranza di governo (e anche da alcune forze di opposizione, va detto). Il tema della difesa comune europea era gi&#224; sul tavolo nel 2022, con la crisi russo-ucraina, ed era presente nelle campagne elettorali del 2022 e del 2024. Eppure i programmi di tutti i partiti erano, su questo punto, estremamente vaghi. Tre anni dopo, la situazione non &#232; cambiata molto: tanti convegni, tante promesse, tanti target, ma poca sostanza concreta.</p><h2>Nucleare italiano: un iter che non corre</h2><p>Sul nucleare Meloni ha rivendicato la riapertura del dossier, definendo la chiusura del nucleare italiano un errore storico. Il principio pu&#242; anche essere condiviso, ma i fatti raccontano una storia di lentezza burocratica che stride con le dichiarazioni di urgenza.</p><p>Ricostruiamo la timeline. Il ministro Pichetto Fratin, il 22 novembre 2024, dichiarava all&#8217;ANSA che ci sarebbe stata una legge di inquadramento definitiva &#8220;entro la fine dell&#8217;anno&#8221;. Il primo passaggio formale &#232; arrivato solo il 28 febbraio 2025, con un documento sull&#8217;energia nucleare sostenibile. Il DDL delega al governo in materia di energia nucleare &#232; stato presentato il 17 ottobre 2025. Al 19 marzo 2026, data di registrazione del video, non c&#8217;&#232; ancora un&#8217;approvazione.</p><p>Sono passati quasi quattro anni dalle elezioni, e il percorso legislativo &#232; ancora in corso. Se il nucleare fosse davvero una priorit&#224; sentita con urgenza dall&#8217;esecutivo, i tempi dovrebbero essere altri. Questo non significa che il progetto sia destinato a fallire, ma parlare di spinta decisa con questi numeri &#232; quantomeno ottimistico. C&#8217;&#232; poi la questione irrisolta del deposito delle scorie, un nodo che resta aperto da anni e senza il quale qualsiasi piano nucleare resta incompleto.</p><h2>Carburanti e accise mobili: una soluzione che avvantaggia chi sta meglio</h2><p>L&#8217;aumento del prezzo del petrolio legato alla crisi iraniana e al passaggio del 20% del greggio mondiale attraverso lo Stretto di Hormuz ha portato Meloni a parlare delle cosiddette &#8220;accise mobili&#8221;: un meccanismo, esistente dal 2008 e riformato nel 2023, che permette di usare il maggior gettito IVA generato dall&#8217;aumento dei carburanti per ridurre temporaneamente le accise.</p><p>Nel breve periodo, pu&#242; funzionare per evitare picchi di prezzo. Il problema &#232; che si tratta di una misura regressiva. Il beneficio della riduzione del costo del carburante va a chi consuma pi&#249; carburante, cio&#232; tendenzialmente a chi ha un reddito pi&#249; alto e usa di pi&#249; l&#8217;automobile. Le persone a basso reddito, quelle che l&#8217;inflazione colpisce di pi&#249;, ne beneficiano meno.</p><p>Se l&#8217;obiettivo &#232; proteggere i cittadini pi&#249; fragili, servirebbero strumenti diversi: bonus legati al reddito, incentivi al telelavoro, misure calibrate sulla mediana della distribuzione dei redditi. La riduzione generalizzata delle accise non fa questo lavoro. C&#8217;&#232; anche un rischio politico: una volta ridotte le accise, sar&#224; molto difficile ripristinarle. Si innesca un meccanismo per cui la popolazione chiede di mantenere il taglio, senza rendersi conto che il beneficio sta trasferendo risorse dai pi&#249; poveri ai pi&#249; ricchi.</p><p>E la speculazione? Meloni ha evocato il rischio di speculazione sui carburanti, dichiarando di voler prima &#8220;tenere a bada la speculazione&#8221; e poi intervenire sui prezzi. Ma i dati non supportano questa narrativa. L&#8217;economista Riccardo Trezzi, in un&#8217;analisi del 16 marzo 2026, ha mostrato che il prezzo della Super 95 al netto delle tasse &#232; salito di 14,3 centesimi e il diesel di 28,1 centesimi: incrementi coerenti con l&#8217;aumento del prezzo del greggio e il processo di raffinazione, non con dinamiche speculative. Anche nel 2022, quando si parlava ovunque di speculazione, la Banca Centrale Europea pubblic&#242; un bollettino nel 2024 in cui gli indicatori di speculazione non mostravano anomalie significative. Invocare la speculazione quando non si ha un argomento migliore &#232; una scorciatoia retorica, non un&#8217;analisi.</p><h2>Lo stile Pulp e il significato politico dell&#8217;intervista</h2><p>Un&#8217;ultima riflessione riguarda il formato. Molti hanno criticato la puntata per l&#8217;assenza di fact-checking in diretta. Ma chi conosce Pulp Podcast sa che il programma non ha mai puntato su quello: lo stile di Marra e Fedez &#232; un altro In questa puntata, probabilmente per il poco tempo a disposizione e per il peso istituzionale dell&#8217;ospite, quel ritmo &#232; mancato. </p><p>Detto questo, il fatto che un presidente del Consiglio in carica si sieda davanti a un microfono su YouTube &#232; un evento importante. Apre un precedente, crea un mercato nuovo per la comunicazione politica. Con le elezioni del 2027 all&#8217;orizzonte, &#232; probabile che questo canale venga utilizzato sempre di pi&#249; dalla politica per raggiungere nicchie di pubblico diverse da quelle dei media tradizionali. E no, la politica su YouTube non &#232; uno svilimento: &#232; semplicemente un&#8217;evoluzione, come lo fu il passaggio dal cinema muto al sonoro. Chi all&#8217;epoca si lamentava della novit&#224; fu smentito dalla storia.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.iaea.org/newscenter/statements/iaea-director-generals-introductory-statement-to-the-board-of-governors-3-march-2025">IAEA: dichiarazione del direttore generale al Consiglio dei governatori, 3 marzo 2025</a></p></li><li><p><a href="https://www.armscontrol.org/issue-briefs/2026-03/did-irans-nuclear-and-missile-programs-pose-imminent-threat-no">Arms Control Association: il programma nucleare e missilistico iraniano rappresentava una minaccia imminente?</a></p></li><li><p><a href="https://x.com/joekent16jan19/status/2033897242986209689">Joe Kent: dichiarazione di dimissioni dal Centro Nazionale Antiterrorismo</a></p></li><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-la-spesa-militare-sale-del-38-5-nel-2025-ma-non-si-sa-perche">Osservatorio CPI: la spesa militare sale del 38,5% nel 2025, ma non si sa perch&#233;</a></p></li><li><p><a href="https://x.com/RiccardoTrezzi/status/2034254943016583569">Riccardo Trezzi: analisi prezzi carburanti al netto delle tasse</a></p></li><li><p><a href="https://www.ecb.europa.eu/press/economic-bulletin/focus/2024/html/ecb.ebbox202402_01~b3d857ae05.en.html">BCE: bollettino economico 2024 sulla speculazione nei mercati energetici</a></p></li><li><p><a href="https://pagellapolitica.it/articoli/impunita-servizi-segreti-cosa-cambia-decreto-sicurezza">Pagella Politica: cosa cambia col decreto sicurezza</a></p></li><li><p><a href="https://www.camera.it/leg19/126?idDocumento=2669&amp;leg=19">Camera dei Deputati: DDL energia nucleare</a></p></li><li><p><a href="https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-116/27778">Governo: comunicato stampa CdM n. 116</a></p></li><li><p><a href="https://public.tableau.com/app/profile/cepej/viz/shared/BKNSBGCF2">&#128202; Dashboard CEPEJ (Tableau Public)</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La Corte Costituzionale ha detto che le pensioni si possono toccare]]></title><description><![CDATA[Se dessimo a ogni pensionato italiano una pensione minima di 5.000 euro al mese, il costo annuo supererebbe i mille miliardi di euro, pi&#249; dell&#8217;intero bilancio dello Stato.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/la-corte-costituzionale-ha-detto</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/la-corte-costituzionale-ha-detto</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Tue, 17 Mar 2026 07:01:36 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/108337b1-9506-4bf3-b4ee-c2737b745073_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se dessimo a ogni pensionato italiano una pensione minima di 5.000 euro al mese, il costo annuo supererebbe i mille miliardi di euro, pi&#249; dell&#8217;intero bilancio dello Stato. Eppure, ogni volta che si parla di pensioni, qualcuno rilancia con cifre irrealistiche. Il punto, per&#242;, non &#232; quanto dovrebbe essere la pensione minima: &#232; che il sistema attuale costa gi&#224; troppo, e la Corte Costituzionale ci ha appena spiegato che s&#236;, si pu&#242; intervenire.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://youtu.be/K6-esXYf4W8">Le PENSIONI mi hanno ROTTO il PYTHON: non si possono toccare, sono diritti ACQUISITI!</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>Il conto che nessuno vuole fare</h2><p>Partiamo dai numeri di base. I pensionati italiani sono circa 16 milioni, le pensioni erogate circa 22 milioni (molti ne percepiscono pi&#249; di una). La spesa pensionistica pubblica italiana, secondo i dati pi&#249; recenti dell&#8217;Osservatorio sui conti pubblici dell&#8217;Universit&#224; Cattolica, si avvia verso il 17% del PIL entro il 2040: la pi&#249; alta tra tutti i Paesi OCSE, contro una media dell&#8217;8,8%.</p><p>In un video <a href="https://youtu.be/OiIUkGYZs8E">precedente</a> avevo mostrato, con un calcolo in Python, che la differenza tra i contributi effettivamente versati dai pensionati e quanto percepiscono si aggira attorno ai 30-40 miliardi l&#8217;anno, a seconda delle ipotesi di base. Ho chiamato questa differenza &#8220;furto pensionistico&#8221;, una provocazione che ha generato moltissimo dibattito. Quella volta avevo usato uno script in Python; oggi ho messo online una <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/furto-pensionistico/">dashboard completa</a>, consultabile liberamente sul mio sito, per permettere a chiunque di verificare i dati in autonomia.</p><p>Il metodo retributivo, quello con cui &#232; stata calcolata la pensione della maggior parte dei pensionati attuali, ci costa ancora oggi circa 120 miliardi l&#8217;anno. Non patatine, come si suol dire.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Ma le pensioni non sono un diritto acquisito?</h2><p>Questa &#232; la frase che si sente pi&#249; spesso quando si mostrano i numeri: &#8220;Non si pu&#242; fare nulla, le pensioni sono un diritto acquisito.&#8221; Eppure, negli ultimi anni le pensioni sono state toccate pi&#249; volte. Come si concilia l&#8217;idea di un diritto intangibile con il fatto che, ripetutamente, il legislatore sia intervenuto riducendone il valore reale?</p><p>La risposta sta nel fatto che il concetto di &#8220;diritto acquisito&#8221;, cos&#236; come viene usato nel dibattito pubblico, &#232; molto diverso da quello che effettivamente dice la giurisprudenza costituzionale. E qui ci viene in aiuto l&#8217;ultima sentenza della Corte Costituzionale sull&#8217;argomento: la numero 167 del 2025, depositata il 13 novembre scorso.</p><h2>Cosa ha stabilito la Corte Costituzionale</h2><p>La vicenda nasce dalla legge di bilancio 2023 (articolo 1, comma 309), che ha introdotto un meccanismo di raffreddamento della rivalutazione delle pensioni. In pratica, per quell&#8217;anno la perequazione automatica (cio&#232; l&#8217;adeguamento all&#8217;inflazione) venne riconosciuta al 100% solo per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo INPS, grosso modo circa 2.000-2.200 euro lordi mensili. Per tutte le fasce superiori, la rivalutazione fu progressivamente ridotta, dall&#8217;85% fino al 32% per le pensioni pi&#249; elevate.</p><p>Ventitre ricorrenti, tutti appartenenti al comparto difesa e sicurezza, hanno impugnato la norma. Vale la pena ricordare che il comparto difesa italiano &#232; composto in larga parte da spesa pensionistica e che i dipendenti pubblici andati in pensione in passato godono di benefici particolarmente generosi.</p><p>La Corte ha dichiarato la questione non fondata, stabilendo quattro principi che meritano attenzione.</p><p>Primo: la perequazione automatica &#232; uno <strong>strumento di natura tecnica</strong>, non un diritto soggettivo intangibile. &#200; pensata per mantenere il potere d&#8217;acquisto delle pensioni, ma non gode di una protezione costituzionale assoluta.</p><p>Secondo: la garanzia della perequazione <strong>non annulla la discrezionalit&#224; del legislatore</strong>. Il Parlamento pu&#242; decidere quanto e come adeguare le pensioni, alla luce delle risorse effettivamente disponibili.</p><p>Terzo: <strong>non esiste un imperativo costituzionale</strong> che imponga l&#8217;adeguamento annuale di tutti i trattamenti pensionistici. Questo &#232; forse il punto pi&#249; rilevante, perch&#233; smonta l&#8217;idea che ogni anno tutte le pensioni debbano essere rivalutate al 100% dell&#8217;inflazione.</p><p>Quarto: il criterio per valutare la ragionevolezza di un intervento &#232; la <strong>differenziazione per fasce</strong>. Le pensioni pi&#249; elevate, dice la Corte, presentano margini pi&#249; ampi di resistenza all&#8217;erosione inflattiva, e quindi possono essere toccate con maggiore incisivit&#224; rispetto a quelle basse.</p><p>Quindi, s&#236;, si pu&#242; intervenire, purch&#233; si proteggano le pensioni pi&#249; basse e si agisca sulle fasce pi&#249; alte con criteri ragionevoli. Esattamente quello che &#232; stato fatto nel 2023.</p><h2>La de-indicizzazione: quanto si potrebbe risparmiare</h2><p>Partendo da questi principi, ho costruito una <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/dashboard-pensioni/">simulazione</a>. Ho preso i dati di Itinerari Previdenziali aggiornati al 2024 e ho escluso tutte le pensioni inferiori a quattro volte il minimo INPS (sotto i 2.683 euro lordi mensili). Per tutte le fasce superiori ho proiettato il valore della pensione in termini reali nei prossimi anni, confrontando diversi scenari di rivalutazione.</p><p>La dashboard interattiva &#232; sul mio sito, ma ecco i risultati principali. </p><p>Con un&#8217;inflazione ipotizzata al 2% e le regole vigenti al 2025, le pensioni perdono potere d&#8217;acquisto, ma molto lentamente: di fatto non si raggiunge mai il livello &#8220;target&#8221;, ovvero la pensione che sarebbe giustificata dai contributi effettivamente versati. Se invece si applicasse una rivalutazione al 75% di quella attualmente prevista, in circa 20 anni la pensione media di queste fasce scenderebbe dai circa 35.000 euro annui a circa 31.500, sempre in termini reali: si chiuderebbe cio&#232; il divario con quanto effettivamente spettava sulla base dei contributi.</p><p>In termini aggregati: con le regole vigenti, il risparmio in 5 anni sarebbe di circa 3 miliardi. Con la rivalutazione ridotta al 75%, il risparmio a 5 anni salirebbe a circa 11,7 miliardi. I pensionati coinvolti sarebbero circa 3,5 milioni, lasciando del tutto invariate le pensioni degli altri 13 milioni circa che stanno sotto la soglia delle quattro volte il minimo.</p><h2>Cosa ci si potrebbe fare con quei soldi</h2><p>Undici miliardi e mezzo in 5 anni sembrano un numero astratto. Proviamo a tradurlo. Equivalgono a circa una centrale nucleare (come riferimento ho usato Jek 2, la centrale slovena con un costo stimato attorno ai 12 miliardi di euro). Oppure a circa 8 anni e mezzo di finanziamenti per asili nido. O ancora, a 5 anni di congedo parentale per entrambi i genitori, un tema su cui si sta dibattendo moltissimo in questi giorni per capire dove trovare le risorse. Quei soldi coprirebbero in alternativa un aumento del 2% del Fondo sanitario nazionale o un incremento del 4,5% della spesa per istruzione.</p><p>Se a questo si aggiungessero altri interventi gi&#224; esplorati in precedenza (l&#8217;IMU calcolata sulla ricchezza netta anzich&#233; lorda, la riforma delle soglie ISEE proposta anche da Itinerari Previdenziali, la modifica del welfare locale), si arriverebbe a un risparmio complessivo tra i 13 e i 17 miliardi l&#8217;anno. Su un orizzonte di 5 anni, grosso modo 6,5 centrali nucleari.</p><h2>Le previsioni troppo ottimistiche</h2><p>C&#8217;&#232; chi obietta che il problema si risolver&#224; da solo. Infatti, secondo l&#8217;ultimo rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, la spesa pensionistica sul PIL dovrebbe calare dopo il 2040. Ma, come ha rimarcato l&#8217;Osservatorio sui conti pubblici dell&#8217;Universit&#224; Cattolica il 27 febbraio 2026, quel calo si basa su ipotesi molto ottimistiche.</p><p>Il dato pi&#249; eloquente riguarda la produttivit&#224;. Nell&#8217;ultimo decennio (2015-2025) il tasso di crescita della produttivit&#224; in Italia &#232; stato dello 0,12% medio annuo. Le previsioni della RGS ipotizzano che salga all&#8217;1,4% entro il 2050: quasi nove volte tanto. Come scrive l&#8217;Osservatorio, la produttivit&#224; dovrebbe crescere nei prossimi 45 anni a un ritmo che non ha alcun precedente recente.</p><p>Ma non &#232; solo la produttivit&#224;. Le previsioni assumono anche un miglioramento del tasso di fecondit&#224;, un tasso di disoccupazione stabilmente sotto il 6%, un aumento del tasso di attivit&#224; e flussi migratori regolari fino al 2070. Guardandosi attorno, &#232; lecito chiedersi su quali basi si fondino queste aspettative. Se negli ultimi 5 anni, con l&#8217;avvento dell&#8217;intelligenza artificiale, la produttivit&#224; delle imprese italiane non ha visto crescite significative, e se gli stipendi sono rimasti sostanzialmente fermi, &#232; difficile credere a un&#8217;inversione di tendenza spontanea.</p><h2>Cosa ci aspetta</h2><p>La Corte Costituzionale ha chiarito che lo spazio per intervenire c&#8217;&#232;. La de-indicizzazione parziale delle pensioni pi&#249; elevate &#232; uno strumento legittimo, ragionevole e gi&#224; testato. I numeri mostrano che anche un intervento non particolarmente aggressivo genererebbe risparmi significativi, sufficienti a finanziare politiche per le nuove generazioni: asili, congedi, istruzione, sanit&#224;.</p><p>Tuttavia, con tutta probabilit&#224;, nessun governo interverr&#224; finch&#233; non sar&#224; costretto da una crisi. Aspetteremo, come sempre, che i buoi siano tutti scappati per chiudere la stalla. E quando arriveranno le manovre lacrime e sangue, saranno proprio le generazioni pi&#249; giovani a pagarne il prezzo.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.cortecostituzionale.it/stampa-pdf-pronuncia/2025/167">Sentenza 167/2025 della Corte Costituzionale</a></p></li><li><p><a href="https://www.cortecostituzionale.it/stampa-pdf-pronuncia/2023/33">Sentenza 33/2023 della Corte Costituzionale</a></p></li><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-spesa-pensionistica-verso-il-17-del-pil-ma-il-calo-dopo-il-2040-e-tutto-da-verificare">Osservatorio CPI, &#8220;Spesa pensionistica verso il 17% del PIL&#8221; (27 febbraio 2026)</a></p></li><li><p><a href="https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2025/06/UPB-Rapporto-sulla-politica-di-bilancio-2025.pdf#page=66">Ufficio Parlamentare di Bilancio, Rapporto sulla politica di bilancio 2025</a></p></li><li><p><a href="https://drelegantia.substack.com/p/perche-separare-previdenza-e-assistenza">Dr Elegantia, &#8220;Perch&#233; separare previdenza e assistenza&#8221; (Substack)</a></p></li><li><p>&#128202; <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/dashboard-pensioni/">Dashboard pensioni</a> &#8212; dashboard interattiva consultabile sul mio sito</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Benzina a 2 euro: chi ci guadagna davvero (e non è il benzinaio)]]></title><description><![CDATA[Il prezzo del petrolio &#232; tornato ai livelli dell&#8217;invasione russa in Ucraina.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/benzina-a-2-euro-chi-ci-guadagna</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/benzina-a-2-euro-chi-ci-guadagna</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 06:01:45 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/f022c5d1-72ef-4d6f-a86b-60784fe4283e_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il prezzo del petrolio &#232; tornato ai livelli dell&#8217;invasione russa in Ucraina. La benzina in Italia ha superato 1,78 euro al litro in self-service, il gasolio sfiora i 2 euro. In autostrada si vedono gi&#224; prezzi sopra i 2,20 euro. E come sempre, la prima parola che compare nel dibattito &#232; &#8220;speculazione&#8221;. Ma chi sta davvero guadagnando da questa crisi? Spoiler: non &#232; il benzinaio sotto casa.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://youtu.be/NX2GsYYddRc">BENZINA a 2 EURO? Il pi&#249; grande regalo di TRUMP a PUTIN</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>Lo stretto di Hormuz: il collo di bottiglia dell&#8217;energia mondiale</h2><p>Per capire cosa sta succedendo alla pompa bisogna partire da un canale largo 40 chilometri nel Golfo Persico: lo stretto di Hormuz. Secondo i dati della U.S. Energy Information Administration, ogni giorno da l&#236; transitano circa 21 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20% del petrolio liquido mondiale. Non solo: dallo stesso stretto passa anche circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto, gran parte del quale proviene dal Qatar.</p><p>Il 28 febbraio scorso, Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi congiunti sull&#8217;Iran, colpendo infrastrutture militari e uccidendo la guida suprema Khamenei. L&#8217;Iran ha risposto con missili e droni su basi americane, su Israele e su altri paesi del Golfo. Le guardie rivoluzionarie hanno dichiarato chiuso lo stretto, minacciando di colpire qualsiasi nave tenti di attraversarlo. Almeno cinque navi petrolifere sono state coinvolte in attacchi, con perdite umane.</p><p>Il mercato non &#232; stato a guardare. Nel giro di 48 ore i principali player assicurativi hanno interrotto le coperture per il transito nel Golfo. Dal 5 marzo qualsiasi nave che attraversa lo stretto lo fa senza assicurazione, a proprio rischio. Se non c&#8217;&#232; copertura assicurativa, il rischio viene incorporato nel prezzo. E con il 20% del petrolio mondiale condizionato da questo conflitto, il prezzo dei future sul greggio &#232; salito ai livelli che non si vedevano dall&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina.</p><p>Quanto costa, in concreto? Secondo la CNBC, il noleggio di una super-petroliera per trasportare 2 milioni di barili dal Golfo &#232; salito a 424.000 dollari al giorno, con un aumento del 94% in un solo giorno.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Perch&#233; il prezzo alla pompa sale subito (e non &#232; speculazione)</h2><p>Ogni volta che il prezzo della benzina aumenta rapidamente, il ragionamento che si sente fare &#232; sempre lo stesso: la benzina nel serbatoio del distributore &#232; stata comprata prima dell&#8217;aumento, quindi perch&#233; il prezzo sale subito? Deve essere speculazione.</p><p>In realt&#224; il mercato dei carburanti non funziona a costo storico, ma a costo di sostituzione. Facciamo un esempio concreto. Un distributore ha 10.000 litri nel serbatoio, comprati a 1,50 euro al litro. Normalmente li vende a 1,70 euro, circa 1.000 litri al giorno. Poi scoppia una crisi e il prezzo all&#8217;ingrosso sale a 2,00 euro al litro.</p><p>Se il distributore continuasse a vendere a 1,70 euro, succederebbe una cosa prevedibile: tutti correrebbero a fare il pieno. Invece di 1.000 litri al giorno ne venderebbe 3.000. Il serbatoio si svuoterebbe in tre giorni. E quando dovr&#224; riempirlo di nuovo, pagher&#224; 2,00 euro al litro per quella benzina che ha venduto a 1,70. Il prezzo rilevante non &#232; quanto ha pagato ieri, ma quanto coster&#224; sostituire quel litro domani. Per questo il prezzo alla pompa si adegua immediatamente.</p><p>Questo concetto si chiama <em>replacement cost</em>, costo di sostituzione, ed &#232; il principio base della formazione dei prezzi in qualsiasi mercato dove si vendono scorte fisiche di un bene il cui prezzo all&#8217;ingrosso cambia.</p><h2>Rockets and feathers: perch&#233; il prezzo scende piano</h2><p>Se il meccanismo del costo di sostituzione spiega perch&#233; il prezzo sale in fretta, un altro fenomeno spiega perch&#233; scende lentamente. In economia si chiama <em>trasmissione asimmetrica dei prezzi</em>, o pi&#249; informalmente &#8220;rockets and feathers&#8221;: i prezzi salgono come razzi e scendono come piume.</p><p>Il termine &#232; stato coniato dall&#8217;economista Robert Bacon nel 1991, analizzando il mercato britannico della benzina. Da allora, una vasta letteratura accademica ha confermato questo fenomeno in decine di paesi. Borenstein, Cameron e Gilbert nel 1997 hanno documentato l&#8217;asimmetria nel mercato statunitense, mostrando che non si limita al passaggio dal prezzo all&#8217;ingrosso a quello al dettaglio, ma si osserva gi&#224; nella trasmissione dal prezzo del greggio a quello dei prodotti raffinati.</p><p>Perch&#233; succede? Le spiegazioni sono diverse e si sovrappongono. </p><p>In primo luogo, ci sono le scorte fisiche: quando il prezzo all&#8217;ingrosso scende, il distributore ha ancora nel serbatoio benzina comprata a prezzo alto. Non pu&#242; abbassare immediatamente senza vendere in perdita. In secondo luogo, la filiera &#232; lunga (raffinerie, grossisti, distributori) e ogni anello ha i propri contratti, i propri tempi di approvvigionamento, le proprie coperture finanziarie. In terzo luogo, c&#8217;&#232; il ruolo delle assicurazioni marittime: come abbiamo visto con la crisi di Hormuz, anche dopo un cessate il fuoco gli assicuratori non riattivano le coperture immediatamente. Hanno bisogno di mesi di osservazione per valutare il rischio residuo.</p><p>Nel caso degli Houthi e dello stretto di Bab el-Mandeb nel 2023, il ripristino delle coperture assicurative ha richiesto 3-4 mesi. Per la crisi attuale nel Golfo, le prime analisi parlano di un tempo di ripristino che va dai 6 ai 18 mesi. Questo significa che anche se domani ci fosse un cessate il fuoco, il traffico non riprenderebbe subito. E se il traffico non riprende, i costi di trasporto restano elevati, e quei costi si scaricano a cascata fino alla pompa.</p><p>Ecco perch&#233; il prezzo della benzina pu&#242; restare alto per settimane anche dopo che il barile ha cominciato a scendere. Non &#232; necessariamente collusione o speculazione: &#232; attrito fisico e finanziario nella catena di distribuzione.</p><h2>Ma quanto guadagna davvero un benzinaio?</h2><p>Quando il prezzo alla pompa supera i 2 euro, &#232; naturale pensare che qualcuno stia facendo enormi profitti. Ma il primo sospettato, cio&#232; il gestore della stazione di servizio, &#232; proprio l&#8217;anello della catena che guadagna meno.</p><p>Il margine lordo di un benzinaio in Italia &#232; di circa 3-4 centesimi al litro in modalit&#224; self-service, che possono salire a 5-6 centesimi per il servito. Secondo Confesercenti, la media &#232; di circa 41 euro ogni mille litri venduti. Parliamo di un margine che non varia nemmeno quando il prezzo della benzina sale o scende: &#232; fisso, stabilito dal contratto con la compagnia petrolifera. Nella maggior parte dei casi, il prezzo che il gestore espone la mattina gli viene comunicato da remoto dalla compagnia di appartenenza. Il margine discrezionale &#232; minimo.</p><p>Per dare un&#8217;idea concreta: un impianto che vende 1,5 milioni di litri all&#8217;anno con un margine medio di 3,5 centesimi genera un margine lordo di circa 52.500 euro. Tolti i costi fissi (personale, energia, manutenzione, affitto, tasse), l&#8217;utile netto di un distributore ben gestito si attesta tra 25.000 e 60.000 euro all&#8217;anno. Non esattamente un business da speculatori.</p><p>E allora dove vanno i soldi? La risposta &#232; semplice: tasse. Secondo i dati Assoutenti, le imposte (accise e IVA al 22%) pesano per circa il 61% sul prezzo finale della benzina e per il 57% su quello del gasolio. Dal 1&#176; gennaio 2026, l&#8217;accisa su benzina e gasolio &#232; stata allineata a 672,90 euro per mille litri. Questo significa che su un litro di benzina a 1,78 euro, circa 97 centesimi vanno allo Stato tra accise e IVA. Il gestore ne incassa 3-4. La componente industriale (materia prima, raffinazione, trasporto, margine della compagnia) copre il resto.</p><p>Se si togliessero le tasse, l&#8217;Italia avrebbe prezzi dei carburanti tra i pi&#249; bassi d&#8217;Europa. Al netto del carico fiscale, il nostro Paese si colloca al 17&#176; posto in Europa per il prezzo della benzina e al 22&#176; per il diesel. Con le tasse, siamo stabilmente nella top 10 dei paesi pi&#249; cari.</p><h2>Il regalo di Trump a Putin</h2><p>Se il benzinaio non ci guadagna, chi ci guadagna? Una risposta arriva guardando a Mosca. La Russia &#232; un&#8217;economia dipendente dalle esportazioni di idrocarburi. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) lo ha scritto chiaramente: ogni dollaro di riduzione delle entrate petrolifere riduce il margine di bilancio russo, aumenta la dipendenza dal debito e intensifica la pressione politica su Mosca. Questo principio funziona anche al contrario: ogni dollaro in pi&#249; &#232; respiro per le casse del Cremlino.</p><p>L&#8217;impennata del prezzo del petrolio nell&#8217;ultima settimana ha riportato le entrate russe a livelli che non si vedevano da mesi, invertendo una tendenza che stava mettendo in difficolt&#224; la macchina di guerra di Putin. Ma non &#232; solo una questione di prezzo del barile.</p><p>La crisi nel Golfo produce almeno tre vantaggi strategici per la Russia. Primo: il petrolio sale e la Russia incassa di pi&#249;. Secondo: si apre un quarto potenziale fronte di crisi internazionale (dopo Ucraina, Gaza, Venezuela), il che diluisce l&#8217;attenzione e le risorse occidentali. Terzo, e forse pi&#249; importante: il 20% del gas mondiale che passa dallo stretto di Hormuz &#232; principalmente gas liquefatto, trasportato via mare. Il gas russo, invece, viaggia soprattutto per via terrestre attraverso i gasdotti. Se il traffico marittimo nel Golfo resta bloccato, la Russia torna centrale come fornitore alternativo.</p><p>C&#8217;&#232; anche un dettaglio rivelatore. Secondo quanto riportato dal Washington Post il 6 marzo 2026, la Russia starebbe fornendo all&#8217;Iran informazioni per colpire obiettivi militari americani in Medio Oriente, incluse le posizioni di navi da guerra e aerei. Questo mentre l&#8217;amministrazione Trump dovrebbe essere, almeno sulla carta, la risorsa diplomatica pi&#249; preziosa per chiudere la guerra in Ucraina.</p><p>La domanda allora diventa: perch&#233; la Russia aiuta l&#8217;Iran a colpire gli americani proprio adesso? La risposta sta nei tre vantaggi elencati sopra. Putin ha tutto l&#8217;interesse a mantenere viva questa crisi. E se fino a pochi giorni fa molti analisti descrivevano Putin come il &#8220;junior partner&#8221; di Xi Jinping, questa nuova situazione potrebbe cambiare gli equilibri. La Russia ritorna un player energetico centrale, e non grazie a una propria mossa strategica, ma grazie all&#8217;assist fornito da Washington.</p><h2>L&#8217;Europa, ancora una volta, &#232; la pi&#249; esposta</h2><p>L&#8217;Europa ha un problema demografico, un problema di approvvigionamento di materie prime, un problema sulla rivoluzione dell&#8217;intelligenza artificiale, un problema di proiezione internazionale. La crisi di Hormuz &#232; semplicemente un&#8217;altra problematica che si aggiunge al tavolo. E con tutta probabilit&#224;, ancora una volta, l&#8217;Europa non sar&#224; in grado di rispondere in modo efficace.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=61002">U.S. Energy Information Administration (EIA) - Stretto di Hormuz, flussi petroliferi</a></p></li><li><p><a href="https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=65584">U.S. Energy Information Administration (EIA) - Gas naturale liquefatto nel Golfo</a></p></li><li><p><a href="https://www.cnbc.com/2026/03/03/middle-east-crisis-iran-us-shipping-oil-tankers-strait-of-hormuz.html">CNBC - Crisi Medio Oriente, costi di trasporto e petroliere</a></p></li><li><p><a href="https://www.csis.org/analysis/russia-oil-surcharge-anticipating-benefits-and-challenges">CSIS - Russia Oil Surcharge: Benefits and Challenges</a></p></li><li><p><a href="https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/03/06/russia-iran-intelligence-us-targets/">Washington Post - Russia fornisce intelligence all&#8217;Iran su obiettivi USA</a></p></li><li><p><a href="https://shanakaanslemperera.substack.com/p/the-invisible-siege-how-insurance">The Invisible Siege: How Insurance Shapes Maritime Crises</a></p></li><li><p>Bacon, R.W. (1991), &#8220;Rockets and feathers: the asymmetric speed of adjustment of UK retail gasoline prices to cost changes&#8221;, <em>Energy Economics</em>, 13, 211-218</p></li><li><p>Borenstein, S., Cameron, A.C., Gilbert, R. (1997), &#8220;Do gasoline prices respond asymmetrically to crude oil price changes?&#8221;, <em>The Quarterly Journal of Economics</em>, 112, 305-339</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ogni lavoratore italiano rinuncia a uno stipendio l'anno per pagare pensioni non coperte dai contributi]]></title><description><![CDATA[In Italia spendiamo 347 miliardi di euro l'anno in pensioni.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/ogni-lavoratore-italiano-rinuncia</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/ogni-lavoratore-italiano-rinuncia</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Wed, 11 Mar 2026 20:57:57 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/9b4c1988-0a60-44f4-a2b5-ce8d8d6f983a_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In Italia spendiamo 347 miliardi di euro l'anno in pensioni. Di questi, una fetta consistente non &#232; coperta dai contributi versati dai pensionati durante la loro vita lavorativa. Quanto vale questa differenza? Circa 45 miliardi di euro, che ricadono sulle spalle di 22 milioni di occupati. In pratica, ogni lavoratore cede l'equivalente di uno stipendio all'anno per coprire il buco. E il modello che lo dimostra &#232; persino generoso nelle ipotesi.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://youtu.be/OiIUkGYZs8E">PENSIONI: "Me la sono PAGATA". Cosa dicono i dati?</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>Il mito: &#8220;La pensione me la sono pagata&#8221;</h2><p>Ogni volta che si parla di sostenibilit&#224; del sistema pensionistico italiano, nei commenti arriva puntuale la stessa obiezione: &#8220;Io la mia pensione me la sono pagata, ho versato contributi per 40 anni&#8221;. &#200; un ragionamento che suona logico, ma &#232; corretto? I contributi versati durante la vita lavorativa coprono davvero l&#8217;assegno pensionistico ricevuto?</p><p>Per rispondere a questa domanda ho costruito un modello in Python, prima con ipotesi semplificate per capire la logica, poi con dati reali. I risultati sono piuttosto chiari: no, nella grande maggioranza dei casi i contributi versati non coprono la pensione erogata. E la differenza non &#232; marginale.</p><p>Prima di entrare nei numeri, vale la pena chiarire un punto: il modello che ho costruito &#232; volutamente generoso nei confronti dei pensionati. Assume 40 anni di contributi (quando bastano 20 per la pensione ordinaria), non considera le pensioni anticipate, e applica il sistema contributivo a tutti, che &#232; il regime meno vantaggioso per il pensionato. La realt&#224;, come vedremo, &#232; ancora pi&#249; sbilanciata.</p><div><hr></div><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><div><hr></div><h2>Come funziona il modello (in teoria)</h2><p>Il sistema contributivo funziona cos&#236;: ogni anno il lavoratore versa una quota del proprio stipendio sotto forma di contributi (oggi l&#8217;aliquota &#232; del 33%). Questi contributi si accumulano in un montante che viene rivalutato ogni anno in base alla crescita media del PIL degli ultimi cinque anni. Al momento della pensione, il montante viene diviso per la speranza di vita residua, e il risultato &#232; l&#8217;assegno annuale.</p><p>Per testare la logica ho costruito un primo modello semplificato: un lavoratore che inizia nel 1985, va in pensione nel 2025 dopo 40 anni, con uno stipendio indicizzato a 100 che cresce del 3% annuo, un&#8217;aliquota contributiva fissa al 31% e un tasso di capitalizzazione del 3%. Il montante che ne esce va poi diviso per la speranza di vita residua a diverse et&#224; di pensionamento.</p><p>Qui entrano in gioco le tavole di mortalit&#224; ISTAT. A 60 anni la speranza di vita residua &#232; di circa 25 anni e mezzo. A 64 anni (l&#8217;et&#224; media effettiva di pensionamento in Italia) &#232; di circa 22 anni. A 65 anni scende a 21, e a 70 anni a circa 17. Dividendo il montante per questi anni si ottiene l&#8217;importo annuale teorico, che rapportato all&#8217;ultimo stipendio d&#224; il tasso di sostituzione: quanto vale la pensione rispetto all&#8217;ultima retribuzione.</p><h2>I numeri reali: cosa esce dal modello</h2><p>Nella seconda fase ho sostituito le ipotesi semplificate con dati effettivi. Serie storica dal 1983 al 2023 (40 anni), aliquote contributive reali (che nel 1985 erano inferiori al 25% e oggi sono al 33%), crescita degli stipendi dell&#8217;industria da FRED (escludendo quindi turismo e servizi a basso valore aggiunto, il che rende il modello ancora pi&#249; generoso), e crescita del PIL italiano dal database AMECO della Commissione Europea.</p><p>Il <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/furto-pensionistico/">risultato</a>: partendo da base 100 nel 1983, lo stipendio arriva a circa 350 nel 2023. Il montante contributivo accumulato, una volta diviso per la speranza di vita residua secondo le tavole ISTAT 2023, produce un tasso di sostituzione teorico che va confrontato con quello effettivo.</p><p>E qui emerge il problema. Secondo i dati Eurostat, il tasso di sostituzione lordo in Italia si aggira intorno al 79%, uno dei pi&#249; alti d&#8217;Europa (la media UE &#232; circa al 52%, la Francia &#232; al 61%). Anche la Ragioneria Generale dello Stato, nel rapporto &#8220;Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario&#8221; aggiornamento 2025, conferma un tasso di sostituzione dell&#8217;81,5% nel 2021. L&#8217;Osservatorio CPI dell&#8217;Universit&#224; Cattolica riporta un dato coerente: il tasso di sostituzione netto in Italia raggiunge il 91%, contro una media europea del 63%.</p><p>Il tasso di sostituzione che esce dal modello, invece, &#232; sensibilmente pi&#249; basso. Per una persona andata in pensione a 64 anni con 40 anni di contributi nel regime contributivo puro, il modello indica un tasso di sostituzione di equilibrio del 64,1%. A 60 anni si scende al 54,4%, a 65 anni si sale al 65,6%, a 70 anni all&#8217;81,8%. Questo significa che solo chi va in pensione a 70 anni, con 40 anni di contributi nel contributivo puro, si avvicina a un equilibrio tra versato e ricevuto.</p><h2>A quanto ammonta il &#8220;furto pensionistico&#8221;</h2><p>Confrontando il tasso di sostituzione effettivo (intorno all&#8217;81%) con quello sostenibile secondo il modello, emerge un differenziale significativo. Applicando questa differenza ai 347 miliardi spesi in pensioni nel 2023, il &#8220;furto pensionistico&#8221; (la quota di pensioni erogata senza copertura contributiva) ammonta a circa 45 miliardi di euro.</p><p>Per capire cosa significhi in termini concreti: nel 2023, secondo il Rendiconto Sociale INPS, gli occupati erano circa 22,8 milioni e hanno versato circa 269 miliardi di contributi. Distribuendo quei 45 miliardi sui lavoratori attivi, il costo pro-capite del differenziale equivale a circa uno stipendio mensile all&#8217;anno. Ogni lavoratore italiano rinuncia all&#8217;equivalente di una mensilit&#224; per coprire la differenza tra la pensione promessa e quella che i contributi avrebbero effettivamente finanziato.</p><p>E questo nello scenario migliore. Il modello, infatti, assume che tutti i pensionati siano nel regime contributivo, che &#232; il pi&#249; parsimonioso. In realt&#224; solo il 4% circa dei pensionati attuali &#232; in contributivo puro. Dei 347 miliardi, circa 100 miliardi riguardano il vecchio sistema retributivo, che calcolava la pensione sugli ultimi stipendi e non sui contributi versati, con un risultato molto pi&#249; generoso. A questi si aggiungono i regimi misti derivati dalle varie riforme.</p><p>C&#8217;&#232; poi un altro elemento che il modello non cattura: circa 5 milioni di pensionati sono andati in pensione con meno di 15 anni di contributi, e circa la met&#224; di questi non ha mai versato nemmeno un euro. Come riporta Itinerari Previdenziali, le prestazioni fino a due volte il trattamento minimo (1.135 euro lordi mensili) sono circa 14,3 milioni, e i pensionati corrispondenti (circa 6 milioni, il 36,8% del totale) percepiscono quasi tutti pensioni di carattere assistenziale, in tutto o in parte non coperte da contributi. Se si escludono le prime due classi di reddito pensionistico (principalmente assistenziali), il reddito previdenziale medio sale da 21.000 a circa 29.000 euro lordi, pari a circa 21.000 euro netti.</p><p>Volendo fare un esercizio estremo: se si azzerasse il differenziale, l&#8217;importo medio annuo per pensionato scenderebbe da circa 21.000 a circa 19.000 euro. Non una catastrofe, ma un segnale chiaro di quanto il sistema attuale si regga su trasferimenti intergenerazionali impliciti.</p><h2>Le generazioni future: tassi in calo, pensioni pi&#249; magre</h2><p>Se il quadro attuale &#232; gi&#224; sbilanciato, le proiezioni per il futuro non sono rassicuranti. La Ragioneria Generale dello Stato stima un calo progressivo del tasso di sostituzione: dal 67% nel 2040 al 66% nel 2050, fino al 64,1% nel 2070. Le ipotesi pi&#249; pessimistiche prevedono che per i dipendenti privati si possa arrivare addirittura al 59% nel 2070.</p><p>Tradotto: le generazioni che oggi hanno 20-30 anni vedranno pensioni significativamente inferiori rispetto a quelle attuali, in rapporto al loro ultimo stipendio. Una persona che andr&#224; in pensione nel 2060 potrebbe ricevere il 60% della sua ultima retribuzione, contro l&#8217;80% e oltre di chi &#232; andato in pensione negli ultimi decenni. E se i contributi effettivi non coprivano nemmeno l&#8217;80% di allora, figurarsi quanto margine rester&#224; per i futuri pensionati.</p><p>La risposta alla domanda iniziale, quindi, &#232; piuttosto netta. La pensione non se la &#232; pagata quasi nessuno, almeno non interamente. Con tutta probabilit&#224;, larga parte degli assegni pensionistici attuali non &#232; coperta dai contributi versati. E il costo di questa differenza ricade ogni anno su chi lavora oggi.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Spesa-soci/Attivita_di_previsione_RGS/2025/Rapporto-2025-n.26.pdf">Ragioneria Generale dello Stato, &#8220;Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario&#8221;, Rapporto n. 26 (2025)</a></p></li><li><p><a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Spesa-soci/Attivita_di_previsione_RGS/2025/Rapporto-2025-n.26_Appendice-3.pdf">Appendice 3 al Rapporto RGS n. 26 (2025)</a></p></li><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-la-spesa-per-pensioni-in-italia-un-confronto-internazionale">Osservatorio CPI, Universit&#224; Cattolica: &#8220;La spesa per pensioni in Italia: un confronto internazionale&#8221;</a></p></li><li><p><a href="https://www.oecd.org/en/data/indicators/gross-pension-replacement-rates.html">OECD: Gross Pension Replacement Rates</a></p></li><li><p><a href="https://www.itinerariprevidenziali.it/site/home/ilpunto/pensioni/quanta-confusione-sui-veri--importi-delle-pensioni-italiane.html">Itinerari Previdenziali: &#8220;Quanta confusione sui (veri) importi delle pensioni italiane&#8221;</a></p></li><li><p><a href="https://www.cambridge.org/core/journals/journal-of-pension-economics-and-finance/article/transition-to-ndc-in-italy-assessing-distributive-and-financial-effects/5427435B6C9F21CCAAA409F67C00EE57">Cambridge University Press: &#8220;The transition to NDC in Italy: assessing distributive and financial effects&#8221;</a></p></li><li><p><a href="https://colab.research.google.com/drive/1_vzCsFNnocbArnd2S8ugBTJ7vgqrFKEr#scrollTo=1vQQ8SgTLEs6">&#128202; Google Colab: modello Python utilizzato nell&#8217;analisi</a></p></li><li><p><a href="https://x.com/micheleboldrin/status/1960797529496285241">Michele Boldrin su X: discussione sul tema pensionistico</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La legge "anti-pezzotto" ci sta costando caro]]></title><description><![CDATA[Agcom ha sanzionato Cloudflare con una multa di oltre 14 milioni di euro per inottemperanza a un ordine di blocco legato al sistema Piracy Shield.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/la-legge-anti-pezzotto-ci-sta-costando</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/la-legge-anti-pezzotto-ci-sta-costando</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 12 Jan 2026 15:45:09 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/0bedd0f4-1b20-4e1f-9bd4-d665b31bb8d2_1200x630.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h2>Cos&#8217;&#232; successo?</h2><p>Agcom (l&#8217;Autorit&#224; per le comunicazioni italiana) ha sanzionato Cloudflare con una multa superiore a <a href="https://www.agcom.it/comunicazione/comunicati-stampa/comunicato-stampa-71">14 milioni di euro</a> per violazione delle norme antipirateria legate al sistema <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/piracy-shield-decreto-omnibus">&#8220;Piracy Shield&#8221;</a>. </p><p>La sanzione riguarda la mancata ottemperanza da parte di Cloudflare a un ordine di blocco emesso dall&#8217;Agcom nel febbraio 2025, che imponeva di disabilitare l&#8217;accesso ad una serie di contenuti pirata in applicazione della  legge antipirateria n. 93/2023. In pratica, Agcom contesta a Cloudflare di non aver bloccato, entro i termini previsti, i siti segnalati attraverso lo &#8220;scudo&#8221; antipirateria nazionale. Cloudflare &#232; infatti considerata un &#8220;fornitore di servizi della societ&#224; dell&#8217;informazione&#8221; coinvolto nell&#8217;accesso ai siti pirata (ad esempio come DNS resolver o CDN), dunque soggetto agli ordini di blocco previsti dalla legge. </p><p>L&#8217;azienda statunitense ha contestato la decisione e, tramite il CEO Matthew Prince, ha reagito con <a href="https://x.com/eastdakota/status/2009654937303896492">durezza</a>: ha annunciato che sta valutando non solo il ricorso legale, ma anche misure drastiche come l&#8217;interruzione dei servizi di sicurezza informatica gratuiti forniti per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, la sospensione dei servizi pro bono per tutti gli utenti in Italia, la rimozione dei suoi server dal territorio italiano e la cancellazione di investimenti previsti nel Paese. In sostanza, Cloudflare minaccia di ritirare parte della propria infrastruttura dall&#8217;Italia, con potenziali impatti sulla resilienza e la sicurezza di molti servizi internet (inclusi eventi di rilevanza nazionale come i Giochi Olimpici). La vicenda segna dunque uno scontro frontale tra l&#8217;approccio regolatorio italiano, che privilegia il blocco <em>immediato</em> delle fonti pirata, e la posizione di un grande operatore infrastrutturale globale, preoccupato per gli effetti collaterali e per i precedenti che questo sistema potrebbe creare.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p></p><h2>Cos&#8217;&#232; il Piracy Shield</h2><p>Il &#8220;Piracy Shield&#8221; &#232; la piattaforma tecnologica introdotta da Agcom per contrastare la pirateria online, in particolare lo streaming illegale di eventi live (soprattutto sportivi). Si tratta di un sistema che consente ai titolari dei diritti (le emittenti o le leghe sportive) di segnalare rapidamente domini o indirizzi IP utilizzati per diffondere contenuti pirata. Ricevuta la segnalazione attraverso il portale, Agcom pu&#242; ordinare ai provider internet di <strong>bloccare</strong> tali risorse entro un massimo di 30 minuti. In origine il meccanismo era pensato per gli eventi sportivi in diretta, dove la tempestivit&#224; &#232; cruciale per evitare che la partita venga vista illegalmente in tempo reale. Nelle intenzioni del legislatore, vanno inibiti <strong>Fully Qualified Domain Names (FQDN)</strong> e indirizzi IP &#8220;univocamente destinati alla diffusione illecita&#8221; di contenuti protetti. In altre parole, il blocco dovrebbe colpire soltanto siti o server dedicati <strong>esclusivamente</strong> alla pirateria di quegli eventi. Il Piracy Shield &#232; entrato in funzione il 1&#176; febbraio 2024, dopo una fase di implementazione tecnica svolta in collaborazione con l&#8217;Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). Il suo funzionamento &#232; principalmente <em>amministrativo</em>: Agcom, una volta ricevuta la segnalazione, emette un provvedimento di blocco cautelare verso tutti gli operatori coinvolti (ISP, DNS, CDN, ecc.), i quali devono adeguarsi immediatamente. Successivamente, i soggetti destinatari del blocco o gli eventuali terzi coinvolti possono presentare reclamo entro 5 giorni, ma ci&#242; non sospende il blocco in atto. Questa architettura conferisce ad Agcom un potere di intervento <strong>istantaneo</strong> contro lo streaming illegale, evitando di passare per un giudice in tempo reale. Tuttavia, come vedremo, la scelta di colpire rapidamente e alla radice (oscurando domini e IP) comporta non pochi effetti collaterali e criticit&#224;.</p><h2>Chi lo ha approvato</h2><p>La base normativa del Piracy Shield &#232; la <strong>legge 14 luglio 2023, n. 93</strong>, entrata in vigore l&#8217;8 agosto 2023. Questa legge, approvata dal Parlamento italiano con ampio consenso trasversale (nessun voto contrario in sede legislativa), ha conferito ad Agcom nuovi poteri per un contrasto pi&#249; efficace e tempestivo della pirateria di eventi live. In particolare, l&#8217;art. 6 della legge 93/2023 ha introdotto il meccanismo dei blocchi entro 30 minuti tramite una piattaforma tecnologica dedicata. Per attuare la legge, Agcom ha rapidamente modificato il proprio <strong>Regolamento sulla tutela del diritto d&#8217;autore online</strong>: con la delibera n. 189/23/CONS del 26 luglio 2023 sono state inserite le disposizioni specifiche per gli eventi sportivi live. Nello stesso periodo, Agcom ha istituito un tavolo tecnico (7 settembre 2023) con l&#8217;ACN per definire i requisiti operativi della piattaforma. Il Piracy Shield &#232; divenuto operativo all&#8217;inizio di febbraio 2024, giusto in tempo per la seconda parte della stagione sportiva 2023/24. Successivamente, a causa di alcuni problemi emersi (di cui diremo tra poco), il quadro normativo &#232; stato ulteriormente ritoccato: nell&#8217;agosto 2024 il cosiddetto &#8220;Decreto Omnibus&#8221; (DL 113/2024, poi convertito) ha ampliato il raggio d&#8217;azione dello scudo. In particolare, si &#232; stabilito che Agcom pu&#242; ordinare il blocco anche di indirizzi e domini <strong>utilizzati in modo prevalente</strong> per attivit&#224; illecite, non pi&#249; necessariamente in modo &#8220;univoco&#8221;. Questa modifica ha allentato le maglie, autorizzando di fatto l&#8217;oscuramento di risorse <em>condivise</em> qualora una parte significativa del loro traffico sia pirata. La nuova norma ha suscitato preoccupazione perch&#233; aumenta il rischio di colpire infrastrutture e servizi legittimi insieme a quelli illegali. </p><h2>Perch&#233; &#232; un problema?</h2><p>Il Piracy Shield, cos&#236; com&#8217;&#232; stato concepito e attuato, presenta diversi problemi <strong>tecnici, procedurali e di principio</strong>. Il primo e pi&#249; tangibile &#232; il rischio di <strong>overblocking</strong>, cio&#232; di bloccare risorse che nulla hanno a che fare con la pirateria. Questo avviene perch&#233; spesso i siti pirata non operano su server dedicati isolati, bens&#236; su infrastrutture condivise (come servizi CDN, cloud, hosting condiviso, o piattaforme come GitHub, Cloudflare, Google etc.). Oscurare un <strong>indirizzo IP</strong> che ospita contenuti illeciti, ma che &#232; usato anche da centinaia di siti leciti, significa <strong>spegnere di colpo anche servizi totalmente legittimi</strong>. E non si tratta di un rischio teorico: &#232; successo davvero. Nell&#8217;ottobre 2024, a seguito di una segnalazione errata inviata da DAZN, Piracy Shield ha ordinato il blocco di indirizzi che hanno mandato offline per alcune ore Google Drive, YouTube e altri servizi di Google, oltre a &#8220;migliaia di siti web legittimi&#8221; ospitati sulla stessa CDN. In precedenza, un incidente analogo aveva coinvolto i DNS di Cloudflare, causando disservizi diffusi a siti che nulla c&#8217;entravano con le partite di calcio pirata. </p><p>Un secondo problema riguarda le <strong>garanzie procedurali e la trasparenza</strong>. Il processo &#232; estremamente rapido e centralizzato: nel momento in cui parte la segnalazione del detentore dei diritti, tutto avviene in pochi minuti senza contraddittorio preventivo n&#233; intervento di un giudice. Chi subisce un blocco (che sia il gestore di un sito oscurato o un service provider coinvolto) pu&#242; solo fare reclamo entro 5 giorni, tramite PEC, e aspettare l&#8217;esito. Questo meccanismo rende possibili errori gravi difficili da correggere in tempo utile: <em>ex post</em> il danno (ad esempio per un sito commerciale reso irraggiungibile) &#232; gi&#224; fatto, e la procedura di sblocco pu&#242; essere lenta e oscura. Agcom non pubblica in maniera facilmente accessibile l&#8217;elenco completo e aggiornato delle risorse bloccate (esiste un portale di consultazione, blocchips.agcom.it, ma non c&#8217;&#232; un log pubblico in tempo reale). Manca anche un centro operativo dedicato (un SOC) per gestire rapidamente gli incidenti. </p><p>Un terzo aspetto problematico &#232; l&#8217;<strong>estensione amplissima dei soggetti obbligati</strong>. La legge antipirateria non si limita a imporre obblighi ai provider internet tradizionali (ISP che forniscono connettivit&#224;), ma li estende a &#8220;tutti i fornitori di servizi della societ&#224; dell&#8217;informazione coinvolti, a qualsiasi titolo, nell&#8217;accesso a siti o servizi illegali&#8221;, inclusi <em>motori di ricerca</em>, <em>DNS resolver pubblici</em>, <em>servizi VPN</em> e altre infrastrutture, anche se non hanno sede in Italia. Questo significa, ad esempio, che Google potrebbe essere chiamata a de-indicizzare risultati di streaming pirata entro 30 minuti, o che Cloudflare dovrebbe bloccare le richieste DNS verso certi domini pirata immediatamente. Un tale ampliamento collide con la tradizionale distinzione (anche a livello europeo) fra <em>mere conduit</em> e contenuti: finora servizi come i DNS pubblici o i CDN erano considerati &#8220;neutrali&#8221; rispetto ai contenuti trasportati, e non soggetti a obblighi di filtraggio preventivo. L&#8217;Italia invece, con questa norma, ha di fatto richiesto a tali intermediari di diventare <strong>poliziotti del copyright</strong>. Ci&#242; pone problemi di <strong>legittimit&#224; internazionale</strong> (un&#8217;azienda extra-UE potrebbe non riconoscere l&#8217;autorit&#224; di Agcom) e di <strong>sicurezza</strong>: se un servizio critico (ad esempio una rete CDN o un DNS pubblico) decide di limitare o spegnere la propria presenza in Italia per non sottostare a queste regole, l&#8217;infrastruttura nazionale ci perde in resilienza. Non a caso, il principio della <strong>proporzionalit&#224;</strong> delle misure di cybersicurezza, sancito anche dalla direttiva europea NIS2, mal si concilia con blocchi cos&#236; invasivi e generalizzati: NIS2 mira a garantire la continuit&#224; dei servizi digitali essenziali, mentre un sistema che in un colpo solo pu&#242; togliere di mezzo server DNS o segmenti di rete contraddice quella filosofia di resilienza. </p><h2>Cosa c&#8217;entra Cloudflare</h2><p>Cloudflare &#232; uno dei maggiori attori globali nel campo dei servizi internet infrastrutturali: offre Content Delivery Network (CDN) per distribuire i contenuti, servizi DNS (il noto resolver pubblico 1.1.1.1), protezione da attacchi DDoS, e funge spesso da <strong>reverse proxy</strong> per siti web (oscurando l&#8217;IP originario e fornendo cache e sicurezza). Moltissimi siti, leciti e illeciti, usano Cloudflare per migliorare prestazioni e difendersi da attacchi. Secondo Agcom, una &#8220;larghissima percentuale&#8221; dei siti pirata colpiti dai provvedimenti di blocco in Italia si avvale proprio di servizi Cloudflare. Ci&#242; significa che spesso i flussi illegali passano per i server Cloudflare (ad esempio, siti pirata che trasmettono partite utilizzano Cloudflare come protezione). &#200; per questo che Agcom ha incluso Cloudflare fra i soggetti destinatari degli ordini: <em>in quanto</em> fornitore coinvolto nell&#8217;accessibilit&#224; dei contenuti illeciti, doveva bloccare l&#8217;accesso a quei siti segnalati, oppure adottare &#8220;misure tecniche e organizzative&#8221; per rendere quei contenuti non fruibili dagli utenti finali. In pratica, Agcom intimava a Cloudflare: o oscuri tu i siti pirata che stai &#8220;servendo&#8221; (ad esempio negando la risoluzione DNS o il proxy verso di essi), oppure devi trovare altri modi per impedirne l&#8217;uso attraverso la tua rete. Cloudflare per&#242; ha <strong>contestato</strong> questo ruolo. L&#8217;azienda si considera un <strong>mero intermediario tecnico</strong>. </p><p>La multa di 14 milioni (pari a circa l&#8217;1% del fatturato globale di Cloudflare) &#232; significativa non solo per l&#8217;importo, ma perch&#233; segna la volont&#224; dell&#8217;Agcom di <strong>affermare la piena applicazione</strong> della legge antipirateria anche verso attori internazionali e &#8220;infrastrutturali&#8221;. &#200; un messaggio a tutti gli intermediari: <em>o collaborate ai blocchi, o pagate caro</em>. Cloudflare a sua volta, promettendo battaglia legale, ha anche ventilato l&#8217;uscita dall&#8217;Italia di servizi chiave, il che suona come un messaggio a Roma (e Bruxelles): <em>state mettendo a rischio la sicurezza della rete pur di inseguire i pirati</em>. La vicenda coinvolge Cloudflare in modo esemplare perch&#233; la sua infrastruttura &#232; trasversale: bloccare &#8220;Cloudflare&#8221; significa potenzialmente bloccare pezzi di Internet (da qui il caos Google Drive, in cui era coinvolto Cloudflare come CDN); viceversa, costringere Cloudflare a filtrare crea un precedente mondiale (nessun altro paese aveva finora multato Cloudflare per non aver filtrato contenuti di terzi). </p><h2>Cosa fare di fronte a queste &#8220;minacce&#8221;?</h2><p>La posizione del CEO di Cloudflare, con la minaccia di interrompere servizi in Italia, ha messo il governo e le autorit&#224; di fronte a un bivio: <strong>insistere</strong> sulla linea dura ignorando gli avvertimenti, <strong>scendere a patti</strong> riconoscendo i rischi segnalati, oppure addirittura <strong>fare marcia indietro</strong> sul Piracy Shield. </p><p>Una posizione potrebbe essere: <em>la legge &#232; legge, un&#8217;azienda che opera in Italia deve adeguarsi, punto</em>. Cloudflare non vuole filtrare? Problema suo; se se ne va dall&#8217;Italia, ce ne faremo una ragione. </p><p>Questa linea di pensiero, per&#242;, minimizza i <strong>costi collaterali</strong> che ricadrebbero sugli utenti e su servizi legittimi. Non &#232; solo &#8220;problema di Cloudflare&#8221;: se davvero Cloudflare spegnesse i suoi server italiani o smettesse i servizi di sicurezza, a soffrirne sarebbero migliaia di siti italiani che vedrebbero aumentare la latenza o esposti agli attacchi DDoS, nonch&#233; istituzioni (come il Comitato Olimpico) private di protezioni informatiche a pochi mesi dai Giochi. Inoltre, proseguire con Piracy Shield cos&#236; com&#8217;&#232; significa accettare che episodi come il blackout di Google Drive possano ripetersi. La <strong>letteratura empirica</strong> sul caso <a href="https://dl.ifip.org/db/conf/cnsm/cnsm2025/1571168639.pdf">italiano</a>, bench&#233; agli inizi, indica chiaramente che il danno collaterale non &#232; un&#8217;eccezione improbabile, <strong>ma una conseguenza intrinseca</strong> del design attuale. Uno studio accademico del 2025 ha ricostruito l&#8217;attivit&#224; di Piracy Shield e concluso che l&#8217;<strong>oscuramento a livello IP</strong> &#8220;ha gi&#224; interrotto e continua a interrompere centinaia di siti web legittimi, non di streaming&#8221; e che i benefici attesi sono limitati perch&#233; i pirati eludono i blocchi spostandosi rapidamente altrove. Insistere su questa strada, dunque, significa mettere in conto ulteriori <em>down</em> di servizi essenziali e un generale clima di incertezza tecnica (quale sito innocente finir&#224; oscurato nel prossimo weekend di campionato?). Sul piano politico, la linea dura sarebbe rivenduta come fermezza dello Stato contro Big Tech e i pirati, ma si scontra con i richiami alla <strong>proporzionalit&#224;</strong>: persino a <a href="https://www.euroispa.org/2025/04/piracy-shield-a-flawed-approach-in-the-fight-against-online-piracy">livello</a> UE, come detto, cresce la preoccupazione per misure antipirateria che possano &#8220;rompere&#8221; internet. In sintesi, ignorare le minacce di Cloudflare equivarrebbe a dire: <em>poco importa se mezzo internet collassa occasionalmente, la guerra ai pirati giustifica qualche danno collaterale</em>. Una posizione rischiosa, che sacrifica la resilienza della rete nazionale in nome di un enforcement draconiano.</p><p>La seconda via &#232; riconoscere che Cloudflare (e altri operatori) hanno voce in capitolo e che forzare la mano potrebbe fare pi&#249; male che bene. Questo non significa cedere alle aziende, ma <strong>soppesare il trade-off</strong>: vale la pena compromettere la qualit&#224; e la sicurezza di Internet in Italia per rincorrere lo streaming illegale? Accettare le ragioni di Cloudflare potrebbe tradursi in una <em>moratoria</em> sull&#8217;applicazione di Piracy Shield verso i servizi infrastrutturali, o in linee guida pi&#249; flessibili. Ad esempio, Agcom potrebbe esentare i DNS pubblici o i CDN generici dall&#8217;obbligo di blocco entro 30 minuti, concentrandosi invece sugli ISP tradizionali. In parallelo, si potrebbero coinvolgere operatori come Cloudflare in tavoli tecnici per trovare soluzioni meno invasive. Il costo di questa strada sarebbe politico: il governo dovrebbe spiegare una parziale marcia indietro, ammettendo che il meccanismo va <strong>corretto</strong>. Tuttavia, avrebbe il vantaggio di evitare uno scenario da &#8220;guerra dei nervi&#8221; con un attore che, volenti o nolenti, &#232; parte dell&#8217;ossatura di Internet. Cloudflare, infatti, ha messo sul tavolo leve molto concrete: l&#8217;azienda ha dichiarato che potrebbe <strong>interrompere i servizi di sicurezza gratuiti</strong> che offre in Italia (ad esempio il progetto Galileo per enti pubblici e siti sensibili), <strong>spegnere i server nei data center italiani</strong> (peggiorando prestazioni e ridondanza della rete locale) e bloccare investimenti come l&#8217;apertura di una sede italiana. Sono mosse che incidono sulla <strong>cybersicurezza nazionale</strong> (si pensi alla protezione pro bono per Milano-Cortina 2026, che verrebbe meno). Prendere sul serio la minaccia vuol dire cercare un <strong>compromesso pragmatico</strong>: mantenere il contrasto alla pirateria, ma con strumenti pi&#249; calibrati e in dialogo con gli attori tech. In fondo, l&#8217;obiettivo di policy dovrebbe essere ridurre la pirateria <em>senza</em> compromettere Internet: se il mezzo scelto si rivela troppo distruttivo, un aggiustamento di rotta &#232; segno di buon senso pi&#249; che di debolezza.</p><p>La terza opzione sarebbe abolire o sospendere del tutto il sistema Piracy Shield, riconoscendo che cos&#236; com&#8217;&#232; &#8220;fa pi&#249; danni che altro&#8221;. Questa &#232; la posizione auspicata da molti critici del provvedimento: diverse aziende tech italiane (euroISPA, AIIP) e studiosi hanno definito Piracy Shield una soluzione <em>potenzialmente inefficace e realmente dannosa</em>. Eliminare lo scudo, per&#242;, significa tornare al modello precedente (oscuramenti via DNS e ordinanze tribunali pi&#249; lente) oppure cercare misure alternative. Non risolve <em>di per s&#233;</em> il problema della pirateria: i flussi illegali continuerebbero a esistere e verrebbero fruiti dagli utenti, forse ancor pi&#249; facilmente senza blocchi amministrativi. Inoltre c&#8217;&#232; un contesto europeo da considerare: la Commissione UE nel maggio 2023 ha emanato una <strong>Raccomandazione sul contrasto alla pirateria di eventi live</strong>, invitando gli Stati e gli intermediari a adottare misure rapide (entro 30 minuti) per bloccare streaming illegali di sport. In prospettiva, &#232; possibile che arrivi una normativa UE che imponga meccanismi simili (magari con pi&#249; garanzie). Se l&#8217;Italia smontasse ora il Piracy Shield, potrebbe dover implementare qualcos&#8217;altro di analogo tra un paio d&#8217;anni, su spinta comunitaria. Dunque la scelta &#8220;radicale&#8221; rischia di essere temporanea o di lasciarci comunque in cerca di un nuovo modello. In pi&#249;, ci sono gli interessi dell&#8217;<strong>industria del calcio</strong>: le leghe spingono per mostrare che si contrasta la pirateria, e abrogare la legge 93/2023 sarebbe politicamente difficile senza offrire loro un&#8217;alternativa credibile. </p><p>Le tre strade appaiono tutte poco soddisfacenti: ignorare Cloudflare significa accettare di &#8220;rompere internet&#8221; in nome di un ideale, accogliere le sue richieste significa indebolire l&#8217;enforcement voluto dal legislatore, cancellare lo scudo significherebbe ammettere una sconfitta e comunque dover ripensare da zero la strategia antipirateria. Probabilmente la via da seguire &#232; una <strong>quarta</strong> ovvero politiche che riducano alla radice la convenienza della pirateria per il pubblico. </p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p></p><h2>Che fare allora? </h2><p>Se rimuovere il Piracy Shield tout court <strong>&#8220;non toglie la pirateria&#8221;</strong>, forse rendere l&#8217;offerta legale di sport pi&#249; accessibile ed economica, toglierebbe ossigeno al mercato pirata. </p><p>Perch&#233; milioni di persone scelgono l&#8217;IPTV pirata a 10&#8364; al mese invece degli abbonamenti ufficiali? I motivi principali sono: il <strong>costo complessivo</strong> troppo alto per seguire tutte le competizioni, la <strong>frammentazione</strong> (bisogna fare pi&#249; abbonamenti a diversi servizi), e talvolta la <strong>qualit&#224; percepita</strong> (alcuni trovano pi&#249; semplice e completo un &#8220;pezzotto&#8221; con tutto incluso, rispetto a vari servizi con restrizioni). </p><p>Negli Stati Uniti, dove pure la pirateria esiste, il fenomeno &#232; molto meno centrale nel dibattito pubblico perch&#233; l&#8217;industria ha adottato un modello pi&#249; <strong>user-friendly</strong> dopo le esperienze del passato. Quando la pirateria musicale dilagava con Napster, l&#8217;industria ha capito che la repressione pura era una chimera e ha puntato su nuove offerte (iTunes prima, lo streaming poi) a prezzi ragionevoli. Analogamente nello sport: negli USA <em>accedere legalmente</em> ai campionati &#232; <strong>facile e relativamente economico</strong>, specialmente se ci si accontenta dei pacchetti base. Ad esempio, per vedere tutto il campionato NBA basta abbonarsi a <strong>NBA League Pass</strong>, il servizio ufficiale della lega: costa circa <strong>100 dollari l&#8217;anno</strong> (meno di 9 dollari al mese) per l&#8217;abbonamento standard e 140$/anno per quello Premium multi-dispositivo. Include tutte le partite di regular season, playoff, Finals, pi&#249; un archivio immenso di partite storiche, highlights e contenuti extra. In pratica l&#8217;appassionato di basket con ~8&#8364; al mese ha <em>tutta l&#8217;NBA</em> a disposizione, on demand o live, su qualsiasi device. Per la NFL (football americano) c&#8217;&#232; un servizio simile (NFL+ a $50 l&#8217;anno per mobile/tablet, oppure vari pacchetti per vedere tutte le partite su diverse piattaforme, comunque con costi contenuti rispetto alla mole di contenuti). </p><p>Il risultato? Ovviamente anche in America c&#8217;&#232; chi pirata gli eventi sportivi, ma il <strong>gap di convenienza</strong> tra legale e illegale &#232; minore. &#200; pi&#249; facile convincere un fan a pagare $8 al mese per l&#8217;NBA in HD, piuttosto che impazzire con streaming illegali scadenti, quando il prezzo &#232; cos&#236; competitivo. In Italia (e in Europa) invece, per seguire tutto il calcio servono abbonamenti multipli: ad esempio un tifoso che voglia vedere Serie A, Champions League, Europa League e magari anche qualche campionato estero deve abbonarsi a DAZN (34,99&#8364; al mese solo la A pi&#249; qualche coppa), a Sky o NOW (per Champions ed Europa League, altri 30-40&#8364; al mese nei pacchetti), forse ad Amazon Prime Video (per alcune partite di Champions). Si arriva facilmente a oltre <strong>600-700&#8364; l&#8217;anno</strong> di spesa per avere &#8220;tutto il calcio&#8221;. Molte persone non se lo possono o vogliono permettere, e trovano nell&#8217;IPTV pirata a 10&#8364;/mese un surrogato accettabile. Non solo: l&#8217;esperienza utente dei servizi legali talvolta &#232; frammentata e macchinosa (app diverse, telecronisti diversi non sempre all&#8217;altezza, limitazioni di device, ecc.), mentre il pezzotto offre spesso un&#8217;unica interfaccia con tutti i canali esteri, opzionalmente telecronaca italiana, ecc. &#200; brutto da dire, ma il &#8220;prodotto&#8221; pirata in alcuni casi &#232; percepito come <strong>migliore</strong> del prodotto legale (eccetto la qualit&#224; video e l&#8217;affidabilit&#224;, dove le IPTV illegali possono difettare).</p><p>La soluzione potrebbe essere quella di creare una <strong>piattaforma unica, magari a livello europeo</strong>, che offra in streaming tutte le principali competizioni calcistiche a un prezzo abbordabile (paragonabile a Netflix o meno). Un unico <strong>&#8220;League Pass&#8221; del calcio europeo</strong>, che comprenda Champions League, Europa/Conference League, le partite delle nazionali UEFA, e magari i principali campionati nazionali integrati (o modulabili a scelta). Questa piattaforma centralizzata venderebbe il &#8220;prodotto base&#8221; (le partite in s&#233;, con telecronaca) in tutta Europa a un prezzo contenuto &#8211; ipotizziamo 15&#8364; al mese per <em>tutto</em>, oppure opzioni di team pass a 8-10&#8364; per chi vuole seguire solo la propria squadra. </p><p>A quel punto, dove starebbe la concorrenza? Non pi&#249; nell&#8217;esclusiva del contenuto (che genera solo rendite e prezzi alti), ma nei <strong>servizi accessori</strong>: emittenti come Sky, DAZN, Amazon, Mediaset, potrebbero competere vendendo pacchetti di <strong>commento, produzione editoriale, approfondimenti</strong> su quella stessa partita. In sostanza, il <strong>prodotto principale (la partita in s&#233;)</strong> non sarebbe pi&#249; reso artificialmente scarso da diritti frammentati e la competizione si sposterebbe sulla qualit&#224; dell&#8217;esperienza, sul commento, sui servizi aggiuntivi e secondari. </p><p>Un modello del genere avrebbe diverse conseguenze: intanto <strong>abbasserebbe drasticamente il costo</strong> per il consumatore, rendendo molto meno attraente pagare un pirata. Se per vedere tutto pago 15&#8364; legalmente, vale la pena rischiare una IPTV illegale a 10&#8364; scarsa e instabile? Molti sceglierebbero il legale, per piccola che sia la differenza di prezzo, perch&#233; comunque &#232; pi&#249; comodo e sicuro (nessun rischio malware, niente oscuramenti improvvisi, qualit&#224; HD garantita, ecc.). Inoltre, <strong>amplierebbe la platea</strong> di utenti paganti: oggi chi non pu&#242; permettersi 600&#8364; l&#8217;anno magari rinuncia del tutto o pirata; con 100-150&#8364; l&#8217;anno per tutto, alcuni di questi rientrerebbero nel mercato legittimo. &#200; esattamente ci&#242; che &#232; avvenuto nella musica: abbassando drasticamente il prezzo per l&#8217;utente (10&#8364; al mese per milioni di brani) e aumentando la comodit&#224;, Spotify &amp; co. hanno riportato dentro tanti ex-pirates (pur con effetti collaterali sull&#8217;economia della musica). Nel video intrattenimento &#232; successo con Netflix fino a quando l&#8217;eccessiva frammentazione recente non ha fatto risalire la pirateria. Uno <a href="https://ideas.repec.org/a/eee/jeborg/v209y2023icp334-347.html">studio</a> del 2023, ad esempio, ha mostrato che quando alcuni film sono stati <strong>rimossi</strong> da Netflix e resi disponibili solo su un&#8217;altra piattaforma (riducendo quindi la disponibilit&#224; legale facile), le ricerche su Google per piratarli sono aumentate del <strong>20%</strong> rispetto ai film rimasti sulla piattafroma. </p><p>Naturalmente, un modello &#8220;NBA&#8221; applicato al calcio europeo sarebbe rivoluzionario e complesso da attuare. Ci sono diritti contrattuali gi&#224; venduti per anni, ci sono interessi delle emittenti tradizionali, normative concorrenziali da rispettare. Le leghe dovrebbero cooperare tra loro anzich&#233; massimizzare ciascuna il proprio bando domestico. Gli attori intermedi (Sky, DAZN, etc.) vedrebbero ridursi i margini sulle esclusive; inevitabilmente <strong>alcuni ricavi si ridistribuirebbero</strong>. &#200; probabile che <strong>il prezzo per il consumatore scenderebbe</strong> (obiettivo auspicato), e con esso nel breve periodo anche i profitti di alcuni intermediari. Ma la <strong>torta complessiva</strong> potrebbe non ridursi anzi, potenzialmente, <em>aumentare</em> grazie al recupero di una fascia di pubblico ora perduta. Se davvero, come si stima, milioni di italiani usano il pezzotto, quello &#232; reddito che oggi alimenta la criminalit&#224; e che potrebbe invece fluire (anche solo in parte) all&#8217;industria sportiva se l&#8217;offerta fosse abbastanza allettante. Un abbassamento dei prezzi e una centralizzazione dell&#8217;offerta potrebbero generare un <em>effetto volume</em>: pi&#249; abbonati paganti totali, sebbene a prezzo unitario minore, e quindi ricavi globali paragonabili agli attuali.</p><p>Non va dimenticato che la pirateria prospera quando c&#8217;&#232; <strong>domanda insoddisfatta</strong>. L&#8217;obiettivo ultimo non dovrebbe essere oscurare tutti gli IPTV illegali del mondo (impresa quasi impossibile), ma <strong>svuotarli di clienti</strong>. Per farlo, il bastone (blocchi e sanzioni) serve a poco se non c&#8217;&#232; anche la carota: un&#8217;opzione legale <em>migliore</em>. In questo senso, Piracy Shield da solo &#232; fondamentalmente inutile perch&#233; attacca l&#8217;offerta pirata senza curarsi della domanda.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Perché separare previdenza e assistenza è un falso problema]]></title><description><![CDATA[Separare la spesa in pensioni da quella in assistenza non risollever&#224; i conti INPS]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/perche-separare-previdenza-e-assistenza</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/perche-separare-previdenza-e-assistenza</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Fri, 09 Jan 2026 09:37:21 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/8530c8ad-c41a-45a4-b996-b924fa85173e_1200x630.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Subscribe now&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Subscribe now</span></a></p><p>Durante gli ultimi giorni sono stato taggato su &#8220;X fu twitter&#8221; in diverse discussioni a proposito della separazione fra assistenza e previdenza. </p><p>Il tema &#232; ricorrente nel dibattito pubblico: molti infatti affermano che basterebbe separare queste due componenti per risolvere l&#8217;annoso problema del sistema pensionistico italiano.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp" width="320" height="180" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:180,&quot;width&quot;:320,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:15448,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/webp&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:false,&quot;topImage&quot;:true,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://drelegantia.substack.com/i/184000405?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!OZs7!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F87ed4cef-60a7-44d6-9156-6298c4273829_320x180.webp 1456w" sizes="100vw" fetchpriority="high"></picture><div></div></div></a><figcaption class="image-caption"><a href="https://youtu.be/OW1_hoTVGZ8">PENSIONI: ASSISTENZA vs PREVIDENZA. Guardiamo i dati</a>...</figcaption></figure></div><p></p><p>Questa proposta viene presentata come un&#8217;operazione di trasparenza, quasi la scoperta di una verit&#224; occultata ai cittadini e alle istituzioni europee, e viene narrata come il passaggio preliminare e necessario per rimettere in ordine il sistema pensionistico. Nei fatti, per&#242;, non introduce alcuna soluzione strutturale e funziona soprattutto come una costruzione retorica, utile a spostare il piano del dibattito pi&#249; che a risolverne i nodi reali.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XLa8!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F570c9669-1ad3-44fd-8d79-9bd0f80ea4a6_327x522.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XLa8!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F570c9669-1ad3-44fd-8d79-9bd0f80ea4a6_327x522.jpeg 424w, 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pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg role="img" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><title></title><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Negli ultimi anni, esponenti della maggioranza di governo l&#8217;hanno ripresa per argomentare che il bilancio dell&#8217;INPS, in rosso da tempo, sia appesantito da voci improprie. Secondo questa visione, le pensioni in senso stretto, ossia quelle finanziate dai contributi dei lavoratori, sarebbero in equilibrio, mentre il deficit deriverebbe dalle funzioni assistenziali che nel tempo sono state poste a carico dell&#8217;ente previdenziale.</p><p>I fautori di questa visione <a href="https://www.cisl.it/notizie/categorie-ed-enti-cisl/pensioni-didone-fnp-cisl-urge-operazione-verita-per-separare-previdenza-da-assistenza/">citano</a> anche un tema di &#8220;operazione verit&#224;&#8221; nei confronti dell&#8217;Europa. L&#8217;Italia risulta costantemente tra i Paesi con la spesa pensionistica pi&#249; alta in rapporto al PIL, ma, sostengono, questo confronto internazionale sarebbe falsato dal fatto che molti altri Paesi dell&#8217;Unione europea non includono nel bilancio del loro sistema previdenziale le prestazioni assistenziali, come invece farebbe l&#8217;Italia.</p><p>Separando le due voci, pensioni e sostegni assistenziali, la nostra spesa pensionistica &#8220;pura&#8221; risulterebbe pi&#249; bassa di vari punti percentuali di PIL. Il Centro studi Itinerari Previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, <a href="https://www.itinerariprevidenziali.it/site/home/ilpunto/pensioni/un-welfare-generoso-ma-insostenibile-perche-separare-previdenza-e-assistenza.html">quantifica</a> spesso questa differenza: ad esempio, sottraendo dalla spesa pensionistica italiana tutte le componenti considerate assistenziali, l&#8217;onere previdenziale scenderebbe da circa il 16 per cento del PIL a circa il 12 per cento del PIL, cio&#232; in linea con la media UE.</p><p>Questa posizione ha raccolto consensi politici nel tempo, sia a destra sia a sinistra. Un esempio si trova nel contratto di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, stipulato a giugno 2018 e alla base del primo governo Conte. Al punto 16 del documento, <a href="https://www.ansa.it/documents/1526568727881_Governo.pdf#page=21">dedicato</a> alle pensioni e allo &#8220;Stop legge Fornero&#8221;, si affermava la necessit&#224; di riorganizzare il sistema di welfare introducendo la separazione tra previdenza e assistenza.</p><p>Questa narrazione ha una funzione politica chiara:</p><ul><li><p>Serve a spostare l&#8217;attenzione dal livello complessivo della spesa ai criteri di classificazione. </p></li><li><p>Serve a sostenere che l&#8217;Italia non spende troppo in pensioni, ma troppo in assistenza. </p></li><li><p>Serve anche a ridimensionare il confronto internazionale, sostenendo che l&#8217;Italia risulterebbe un&#8217;anomalia solo perch&#233; contabilizza in modo pi&#249; ampio voci che altri Paesi collocano altrove. </p><p></p></li></ul><p>In questa logica, separando le due componenti, la spesa pensionistica italiana scenderebbe di diversi punti di PIL e tornerebbe allineata alla media europea.</p><p>Il problema &#232; che questa operazione, quando viene analizzata fuori dalla propaganda, perde gran parte del suo fascino. </p><h1>Il limite metodologico</h1><p>Il primo limite &#232; metodologico. A livello europeo non esiste una distinzione operativa tra previdenza e assistenza come quella evocata nel dibattito italiano. Le statistiche europee sulla spesa sociale seguono un approccio per funzioni, ovvero le voci vengono classificate in base alla funzione di protezione sociale che svolgono, come vecchiaia, invalidit&#224;, disoccupazione, famiglia, esclusione sociale. Il modo in cui una prestazione &#232; finanziata, tramite contributi o imposte, non &#232; il criterio centrale.</p><p>Questa scelta di classificazione non &#232; casuale. Molte prestazioni sono ibride per natura, pertanto hanno una componente contributiva e una redistributiva, e cercare di tracciarne confini netti &#232; spesso arbitrario. L&#8217;idea che esistano due blocchi separabili, uno previdenziale puro e uno assistenziale puro, &#232; una semplificazione che funziona nei talk show oppure in qualche commento da social, ma non nella contabilit&#224; nazionale.</p><h1>La posizione dell&#8217;INPS</h1><p>Lo stesso INPS lo ha chiarito la questione nei propri rapporti: La distinzione tra previdenza e assistenza &#232; un prodotto del dibattito nazionale, non uno standard internazionale. </p><p>Nel suo XXI Rapporto Annuale, pubblicato nel 2022, l&#8217;INPS <a href="https://cdn.pagellapolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/XXI_RA_22_07modificato_18_07_23.pdf#page=225">dedica</a> una sezione al tema &#8220;Spesa previdenziale e spesa assistenziale&#8221;. L&#8217;Istituto osserva innanzitutto che questa distinzione &#232; soprattutto un retaggio del dibattito nazionale, mentre a livello internazionale tende a essere superata: </p><blockquote><p>la rilevanza della distinzione sembra venir meno se si adotta una prospettiva europea, dove prevale l&#8217;analisi delle voci per &#8220;funzioni&#8221;, secondo criteri contabili e statistici che prescindono dai concetti di previdenza e assistenza.</p></blockquote><p>Come spiega INPS, nel quadro europeo, le statistiche sulla spesa sociale non separano affatto previdenza e assistenza in due categorie contrapposte. La metodologia adottata da Eurostat (<a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-manuals-and-guidelines/-/ks-gq-16-010">ESSPROS</a>) classifica la spesa per funzioni di protezione sociale. Allo stesso modo, la classificazione <a href="https://www.istat.it/classificazione/classificazione-internazionale-della-spesa-pubblica-per-funzione-cofog/">COFOG</a> (<em>Classification of the Functions of Government</em>), ovvero la classificazione della spesa pubblica per funzione utilizzata nei conti nazionali, ripartisce la spesa per funzioni della &#8220;protezione sociale&#8221;, includendo voci come malattia e invalidit&#224;, vecchiaia, superstiti, famiglia, disoccupazione, abitazione, esclusione sociale, prescindendo dai concetti di &#8220;previdenziale&#8221; o &#8220;assistenziale&#8221;. Questo perch&#233; molti interventi sono ibridi e le definizioni rigide non aiutano la comparazione tra Paesi.</p><p>Questo significa che, a livello europeo la distinzione fra assistenza e previdenza tende a perdere rilevanza, perch&#233; ci&#242; che conta &#232; il totale della spesa sociale e la sua distribuzione per funzioni. </p><p>Il Rapporto INPS ricorda a tal proposito la storia della Gestione degli Interventi Assistenziali (la famosa GIAS, istituita nel 1989 proprio per separare nel bilancio INPS le partite assistenziali). La GIAS riunisce tutte le spese coperte da trasferimenti statali, ponendo a carico della solidariet&#224; generale tali oneri. Ma attenzione: la denominazione della GIAS non deve trarre in inganno, avverte l&#8217;INPS. </p><blockquote><p>La denominazione della Gestione non deve per&#242; indurre a pensare che tutte le prestazioni incluse siano di tipo assistenziale. Il quadro delle prestazioni GIAS, infatti, &#232; complesso in quanto deriva dalla stratificazione di numerosi interventi legislativi che hanno attribuito alla GIAS gli oneri di varie prestazioni, indipendentemente dalla qualificazione della prestazione come previdenziale o assistenziale.</p></blockquote><p>Non tutte le prestazioni incluse in quella gestione sono veramente &#8220;assistenziali&#8221; in senso stretto. Nel calderone GIAS, per come si &#232; evoluto normativamente, troviamo un mix eterogeneo: assegni sociali e pensioni di invalidit&#224; civile (trasferimenti senza contributi), ma anche la copertura di deficit di gestioni pensionistiche, la fiscalizzazione di sgravi contributivi per favorire l&#8217;occupazione, e persino quote di alcune pensioni dei dipendenti pubblici e autonomi. In altre parole, la GIAS stessa, che doveva realizzare la separazione, finisce per mescolare elementi assistenziali puri con interventi a sostegno di gestioni previdenziali.</p><p>Venendo ai numeri, l&#8217;INPS propone una riclassificazione sperimentale della spesa 2019 secondo vari criteri, proprio per quantificare la &#8220;forbice&#8221; tra definizioni. Ebbene, i risultati oscillano di meno di quanto si pensi. Nel 2019, anno pre-pandemia, la spesa pensionistica pubblica lorda era pari a circa il 15 per cento del PIL; escludendo le prestazioni strettamente assistenziali scendeva intorno al 14,2 per cento, solo un punto percentuale di PIL in meno.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Subscribe now&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Subscribe now</span></a></p><h1>La Commissione tecnica</h1><p>Successivamente al Rapporto INPS &#232; stata istituita anche una Commissione tecnica per fare <a href="https://www.lavoro.gov.it/stampa-e-media/comunicati/pagine/catalfo-insedia-commissione-per-separazione-spesa-previdenza-assistenza">chiarezza</a> su queste definizioni. La commissione sulla classificazione della spesa previdenziale e assistenziale, presieduta prima da Nunzia Catalfo e poi da Andrea Orlando, entrambi ex ministri del Lavoro, <a href="https://www.reforming.it/doc/1874/ctspa-rapporto-finale-28-12-2021.pdf#page=18">ha prodotto</a> a fine 2021 un rapporto finale di oltre cento pagine.</p><p>Secondo il rapporto, separare nettamente previdenza e assistenza sarebbe in pratica un&#8217;operazione ambigua e di utilit&#224; limitata. Ci&#242; perch&#233; la ripartizione della spesa sociale tra previdenza e assistenza, pur presente nel nostro ordinamento, non &#232; affatto rilevante a livello europeo. La Commissione infatti precisa:</p><blockquote><p>L&#8217;istituzione della Commissione e i suoi lavori trovano la loro ratio nel risalente e mai sopito dibattito nazionale sulla &#8220;separazione&#8221; della spesa previdenziale da quella assistenziale, connotato da una sua intrinseca ambiguit&#224;. Pur tenendo fede al mandato parlamentare ricevuto, occorre in premessa ricordare che la ripartizione della spesa sociale tra previdenza e assistenza, pur presente nel nostro ordinamento, non &#232; rilevante a livello europeo. Infatti, sul piano statistico/contabile in Europa non esiste una catalogazione della spesa in termini di previdenza e assistenza, in quanto la classificazione comparata, effettuata attraverso il sistema ESSPROS, non considera questa distinzione</p></blockquote><p>In secondo luogo, la Commissione spiega che identificare cosa rientra in una categoria o nell&#8217;altra non &#232; un dato &#8220;oggettivo&#8221;, bens&#236; dipende da interpretazioni giuridiche e scelte politiche. </p><blockquote><p>Fra le prestazioni rientranti nella previdenza e nell&#8217;assistenza, la cui spesa si intenderebbe catalogare, non esistono, quindi, confini chiari e netti, mentre chiaro e netto &#232; il totale della spesa.</p></blockquote><p>Pertanto, ogni diversa definizione allarga o restringe l&#8217;area dell&#8217;una o dell&#8217;altra, senza che vi sia un criterio univoco universalmente accettato.</p><p>La Commissione ha poi <a href="https://www.reforming.it/doc/1874/ctspa-rapporto-finale-28-12-2021.pdf#page=49">richiamato</a> l&#8217;attenzione su un punto spesso citato nel dibattito: in Italia le pensioni sono tassate, mentre in alcuni Paesi no. Calcolare la spesa &#8220;al netto&#8221; delle imposte pu&#242; avere senso, perch&#233; permette di capire meglio il potere d&#8217;acquisto dei pensionati e l&#8217;effetto redistributivo del sistema fiscale. Ma questa lettura &#232; incompleta se non si tiene conto delle <em>tax expenditures</em>, cio&#232; delle agevolazioni fiscali. Questi strumenti riducono le entrate dello Stato e costituiscono di fatto una spesa sociale indiretta.</p><p>Sulla sostenibilit&#224; finanziaria, la Commissione <a href="https://www.reforming.it/doc/1874/ctspa-rapporto-finale-28-12-2021.pdf#page=6">conferma</a> che ci&#242; che conta sono i dati complessivi. </p><blockquote><p>Nonostante ci&#242;, occorre rilevare come non vi sia alcuna confusione rispetto agli aggregati della spesa pensionistica, che pu&#242; essere quantificata in modo pienamente affidabile sia in fase di consuntivo sia in fase di programmazione. Pertanto, la distinzione tra spese di natura previdenziale e di natura assistenziale non &#232; rilevante ai fini della predisposizione degli obiettivi di finanza pubblica nazionali, delle procedure di sorveglianza multilaterale del semestre europeo e delle regole fiscali del Patto di Stabilit&#224; e Crescita, nonch&#233; delle analisi di sostenibilit&#224; del debito.</p></blockquote><p>In un sistema a ripartizione come il nostro, previdenza e assistenza si finanziano entrambe con trasferimenti di reddito dagli attivi ai non attivi: nel primo caso mediante contributi legati al salario, nel secondo mediante imposte. Ma sempre di trasferimenti si tratta, che gravano sull&#8217;economia attiva corrente. Non a caso, la Commissione <a href="https://www.reforming.it/doc/1874/ctspa-rapporto-finale-28-12-2021.pdf#page=66">faceva notare </a>che il sistema pensionistico italiano non funzionasse come un piano di risparmio individuale. I contributi obbligatori non sono messi da parte in un conto personale, ma confluiscono in un fondo comune a ripartizione: con le entrate dei lavoratori attuali vengono pagate le pensioni.</p><p>Per questo non esiste una corrispondenza diretta e automatica tra quanto un singolo versa e quanto ricever&#224; in futuro, perch&#233; la prestazione dipende da regole generali, dalle riforme, dai coefficienti di trasformazione e dall&#8217;andamento demografico ed economico. Inoltre la fiscalit&#224; generale interviene per colmare gli squilibri, ad esempio attraverso la GIAS o tramite anticipazioni di tesoreria all&#8217;INPS. Nel 2019 i contributi coprivano solo il 76,3 per cento della spesa previdenziale, con la parte restante finanziata dalle imposte. In questo senso i contributi non vanno intesi come un capitale accantonato individualmente, ma come parte di un patto collettivo in cui chi lavora oggi finanzia chi &#232; in pensione, con la prospettiva che le generazioni future facciano lo stesso.</p><h1>Una distinzione contabile</h1><p>In conclusione, separare previdenza e assistenza non appare essere una soluzione, quanto piuttosto una semplice distinzione contabile. In fondo, tutto il welfare &#232; un sistema di trasferimenti: cambiare etichetta ad alcuni trasferimenti non ne cambia la natura. E le pensioni rimangono, comunque le si voglia classificare, una questione di equilibrio tra generazioni, lavoro e risorse collettive.</p><div><hr></div><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Subscribe&quot;,&quot;language&quot;:&quot;en&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Thanks for reading Umberto's Substack! Subscribe for free to receive new posts and support my work.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Type your email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Subscribe"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><p></p>]]></content:encoded></item></channel></rss>