<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[DrElegantia]]></title><description><![CDATA[Quando mi va di mettere i pensieri in fila]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!pL-u!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbbb1d56f-26d8-42d7-9ccd-8730033413f8_1280x1280.png</url><title>DrElegantia</title><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Sat, 13 Jun 2026 20:50:42 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[drelegantia@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[drelegantia@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[drelegantia@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[drelegantia@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[La patrimoniale di 1% Equo promette fino a 65 miliardi. Il paper che cita ne stima 27]]></title><description><![CDATA[Prima casa esclusa, franchigie da un milione sulle successioni, nessuna riforma del catasto e gettito girato allo Stato centrale invece che ai Comuni. Sul piano dell'articolo 53, una proposta che non corregge la regressivit&#224; che dice di voler combattere.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/la-patrimoniale-di-1-equo-promette</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/la-patrimoniale-di-1-equo-promette</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Fri, 12 Jun 2026 04:45:14 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/7e7cebd2-b8ae-4f60-956d-24f5ce35718a_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La proposta di 1% Equo dice che, aumentando in modo quasi impercettibile le imposte su chi possiede pi&#249; di due milioni di euro di patrimonio, l'Italia potrebbe raccogliere tra i 26 e i 65 miliardi. &#200; una forbice enorme. E il paper accademico su cui la proposta si appoggia, quando fa i conti per davvero, ne stima 27. Vale la pena capire perch&#233;.</p><p><strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=0aOhysGbkrY">La Proposta PATRIMONIALE di UNOPERCENTOEQUO: funziona tassare solo i super ricchi?</a> <em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><p><strong>Preferisci ascoltare?</strong> <a href="https://cms.megaphone.fm/channel/dr-elegantia">Ascolta l'episodio su Dr. Elegantia</a> <em>Disponibile anche su Spotify e Apple Podcasts.</em></p><h2>Una premessa che vale pi&#249; del giudizio finale</h2><p>In Italia, quando si parla di tasse, bisogna per forza salire sugli spalti: destra, sinistra, centro. Qui proviamo a stare seduti e a partire dai dati. Perch&#233; chiudere il discorso con un "&#232; giusto" o "&#232; sbagliato" non serve a nessuno.</p><p>Dal punto di vista economico tassare i patrimoni &#232; meno dannoso che tassare i redditi. L'OCSE, nei suoi lavori sulla relazione tra imposte e crescita, mette le imposte sui redditi di imprese e persone in cima alla classifica di quelle pi&#249; dannose. Il motivo &#232; semplice: tassare il lavoro &#232; un disincentivo all'ascensore sociale, alle competenze, alla crescita professionale; tassare troppo le societ&#224; &#232; un disincentivo a ricerca, sviluppo e dimensione.</p><p>Tassare un immobile &#232; diverso. Il valore di una casa al centro di Milano e di una identica al centro di Caserta non dipende dai mattoni, dipende dal contesto: gli asili nido, le scuole, il trasporto pubblico, la fermata della metro, il tessuto di imprese intorno. Sono tutti fattori esterni alla propriet&#224;. Tassare quel valore, generato dalla collettivit&#224;, ha molto pi&#249; senso che tassare ci&#242; che la crescita la produce. Lo stesso ragionamento vale per rendite, oligopoli e posizioni protette: pensiamo a tassisti o balneari.</p><p>Questa premessa non serve solo per la patrimoniale. Serve a capire perch&#233; l'Italia, e buona parte d'Europa, fatica a crescere: perch&#233; ha un carico fiscale altissimo proprio dove fa pi&#249; male, sul lavoro.</p><p><strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong> Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, statistiche. Il pulsante &#232; qui sotto.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p></p><h2>Cosa chiede davvero la proposta</h2><p>L'idea di fondo, dicono i promotori, &#232; ricostituire la capacit&#224; contributiva richiamata dall'articolo 53 della Costituzione: ciascuno concorre alle spese pubbliche in ragione della propria capacit&#224;, e il sistema deve essere informato a criteri di progressivit&#224;. Chi ha di pi&#249; paga di pi&#249;.</p><p>L'analisi che presentano sostiene che in Italia il sistema &#232; leggermente progressivo fino al 95&#176; percentile, mentre per il restante 5% pi&#249; ricco diventa regressivo: al crescere della ricchezza, l'aliquota effettiva scende. La proposta cita genericamente diversi studi, tra cui lavori di Banca d'Italia sulla distribuzione della ricchezza. Ma quello che risponde esattamente a questa impostazione &#232; uno solo: un paper di Andrea Roventini e coautori, finito al centro del dibattito tra il 2021 e il 2022.</p><p>Lasciamo perdere se quel paper sia buono o cattivo: ci sono economisti che ne hanno discusso le ipotesi, e va bene cos&#236;. Diamolo per buono. Le sue conclusioni propongono una patrimoniale sopra i 600.000 euro, con un gettito stimato attorno ai 27 miliardi, gi&#224; al netto degli effetti negativi attesi: spostamenti di residenza, elusione, e cos&#236; via. &#200; un esercizio teorico, ma la cifra &#232; indicativa.</p><p>Ecco il primo problema. La proposta a cui quel paper fa da base implicita parla di tassare sopra i 600.000 euro. La proposta invece individua una base imponibile diversa e parla di un gettito atteso pari a circa il doppio del paper.</p><h2>Il paper guarda all'Italia di prima del 2016</h2><p>Gran parte dei dati usati si ferma a prima del 2016. Significa che non considera, o considera solo in parte, gli strumenti introdotti dal legislatore negli anni successivi. E proprio in quel periodo parte la stagione dei bonus e di alcune delle misure pi&#249; regressive del sistema fiscale italiano.</p><p>Pensiamo alla flat tax sui redditi esteri, che secondo analisi preliminari ha contribuito alla corsa degli affitti a Milano. Al regime forfettario potenziato. All'esclusione dei titoli di Stato dal calcolo dell'ISEE. Alla cedolare secca sulle locazioni. Sono tutti elementi regressivi, entrati nel sistema dopo il 2015, che una proposta nata per riequilibrare la tassazione dovrebbe affrontare.</p><p>La proposta di 1% Equo li ignora. L'articolo 1 istituisce un'imposta progressiva sulla ricchezza netta (immobili e attivit&#224; finanziarie, quotate e non). L'articolo 7 riforma l'imposta di successione, ritoccando aliquote e soglie. Ma le leve regressive introdotte nell'ultimo decennio restano dove sono.</p><h2>Le falle nella base imponibile</h2><p>Le stime di gettito della proposta, "vuoto per pieno", oscillano tra 30 e 80 miliardi. Lasciano perplessi, perch&#233; il paper originario di Roventini parla di 27. E diversi elementi tirano la cifra verso il basso, non verso l'alto.</p><p>La prima casa &#232; esclusa dalla base imponibile. Le franchigie restano molto generose. Soprattutto, non &#232; prevista alcuna riforma del catasto. E qui sta il paradosso. Come ha mostrato Tortuga in un lavoro del 2021-2022, esiste una forte differenza tra valore di mercato e valore catastale, e le aree pi&#249; avvantaggiate dal disallineamento sono le coste di Sardegna, Toscana e Liguria, oltre a Roma e Milano. I valori catastali sono fermi a una normativa di fine anni Ottanta, primi anni Novanta.</p><p>La conseguenza &#232; che tassare i patrimoni immobiliari sui valori catastali &#232; di per s&#233; una misura regressiva: paga meno chi possiede di pi&#249;. Sempre Tortuga nota che i territori con lo scarto maggiore tra mercato e catasto sono anche quelli a reddito pro capite pi&#249; alto. Una patrimoniale che vuole correggere la regressivit&#224;, e poi poggia sui valori catastali, rischia di replicarla.</p><h2>Ventisette miliardi per quanti problemi?</h2><p>L'articolo 6 vincola il gettito a sette finalit&#224;: sanit&#224;, istruzione, asili nido, edilizia pubblica, ispettorato del lavoro, transizione ecologica, disabilit&#224; e inclusione sociale. La quota residua va alla riduzione del fiscal drag sull'IRPEF. Secondo i promotori, 65 miliardi sarebbero circa il 10% del gettito fiscale, quasi l'intera spesa pubblica in istruzione, met&#224; della spesa sanitaria.</p><p>Il problema &#232; la dimensione reale dei buchi italiani. Il fiscal drag, a seconda delle stime, pesa tra i 10 e i 15 miliardi. L'edilizia scolastica, secondo un'analisi della Fondazione Agnelli del 2019, richiede attorno ai 200 miliardi. Gli asili nido, con gli obiettivi europei da centrare, valgono qualche miliardo l'anno a seconda dell'intensit&#224; con cui si vuole risolvere il problema. Ci aggiungiamo sanit&#224; e transizione ecologica.</p><p>La domanda diventa: &#232; plausibile coprire sanit&#224;, asili, edilizia scolastica e transizione ecologica con 27 miliardi? No. Sono briciole rispetto a un bilancio dello Stato che vale attorno ai mille miliardi. E qui c'&#232; il vero nodo italiano: il problema non &#232; quasi mai la quantit&#224; di spesa, &#232; come quelle risorse vengono gestite. "Meglio di niente" &#232; un argomento legittimo, ma non trasforma le briciole in una riforma.</p><h2>Il punto che la proposta manca: dove finisce il gettito</h2><p>C'&#232; poi l'incoerenza di fondo. Si citano implicitamente studi che invitano a spostare la tassazione dai redditi ai patrimoni, e poi si usa il gettito per fare pi&#249; spesa pubblica, non per ridurre le tasse sul lavoro. &#200; l'uso politico, rovesciato, di quello che dice l'accademia.</p><p>"Ma in Italia abbiamo poche imposte sul patrimonio." Dipende da cosa si intende. Se si tassano solo i super ricchi, il gettito &#232; troppo piccolo per ridurre le imposte sul lavoro. Se invece si sposta davvero il baricentro dal reddito al patrimonio, sistemando il catasto, lo spazio in bilancio per tagliare le tasse sul lavoro si crea. E quel gettito patrimoniale andrebbe lasciato ai Comuni, dove l'immobile prende valore dal contesto. Una patrimoniale che finisce interamente allo Stato centrale ha poco senso. Nei Paesi che tassano la ricchezza netta, dalla Norvegia alla Svizzera alla Spagna, una parte rilevante del gettito resta agli enti locali o regionali. Nessuno lo accentra al 100% sullo Stato.</p><p>Va anche detto che in Italia le imposte patrimoniali esistono e rendono. Se si guarda solo all'imposta di successione il quadro sembra povero, ma gi&#224; con l'IMU la tassazione &#232; allineata alla media europea. E conta il livello complessivo: la pressione fiscale italiana &#232; attorno al 42,7%, contro il 37% spagnolo. Con una proposta come questa salirebbe verso il 43,9%, ai livelli francesi. Solo che la Francia ha una spesa pubblica pi&#249; efficiente: &#232; difficile pensare che basti alzare le imposte perch&#233; lo Stato italiano diventi efficiente come quello francese.</p><p>Sull'imposta di successione, infine, la proposta lascia in piedi le franchigie da un milione di euro per beneficiario. Ma proprio le franchigie alte sono uno dei motivi per cui oggi sotto il milione non si paga quasi nulla. Chi vuole tassare davvero il patrimonio non pu&#242; tenerle cos&#236; generose, soprattutto se a parole vuole allineare l'Italia all'Europa.</p><h2>Vorrei ma non posso</h2><p>Per molti questa proposta &#232; un passo avanti, "meglio di niente". A me pare un vorrei ma non posso: affronta un problema reale, ma lo affronta male, non &#232; coerente con i propri obiettivi e, alla prova dell'articolo 53, non migliora la situazione. Se la promessa &#232; restituire qualcosa a chi ha meno, cos&#236; non si fa. &#200; il solito specchietto per le allodole.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-iv/articolo-53">Costituzione italiana, articolo 53</a></p></li><li><p>Paper di Andrea Roventini e coautori sulla patrimoniale, al centro del dibattito tra il 2021 e il 2022</p></li><li><p><a href="https://www.oecd.org/tax/tax-policy/41000592.pdf">OCSE, Tax and Economic Growth</a></p></li><li><p>Tortuga, analisi sul disallineamento tra valori catastali e valori di mercato (2021-2022)</p></li><li><p>Fondazione Agnelli, stime sul fabbisogno per l'edilizia scolastica (2019)</p></li><li><p><a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/government-finance-statistics">Eurostat, statistiche sulla pressione fiscale</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia. Sul tema avevo gi&#224; ragionato qui: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=fpxjsIedSeU">Il problema pensioni non esiste, basta tassare i super ricchi</a>.</p><p><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></p><p><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> | <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La riforma delle pensioni tedesche è una scelta molto italiana]]></title><description><![CDATA[La Germania del rigore garantisce le pensioni fino al 2031 staccando il freno demografico, e rimanda il conto. Lo stesso schema che conosciamo in Italia.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/la-riforma-delle-pensioni-tedesche</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/la-riforma-delle-pensioni-tedesche</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Wed, 10 Jun 2026 16:10:53 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/8822dca0-906f-4064-ab2d-291ef344703a_1672x941.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La Germania &#232; il paese del rigore. Il guardiano dei conti pubblici europei, quello che per vent'anni ha fatto la predica a Roma e ad Atene sul debito e sulla disciplina di bilancio. Eppure sulla riforma delle pensioni appena approvata, e a dire il vero non solo l&#236;, Berlino ha fatto una scelta tutta italiana: alzare oggi e rimandare a domani il momento dei conti.</p><p>Nelle ultime settimane ho sentito molti raccontare questa riforma come la grande soluzione. Vale la pena entrare nel dettaglio, separando le cose buone da quelle discutibili. Perch&#233; la Germania, volenti o nolenti, fa da capofila: condiziona le scelte degli altri governi, compreso il nostro, e ancora di pi&#249; condiziona il dibattito pubblico. Un dibattito, quello italiano, che si appella di continuo a misure prese altrove senza guardare al punto di partenza di casa nostra.</p><p style="text-align: center;"><strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><br> <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=K6nVpr0vW4U">RIFORMA delle PENSIONI in GERMANIA: una soluzione molto ITALIANA?</a></strong><br>
  <em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><p style="text-align: center;"><strong>Preferisci ascoltare?</strong><br><br><a href="https://cms.megaphone.fm/channel/dr-elegantia?selected=MNTHA8805575557"> </a><strong><a href="https://cms.megaphone.fm/channel/dr-elegantia?selected=MNTHA8805575557">Ascolta l'episodio su Dr. Elegantia</a></strong><br><br><em>Disponibile anche su Spotify, Apple Podcasts e Vois.</em></p><h2>Primo punto: i pensionati che continuano a lavorare</h2><p>La prima misura, riguarda la possibilit&#224; per i pensionati di restare al lavoro. In Germania esisteva una clausola che, nel caso dei contratti a tempo determinato, impediva di essere riassunti dallo stesso datore di lavoro una volta cessato il rapporto. La riforma rimuove questo vincolo: chi vuole proseguire l'attivit&#224; oltre l'et&#224; pensionabile ora pu&#242; farlo senza ostacoli.</p><p>Qui scatta il primo parallelo con l'Italia. Il nostro regime contributivo rende spesso sconveniente posticipare il pensionamento effettivo. Il motivo &#232; tecnico ma semplice: i coefficienti di trasformazione si basano su una speranza di vita calcolata in modo medio, cos&#236; la pensione viene spalmata su pi&#249; anni di quanti la persona ne abbia davanti se ritarda l'uscita. La logica vorrebbe il contrario, montante diviso per meno anni, quindi assegno pi&#249; alto. Ma il nostro sistema, pieno di anticipi e scappatoie, fa s&#236; che restare non convenga sempre.</p><p>Il legislatore lo sa benissimo. Tant'&#232; vero che ha inventato correttivi come il superbonus pensionistico o il bonus Giorgetti. Non sono soluzioni alla radice, sono toppe. La Germania prova invece a risolvere il problema a monte. Va per&#242; ricordato che i tedeschi si pensionano un po' pi&#249; tardi di noi: usando le simulazioni OCSE che partono dall'inizio carriera a 22 anni, in Italia si esce a 63 anni, in Germania a 63,7. E questo nonostante l'et&#224; legale italiana sia 67 anni, contro un'et&#224; tedesca oggi intorno ai 66 e in salita verso i 67 entro il 2031.</p><p style="text-align: center;"><strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Il cuore della riforma: il sistema a punti e il freno staccato</h2><p>Il vero centro della riforma &#232; il sistema a punti tedesco. Chi in un anno ha un imponibile contributivo pari a quello medio guadagna un punto, chi ha il doppio dell'imponibile medio guadagna due punti, e cos&#236; via fino al tetto contributivo. Una persona che lavora 45 anni con un reddito medio accumula quindi circa 45 punti. Dico circa perch&#233; il salario non coincide con l'imponibile, ma il principio &#232; questo.</p><p>Quei punti vengono poi valorizzati al momento della pensione con un calcolo che tiene conto del rapporto tra lavoratori attivi e pensionati. &#200; un freno automatico: la Germania ha un sistema a ripartizione, le pensioni di oggi le pagano i contributi di chi lavora oggi, e se gli attivi calano rispetto ai pensionati il valore del punto rallenta. La riforma, in sostanza, ha deciso di ignorare questo freno. Modificando la valorizzazione dei punti, garantisce almeno fino al 2031 una pensione pari al 48% del salario medio nazionale per chi ha una carriera media.</p><p>Attenzione a non confondere questo 48% con il tasso di sostituzione. Il tasso di sostituzione &#232; il rapporto tra ultimo stipendio e pensione. Il 48% tedesco &#232; invece il livello dell'assegno medio rispetto al salario medio del paese.</p><h2>Quanto &#232; generoso davvero questo sistema</h2><p>Per capire le proporzioni serve un confronto. Secondo la Ragioneria Generale dello Stato, in Italia una persona che si pensiona in questi anni ha un tasso di sostituzione netto, cio&#232; il rapporto tra stipendio netto e pensione netta, pari all'82%. Sul lordo siamo al 76%. In Germania lo stesso rapporto vale il 53% netto e il 43% lordo.</p><p>Significa che il sistema tedesco &#232; molto meno generoso del nostro, e sta sotto anche alla media OCSE. Secondo il <em>Pensions at a Glance 2025</em>, il tasso di sostituzione netto medio dell'area OCSE &#232; del 63,2% per un lavoratore medio a carriera piena, e la Germania, proprio per effetto del fattore di sostenibilit&#224;, si ferma al 53,3%.</p><p>Se invece guardiamo il rapporto tra pensioni pubbliche lorde e salario medio in proiezione di lungo periodo, il quadro dell'Ageing Report &#232; ancora pi&#249; netto. Nel 2022 la Germania stava intorno al 43%, l'Italia attorno al 70%. Entrambi i paesi scendono nel tempo: nel 2060 l'Italia arriva al 53%, la Germania al 35%. La riforma di Berlino, in pratica, alza un po' le pensioni nel breve e rimanda le scelte dure a un futuro.</p><h2>La scommessa nascosta: che la produttivit&#224; torni agli anni '80</h2><p>Dietro questa scelta c'&#232; una scommessa: che la Germania torni a crescere, e che dopo il 2031 si possano mantenere le promesse fatte. Lo stesso schema l'avevo gi&#224; notato nel confronto con la Spagna. E qui torna un punto su cui insisto da tempo: le ipotesi dei modelli di lungo periodo.</p><p>Sul lato della spesa, l'Ageing Report prevede per l'Italia una pensionistica in crescita fino al 17% del PIL. La Germania parte dal 10,2% e arriva all'11,4% nel 2070. Numeri apparentemente gestibili. Il problema &#232; cosa c'&#232; sotto. Quei modelli assumono un ritorno della produttivit&#224; ai livelli degli anni '80 e '90, con crescite molto importanti grazie a investimenti fissi continui e al calo del numero di lavoratori.</p><p>Per l'Italia si ipotizza una produttivit&#224; del lavoro per ora lavorata in crescita fino all'1,6% nel 2040, un valore che la nostra economia non vede da decenni. Avevo gi&#224; pubblicato il grafico che incrocia lo storico AMECO con le ipotesi della Ragioneria: in termini cumulati sarebbe una crescita senza precedenti. Per la Germania lo stesso problema esiste, ma molto pi&#249; contenuto: si parte da circa l'1% nel 2020 e si arriva all'1,5%. Ipotesi generose, ma non assurde.</p><p>Cosa significa in concreto? Prendiamo un neolaureato che guadagna 24.000 euro l'anno, inizia a lavorare a 25 anni ed esce a 67. Secondo gli scenari della Ragioneria andrebbe in pensione con un tasso di sostituzione intorno al 58-59%. Ma se ipotizziamo uno scenario pi&#249; prudente, con la produttivit&#224; che resta costante invece di accelerare, quel tasso scende intorno al 51%. E non &#232; nemmeno il caso peggiore, perch&#233; assumiamo comunque che il suo stipendio cresca mentre il resto dell'economia arranca. Per dare la misura: l'OCSE, nel rapporto 2025 sul sistema tedesco, stima per un lavoratore entrato a 22 anni nel 2024 un tasso di sostituzione intorno al 53,3%.</p><h2>La pensione privata: idea giusta, con un limite enorme</h2><p>Consapevole di tassi di sostituzione cos&#236; bassi, la Germania ha deciso di spingere molto sulla previdenza privata. Anche da noi esistono agevolazioni in questa direzione, pensiamo al TFR destinato ai fondi negoziali. Il punto &#232; che i fondi negoziali italiani, oltre alle agevolazioni fiscali, hanno performance storicamente molto distante da quelle di mercato, e vengono spesso usati come cassa dallo Stato: l'ultima finanziaria ne ha aumentato il contributo verso le casse pubbliche, un fortissimo disincentivo.</p><p>L'alternativa, lasciare il TFR all'INPS, non &#232; migliore. Come segnalava gi&#224; l'anno scorso l'Osservatorio dei Conti Pubblici, quel TFR entra di fatto nello schema a ripartizione: lo Stato italiano ha oggi circa 40 miliardi di debito verso i dipendenti che gli hanno affidato il loro TFR. Il risultato di tutto questo &#232; un sistema iniquo, perch&#233; solo chi ha uno stipendio dignitoso pu&#242; permettersi una previdenza complementare vera, come un fondo ETF. Chi non ce la fa resta inchiodato alla ripartizione, con tassi di sostituzione bassissimi.</p><p>Sul fronte degli incentivi, per&#242;, va dato atto alla Germania di aver lavorato bene. La misura &#232; progressiva: per ogni euro investito si riceve circa 50 centesimi di agevolazione fiscale fino a 360 euro, poi 25 centesimi oltre i 361. Per ogni figlio si ottiene il 100% di quanto investito, con un tetto di 300 euro, anche in ottica natalit&#224;. E soprattutto Berlino istituisce un fondo dedicato ai neonati: 10 euro al mese versati in un fondo privato fin dalla nascita. Dieci euro non risolvono nulla da soli, ma sono una spinta gentile verso un futuro pi&#249; consapevole per le nuove generazioni. Sul piano dei fondi pensione la Germania, va detto, parte da molto indietro: ha uno dei rapporti pi&#249; bassi tra asset privati investiti e PIL, persino sotto l'Italia.</p><blockquote><p><strong>In collaborazione con Trade Republic</strong></p><p>Per chi ha la possibilit&#224; di costruirsi una previdenza complementare, io consiglio Trade Republic, &#232; lo strumento con cui gestisco i miei ETF. &#200; una banca affidabile, con circa 150 miliardi di asset in gestione e oltre 10 milioni di clienti, di cui un milione in Italia. La cosa che apprezzo di pi&#249; &#232; che impostando un piano d'accumulo le commissioni si riducono moltissimo, e su un orizzonte di 30 o 40 anni questo incide parecchio sul montante finale. Da qualche settimana riconosce anche il 3% sulla liquidit&#224; non investita, con interessi calcolati ogni giorno e pagati ogni mese. 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Sono cifre che fanno sorridere rispetto al nostro 33%, ma il punto &#232; la direzione: contributi pi&#249; alti significano costo del lavoro pi&#249; alto, e una Germania che si avvicina ai livelli francesi e italiani perde competitivit&#224;.</p><p>La riforma poi non aggancia l'et&#224; alla speranza di vita. Non averlo affatto costringe a riaprire il cantiere ogni tot anni, e ogni volta a distribuire mancette per far digerire la riforma.</p><p>Resta il nodo di fondo. Avere fondi pensione privati &#232; un bene, agevolarli &#232; giusto, partire dalla nascita per costruire educazione finanziaria &#232; ottimo. Ma pensare che la previdenza privata sia la soluzione &#232; un errore. Se in Europa non si fanno riforme serie, puntando sull'avanzamento tecnologico e spostando i bilanci pubblici verso ricerca di base, istruzione e universit&#224;, il risultato sar&#224; una societ&#224; spaccata: da un lato chi guadagna abbastanza da costruirsi un fondo, dall'altro chi resta condannato alla ripartizione con assegni minimi.</p><p>Il sistema di protezione sociale sta esplodendo, e non riguarda solo l'Italia: vale per la Germania e per la Francia. La cosa che preoccupa &#232; che le riforme siano quasi sempre miopi. La Germania qualche passo avanti lo fa, e di solito &#232; quella che anticipa i tempi. Se questo &#232; il massimo che riesce a fare il paese che fa da apripista, gli altri arriveranno con riforme ancora pi&#249; annacquate. Sar&#242; pessimista, ma a me pare evidente che il vecchio continente abbia smesso di pensare al futuro.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.deutsche-rentenversicherung.de">Deutsche Rentenversicherung</a>, ente previdenziale tedesco</p></li><li><p><a href="https://economy-finance.ec.europa.eu/publications/2024-ageing-report-economic-and-budgetary-projections-eu-member-states-2022-2070_en">Ageing Report, Commissione europea</a>, proiezioni di spesa pensionistica e produttivit&#224;</p></li><li><p><a href="https://www.oecd.org/en/publications/pensions-at-a-glance-2025_f0d2b86c-en.html">OECD, Pensions at a Glance 2025</a>, tassi di sostituzione ed et&#224; effettive</p></li><li><p><a href="https://www.rgs.mef.gov.it">Ragioneria Generale dello Stato</a>, tassi di sostituzione e scenari di lungo periodo</p></li><li><p><a href="https://www.ifo.de/en">IFO Institute</a>, stime sull'aliquota contributiva tedesca</p></li><li><p><a href="https://umbertobertonelli.it/strumenti/calcolatore-pensione/">Calcolatore della pensione</a>, simula il tuo tasso di sostituzione su dati RGS </p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong></p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a></p><p><a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Duecento euro al mese non fermano chi all'estero ne guadagna il doppio]]></title><description><![CDATA[Il PD e AsSociata propongono un bonus contro la fuga dei cervelli. I dati dicono che colpisce la platea sbagliata, ha i conti che non tornano e ignora il vero motivo per cui si parte.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/duecento-euro-al-mese-non-fermano</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/duecento-euro-al-mese-non-fermano</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:03:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/d32d51f0-c0f2-40dc-a400-b460dc1449b9_1672x941.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un ingegnere informatico in Italia entra nel mercato del lavoro con circa 26.000 euro lordi l'anno. Lo stesso ingegnere, in Germania o nei Paesi Bassi, ne porta a casa quasi 48.000. La proposta del Partito Democratico per fermarne la partenza &#232; dargliene 200 in pi&#249; al mese, per tre anni. Poi basta.</p><p>Il principio da cui parte la misura &#232; giusto: partire deve essere una scelta per arricchire il proprio percorso, mai un obbligo dettato dalla mancanza di opportunit&#224; dove si nasce, si studia, si vorrebbe restare. Sul principio siamo tutti d'accordo. Il problema &#232; che la misura, guardata nei numeri, fa esattamente l'opposto di quello che promette.</p><p><strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Akn4qy1sxDU">RISPONDO a PD e AsSociata sul BONUS di 200 euro per fermare i CERVELLI in FUGA</a> <em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><p><strong>Preferisci ascoltare?</strong> <a href="https://cms.megaphone.fm/channel/dr-elegantia?selected=MNTHA2387525628">Ascolta su Dr. Elegantia</a> <em>Disponibile anche su Spotify, Apple Podcasts e Vois.</em></p><h2>Cosa propone davvero il PD (e cosa propone AsSociata)</h2><p>La misura si chiama "Diritto a restare" ed &#232; stata presentata il 3 giugno 2026. In sintesi: 200 euro al mese, cio&#232; 2.400 euro l'anno, ai neoassunti under 35 con contratto a tempo indeterminato, per i primi tre anni, fino a un reddito massimo di 45.000 euro. Il budget dichiarato &#232; di circa 700 milioni l'anno.</p><p>AsSociata, dentro il progetto "parto resto", aggiunge altri tre pezzi: un'IRPEF al 5% per i neoassunti under 35, borse di dottorato di almeno 1.500 euro netti al mese e l'aumento della spesa in ricerca fino al 2% del PIL entro il 2030. Il tutto finanziato, dicono, con un'imposta sugli <a href="https://www.instagram.com/p/DZNKyyejEf6/">extraprofitti delle aziende pi&#249; grandi</a>.</p><p>L'obiettivo dichiarato &#232; uno solo: ridurre la fuga dei cervelli. Un problema reale, che secondo l'<a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-italiani-in-fuga-la-ripresa-dei-deflussi">Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani (OCPI)</a> i numeri ufficiali potrebbero perfino sottostimare. Proprio perch&#233; il problema &#232; serio, vale la pena chiedersi se questa sia la risposta giusta. Andiamo con ordine.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Primo problema: la platea &#232; quella sbagliata</h2><p>Il bonus va ai neoassunti con un contratto stabile. Fermiamoci un secondo su questa frase. Chi ha appena firmato un tempo indeterminato in Italia non &#232; la persona che sta facendo la valigia. La misura non crea alcun incentivo a restare a chi sta valutando di andarsene: premia chi &#232; gi&#224; rimasto e ha trovato un posto fisso. Fra l&#8217;altro, non agendo sul costo del lavoro non c&#8217;&#232; alcuna riduzione delle barriere all&#8217;entrata.</p><p>E qui arriva il primo dato che fa traballare l'impianto. Secondo il Ministero del Lavoro (Sistema delle Comunicazioni Obbligatorie, IV trimestre 2024), solo il 22% dei nuovi rapporti di lavoro &#232; a tempo indeterminato. Il bonus, per costruzione, ne raggiunge una fetta minoritaria e per giunta non quella che emigra.</p><p>L'ho definita una mancetta elettorale, un bonus dato un po' a caso, senza aver capito il motivo per cui molti italiani decidono di partire. Ed &#232; affetta dallo stesso vizio di tante misure delle ultime leggi di bilancio: si cambia il beneficiario, ma la sostanza resta. Si alza o si abbassa la pressione fiscale su un gruppo scelto in base a un ordine morale, invece di intervenire sul motivo strutturale per cui l'Italia arranca. &#200; l'ennesimo favoritismo: in Italia abbiamo gi&#224; circa 300 forme di riduzione delle imposte, le tax expenditure, con l'unico fine di accontentare una parte dell'elettorato. Se bastassero quelle a far crescere un paese, l'Italia sarebbe la prima economia mondiale.</p><h2>Secondo problema: i conti non tornano</h2><p>Prendiamo i 700 milioni dichiarati e dividiamoli per i 2.400 euro a testa. Risultato: circa 292.000 beneficiari. Ma questo vale solo per il primo anno, perch&#233; il bonus dura tre anni: al secondo anno bisogna coprire due coorti, al terzo tre.</p><p>Quanti sono i neoassunti under 35 a tempo indeterminato? Il dato ufficiale incrociato per et&#224; e tipo di contratto non &#232; pubblico, ma qualche ancoraggio c'&#232;. Gli apprendistati, che sono contratti a tempo indeterminato atipici e quindi rientrerebbero nella misura, valgono circa 312.000 assunzioni nel 2024; gli under 35 assunti con esonero contributivo sono circa 57.000. Siamo gi&#224; a 370.000, e questa &#232; una stima per difetto. Con tutta probabilit&#224; ci saranno anche contratti a tempo indeterminato che non rientrano nelle precedenti misure.</p><p>Qualcuno obietter&#224; che c'&#232; il tetto dei 45.000 euro. Vero, ma serve a poco: 9 lavoratori su 10 stanno sotto quella soglia. Se davvero una quota rilevante dei neoassunti guadagnasse pi&#249; di 45.000 euro, il problema dei salari italiani non esisterebbe.</p><h2>Anche con il bonus, restiamo in fondo alla classifica</h2><p>Mettiamo da parte il bilancio e chiediamoci se il bonus avvicini i salari italiani a quelli europei, visto che l'obiettivo &#232; trattenere chi parte per lo stipendio. I dati elaborati da fonti pubbliche sul mio <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/fuga-cervelli/">sito</a> sui redditi dicono che in Italia si guadagna pochissimo rispetto al resto dell'Unione, sia in valore nominale sia a parit&#224; di potere d'acquisto.</p><p>Un lavoratore italiano porta a casa circa 24.593 euro netti l'anno (25.144 a parit&#224; di potere d'acquisto). Aggiungendo 200 euro al mese come se fossero permanenti, e gi&#224; &#232; un'ipotesi generosa visto che durano tre anni, si arriva a 27.598. Il risultato? Superiamo appena la Spagna, ferma a 25.914. Restiamo lontanissimi da Germania (34.937), Paesi Bassi (38.607) e Francia (28.135).</p><h2>Il vero motivo per cui si parte: la carriera, non lo stipendio d'ingresso</h2><p>Chi se ne va, soprattutto se qualificato, non guarda solo il primo stipendio. Guarda quanto crescer&#224;. E qui l'Italia perde su tutti i fronti. In Italia un lavoratore adulto guadagna solo il 25,4% in pi&#249; di un giovane, contro una media UE del 33,4% e punte del 40,4% in Germania. La curva di carriera &#232; piatta: in Italia la retribuzione cresce del 52% lungo la vita lavorativa, contro il 71% in Francia, il 70% nei Paesi Bassi, il 66% in Belgio.</p><p>Se mi confronto con un collega pi&#249; anziano che fa il mio stesso lavoro e vedo che guadagna poco pi&#249; di me, mentre all'estero quello stesso ruolo dopo qualche anno vale molto di pi&#249;, &#232; ovvio che valuto di partire. &#200; un ragionamento banale, ma &#232; quello che muove le persone.</p><p>C'&#232; poi il problema del disallineamento, il mismatch. Abbiamo laureati che il mercato non domanda. In Italia il 20,2% dei lavoratori &#232; sovra-qualificato, quasi quattro punti sopra la media OCSE (16,5%), e il disallineamento per campo di studio &#232; il pi&#249; alto tra i paesi considerati, al 37%. Il motivo &#232; semplice: poche grandi imprese, poco sviluppo tecnologico, pochi ambienti dove mettere in pratica competenze avanzate. </p><p>Il paradosso &#232; che le figure che le imprese cercano disperatamente sono proprio quelle che emigrano. Il Sistema Informativo Excelsior segnala che nel 2025 le imprese programmano circa 670.000 contratti per laureati, ma ne dichiarano introvabile il 50,9%, uno su due. I profili pi&#249; scarsi sono gli ingegneri ICT (86% di difficolt&#224; di reperimento) e gli analisti di dati (76%). Le stesse figure che, una volta formate, se ne vanno.</p><h2>Duecento euro contro il mercato del lavoro</h2><p>Scendiamo sul concreto. Un neolaureato italiano, secondo Almalaurea, guadagna 1.384 euro netti al mese a un anno dalla laurea. Con il bonus salirebbe a 1.584. All'estero, in media, ne prende 1.963. Dopo cinque anni l'italiano &#232; a 1.599 (bonus compreso), all'estero si arriva a 2.352. Il divario non solo resta: cresce nel tempo, cio&#232; proprio quando il bonus &#232; gi&#224; finito.</p><p>E le piccole imprese, dove finisce gran parte dei giovani, non possono fare di pi&#249;. Il valore aggiunto per dipendente nelle realt&#224; pi&#249; piccole &#232; di circa 28.000 euro: non hanno la liquidit&#224; per pagare salari alti, e 200 euro che arrivano dallo Stato non cambiano la loro struttura n&#233; le inducono a domandare competenze nuove. Sono le aziende piccole, che coprono il 40% dell'occupazione privata, a tenere bassi i salari. Qual &#232; il nesso logico tra 200 euro e nuove competenze richieste? Non c'&#232;.</p><p>Proviamo perfino a dimenticare la carriera e a guardare il premio alla laurea, cio&#232; quanto in pi&#249; si guadagna nell'arco di una vita per essersi laureati. Secondo l'OCSE, a parit&#224; di potere d'acquisto, in Italia vale circa 198.000 euro. In Francia 297.000, in Germania 279.000. Anche infilando i 200 euro dentro il calcolo, la distanza non si muove.</p><h2>Il cap a 45.000 euro: una trappola fiscale</h2><p>Il tetto dei 45.000 euro non &#232; un dettaglio innocuo. Chi lo supera perde di colpo i 2.400 euro di bonus, e questo genera un'aliquota marginale effettiva che fa paura: passando la soglia, il netto pu&#242; scendere da circa 33.000 a circa 31.000 euro.</p><p>&#200; l'esatto opposto dell'obiettivo dichiarato, che sarebbe far crescere i salari dei giovani, non incollarli a un tetto. E nasce una disparit&#224; ancora pi&#249; assurda: una persona di 35 anni paga meno tasse di una di 36, solo perch&#233; una &#232; dentro la platea e l'altra &#232; fuori. Tassazione per anagrafe e per ordine morale, non per capacit&#224; contributiva. &#200; esattamente quello che l'articolo 53 della Costituzione, citato a fasi alterne, vorrebbe evitare.</p><h2>"Da qualcosa bisogna partire": la risposta di Crisanti</h2><p>Giovanni Crisanti sostiene che non sia una mancetta. Cito le sue parole: "Avete detto che quei 200 euro in pi&#249; al mese sono una mancetta, un bonus, ma non &#232; vero. Sono un aumento in busta paga equiparabile a un taglio dell'IRPEF per i primi anni di impiego". E aggiunge che la misura &#232; solo un pezzo di una riforma pi&#249; ampia, che da qualcosa bisogna pur partire.</p><p>Il problema &#232; che proprio l'IRPEF &#232; il terreno sbagliato. Come documentava Tortuga gi&#224; nel 2022 ("Tagliare le tasse ai giovani: una buona idea?"), tagliare l'IRPEF ai giovani serve a poco, perch&#233; gran parte dei giovani l'IRPEF non la paga: il 62% degli under 25 con reddito positivo &#232; gi&#224; a zero. Le tasse si possono tagliare solo a chi le paga, e tra i giovani sono i pi&#249; abbienti. La proposta AsSociata di un'IRPEF al 5% finisce per dare migliaia di euro a chi &#232; vicino al tetto e quasi nulla a chi guadagna poco. &#200; regressiva.</p><p>Sugli altri pezzi della riforma il giudizio &#232; pi&#249; sfumato, ma non cambia. La spesa in ricerca al 2% del PIL entro il 2030 &#232; condivisibile, per&#242; ci lascerebbe comunque sotto la media europea. Le borse di dottorato a 1.500 euro netti al mese, cio&#232; circa 18.000 euro l'anno, sono un passo avanti rispetto agli attuali 16.243 della borsa MUR, ma ci terrebbero comunque all'ultimo posto: in Spagna un dottorando arriva a 18.391 a parit&#224; di potere d'acquisto, in Francia a 22.425, in Germania a 29.550, nei Paesi Bassi a 32.421. Si parte, ma si parte sempre da dietro.</p><h2>Confronto impietoso: il controesodo dava molto di pi&#249; e ha funzionato poco</h2><p>Lo Stato ha gi&#224; provato a far rientrare i cervelli con strumenti ben pi&#249; generosi del bonus. Il regime impatriati (D.Lgs 209/2023) prevede un'esenzione del 50% dell'imponibile IRPEF, un risparmio che cresce col reddito e supera i 10.000 euro l'anno a 100.000 di stipendio. Il vecchio controesodo arrivava al 70%. Ordine di grandezza completamente diverso dai 2.400 euro del bonus.</p><p>Eppure le analisi econometriche dicono che, fatte 100 le persone rientrate, solo circa 30 sono tornate per via dell'incentivo. Se un beneficio molto pi&#249; ricco muove cos&#236; poco, &#232; difficile credere che 2.400 euro spostino qualcosa.</p><h2>Chi paga: gli extraprofitti </h2><p>Per la riforma intera, calcolando in modo conservativo, servono circa 16 miliardi. Anche fossero 20, il punto non cambia: dovrebbero arrivare da un'imposta sugli extraprofitti delle circa 7.000 aziende con ricavi sopra i 50 milioni. Ma l'ultima volta che abbiamo tassato gli extraprofitti abbiamo raccolto circa 3 miliardi, e applicando l'aliquota dell'8,5% al valore aggiunto dichiarato si ottengono cifre analoghe. Pochi miliardi, non venti.</p><p>C'&#232; poi un problema pi&#249; profondo, di logica economica. Un extraprofitto vero nasce in una situazione di monopolio o oligopolio, da una rendita. Questa imposta non colpisce le rendite: tassa il differenziale di guadagno rispetto agli anni precedenti. Se un'impresa in concorrenza guadagna 10 per quattro anni e poi 15 grazie a un investimento, quel 5 di delta viene tassato. Stai tassando proprio l'azienda che ha investito ed &#232; cresciuta.</p><p>Il risultato &#232; un disincentivo a investire e una instabilit&#224; delle regole: se oggi l'aliquota &#232; 8,5%, chi garantisce che domani non diventi 10 o 12? Un'impresa capace sposta gli investimenti all'estero, e un investitore preferisce un'azienda estera che quel prelievo non lo sconta. Avevamo appena detto che i salari sono bassi perch&#233; le imprese sono troppo piccole: che senso ha penalizzare le poche grandi che investono solo perch&#233; grandi?</p><h2>La domanda da farsi prima del prossimo slogan</h2><p>Entrambe le proposte non toccano il problema alla radice. Non cambiano la struttura del paese, anzi l'aggravano: nuovi bonus, nuovi tetti, nuove disparit&#224; fiscali per anagrafe, e un freno agli investimenti in ricerca e innovazione. </p><p>Il tema dei salari bassi e della fuga dei giovani &#232; troppo serio per essere affrontato a colpi di mancette. La cosa pi&#249; utile che possiamo fare, soprattutto chi ha vent'anni o trenta, &#232; pretendere proposte migliori e fare auditing su quelle che ci vengono presentate. Per vedere gli effetti di una riforma seria servono cinque o dieci anni. Chi ha trent'anni oggi, quando arriveranno, sar&#224; probabilmente gi&#224; fuori dalla platea. Pensate a quelli che verranno dopo. Altrimenti questo paese non avr&#224; speranza di uscirne, se non quando il problema delle pensioni si sar&#224; risolto per ragioni biologiche.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://umbertobertonelli.it/macro/fuga-cervelli/">Dashboard interattiva "Fuga dei cervelli"</a>, tutti i grafici e i dati di questo articolo</p></li><li><p>Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI), salari, mismatch e premio alla laurea (su dati OCSE, Eurostat, Almalaurea)</p></li><li><p>Ministero del Lavoro, Sistema delle Comunicazioni Obbligatorie, IV trimestre 2024</p></li><li><p>Sistema Informativo Excelsior (Unioncamere-Ministero del Lavoro), 2024/2025</p></li><li><p>OCSE, premio alla laurea, 2021; sovra-qualificazione e mismatch, 2019</p></li><li><p>Tortuga, "Tagliare le tasse ai giovani: una buona idea?", 2022</p></li><li><p>D.Lgs 209/2023 (regime impatriati), Agenzia delle Entrate; dati MEF 2024</p></li><li><p>Proposta PD "Diritto a restare" (3/6/2026) e progetto AsSociata "parto resto"</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></p><p><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[No, l’euro non fece raddoppiare i prezzi: la leggenda del cambio lira-euro non regge ai dati]]></title><description><![CDATA[Ogni tanto, nel dibattito pubblico italiano, ritorna una tesi tanto semplice quanto seducente: con il passaggio dalla lira all&#8217;euro i prezzi sarebbero raddoppiati, gli italiani avrebbero perso met&#224; del proprio potere d&#8217;acquisto e da l&#236; sarebbe cominciato il declino economico del Paese.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/no-leuro-non-fece-raddoppiare-i-prezzi</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/no-leuro-non-fece-raddoppiare-i-prezzi</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Thu, 04 Jun 2026 08:48:17 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/7256f432-e367-4eaf-8adc-13d608fa3c58_1672x941.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ogni tanto, nel dibattito pubblico italiano, ritorna una tesi tanto semplice quanto seducente: con il passaggio dalla lira all&#8217;euro i prezzi sarebbero raddoppiati, gli italiani avrebbero perso met&#224; del proprio potere d&#8217;acquisto e da l&#236; sarebbe cominciato il declino economico del Paese. &#200; una spiegazione comoda, perch&#233; individua un colpevole chiaro, esterno, facilmente riconoscibile. Quando una spiegazione sembra troppo semplice per descrivere mezzo secolo anni di stagnazione, spesso &#232; perch&#233; &#232; sbagliata.</p><p>&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong> <a href="https://youtu.be/zmbgREL_LV0">BERLUSCONI fall&#236; per il CAMBIO LIRA-EURO che raddoppi&#242; i prezzi?</a>  <em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><p style="text-align: center;">&#127897;&#65039; <strong>Preferisci ascoltare?</strong> <a href="https://cms.megaphone.fm/channel/dr-elegantia">Ascolta l&#8217;episodio su Dr. Elegantia</a> <em>Disponibile su Spotify e Apple Podcasts.</em></p><p>La domanda da cui partire &#232; elementare: &#232; vero che il cambio lira-euro fece raddoppiare i prezzi? Per rispondere bisogna guardare all&#8217;inflazione, cio&#232; alla variazione dei prezzi nel tempo. L&#8217;inflazione misura quanto cresce, o diminuisce, il livello dei prezzi tra un periodo e l&#8217;altro. Se davvero l&#8217;euro avesse provocato un raddoppio generalizzato dei prezzi, dovremmo osservare una fiammata inflazionistica molto evidente tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila.</p><h2>Il problema &#232; che questa fiammata non si vede.</h2><p>Guardando la serie storica dell&#8217;inflazione italiana dagli anni Settanta a oggi, <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/cambio-lira-euro/">disponibile qui</a>, il periodo dell&#8217;introduzione dell&#8217;euro non appare come una fase di esplosione dei prezzi. Al contrario, l&#8217;Italia arriva all&#8217;euro dopo un lungo processo di riduzione dell&#8217;inflazione. Gli anni Settanta e i primi anni Ottanta furono davvero anni di inflazione elevata, legata anche agli shock petroliferi e alla particolare struttura dell&#8217;economia italiana di quel periodo. Negli anni Novanta, invece, l&#8217;inflazione scende progressivamente. Il passaggio alla moneta unica avviene dentro questa traiettoria discendente, non dentro una nuova crisi inflazionistica.</p><p>Naturalmente, questo non significa che tutti i prezzi siano cresciuti allo stesso modo. &#200; qui che spesso nasce l&#8217;equivoco. Alcuni beni e servizi aumentarono pi&#249; della media. Il caff&#232; al bar, la pizza, alcune voci legate alla ristorazione o ai consumi quotidiani ebbero rincari visibili e molto percepiti. Ma un conto &#232; dire che alcuni prezzi siano aumentati sensibilmente; un altro &#232; sostenere che l&#8217;intero livello dei prezzi sia raddoppiato.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>L&#8217;inflazione colp&#236; cose &#8220;immisurabili&#8221; per questo non la vediamo?</h2><p>C&#8217;&#232; poi un&#8217;altra obiezione: forse l&#8217;inflazione media non esplose, ma colp&#236; soprattutto i pi&#249; poveri. Anche questa ipotesi &#232; intuitiva, perch&#233; i ceti a basso reddito spendono una quota maggiore del proprio bilancio in beni essenziali. Tuttavia, nel 2002 l&#8217;inflazione del primo decile di spesa, cio&#232; dei pi&#249; poveri, fu intorno al 2,04%, mentre quella del decimo decile, cio&#232; dei pi&#249; ricchi, fu circa il 2,57%. Non emerge quindi l&#8217;immagine di una tassa inflazionistica nascosta che avrebbe devastato solo le fasce pi&#249; deboli.</p><p>Un&#8217;altra variante della stessa tesi sposta l&#8217;attenzione dal livello dei prezzi al potere d&#8217;acquisto. Qui il ragionamento &#232; pi&#249; serio: non conta solo quanto aumentano i prezzi, ma anche quanto aumentano i redditi. Se i prezzi crescono del 2% e i redditi restano fermi, il potere d&#8217;acquisto diminuisce. Nel periodo immediatamente successivo all&#8217;introduzione dell&#8217;euro, il reddito disponibile reale delle famiglie non mostra un crollo compatibile con l&#8217;idea che gli italiani abbiano perso met&#224; del proprio potere d&#8217;acquisto. Nel 2002 la crescita fu pi&#249; debole, circa lo 0,7%, ma non negativa. Il 2001 e il 2003 mostrarono crescite pi&#249; sostenute.</p><p>Il vero problema italiano, semmai, emerge guardando un orizzonte pi&#249; lungo. Le difficolt&#224; dei redditi reali, soprattutto per le fasce pi&#249; povere, non cominciano con l&#8217;euro. Il deterioramento pi&#249; significativo si osserva gi&#224; nei primi anni Novanta per le persone nel primo quartile. Poi nella seconda met&#224; degli anni Novanta si nota una fase di recupero, che prosegue fino ai primi anni Duemila, pur senza riportare pienamente il Paese ai livelli precedenti. Questo &#232; un punto decisivo: se il peggioramento precede l&#8217;euro, &#232; difficile attribuirlo all&#8217;euro.</p><h2>Se non fu l&#8217;euro a farci raddoppiare i prezzi, perch&#233; l&#8217;Italia ha continuato ad arrancare?</h2><p>Qui la risposta &#232; meno comoda, perch&#233; chiama in causa fattori interni: produttivit&#224; stagnante, bassa capacit&#224; innovativa, debolezza della pubblica amministrazione, spesa pubblica rigida, insufficiente investimento in ricerca, capitale umano e infrastrutture produttive. L&#8217;Italia non smette di crescere perch&#233; un giorno cambia moneta. L&#8217;Italia rallenta perch&#233; arriva alla moneta unica gi&#224; gravata da problemi strutturali profondi.</p><p>La produttivit&#224; italiana era gi&#224; un nodo irrisolto. Il sistema produttivo faticava a scalare, molte imprese restavano piccole, poco capitalizzate, poco orientate all&#8217;innovazione. La pubblica amministrazione era spesso inefficiente. La spesa pubblica assorbiva una quota elevata di risorse, ma non sempre le indirizzava verso ci&#242; che avrebbe potuto aumentare la crescita futura: ricerca, istruzione, infrastrutture, concorrenza, qualit&#224; dei servizi pubblici.</p><p>In altre parole, l&#8217;euro non &#232; stato la causa unica del declino italiano. &#200; stato semmai il contesto dentro cui i problemi italiani sono diventati pi&#249; visibili. Con una moneta nazionale, l&#8217;Italia poteva compensare parte delle proprie inefficienze attraverso svalutazioni, inflazione e aggiustamenti monetari. Con l&#8217;euro, questa scorciatoia &#232; venuta meno. Ma perdere una scorciatoia non significa che la scorciatoia fosse una strategia di sviluppo.</p><p>La nostalgia della lira confonde spesso due piani diversi. Da un lato c&#8217;&#232; la percezione individuale: alcune cose costavano meno, alcuni prezzi quotidiani sembravano pi&#249; bassi, il passaggio mentale da lire a euro fu traumatico. Dall&#8217;altro lato ci sono i dati aggregati: l&#8217;inflazione non raddoppi&#242;, il paniere complessivo non esplose, il potere d&#8217;acquisto non si dimezz&#242; improvvisamente nel 2002.</p><p>Questo non significa negare che vi siano stati abusi, arrotondamenti, rincari localizzati o percezioni fondate su esperienze reali. Significa per&#242; rifiutare l&#8217;idea che da questi episodi si possa costruire una teoria generale sul declino italiano.</p><p>La leggenda del raddoppio dei prezzi sopravvive perch&#233; &#232; semplice, immediata, emotivamente potente. Ma i dati raccontano una storia diversa: l&#8217;euro non provoc&#242; un&#8217;esplosione generalizzata dell&#8217;inflazione. Alcuni prezzi salirono, altri scesero, molti seguirono dinamiche ordinarie. Il declino italiano, invece, ha radici pi&#249; profonde e precedenti.</p><p>Ed &#232; proprio qui che il dibattito dovrebbe spostarsi: non su quanto fosse bella la lira, ma su perch&#233; l&#8217;Italia, anche prima dell&#8217;euro, avesse gi&#224; smesso di costruire le condizioni per crescere.</p><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Sul canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a> ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia.</p><p><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></p><p><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> &#183; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il pianeta è finito. Quindi anche la crescita economica è finita?]]></title><description><![CDATA[Il pianeta &#232; finito. Le risorse sono limitate. L&#8217;energia non si crea dal nulla. Il suolo non &#232; infinito. Ogni trasformazione materiale ha un costo fisico, ambientale, energetico. E la crescita?]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-pianeta-e-finito-quindi-anche</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-pianeta-e-finito-quindi-anche</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Fri, 29 May 2026 16:01:36 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/14ae7ff9-cfe3-454a-9ffd-2fd9a2e9d32c_1672x941.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h2>Dal pianeta finito alla crescita finita</h2><p>Il pianeta &#232; finito. Le risorse sono limitate. L&#8217;energia non si crea dal nulla. Il suolo non &#232; infinito. Ogni trasformazione materiale ha un costo fisico, ambientale, energetico. Tutto vero.</p><p>Ma da qui possiamo davvero concludere che anche la crescita economica sia necessariamente finita? Oppure stiamo facendo un salto logico, confondendo la crescita della quantit&#224; di materia consumata con la crescita del valore prodotto?</p><p>Questa &#232; la domanda centrale. Perch&#233; spesso il dibattito pubblico sulla crescita parte da un argomento apparentemente inattaccabile: se viviamo su un pianeta finito, allora non possiamo avere una crescita infinita. Il ragionamento sembra lineare, quasi ovvio. Ma proprio perch&#233; sembra ovvio, vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi se sia davvero cos&#236;.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong> <a href="https://youtu.be/B92ZLeVDvGs">Il modello SUPERFISSO: si pu&#242; CRESCERE all'INFINITO?</a>  <em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><p style="text-align: center;">&#127897;&#65039; <strong>Preferisci ascoltare?</strong> <a href="https://cms.megaphone.fm/channel/dr-elegantia">Ascolta l&#8217;episodio su Dr. Elegantia</a> <em>Disponibile su Spotify e Apple Podcasts.</em></p><h2>L&#8217;economia nasce proprio dal problema della scarsit&#224;</h2><p>Gli economisti si sono davvero svegliati una mattina e hanno deciso che le risorse fossero illimitate? Hanno davvero costruito tutta la teoria economica ignorando la scarsit&#224;, la biosfera, i limiti fisici del pianeta?</p><p>In realt&#224; no. &#200; quasi il contrario. L&#8217;economia nasce proprio dal problema della scarsit&#224;.</p><p>Questo lo si vede gi&#224; nei grandi autori classici. Adam Smith, David Ricardo, Thomas Malthus non ragionavano dentro un mondo immaginario privo di limiti. Al contrario, avevano ben presente il vincolo della terra, della fertilit&#224; agricola, della popolazione, della disponibilit&#224; di cibo. Ricardo, per esempio, ragiona molto sulla rendita e sulla produttivit&#224; decrescente delle terre: se le terre fertili sono limitate e la popolazione aumenta, prima o poi bisogner&#224; coltivare terreni meno produttivi, con costi crescenti e rendimenti inferiori. Malthus &#232; ancora pi&#249; esplicito: il rapporto tra popolazione e risorse &#232; al centro della sua riflessione.</p><p>La scarsit&#224;, quindi, non &#232; un&#8217;invenzione recente degli ambientalisti n&#233; un&#8217;obiezione esterna al pensiero economico. &#200; uno dei problemi originari dell&#8217;economia.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Crescere non significa solo consumare pi&#249; materia</h2><p>La svolta arriva quando diventa sempre pi&#249; evidente che la crescita non dipende soltanto dalla quantit&#224; di terra, materie prime o lavoro utilizzati. Dipende anche da come quei fattori vengono combinati. Dipende dalla tecnologia, dall&#8217;organizzazione, dalla conoscenza, dal capitale umano, dai processi produttivi, dall&#8217;innovazione.</p><p>Questo comporta che la crescita economica non significhi necessariamente consumare sempre pi&#249; materia in proporzione diretta. Pu&#242; significare usare meglio gli input disponibili. Pu&#242; significare produrre pi&#249; valore con meno risorse. Pu&#242; significare ottenere pi&#249; output economico a parit&#224; di input fisici.</p><p>Schumpeter lo descrive attraverso l&#8217;innovazione e la distruzione creatrice: trasformiamo continuamente processi, prodotti, imprese, settori. </p><p>Solow, poi, formalizza questo ragionamento nei modelli di crescita. Quando osserviamo la produzione, non riusciamo a spiegarla completamente soltanto guardando alla quantit&#224; di lavoro e capitale impiegati. Resta qualcosa: il cosiddetto residuo di Solow. In termini molto semplici, &#232; quella parte della crescita che deriva dal progresso tecnologico, dall&#8217;efficienza, dalla capacit&#224; di produrre meglio.</p><p>Questo non vuol dire che la tecnologia cancelli i vincoli fisici. Sarebbe una sciocchezza. La tecnologia non abolisce la termodinamica. Non rende infinito ci&#242; che &#232; finito. Per&#242; cambia radicalmente il rapporto tra risorse fisiche e valore economico prodotto.</p><p>Un esempio importante &#232; il disaccoppiamento tra crescita economica ed emissioni di CO&#8322;. In diversi paesi avanzati, negli ultimi decenni, il PIL &#232; cresciuto mentre le emissioni sono diminuite. Questo non significa che il problema climatico sia risolto. Non significa che tutto il mondo abbia gi&#224; disaccoppiato crescita ed emissioni. Non significa che ogni forma di crescita sia sostenibile. Significa per&#242; una cosa importante: il legame tra crescita economica e pressione ambientale non &#232; automatico, rigido, inevitabile.</p><h2>Il problema non &#232; la crescita, ma il costo che non paghiamo</h2><p>Naturalmente questo non basta a dire che ogni crescita sia buona. Non basta nemmeno a dire che il mercato, lasciato da solo, risolver&#224; tutto. </p><p>Quando un&#8217;attivit&#224; economica produce un costo che ricade su altri, ma quel costo non viene pagato da chi lo genera, abbiamo un&#8217;esternalit&#224; negativa. L&#8217;inquinamento &#232; l&#8217;esempio classico. Se un&#8217;impresa produce beni, incassa ricavi e profitti, ma scarica sull&#8217;ambiente e sulla collettivit&#224; i costi dell&#8217;inquinamento, il prezzo di mercato non riflette il vero costo sociale di quella produzione.</p><p>Anche qui, l&#8217;economia non ignora il problema. Una delle soluzioni teoriche pi&#249; note &#232; la tassa pigouviana: far pagare a chi genera l&#8217;esternalit&#224; il costo sociale che impone agli altri. La carbon tax funziona esattamente secondo questa logica. Se emettere CO&#8322; produce un danno collettivo, allora quel danno deve entrare nel prezzo.</p><p>Qui si pu&#242; fare anche un parallelo intuitivo con il <em>dynamic pricing</em>. Pensiamo a un concerto molto richiesto o a una finale di Champions League. I posti sono limitati. Se ci sono 50 mila posti e un milione di persone vuole entrare, non tutti potranno partecipare. Il prezzo, in quel caso, diventa uno strumento di razionamento di una risorsa scarsa.</p><p>Il caso dell&#8217;<em>overtourism</em> si avvicina ancora di pi&#249; alla logica pigouviana. Pensiamo a Venezia, a certe spiagge, a citt&#224; d&#8217;arte congestionate da flussi turistici eccessivi. Qui non c&#8217;&#232; solo scarsit&#224; fisica dello spazio. C&#8217;&#232; anche un costo imposto alla collettivit&#224;: congestione, degrado, pressione sui servizi pubblici, perdita di vivibilit&#224; per i residenti, deterioramento del patrimonio culturale e ambientale.</p><p>Tutto questo ci riporta al punto iniziale. Dire che il pianeta &#232; finito &#232; corretto. Ma usarlo per liquidare l&#8217;intera teoria economica &#232; sbagliato. L&#8217;economia non nasce negando i vincoli. Nasce per studiarli. Nasce per capire come allocare risorse scarse, come aumentare il benessere, come correggere i fallimenti del mercato, come gestire le esternalit&#224;, come produrre pi&#249; valore con meno spreco.</p><p>La vera critica alla crescita non dovrebbe essere: &#8220;la crescita &#232; impossibile perch&#233; il pianeta &#232; finito&#8221;. La critica seria dovrebbe essere: &#8220;quale tipo di crescita stiamo perseguendo? Con quale intensit&#224; energetica? Con quale consumo di suolo? Con quali emissioni? Con quali costi sociali? Con quali strumenti per correggere le esternalit&#224;?&#8221;.</p><p>Perch&#233; una crescita basata sull&#8217;aumento indefinito del consumo materiale &#232; evidentemente insostenibile. Ma una crescita basata su innovazione, produttivit&#224;, efficienza, servizi, conoscenza, tecnologie pulite e prezzi corretti &#232; un&#8217;altra cosa.</p><p>Il mondo &#232; finito. Proprio per questo dobbiamo usare meglio ci&#242; che abbiamo.</p><p>E questo, pi&#249; che un argomento contro l&#8217;economia, &#232; esattamente il motivo per cui l&#8217;economia serve.</p><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Sul canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a> ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia.</p><p><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></p><p><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> &#183; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[New York ha davvero ridotto il deficit? Guida al caso Mamdani]]></title><description><![CDATA[Nel dibattito italiano sta circolando una lettura molto forte del caso New York: Mamdani avrebbe &#8220;ripagato il debito&#8221;, &#8220;chiuso il deficit&#8221;, &#8220;dimostrato che tassando i ricchi si finanzia la spesa pubblica&#8221; o addirittura smentito chiunque parli di vincoli di bilancio, sostenibilit&#224; della spesa e limiti delle politiche pubbliche espansive.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/new-york-ha-davvero-ridotto-il-deficit</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/new-york-ha-davvero-ridotto-il-deficit</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 23 May 2026 05:59:37 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/bf06e2b9-4874-4a98-8864-45306ba789bf_1675x939.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Nel dibattito italiano sta circolando una lettura molto forte del caso New York: Mamdani avrebbe &#8220;ripagato il debito&#8221;, &#8220;chiuso il deficit&#8221;, &#8220;dimostrato che tassando i ricchi si finanzia la spesa pubblica&#8221; o addirittura smentito chiunque parli di vincoli di bilancio, sostenibilit&#224; della spesa e limiti delle politiche pubbliche espansive.</p><p>&#200; una narrazione efficace, perch&#233; &#232; semplice. C&#8217;&#232; un sindaco identificato con una piattaforma molto progressista, c&#8217;&#232; una citt&#224; enorme e simbolica come New York, c&#8217;&#232; un buco nei conti che viene presentato come chiuso, e c&#8217;&#232; una conclusione politica apparentemente immediata: se New York ci &#232; riuscita, allora il problema non &#232; la spesa pubblica, ma la mancanza di volont&#224; politica.</p><p>Il problema &#232; che questa lettura mette insieme concetti diversi. Confondere debito, deficit e budget gap porta a conclusioni sbagliate. Trattare una proposta di bilancio come se fosse gi&#224; un consuntivo porta a conclusioni premature. Presentare una tassa stimata come se fosse un incasso gi&#224; realizzato porta a conclusioni fragili. E trasformare una manovra fatta di risparmi, nuove entrate, autorizzazioni statali, rimodulazioni pensionistiche e misure temporanee nella prova che la spesa pubblica &#8220;si finanzia da sola&#8221; significa andare oltre ci&#242; che i numeri consentono di dire.</p><p>La realt&#224; &#232; pi&#249; interessante, ma anche meno mitologica. L&#8217;amministrazione Mamdani ha presentato un <a href="https://www.nyc.gov/assets/omb/downloads/pdf/exec26/mm5-26.pdf#page=8">Executive Budget FY2027 da 124,7 miliardi di dollari</a> che risulta bilanciato secondo il piano dell&#8217;amministrazione. Questo &#232; un fatto politico e contabile rilevante. Ma non significa che New York abbia cancellato il proprio debito. Non significa che i problemi di bilancio siano risolti per sempre. Non significa che le coperture siano tutte permanenti. E non significa che le misure sociali annunciate abbiano gi&#224; prodotto effetti economici misurabili.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong> <a href="https://youtu.be/gQSbsZlcyvE">MAMDANI ha risolto i PROBLEMI DI BILANCIO di New York? Cosa dicono i dati</a>  <em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><p style="text-align: center;">&#127897;&#65039; <strong>Preferisci ascoltare?</strong> <a href="https://cms.megaphone.fm/channel/dr-elegantia">Ascolta l&#8217;episodio su Dr. Elegantia</a> <em>Disponibile su Spotify e Apple Podcasts.</em></p><p></p><h2>Debito, deficit e budget gap non sono sinonimi</h2><p>La prima confusione riguarda tre parole che nel dibattito pubblico vengono spesso usate come se indicassero la stessa cosa: debito, deficit e budget gap.</p><p>Il debito &#232; uno stock. &#200; l&#8217;insieme delle passivit&#224; accumulate nel tempo. Se una citt&#224; ha debito, significa che negli anni ha emesso obbligazioni, contratto passivit&#224; o assunto impegni finanziari che dovranno essere rimborsati nel tempo. Il debito non sparisce perch&#233; un bilancio annuale torna in equilibrio. Si riduce solo se il rimborso del capitale supera le nuove emissioni o se vengono fatte operazioni specifiche di riduzione dello stock.</p><p>Il deficit, invece, &#232; un flusso. Indica che, in un determinato periodo, le uscite superano le entrate. Se in un anno incasso 100 e spendo 105, ho un deficit di 5. Quel deficit, se finanziato a debito, pu&#242; aumentare lo stock di debito. </p><p>Il budget gap &#232; ancora un&#8217;altra cosa. &#200; uno squilibrio previsto nel piano finanziario prima delle misure correttive. Non &#232; necessariamente un deficit gi&#224; realizzato. Se l&#8217;amministrazione prevede che nell&#8217;anno fiscale successivo spender&#224; 105 ma incasser&#224; 100, ha un budget gap di 5. Prima di approvare il bilancio deve trovare coperture per quei 5. Pu&#242; ridurre alcune spese, aumentare alcune entrate, ricevere trasferimenti, ottenere autorizzazioni da un altro livello di governo o rinviare alcuni costi.</p><p>Questo &#232; il punto centrale del caso New York. Quando si dice che il gap FY2027 viene chiuso, si sta dicendo che la proposta di bilancio trova coperture per un buco previsto tra entrate e uscite dell&#8217;anno fiscale. Non si sta dicendo che il debito della citt&#224; sia stato ripagato.</p><h2>Che cos&#8217;&#232; il FY2027</h2><p>Per capire il caso bisogna chiarire anche un&#8217;altra sigla: FY2027. FY significa Fiscal Year, cio&#232; anno fiscale. Non tutti i bilanci pubblici seguono l&#8217;anno solare gennaio-dicembre. Negli Stati Uniti molte amministrazioni ragionano per anno fiscale, che pu&#242; iniziare e finire in date diverse.</p><p>Quando si parla di FY2027 nel caso New York, si parla dell&#8217;anno fiscale 2027 della citt&#224;. Non &#232; un dato storico gi&#224; consolidato. &#200; il periodo a cui si riferisce la proposta di bilancio discussa dall&#8217;amministrazione.</p><p>Questa distinzione &#232; importante perch&#233; l&#8217;Executive Budget non &#232; un consuntivo. &#200; una proposta di bilancio del sindaco. Viene pubblicata, discussa, negoziata con il City Council e poi deve essere approvata. Solo dopo l&#8217;approvazione diventa il bilancio operativo dell&#8217;anno fiscale. E solo a fine anno si potr&#224; vedere cosa &#232; successo davvero: quante entrate sono arrivate, quante spese sono state sostenute, quali risparmi sono stati effettivamente conseguiti e quali misure hanno funzionato come previsto.</p><p>Questo non rende il dato irrilevante. Una proposta di bilancio che chiude un gap importante &#232; un fatto politico e contabile significativo. Ma non va confusa con una prova definitiva di successo economico. Il giudizio ex post si potr&#224; dare solo con l&#8217;esecuzione del bilancio e con i consuntivi.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h1>Come funziona il bilancio di New York City</h1><p>New York City &#232; una citt&#224;, ma ha dimensioni finanziarie enormi. Il suo bilancio &#232; paragonabile a quello di molti Stati. Ha un sindaco, un consiglio comunale, agenzie pubbliche, dipartimenti, programmi sociali, spese obbligatorie, entrate fiscali proprie e trasferimenti da altri livelli di governo.</p><p>Un aspetto fondamentale &#232; che il bilancio operativo annuale della citt&#224; deve essere approvato in pareggio. Questo significa che la citt&#224; non pu&#242; semplicemente approvare un bilancio annuale in cui le spese previste superano le entrate previste. Se nelle previsioni compare un buco, quel buco deve essere chiuso prima dell&#8217;approvazione.</p><p>Il processo avviene per fasi. Prima vengono pubblicate previsioni e documenti preliminari che mostrano lo stato dei conti e i problemi da risolvere. Poi il sindaco presenta l&#8217;Executive Budget, cio&#232; la proposta di bilancio dell&#8217;amministrazione. A quel punto si apre il confronto con il City Council, che negozia, modifica e approva il bilancio finale.</p><p>Nel caso di New York, l&#8217;Executive Budget FY2027 dichiara di chiudere il gap previsto per quell&#8217;anno e di presentare un bilancio operativo bilanciato. </p><p>Ma il vero giudizio dipende da due domande successive: come &#232; stato chiuso quel gap? E cosa succede negli anni successivi?</p><h2>Il gap da 5,4 miliardi e il numero da 12 miliardi: cosa indicano questi numeri?</h2><p>Nel dibattito circolano due cifre: 5,4 miliardi e 12 miliardi. A prima vista sembrano in contraddizione. In realt&#224; indicano perimetri diversi.</p><p>La cifra da 5,4 miliardi riguarda il problema immediato del FY2027 emerso nella fase preliminare del processo di bilancio. In altre parole, prima delle misure correttive dell&#8217;Executive Budget, il FY2027 veniva ricostruito attorno a un gap di circa 5,4 miliardi. L&#8217;Executive Budget dichiara poi FY2027 bilanciato dopo le misure correttive.</p><p>I 12 miliardi, invece, non indicano il gap del solo FY2027. &#200; una cifra pi&#249; ampia, usata per descrivere il problema complessivo <a href="https://www.nyc.gov/assets/omb/downloads/pdf/exec26/mm5-26.pd#page=3">ereditato</a>: squilibri pluriennali, costi sottostimati, buchi previsti negli anni successivi o una somma di problemi emersi nel piano finanziario. </p><p>Questa distinzione cambia il giudizio. Chiudere il gap FY2027 &#232; un risultato contabile rilevante. Ma non significa aver risolto tutto il problema pluriennale dei conti della citt&#224;. Infatti, dopo il pareggio del FY2027, restano gap previsti negli anni successivi.</p><h2>Le principali coperture dichiarate</h2><p>A questo punto bisogna chiedersi: come viene chiuso il gap? La risposta breve &#232;: non con una sola misura, ma con un insieme di coperture diverse. <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/nyc-budget-fy2027/">Qui trovate tutti i dati macro pi&#249; rilevanti rielaborati.</a></p><p>La prima categoria riguarda i risparmi delle agenzie. Il <em>Message of the Mayor</em> indica 1,47 miliardi di dollari di <a href="https://www.nyc.gov/assets/omb/downloads/pdf/exec26/sum5-26.pdf#page=11">risparmi</a> delle agenzie nel biennio FY2026-FY2027, rispettivamente 560 e 910 milioni. A questi si aggiungono oltre 300 milioni di <em>vacancy reductions </em>(FY2026 150 milioni e FY2027 157 milioni), cio&#232; risparmi ottenuti riducendo o non coprendo alcune posizioni vacanti. Sommando queste due componenti si arriva a circa 1,77 miliardi su due anni.</p><p>Entrando nel dettaglio dei risparmi, emerge come il grosso degli interventi riguardi l&#8217;efficientamento della macchina pubblica. Si va dalla revisione dei contratti esistenti alla ricerca di tariffe pi&#249; vantaggiose, fino alla rescissione degli accordi esterni nei casi in cui i dipendenti comunali possano svolgere le stesse attivit&#224; in modo pi&#249; efficiente. A questi interventi si aggiungono 28 milioni di dollari legati alla modernizzazione delle tecnologie e delle licenze software comunali, 24 milioni derivanti dalla rinuncia agli spazi inutilizzati e dal consolidamento dei contratti di locazione degli enti, 368 milioni ottenuti attraverso il miglioramento dell&#8217;efficienza dei servizi pubblici, una gestione pi&#249; rigorosa degli straordinari e l&#8217;eliminazione graduale dei programmi non pi&#249; utilizzati. La voce pi&#249; rilevante, pari a 947 milioni di dollari, riguarda infine il miglioramento della gestione finanziaria, il recupero delle entrate dovute al Comune e una stima pi&#249; accurata delle spese.</p><p>Nel bilancio ci sono poi 1,176 miliardi di dollari di risparmi stimati che non arrivano da nuove tasse, n&#233; da trasferimenti dello Stato, n&#233; da tagli generali a tutti i dipartimenti. Arrivano da quattro programmi specifici dove la spesa stava crescendo molto: classi scolastiche, educazione speciale, voucher per l&#8217;affitto e accoglienza dei senzatetto. Nel documento ufficiale questa voce compare come Cost Containment Strategies, cio&#232; &#8220;contenimento dei costi&#8221;, per 1,176 miliardi nel FY2027.</p><p>Il primo programma riguarda le classi. New York deve ridurre il numero di studenti per classe. Farlo costa, perch&#233; servono pi&#249; insegnanti e pi&#249; aule. Il bilancio dice che la citt&#224; investir&#224; comunque 122 milioni per assumere 1.000 insegnanti e aggiunger&#224; 1,5 miliardi al piano capitale per l&#8217;edilizia scolastica, ma allo stesso tempo prover&#224; ad applicare l&#8217;obbligo con un calendario pi&#249; realistico, in accordo con lo Stato e con i sindacati. Da qui derivano circa 500 milioni di risparmi nel FY2027. </p><p>La seconda voce di risparmio riguarda l&#8217;educazione speciale. A New York molte famiglie fanno ricorso perch&#233; ritengono che la scuola pubblica non garantisca adeguatamente i servizi necessari agli studenti con disabilit&#224; o bisogni educativi speciali. Questi ricorsi possono portare la citt&#224; a pagare servizi esterni, scuole private, tutoraggi o rimborsi. Il documento dice che la citt&#224; vuole migliorare la gestione del programma e ridurre il numero di ricorsi. Il risparmio stimato &#232; 149 milioni all&#8217;anno. L&#8217;idea &#232; che se la citt&#224; riesce a fornire prima e meglio certi servizi, o a gestire meglio le richieste, dovrebbe spendere meno in contenziosi e rimborsi.</p><p>Il terzo punto riguarda il CityFHEPS, cio&#232; un programma comunale di voucher per aiutare famiglie senza casa o a rischio sfratto. La citt&#224; vuole centralizzare alcune funzioni, rafforzare i controlli, cambiare procedure amministrative e aiutare i beneficiari ad aumentare il reddito, cos&#236; da ridurre l&#8217;uso prolungato del voucher. </p><p>Il quarto risparmio riguarda i rifugi per persone senza casa. New York spende molto per l&#8217;accoglienza temporanea, anche perch&#233; in emergenza usa hotel, che costano parecchio. Mamdani vuole ridurre i costi aiutando pi&#249; famiglie a trovare una casa stabile, prevenendo nuovi ingressi nei rifugi e riducendo la dipendenza dagli hotel d&#8217;emergenza. </p><p>Una terza voce centrale &#232; la ristrutturazione dei pagamenti pensionistici, indicata in circa 1,6 miliardi per il FY2027. Questa voce merita una sezione a parte, perch&#233; &#232; una delle pi&#249; fraintese.</p><p>Poi c&#8217;&#232; il pacchetto dello Stato di New York, pari a circa 4 miliardi. Questo pacchetto comprende elementi molto diversi: circa 352 milioni di aiuto diretto, circa 3,2 miliardi di autorizzazioni statali e circa 500 milioni annui stimati dalla nuova pied-&#224;-terre tax, cio&#232; una tassa sulle seconde case di lusso.</p><p>La pied-&#224;-terre tax, invece, &#232; una nuova entrata fiscale stimata in circa 500 milioni all&#8217;anno dal FY2027 in avanti. &#200; una tassa sulle seconde case di lusso. La cifra &#232; rilevante, ma va tenuta nelle giuste proporzioni: &#232; piccola rispetto a un bilancio da 124,7 miliardi e non copre da sola il gap. Inoltre &#232; una stima di gettito, non un incasso gi&#224; realizzato.</p><p>&#127916; <strong>Ne avevamo gi&#224; parlato qui :</strong> <a href="https://youtu.be/GH-DuFm91oo">MAMDANI TASSA i super RICCHI: Cosa dicono i dati?</a>  <em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><p>Infine, il bilancio include una misura pi&#249; piccola, stimata in 68 milioni di dollari: la riduzione del credito d&#8217;imposta legato alla <em>Unincorporated Business Tax</em>. La UBT &#232; la tassa comunale di New York sulle attivit&#224; economiche non costituite in societ&#224;, come alcune partnership, studi professionali e lavoratori autonomi. Alcuni contribuenti possono oggi recuperare parte di questa tassa tramite un credito sull&#8217;imposta personale cittadina. La proposta non introduce quindi una nuova tassa separata, ma riduce uno sconto fiscale esistente. Per i contribuenti interessati, l&#8217;effetto &#232; un aumento dell&#8217;imposta netta pagata. L&#8217;amministrazione la presenta come una misura rivolta soprattutto ai contribuenti pi&#249; ricchi, sostenendo che il credito UBT avvantaggi in larga misura i milionari.</p><h2>Ha ridotto le pensioni?</h2><p>Una delle domande pi&#249; importanti riguarda le pensioni. Quando si legge che una parte del bilancio viene chiusa tramite <em>pension liability restructuring</em> o <em>pension reprofiling,</em> si pu&#242; pensare che siano state tagliate le pensioni. Ma non &#232; questo il punto.</p><p>La misura non consiste nel ridurre gli assegni pensionistici dei pensionati. Si tratta piuttosto di modificare il calendario dei versamenti o degli obblighi della citt&#224; verso i fondi pensione. In parole semplici: la citt&#224; ottiene sollievo nel breve periodo perch&#233; paga meno nell&#8217;anno considerato o riorganizza il profilo dei pagamenti. Questo produce un effetto positivo sul bilancio FY2027, indicato in circa 1,6 miliardi. Ma il costo non scompare. Viene distribuito diversamente nel tempo.</p><p>&#200; un po&#8217; come rinegoziare una scadenza di pagamento. Oggi hai meno pressione, domani potresti averne di pi&#249;. Questo pu&#242; essere ragionevole se serve a gestire un picco temporaneo e se la sostenibilit&#224; complessiva resta solida. Ma non va raccontato come un risparmio permanente o come una cancellazione del costo.</p><p>Su questa misura esistono letture diverse. I critici la vedono come un rinvio del problema, perch&#233; riduce la spesa oggi ma sposta obblighi nel futuro. La <em>Citizens Budget Commission</em> ha usato una formula molto dura, parlando di espediente pensionistico e di costo scaricato sui newyorkesi futuri </p><div class="preformatted-block" data-component-name="PreformattedTextBlockToDOM"><label class="hide-text" contenteditable="false">Text within this block will maintain its original spacing when published</label><pre class="text"><em><a href="https://cbcny.org/taxonomy/term/27#:~:text=%E2%80%9CThe%20pension%20gimmick%20balances%20this%20budget%20on%20the%20backs%20of%20future%20New%20Yorkers%20%E2%80%94%20making%20residents%20in%20the%20mid%2D2030s%20pay%20for%20closing%20the%20fiscal%20year%202027%20budget%20gap%2C%E2%80%9D%20CBC%20said%20in%20a%20statement.">The pension gimmick balances this budget on the backs of future New Yorkers &#8212; making residents in the mid-2030s pay for closing the fiscal year 2027 budget gap</a></em>. </pre></div><p>Altri osservatori la considerano una forma pi&#249; ragionevole di distribuzione dei costi nel tempo, soprattutto se non intacca i diritti pensionistici e se non peggiora in modo sostanziale la sostenibilit&#224; di lungo periodo.</p><h2>Sono tutte coperture permanenti?</h2><p>No. Ed &#232; questo il punto pi&#249; importante per valutare la solidit&#224; della manovra.</p><p>Non tutte le coperture hanno lo stesso valore nel tempo. Una nuova entrata fiscale stabile pu&#242; generare risorse anche negli anni successivi. Un risparmio amministrativo permanente pu&#242; ridurre la spesa in modo duraturo. Ma un trasferimento una tantum vale solo una volta. Una deroga o un&#8217;autorizzazione temporanea pu&#242; produrre effetti limitati nel tempo. Una ristrutturazione dei pagamenti pensionistici pu&#242; alleggerire il bilancio oggi, ma aumentare la pressione domani.</p><p>Per questo bisogna distinguere tra coperture ricorrenti, coperture una tantum e rinvii di costo.</p><p>Una copertura ricorrente &#232; una misura che tende a ripetersi. Per esempio, una tassa a regime pu&#242; produrre gettito ogni anno, anche se il gettito effettivo dipender&#224; dal comportamento dei contribuenti e dalla base imponibile. Una riduzione permanente di una spesa amministrativa pu&#242; produrre risparmi anche negli anni successivi.</p><p>Una copertura una tantum vale una sola volta. Se lo Stato trasferisce alla citt&#224; 352 milioni per quell&#8217;anno, quel denaro aiuta a chiudere il bilancio, ma non &#232; detto che arrivi anche l&#8217;anno dopo. Se non si rinnova, bisogna trovare un&#8217;altra copertura.</p><p>Un rinvio di costo &#232; ancora diverso. Non elimina la spesa. La sposta nel tempo. La ristrutturazione dei pagamenti pensionistici rientra in questa logica: d&#224; sollievo al FY2027, ma non cancella l&#8217;obbligo economico sottostante.</p><p>Nel caso New York, il Comptroller Mark Levine ha dato un giudizio <a href="https://comptroller.nyc.gov/newsroom/press-releases/new-york-city-comptroller-mark-levine-statement-on-fy2027-executive-budget-proposal/">misto</a>. Da un lato ha riconosciuto che il budget migliora il quadro rispetto al piano precedente, evita per ora un aumento generalizzato della property tax e non attinge alle principali riserve. Dall&#8217;altro lato ha segnalato che il piano si regge su 2,8 miliardi di misure una tantum e 2,3 miliardi di risparmi pensionistici di breve periodo. Ha inoltre avvertito che restano squilibri strutturali perch&#233; la citt&#224; continua a spendere pi&#249; di quanto incassa.</p><p>Questo non significa automaticamente che la manovra sia sbagliata. Ma significa che non possiamo definirla un risanamento strutturale solo perch&#233; il FY2027 viene portato in pareggio.</p><h2>Il vero test sono gli anni successivi</h2><p>Un bilancio pu&#242; essere chiuso in un anno e riaprire buchi negli anni successivi. Questo accade quando una parte delle coperture &#232; temporanea, quando alcune spese continuano a crescere o quando le entrate non tengono il passo degli impegni.</p><p>Nel caso di New York, il FY2027 viene presentato come in pareggio, ma nel piano finanziario restano gap rilevanti negli anni successivi: circa 7,1 miliardi nel FY2028, 9,1 miliardi nel FY2029 e 9,8 miliardi nel FY2030. Questo &#232; il dato che ridimensiona le letture trionfalistiche.</p><p>Il vero test sar&#224; nelle prossime pubblicazioni di bilancio. Se i gap futuri verranno ridotti grazie a nuove entrate effettive, risparmi strutturali e crescita sostenibile della base imponibile, allora si potr&#224; parlare di consolidamento pi&#249; robusto. Se invece i gap resteranno elevati, la chiusura del FY2027 sar&#224; stata soprattutto una manovra di breve periodo.</p><p>&#200; un risultato politicamente significativo. Ma non &#232; ancora un risanamento strutturale pienamente compiuto. I gap previsti tornano gi&#224; dal FY2028 e arrivano quasi a 10 miliardi nel FY2030. Per capire se l&#8217;operazione funzioner&#224; davvero bisogna guardare la qualit&#224; delle coperture, l&#8217;esecuzione del bilancio e la traiettoria degli anni successivi.</p><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Sul canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a> ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia.</p><p><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></p><p><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> &#183; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tassare i super ricchi per pagare le pensioni? Tre conti che non tornano]]></title><description><![CDATA[Cinquecento miliardi di patrimonio Forbes contro centosettanta all'anno di gap di spesa rispetto alla media UE. Anche prendendoli tutti, in un solo colpo, il problema strutturale del sistema previdenziale italiano resterebbe identico.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/tassare-i-super-ricchi-per-pagare</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/tassare-i-super-ricchi-per-pagare</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Tue, 19 May 2026 16:01:23 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/00fdab2c-a635-4203-aa0e-8ba7676ab3d0_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>"Tassiamo i super ricchi al posto di mettere mano alle pensioni." &#200; una proposta che circola da anni e che viene spesso giustificata richiamando l&#8217;articolo 53 della Costituzione. Il problema &#232; che, cos&#236; formulata, confonde due piani diversi: da un lato il reperimento di risorse fiscali, dall&#8217;altro l&#8217;architettura e la sostenibilit&#224; del sistema previdenziale.</p><p>L&#8217;articolo 53 non dice semplicemente che bisogna &#8220;tassare di pi&#249; i ricchi&#8221;. Stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacit&#224; contributiva e che il sistema tributario deve essere informato a criteri di progressivit&#224;.</p><p>Secondo questa impostazione, dunque, esisterebbe una categoria di contribuenti, i cosiddetti super-miliardari, che, a causa della struttura del sistema fiscale italiano, non contribuirebbe in misura coerente con la propria reale condizione economica. Pertanto &#232; l&#236; che vanno ricercati i soldi e non altrove, e chiunque metta in dubbio la sostenibilit&#224; del sistema pensionistico, dovrebbe quanto meno partire da qui.</p><h2>Il sistema pensionistico non &#232; solo un problema di risorse</h2><p>Ma siamo proprio sicuri che solo i super ricchi siano un problema per articolo 53? Ovvero, l&#8217;equit&#224; orizzontale e l&#8217;equit&#224; verticale, sono lese solo ed esclusivamente dalla presenza di super ricchi?</p><p>In Italia abbiamo diverse forme di distorsione del sistema tributario, come ad esempio flat tax, cedolare secca, effetti soglia. Insomma, parlare di articolo 53 rivolgendolo solo verso i ricchi appare quanto meno un artificio retorico, senza considerare che larga parte dell&#8217;evasione deriva proprio dalla presenza di queste distorsioni. </p><p>Tralasciando la semplicit&#224; con cui si tratta il tema, &#232; evidente che ci sia un errore di fondo prima ancora della questione &#8220;risorse&#8221;. Trattare il sistema pensionistico come una voce di bilancio, una colonna di numeri da far quadrare, non &#232; di per se erroneo, ma &#232; solo una parte dell&#8217;argomento. da una parte abbiamo la spesa pensionistica italiana, intorno ai 360 miliardi di euro all'anno che rappresenta uno dei pi&#249; grandi capitoli di trasferimento monetario del bilancio pubblico, dall&#8217;altra l'architettura di regole che decide chi va in pensione, a quanti anni, con che assegno, rispetto a quanto ha versato &#232; uno degli elementi fondamentali. </p><p>Quell'architettura in Italia ha problemi strutturali: disuguaglianze interne, evasione contributiva tollerata, regressivit&#224; nascosta. Sono problemi che resterebbero identici anche se domani trovassimo cinquecento miliardi nuovi.</p><p></p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong> <a href="https://youtu.be/fpxjsIedSeU">Il problema PENZIONI non esiste, basta TASSARE SUPER RICCHI MILIARDARI</a>  <em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><p style="text-align: center;">&#127897;&#65039; <strong>Preferisci ascoltare?</strong> <a href="https://cms.megaphone.fm/channel/dr-elegantia">Ascolta l&#8217;episodio su Dr. Elegantia</a> <em>Disponibile su Spotify e Apple Podcasts.</em></p><p style="text-align: center;"></p><h2>Sei milioni di pensionati con meno di quindici anni di contributi</h2><p>Su circa sedici milioni di pensionati italiani, sei hanno alle spalle meno di quindici anni di contributi versati. Tre milioni di questi sei non hanno mai contribuito. Le ragioni sono varie e parte di queste cifre si spiega con storie contributive frammentate, lavoro discontinuo, un modello di famiglia patriarcale che per decenni ha tenuto fuori dal mercato del lavoro un secondo percettore di reddito, di solito le donne. Una parte significativa di queste cifre, per&#242;, &#232; semplicemente evasione contributiva: persone che hanno lavorato senza versare contributi e che oggi ricevono comunque una pensione, sociale o assistenziale, dal sistema.</p><p>Decidere che il sistema pensionistico non vada toccato perch&#233; tanto le risorse si trovano altrove significa, di fatto, dichiarare che quella forma di evasione &#232; tollerata e tollerabile. Significa creare un'aspettativa precisa per chi deve decidere oggi se versare i contributi: tanto, prima o poi, una qualche regolarizzazione o un qualche istituto compensativo (pensione sociale, integrazione al minimo) coprir&#224; la differenza. Il sistema fiscale italiano ne sa qualcosa: ogni qualche anno arriva una rottamazione, un saldo e stralcio, un condono mascherato. Quando l'effetto aspettativa di un sistema regolarizza l'inadempimento, l'inadempimento diventa razionale.</p><p>Potremmo qui concludere che invocare l&#8217;articolo 53 sui super ricchi per evitare di affrontare il bubbone di questi sei milioni sia in qualche modo contraddittorio, non trovate?</p><p>&#200; una questione di equit&#224; in senso stretto, prima ancora che di cassa.</p><p></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p></p><h2>Il contributivo italiano &#232; costruito male</h2><p>Veniamo al secondo punto, pi&#249; tecnico, ma decisivo. Il sistema contributivo, introdotto in Italia con la riforma Dini del 1995, dovrebbe essere, almeno sulla carta, attuarialmente neutro. Ciascuno dovrebbe ricevere una pensione coerente con i contributi versati, capitalizzati figurativamente in base alla crescita del PIL e divisi per la speranza di vita residua al momento del pensionamento.</p><p>La logica &#232; semplice e ricorda un cassetto fiscale: io verso, viene tenuto traccia di quanto ho versato, alla pensione ricevo un assegno calcolato su quel montante. Il cassetto &#232; figurativo, perch&#233; i contributi correnti pagano in realt&#224; le pensioni in essere (il sistema &#232; a ripartizione, <em>pay-as-you-go</em>), ma sul piano del calcolo l'idea &#232; che la pensione rifletta la storia contributiva del singolo.</p><p>Nella pratica italiana qualcosa non funziona. Lo ha spiegato a pi&#249; riprese, su <a href="https://www.lavoce.info/">lavoce.info</a> e sul Sole 24 Ore, Sandro Gronchi, uno dei tecnici che ha avuto un ruolo nella stesura originaria della riforma e che ne ha denunciato i punti deboli applicativi. Il problema riguarda i coefficienti di trasformazione, cio&#232; i parametri che traducono il montante contributivo in rendita pensionistica. In Svezia, e in altri sistemi nordici a struttura comparabile, quei coefficienti sono calibrati per coorte anagrafica, anno per anno. In Italia si applica una media biennale che tiene insieme fasce di pensionamento molto diverse, dai cinquantasette ai settantuno anni.</p><p>Il risultato &#232; un effetto regressivo poco visibile, ma sistematico. Chi va in pensione tardi e con un'aspettativa di vita pi&#249; bassa rispetto alla media della tabella vede dividere il proprio montante per un divisore pi&#249; grande di quello che gli toccherebbe. Riceve meno di quanto avrebbe diritto di ricevere se il coefficiente fosse calibrato sulla sua coorte effettiva. Chi invece va in pensione presto e con un'aspettativa di vita pi&#249; lunga della media riceve di pi&#249;. Il sistema premia, dentro lo stesso meccanismo contributivo, chi vivr&#224; pi&#249; a lungo. E chi vive pi&#249; a lungo in Italia, secondo INPS, &#232; chi ha avuto carriere lavorative ad alto reddito: la differenza in speranza di vita tra fascia alta e fascia bassa di reddito &#232; di circa cinque anni. Il contributivo italiano, nei fatti, redistribuisce a favore dei pi&#249; benestanti senza dirlo.</p><p>Si pu&#242; essere d'accordo con l'articolo 53 e contemporaneamente lasciare in piedi questo cuore regressivo del nostro sistema previdenziale? Mi pare un esercizio poco coerente.</p><h2>Niente capitalizzazione, niente mercato dei capitali</h2><p>Il terzo problema strutturale &#232; pi&#249; radicale. Il sistema italiano &#232; quasi interamente a ripartizione. I sistemi misti, come quello svedese, prevedono che una parte dei contributi entri in un fondo capitalizzato di propriet&#224; figurativa del lavoratore, investito sui mercati finanziari. La quota di adesione ai fondi pensione integrativi in Italia &#232; bassa, poco oltre il trenta per cento dei lavoratori, e gli attivi totali dei fondi pensione italiani in percentuale al PIL stanno attorno all'undici per cento. In Svezia siamo al centosette per cento. La differenza si vede sul mercato dei capitali.</p><p>Un lavoro recente di Bruegel sul gap di investimenti delle imprese europee rispetto a quelle americane individua nell'assenza di fondi pensione adeguatamente capitalizzati una delle ragioni strutturali del sottosviluppo del capitale di rischio in Europa, e in particolare in Italia. Detto concretamente: senza fondi pensione capitalizzati non si forma il bacino di liquidit&#224; che alimenta venture capital, private equity, IPO. Senza quel bacino di liquidit&#224; le idee imprenditoriali nuove non trovano capitali di terzi a costo ragionevole. Senza capitali di terzi, l'unica via per lanciare un'impresa &#232; il capitale proprio, cio&#232; la ricchezza di partenza della famiglia di origine. Si chiama assenza di mobilit&#224; sociale, e l'Italia, su questo indicatore, &#232; tra i peggiori paesi OCSE.</p><p>La riforma del sistema pensionistico, in questa prospettiva, non &#232; solo una questione di sostenibilit&#224; del bilancio pubblico. &#200; una leva di politica industriale e di redistribuzione delle opportunit&#224;. Tassare i super ricchi non sposta di un millimetro questa parte del problema. E ancora, si pu&#242; agitare l&#8217;articolo 53 contro i super-ricchi e allo stesso tempo dichiarare che non sia da affrontare il nodo del mercato dei capitali? Certo, a patto di non conoscere il funzionamento del credito.</p><h2>Cinquecento miliardi una volta sola contro centosettanta all'anno</h2><p>Veniamo al cuore numerico della proposta. Forbes stima in circa novanta i miliardari di nazionalit&#224; italiana e in circa cinquecento miliardi di euro la loro ricchezza patrimoniale aggregata. &#200; un dato significativo. Quanto vale in confronto al problema strutturale del sistema previdenziale?</p><p>La spesa pensionistica italiana, secondo la Nota di Aggiornamento 2025 della Ragioneria Generale dello Stato, &#232; oggi al 15,2 per cento del PIL, salir&#224; fino al 17 per cento intorno al 2040 (picco previsto) e poi inizier&#224; a calare. La media UE, secondo l'Ageing Report 2024 della Commissione europea, viaggia attorno all'11,4 per cento del PIL nel 2023 e si stima rester&#224; nei prossimi anni in lieve crescita verso il 12,5 per cento. Tradotto in differenziale di flusso, e in euro nominali calcolati con la <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/tassare-super-ricchi/">dashboard</a> pubblica che ho preparato sul mio sito, il gap di spesa pensionistica fra Italia e media UE oscilla, in proiezione 2025-2050, tra i 120 e i 180 miliardi di euro all'anno, a seconda delle ipotesi. Una cifra dello stesso ordine si conferma se si estende l'orizzonte fino al 2070, perch&#233; il calo italiano post-2050 viene compensato dalla crescita del PIL nominale.</p><p>A questo punto il confronto &#232; chiaro. Da una parte uno stock di patrimonio privato, peraltro non liquido, di cinquecento miliardi. Dall'altra un gap di flusso ricorrente di circa 170 miliardi all'anno. Se anche decidessimo di espropriare integralmente i miliardari italiani, e immaginiamo per un attimo di farlo in modo istantaneo senza effetti collaterali sull'attrattivit&#224; del paese, otterremmo un'iniezione di risorse pari a 3-4 anni del gap di spesa pensionistica. Poi, dalla quarta annualit&#224; in avanti, saremmo da capo, senza pi&#249; miliardari e con lo stesso problema strutturale.</p><p>C'&#232; anche un dettaglio non secondario sulla natura di quei cinquecento miliardi. Non sono cassa in banca. Secondo le stime di composizione patrimoniale di Banca d'Italia, applicate alla fascia top, si tratta in larga prevalenza di partecipazioni azionarie, quote societarie non quotate, immobili, qualche obbligazione. Espropriare significa diventare proprietari di asset, non incassare denaro. Si potrebbe vendere quegli asset sul mercato per fare cassa, ma la cassa la incasserebbe lo Stato solo se trovasse un altro acquirente disposto a pagarli al prezzo giusto, e tipicamente l'altro acquirente &#232; un altro miliardario, magari estero. E qui un ennesimo corto circuito, lo stato espropria un miliardario per favorirne un altro.</p><p>Certo, si potrebbe decidere che sia lo stato a dover gestire quei nuovi asset e remunerarsi sui flussi (dividendi, affitti, cedole), ma in questo caso il flusso annuo derivante da cinquecento miliardi di attivit&#224; finanziarie reali &#232; di alcune decine di miliardi, non di cinquecento. Stock contro flusso, ancora una volta. Senza contare che lo Stato italiano &#232; ben noto per una scarsa gestione delle sue partecipazioni, dice nulla <em>spoils system</em>? </p><p>Qualcuno spinge il ragionamento ancora oltre e propone di tassare direttamente i prestiti. L&#8217;argomento &#232; questo: i super-miliardari non avrebbero bisogno di vendere i propri asset, e quindi di realizzare plusvalenze tassabili, perch&#233; possono usare azioni, quote societarie o altri patrimoni come garanzia per ottenere credito. In questo modo, secondo questa lettura, riuscirebbero a finanziare il proprio stile di vita senza passare dal reddito imponibile tradizionale.</p><p>Da qui nasce la proposta: rendere pi&#249; oneroso questo meccanismo, tassando i prestiti garantiti da asset patrimoniali. Ma il punto critico &#232; evidente. Per colpire una platea molto ristretta di soggetti si finirebbe per intervenire su uno strumento generale, il credito, che non riguarda solo i miliardari ma l&#8217;intero funzionamento dell&#8217;economia. A quel punto bisognerebbe decidere se tassare tutti i prestiti, con effetti potenzialmente distorsivi sul mercato, oppure introdurre nuove soglie, nuove eccezioni e nuove definizioni amministrative per stabilire chi debba essere colpito e chi no.</p><p>Il risultato sarebbe paradossale: invece di affrontare i problemi strutturali del sistema previdenziale, si cercherebbe di recuperare qualche miliardo complicando ulteriormente il sistema fiscale e rendendo meno efficiente l&#8217;accesso al credito. In altre parole, si proverebbe a risolvere una presunta distorsione dei mercati restringendo ancora di pi&#249; il funzionamento dei mercati stessi. Qui si torna la punto precedentemente discusso, senza un buon mercato del credito, solo chi ha gi&#224; i mezzi pu&#242; fare impresa.</p><h2>Aumentare la pressione fiscale o riallocare la spesa</h2><p>Tassare il patrimonio non &#232; un male in s&#233;. L'Italia, da questo punto di vista, &#232; oggi un piccolo paradiso fiscale: l'aliquota sulle successioni e donazioni &#232; una frazione della media europea, le imposte patrimoniali ordinarie sono sostanzialmente assenti se si esclude l'IMU sui non residenti. C'&#232; ampio margine per un riequilibrio.</p><p>La differenza, per&#242;, &#232; radicale rispetto a quello che la proposta "tassiamo i super ricchi" suggerisce. Una cosa &#232; riallocare la spesa pubblica, modificando dove e come si tassa a parit&#224; di pressione fiscale aggregata: in questo caso si correggono le distorsioni dell'articolo 53 senza alzare la cifra complessiva che lo Stato preleva dai cittadini. Un'altra cosa &#232; aggiungere un'imposta patrimoniale per finanziare nuove spese, lasciando inalterato tutto il resto del sistema: in questo caso si alza la pressione fiscale totale.</p><p>Nel 2024 la pressione fiscale italiana &#232; stata pari al 42,4 per cento del PIL, contro una media dell'Eurozona del 39,9 per cento e una media UE del 39,5 per cento (Eurostat). Siamo gi&#224; tra i paesi pi&#249; tassati del continente, nonostante una qualit&#224; dei servizi pubblici largamente inferiore a quella dei paesi che ci precedono. Aggiungere altre risorse, anche fossero solo venticinque o settantacinque miliardi all'anno, ci porterebbe al di sopra della Danimarca, dove la pressione fiscale &#232; al 46 per cento. Lo si pu&#242; anche fare, ma va presentato per quello che &#232;: un aumento netto del prelievo, non una semplice operazione di equit&#224;.</p><h2>Chiusura</h2><p>Per migliorare il sistema bisogna abbattere tutti i cavilli che rendono inefficace l&#8217;articolo 53 della costituzione, come concludevo nel libro <a href="https://amzn.to/4eRH3N6">Italian National Ponzi Scheme</a>:</p><p><em>Perch&#233;, se da un lato si invoca continuamente la Carta costituzionale per difendere presunti diritti acquisiti, dall&#8217;altro la si richiama raramente quando si tratta di costruire un Paese capace di offrire pari opportunit&#224;, di consentire a tutti di raggiungere i pi&#249; alti livelli di istruzione e di evitare che i migliori siano costretti a lasciare l&#8217;Italia? Allo stesso modo, &#232; difficile comprendere perch&#233; si continui a preservare un assetto che oggi rappresenta un ostacolo economico e sociale, limitando di fatto l&#8217;uguaglianza sostanziale dei cittadini e il pieno sviluppo della persona.</em></p><p style="text-align: justify;"><em>La Costituzione, del resto, non tutela solo la conservazione dello status quo. Essa afferma anche che il sistema fiscale deve essere ispirato a criteri di progressivit&#224; e che il carico tributario deve essere commisurato all&#8217;effettiva capacit&#224; contributiva. Anche questi principi fanno parte integrante della nostra Carta, e meritano di essere richiamati con la stessa forza di quelli che vengono spesso interpretati come una difesa del passato, rinunciando per&#242; a interrogarsi sul <strong>futuro</strong>.</em></p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.rgs.mef.gov.it/">RGS, Nota di Aggiornamento 2025 al Rapporto n.26</a>, Tabelle A1.N1-A1.N3 (proiezioni spesa pensionistica/PIL Italia)</p></li><li><p><a href="https://economy-finance.ec.europa.eu/publications/2024-ageing-report-economic-and-budgetary-projections-eu-member-states-2022-2070_en">Commissione europea, 2024 Ageing Report - Economic and budgetary projections for the EU Member States (2022-2070)</a>, Institutional Paper 279, aprile 2024</p></li><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it">OCPI, Spesa pensionistica verso il 17% del Pil, ma il calo dopo il 2040 &#232; tutto da verificare</a>, Enrico Franzetti, 27 febbraio 2026</p></li><li><p><a href="https://ec.europa.eu/eurostat">Eurostat, Tax revenue statistics</a>, pressione fiscale UE 2024</p></li><li><p><a href="https://www.forbes.com/billionaires/">Forbes World's Billionaires 2026</a>, classifica per nazionalit&#224;</p></li><li><p>Banca d'Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, composizione patrimoniale per decile</p></li><li><p><a href="https://www.istat.it/it/archivio/disuguaglianze">ISTAT, Speranza di vita per condizione socio-economica</a></p></li><li><p><a href="https://www.oecd.org/finance/private-pensions/">OECD, Pension Markets in Focus 2024</a>, attivi dei fondi pensione su PIL</p></li><li><p>Bruegel, sul gap di capitali di rischio EU vs USA e ruolo dei fondi pensione</p></li><li><p>Sandro Gronchi, contributi su <a href="https://www.lavoce.info/">lavoce.info</a> e Il Sole 24 Ore sui coefficienti di trasformazione del contributivo italiano</p></li><li><p><a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/tassare-super-ricchi/">Dashboard "Tassare i super ricchi" su umbertobertonelli.it</a>, confronto stock vs flusso</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Sul canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a> ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></p><p><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> &#183; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p><div><hr></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il cinema italiano non si paga da solo. Anatomia di uno slogan circolare]]></title><description><![CDATA[Tre numeri da non confondere: 11% di IRES e IVA settoriali, 696 milioni di Fondo cinema 2025, 3,54 di moltiplicatore CDP. Spiegano cose diverse, e nessuno dei tre dice che il cinema si autofinanzi.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-cinema-italiano-non-si-paga-da</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-cinema-italiano-non-si-paga-da</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 11 May 2026 09:51:47 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/6bfe4349-a14a-42b5-8888-7d6de9503be6_1254x1254.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h2>Il cinema italiano non si paga da solo. Anatomia di uno slogan circolare</h2><p>"Il cinema italiano si autofinanzia." &#200; una formula ricorrente nel piccolo dibattito interno del settore audiovisivo. Si sente nei convegni, nelle dichiarazioni delle associazioni di filiera, nelle interviste degli operatori, ogni volta che qualcuno ricorda che lo Stato spende attorno ai 700 milioni di euro l'anno per il sostegno al cinema. La versione pi&#249; articolata suona pi&#249; o meno cos&#236;: una parte rilevante dei finanziamenti pubblici al cinema arriva dalle tasse generate dal cinema stesso (IVA dei biglietti, IRPEF dei lavoratori del settore, IRES delle produzioni), e quindi siamo in presenza di un meccanismo circolare in cui l'industria finanzia se stessa attraverso lo Stato. Il sostegno pubblico, in questa logica, non &#232; un costo ma un giro contabile.</p><p>Suona bene, sembra dire qualcosa di tecnico, e fa servizio al settore. Lo difende dall'accusa ricorrente di essere un buco a fondo perduto per il contribuente. Il problema &#232; che, presa alla lettera, non sta in piedi. </p><h2>Cosa dice davvero la legge sul Fondo cinema</h2><p>Il Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell'audiovisivo &#232; disciplinato dall'articolo 13 della legge 220 del 14 novembre 2016. La dotazione del Fondo &#232; "parametrata annualmente all'11 per cento delle entrate derivanti, per lo Stato, dal versamento delle imposte ai fini IRES e IVA" relative ai seguenti settori: distribuzione cinematografica di video e programmi televisivi, proiezione cinematografica, programmazioni e trasmissioni televisive, servizi di accesso a internet, telecomunicazioni fisse e mobili.</p><p>Questo &#232; il punto da fissare. Il parametro &#232; IRES e IVA, non IRPEF. Il perimetro non &#232; il cinema. Comprende televisione, internet, telecomunicazioni mobili e fisse. &#200; un perimetro molto pi&#249; largo dell'industria cinematografica vera e propria, ed &#232; dominato in valore da settori che con il cinema hanno un rapporto laterale: TIM, Vodafone, Wind, Iliad, Sky, gli operatori di rete fissa, i provider internet.</p><p>Il Fondo cinema, in questo senso, non &#232; alimentato dal cinema. &#200; alimentato da una fetta del gettito di un perimetro tecnologico e mediale ampio, di cui il cinema in senso stretto &#232; una parte minoritaria.</p><p>C'&#232; un secondo aggancio importante: la dotazione minima garantita. Il decreto del Ministero della Cultura 6 marzo 2025 numero 55 ha ripartito 696,03 milioni di euro per l'anno 2025. Per il 2026 la dotazione minima &#232; 610 milioni. Dal 2027 scende a 500 milioni. Sono cifre rilevanti, ma fissate per legge, non determinate ex post dal ritorno fiscale del settore. Se nell'anno 2025 le entrate IRES e IVA dei settori parametrati avessero generato un 11% pari a 400 milioni, lo Stato avrebbe comunque dovuto stanziare il minimo garantito. Se avessero generato 1.500 milioni, il Fondo si sarebbe fermato attorno alla dotazione di legge. </p><p style="text-align: center;"><strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br><br> Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Il moltiplicatore 3,54: cosa misura davvero</h2><p>Negli ultimi anni viene ripetuto in convegni, articoli e dichiarazioni di settore: a ogni euro di sostegno pubblico al cinema corrisponderebbe un effetto moltiplicatore di 3,54 sull'economia italiana. Il numero &#232; preciso, e ha una fonte. La presentazione di Andrea Montanino per Cassa Depositi e Prestiti, datata 11 luglio 2023 e svolta in sede ANICA, contiene una slide che lo riporta nero su bianco.</p><p>La slide dice testualmente: "Effetti sull'economia italiana derivanti da una crescita della domanda di prodotti audiovisivi. Impatto diretto, indiretto e indotto misurato in euro, attivato dai settori ATECO J59 e J60". Il numero 3,54 &#232; la somma dei contributi settoriali rappresentati nella piramide: audiovisivo e broadcasting 1,15; servizi di rete 0,77; servizi operativi 0,51; manifattura 0,48; servizi ad alto contenuto di conoscenza 0,24; attivit&#224; artistiche, creative e altri servizi 0,23; PA, istruzione e sanit&#224; 0,06; costruzioni 0,06; agricoltura 0,05.</p><p>Letto correttamente, il numero significa una cosa precisa. A fronte di un euro di maggiore domanda finale di prodotti audiovisivi e broadcasting (i settori ATECO J59 e J60), l'economia italiana attiva circa 3,54 euro di produzione complessiva, includendo gli effetti sulla filiera dei fornitori e i consumi indotti dai redditi aggiuntivi. La fonte metodologica sono le tavole input-output ISTAT, in una versione che incorpora il canale dei consumi delle famiglie (la cosiddetta versione chiusa del modello Leontief).</p><p>Quello che il numero non dice &#232; altrettanto importante. Non dice che ogni euro di sostegno pubblico al cinema generi 3,54 euro di gettito fiscale per lo Stato. Non dice che il Fondo cinema si ripaghi da solo. Non dice nulla, in realt&#224;, sul ritorno fiscale del sostegno pubblico. &#200; un moltiplicatore di produzione, non un moltiplicatore di gettito.</p><p>Sono due grandezze diverse, e la differenza &#232; enorme. Per arrivare a un ritorno fiscale bisognerebbe poi calcolare quanta parte di quei 3,54 euro di produzione si traduce in valore aggiunto, quale aliquota effettiva (IRES, IRAP, IVA, IRPEF sul lavoro attivato, contributi sociali) si applica a ciascun pezzo, e poi confrontare il totale con il costo iniziale per la finanza pubblica del sostegno. </p><h2>Perch&#233; i moltiplicatori alti non vanno presi a manate</h2><p>Una nota tecnica per chi conosce le tavole input-output. I moltiplicatori sopra 3 in Italia non sono anomali per i settori con catene del valore lunghe. Anche turismo, edilizia, agroalimentare e automotive producono moltiplicatori comparabili. Il motivo &#232; semplice. Quando si includono gli effetti indotti tramite consumi delle famiglie (Leontief chiuso), ogni settore con una quota significativa di valore aggiunto destinato a remunerare il lavoro genera, indirettamente, una seconda ondata di domanda. La somma cresce.</p><p>Questo non &#232; un trucco contabile, ma &#232; un risultato che richiede cautela nelle interpretazioni di policy. Il moltiplicatore di produzione di un settore non &#232; il moltiplicatore di policy del sostegno pubblico al settore. Sono cose diverse per due motivi. Primo, perch&#233; non tutta la domanda finale passa attraverso il sostegno pubblico, molta &#232; privata e ci sarebbe stata comunque. Secondo, perch&#233; il moltiplicatore parla di output attivato, non di valore aggiunto al netto delle attivit&#224; che si sarebbero comunque svolte. La domanda corretta non &#232; "quanto si attiva", &#232; "quanto si attiva in pi&#249; rispetto a uno scenario senza intervento". Quel numero richiede un controfattuale.</p><h2>La formulazione corretta</h2><p>Esiste una logica di parziale ritorno settoriale nell'architettura del Fondo cinema, perch&#233; la sua dotazione &#232; ancorata, per via normativa, a una quota delle entrate IRES e IVA di un perimetro che include audiovisivo, TV, internet e telecomunicazioni. Esiste un effetto di filiera reale, misurato dalle tavole input-output, per cui la domanda di produzione audiovisiva attiva ulteriore produzione e occupazione in altri settori dell'economia italiana. Esiste un sostegno pubblico ingente, attorno ai 700 milioni di euro l'anno fino al 2025 e in calo a 610 nel 2026, dominato in valore da tax credit, cio&#232; rinunce di gettito.</p><p>Non esiste un autofinanziamento del cinema da parte del cinema. Non esiste un meccanismo per cui le imposte pagate dalle produzioni cinematografiche tornino automaticamente alle stesse produzioni. Non esiste, soprattutto, un calcolo serio che mostri che ogni euro di sostegno pubblico al cinema rientri integralmente sotto forma di maggior gettito fiscale. </p><p></p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/11/26/16G00229/sg">Legge 14 novembre 2016 n. 220, articolo 13</a> (testo della disciplina del Fondo cinema)</p></li><li><p><a href="https://temi.camera.it/leg19/temi/il-sostegno-ai-settori-del-cinema-e-dell-audiovisivo.html">Camera dei Deputati, Il sostegno ai settori del cinema e dell'audiovisivo</a> (sintesi normativa aggiornata, dotazioni 2025-2027)</p></li><li><p>Decreto del Ministero della Cultura 6 marzo 2025 n. 55, riparto del Fondo cinema 2025</p></li><li><p><a href="https://www.anica.it/multimedia/files/allegati/DATI/Presentazione%20ANICA_Montanino_11%20luglio%202023.pdf">Andrea Montanino, Le sfide per l'audiovisivo italiano</a> (presentazione CDP per ANICA, 11 luglio 2023, slide 11 sul moltiplicatore 3,54 e slide 12 sull'occupazione attivata)</p></li><li><p>ISTAT, Tavole input-output dell'economia italiana (base metodologica del moltiplicatore)</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Sul canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a> ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> &#183; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'Italia spende il 15% del PIL in pensioni. La Spagna no. Non è colpa dei vecchi.]]></title><description><![CDATA[Italia e Spagna invecchiano allo stesso modo. La spesa pensionistica per&#242; differisce di 55 miliardi l'anno. Cosa spiega davvero il divario, oltre la demografia.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/litalia-spende-il-15-del-pil-in-pensioni</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/litalia-spende-il-15-del-pil-in-pensioni</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sun, 10 May 2026 04:34:56 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/5b458bc4-6669-4075-b03b-399da04a71b9_1675x939.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Italia e Spagna invecchiano pi&#249; o meno allo stesso modo. La popolazione over 65 in Italia &#232; il 24,3 per cento, in Spagna il 20,6. Tre punti e mezzo di differenza. La spesa pensionistica italiana invece &#232; il 15,5 per cento del PIL, quella spagnola il 13,2. Due punti e mezzo di PIL di differenza, che fanno 55 miliardi di euro l'anno.</p><p>Se il problema fosse solo demografico, le due cose dovrebbero stare in proporzione. C'&#232; qualcos'altro che fa esplodere la spesa italiana, e non &#232; l'et&#224; media.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong> <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">Pensioni: perch&#233; l'Italia spende il 15% del PIL e la Spagna no?</a> <em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><p style="text-align: center;">&#127897;&#65039; <strong>Preferisci ascoltare?</strong> <a href="https://cms.megaphone.fm/channel/dr-elegantia">Ascolta l'episodio su Dr. Elegantia</a> <em>Disponibile su Spotify e Apple Podcasts.</em></p><h2>La demografia, da sola, non basta</h2><p>La matematica &#232; semplice: se ogni pensionato italiano costasse al sistema lo stesso di un pensionato spagnolo, in proporzione al PIL pro capite, la differenza tra i due paesi dovrebbe essere intorno a un punto di PIL, non due e mezzo.</p><p>L'Ufficio Parlamentare di Bilancio, nell'audizione sulla transizione demografica dell'8 luglio 2025, scompone la spesa pensionistica in quattro pezzi: il rapporto tra pensione media e PIL pro capite occupato, il rapporto tra pensionati e popolazione anziana, la quota di anziani sulla popolazione, e l'inverso del tasso di occupazione. Quando applica la decomposizione, mostra che il pezzo che fa la differenza in Italia non &#232; la quota di anziani, &#232; il primo pezzo: la generosit&#224; della pensione media rispetto al PIL prodotto. In gergo tecnico si chiama benefit ratio. In italiano: paghiamo pensioni pi&#249; alte rispetto a quello che produciamo.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong> Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Pensioni anticipate: usciamo prima, paghiamo per pi&#249; anni</h2><p>Se guardiamo alle analisi di OECD, scopriamo che l&#8217;et&#224; effettiva di pensionamento, ovvero la media degli anni di uscita reale dal mercato del lavoro sono abbastanza diverse: Italia 61,3 per gli uomini, 60,5 per le donne. Spagna 62,3 e 62,8. </p><p>In Italia si va in pensione mediamente circa tre anni prima rispetto alla media dei paesi sviluppati. La Spagna sta nella media. E non &#232; un effetto contabile: l'et&#224; effettiva tiene conto di tutti i canali di uscita, vecchiaia, anticipata, opzioni dedicate alle categorie disagiate.</p><p>Quota 100, la Quota 102, la Quota 103, l'Ape sociale, l'opzione donna, sono tutti canali che hanno mantenuto bassa l'et&#224; effettiva di pensionamento mentre l'et&#224; legale formalmente saliva. Sulla carta saliamo. Nella realt&#224; usciamo prima.</p><p>Ogni anno medio di anticipazione pesa sul sistema da entrambi i lati: si paga la pensione per pi&#249; anni, e si perdono i contributi e le tasse di chi sarebbe rimasto al lavoro. La Spagna ha sostanzialmente eliminato i canali di pensionamento anticipato negli ultimi quindici anni. L'Italia li ha riproposti a ogni legislatura, sotto nomi diversi.</p><h2>Il regime retributivo, l'eredit&#224; che non finisce</h2><p>Qui entra in gioco il fattore pi&#249; pesante. La Spagna, dopo la riforma del 2013, calcola le pensioni sulla base degli ultimi venticinque anni di contributi, in transizione verso l'intera carriera. L'Italia ha avviato il passaggio al contributivo nel 1995, con la riforma Dini, ma con tempi di transizione lunghissimi e con il pro-rata.</p><p>Il pro-rata significa: chi aveva contributi accumulati prima del 1995 si vede calcolata una parte della pensione con il vecchio sistema retributivo, basato sulla retribuzione media degli ultimi anni di carriera. Per chi aveva pi&#249; di 18 anni di contributi nel 1995, il calcolo &#232; stato fatto interamente sul retributivo fino al 2011, e poi parzialmente in pro-rata. Risultato: ancora oggi, e per i prossimi 15-20 anni, lo Stato italiano paga pensioni calcolate con un sistema pi&#249; generoso rispetto a quello che si applicherebbe oggi a chi entra nel mercato del lavoro adesso.</p><p>Guardando la distribuzione delle pensioni, la Spagna ha pi&#249; pensionati nelle fasce alte ma spende meno in totale. Il motivo: il numero totale di pensioni in Italia &#232; pi&#249; alto, le pensioni di anzianit&#224; di lunga durata cumulano molti anni di erogazione, e la base contributiva spagnola &#232; pi&#249; compatta. In Italia abbiamo molte pi&#249; pensioni piccole, integrate, sociali, che da sole gonfiano il conteggio totale.</p><h2>Il cuneo fiscale: il cerchio che non si chiude</h2><p>Adesso prendiamo il problema dal lato del lavoro. Il cuneo fiscale italiano per un lavoratore single con salario medio &#232; il 45,1 per cento. In Spagna 39,5. La differenza &#232; di 5,6 punti, tutta sul lato delle imposte sul lavoro: contributi e Irpef.</p><p>Pressione fiscale complessiva, le entrate dello Stato sul PIL: Italia 42,5 per cento, Spagna 37,8. Quasi cinque punti.</p><p>Il cuneo italiano alto &#232; una conseguenza diretta delle penisoni e alimenta un circolo vizioso: rende meno conveniente assumere a tempo pieno e indeterminato. Quando un lavoratore ha contribuzioni pi&#249; basse o discontinue, la sua pensione finale &#232; bassa, e quindi serve l'integrazione al minimo, l'assegno sociale, le maggiorazioni. Lo Stato paga due volte. Una in cuneo, una in welfare di compensazione.</p><p>La Spagna ha un cuneo pi&#249; basso, ha riformato il mercato del lavoro nel 2012 e nel 2021 con la riforma Diaz, ha visto crescere l'occupazione e con essa la base contributiva. Tasso di occupazione 20-64 anni nel 2023, fonte Eurostat: Italia 61,5 per cento, Spagna 70,7. Nove punti di differenza. Sul tasso femminile siamo a 55 contro 65.</p><p>La Spagna ha quasi un terzo di lavoratori in pi&#249; rispetto all'Italia in proporzione alla popolazione attiva. Tutti contributi che entrano nelle casse pubbliche. Tutta base imponibile per le pensioni future.</p><h2>Le micro-imprese: il pezzo che si dimentica</h2><p>La spesa pensionistica si paga con il PIL prodotto. Se il PIL &#232; fragile, la spesa pesa di pi&#249;. E il PIL italiano &#232; fragile anche perch&#233; le nostre imprese sono fragili.</p><p>Dal punto di vista della dimensione di impresa, l'Italia &#232; il paese pi&#249; nano d'Europa. E le imprese pi&#249; piccole pagano salari pi&#249; bassi, hanno produttivit&#224; pi&#249; bassa, contributi pi&#249; bassi e quindi pensioni future pi&#249; basse. Certo, si pu&#242; obbiettare che anche la Spagna sia caratterizzata da una bassa dimensione delle imprese, ma, guardando al profilo occupazionale, la Spagna occupa meno lavoratori in microimprese e pi&#249; nelle grandi. Questo cambia completamente il discorso e spiega in parte anche come mai l&#8217;economia spagnola stia meglio di quella italiana.</p><h2></h2><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/spr_exp_pens">Eurostat: spesa pensionistica % PIL</a></p></li><li><p><a href="https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/osservatori-statistici-e-altre-statistiche.html">INPS Osservatorio Pensionati 2024</a></p></li><li><p><a href="https://www.seg-social.es/wps/portal/wss/internet/EstadisticasPresupuestosEstudios">Seguridad Social: Libro de Pensiones aprile 2026</a></p></li><li><p><a href="https://www.upbilancio.it/audizione-su-transizione-demografica-e-conti-pubblici/">UPB: Audizione Transizione Demografica 8 luglio 2025</a></p></li><li><p><a href="https://www.oecd.org/publications/pensions-at-a-glance-19991363.htm">OECD Pensions at a Glance 2023</a></p></li><li><p><a href="https://www.oecd.org/tax/taxing-wages-20725124.htm">OECD Taxing Wages 2024</a></p></li><li><p><a href="https://economy-finance.ec.europa.eu/publications/2024-ageing-report-economic-and-budgetary-projections-eu-member-states-2022-2070_en">EC Ageing Report 2024</a></p></li><li><p><a href="https://economy-finance.ec.europa.eu/publications/debt-sustainability-monitor-2024_en">EC Debt Sustainability Monitor 2024</a></p></li><li><p><a href="https://umbertobertonelli.it/macro/pensioni-imprese-italia-spagna/">Dashboard interattiva Italia-Spagna</a>, 36 grafici</p></li><li><p><a href="https://umbertobertonelli.it/macro/pressione/">Dashboard pressione fiscale Italia</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong></p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> &#183; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Decreto Lavoro 2026, un miliardo per non risolvere niente]]></title><description><![CDATA[ZES che dipendono da Bruxelles, soglie che disincentivano la crescita delle imprese, salario giusto da decidere in tribunale. Cosa c'&#232; davvero nel decreto del 28 aprile 2026.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/decreto-lavoro-2026-un-miliardo-per</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/decreto-lavoro-2026-un-miliardo-per</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Thu, 07 May 2026 04:05:48 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/a19a908d-65c4-4abe-8c56-700ec86da4f5_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h1>Decreto Lavoro 2026, un miliardo per non risolvere niente</h1><p>Un miliardo di euro per il lavoro. Bonus per assumere giovani sotto i 35 anni, bonus per assumere donne, bonus per assumere over 35 disoccupati nelle ZES. La ministra Marina Calderone presenta il pacchetto come un "tassello importante di una strategia non episodica". Le parole sono importanti, e queste sono parole grosse. Conviene leggere il decreto del 28 aprile 2026 una pagina alla volta, perch&#233; &#232; proprio la parola "non episodica" quella che il decreto smentisce, riga per riga.</p><p style="text-align: center;"><strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong></p><p style="text-align: center;"><a href="https://youtu.be/RaidkSVSk9A">Il grande BLUFF del Decreto Lavoro: la verit&#224; sul SALARIO GIUSTO</a></p><p style="text-align: center;"><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>Le ZES non sono uno strumento permanente</h2><p>La prima misura &#232; il Bonus assunzioni ZES 2026: esonero contributivo totale fino a 650 euro mensili, per due anni, riservato ai datori di lavoro con un massimo di 10 dipendenti che assumono nella ZES Unica per il Mezzogiorno over 35 disoccupati da almeno 24 mesi.</p><p>La parola chiave &#232; ZES. Le Zone Economiche Speciali, e in particolare la decontribuzione Sud che ne &#232; il cuore fiscale, vivono in equilibrio precario con la Commissione Europea. Sono aiuti di Stato. Sono autorizzate solo finch&#233; Bruxelles le autorizza, una proroga alla volta. Ogni rinnovo passa dalla DG Concorrenza. Ogni rinnovo pu&#242; saltare.</p><p>Costruire una "strategia non episodica" su una norma che dipende da un placet europeo &#232; una contraddizione in termini. Significa dire alle imprese del Mezzogiorno: programmate gli investimenti e le assunzioni per i prossimi cinque anni, ma sappiate che il quadro normativo pu&#242; cambiare il giorno in cui Bruxelles cambia idea. Non &#232; una riforma, &#232; un rinvio.</p><h2>La trappola dei dieci dipendenti</h2><p>C'&#232; un secondo problema, che riguarda quasi tutti i bonus del pacchetto. La soglia.</p><p>Il bonus ZES vale solo per imprese con un massimo di 10 dipendenti. Sotto, si accede. Sopra, porta chiusa. Tradotto in pratica: se un'imprenditore ne ha 10 e sta valutando l'undicesima assunzione, l'incentivo a non superare quella soglia &#232; esplicito. Conviene mantenere lo status quo, eventualmente esternalizzare a un'altra microimpresa amica, eventualmente assumere fuori dal contratto. Tutto, pur di non perdere il sussidio.</p><p>Il problema &#232; che l'Italia ha gi&#224; uno dei casi pi&#249; gravi di nanismo industriale d'Europa. I dati Istat sulla struttura delle imprese mostrano che il 95% delle aziende italiane &#232; composto da microattivit&#224; con meno di 10 addetti. Aggiungere un nuovo incentivo a non superare quella soglia &#232; esattamente il contrario di quello che servirebbe.</p><p>I conti del valore aggiunto raccontano una microeconomia in difficolt&#224; strutturale. Nelle microimprese, il costo del personale &#232; in media circa 22.000 euro per addetto, contro un valore aggiunto poco superiore. Margini ridicoli, che non permettono salari decenti n&#233; stabilit&#224; contrattuale. Le piccole, medie e grandi imprese pagano sensibilmente di pi&#249;, hanno valore aggiunto per addetto pi&#249; alto, possono permettersi contratti pi&#249; stabili. La leva per uscire dalla povert&#224; del lavoro italiano &#232; la crescita dimensionale. Il decreto va nella direzione opposta.</p><p style="text-align: center;"><strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, finanza pubblica, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p style="text-align: center;"></p><h2>A 35 anni e un giorno</h2><p>Stesso meccanismo, applicato ai lavoratori invece che alle imprese. Il bonus assunzione si interrompe a 35 anni.</p><p>Lo stesso governo che da anni denuncia il cuneo contributivo italiano fra i pi&#249; alti d'Europa, decide di alzarlo da un giorno all'altro per chi compie 35 anni. Stessa persona, stessa azienda, stesso lavoro. A 34 anni e 364 giorni costa una cifra. A 35 anni e un giorno costa molto di pi&#249;.</p><p>Anche qui, il messaggio per il datore &#232; chiaro: meglio un giovane sotto soglia. Per il lavoratore sopra i 35 anni che ha perso il posto in una crisi e cerca di rientrare, lo svantaggio &#232; strutturale. L'argomento del cuneo elevato vale quando lo agita il ministro per chiedere fondi al Tesoro. Non vale, evidentemente, quando si tratta di costruire una regola permanente.</p><h2>Il peso morto delle ZES nei dati INPS</h2><p>Veniamo all'efficacia. Il 21&#176; rapporto annuale INPS dedica diverse pagine alla decontribuzione Sud, con un metodo che si chiama controfattuale. L'idea &#232; semplice. Per capire se la misura ha funzionato, si confrontano i territori che ne hanno beneficiato con territori simili che non ne hanno beneficiato, prima e dopo l'introduzione.</p><p>Risultato. L'occupazione nel Sud Italia si &#232; mossa allo stesso modo dell'occupazione nelle regioni del Centro Italia non interessate dalla decontribuzione. Stesso trend, stessi shock, nessuna divergenza significativa attribuibile al sussidio.</p><p>INPS approfondisce poi guardando ai confini. Confronta le province meridionali interne alla ZES con le province del Centro immediatamente confinanti, fuori dalla ZES. Stesse caratteristiche socio-economiche, due regimi contributivi diversi. Nessuna differenza significativa neanche qui.</p><p>In economia, questo fenomeno ha un nome: peso morto. Si paga il sussidio per assunzioni che sarebbero avvenute comunque. Trasferimento di risorse dallo Stato alle imprese, ma nessun effetto netto sull'occupazione. La letteratura internazionale lo conferma da decenni. I bonus contributivi temporanei sostengono la cassa delle imprese, non creano lavoro aggiuntivo.</p><h2>Il salario giusto che si decide in tribunale</h2><p>L'altro grande pezzo del decreto &#232; il "salario giusto". Il datore che assume usufruendo del bonus deve garantire al lavoratore una retribuzione non inferiore ai minimi previsti dai CCNL stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali "comparativamente pi&#249; rappresentative".</p><p>Suona come una tutela. C'&#232; un problema. In Italia, oggi, non esiste un meccanismo legale per stabilire chi siano le sigle "comparativamente pi&#249; rappresentative".</p><p>L'articolo 39 della Costituzione, che dovrebbe regolare la rappresentanza sindacale e dare efficacia erga omnes ai contratti collettivi, non &#232; mai stato attuato in 78 anni. Il risultato &#232; che la corretta applicazione del CCNL non si decide ex ante, per legge. Si decide ex post, in tribunale, dopo che il lavoratore ha fatto causa.</p><p>Il decreto avrebbe potuto risolverla, questa cosa. Sarebbe bastato dare al CNEL il mandato di pubblicare e mantenere aggiornata una lista vincolante dei CCNL comparativamente pi&#249; rappresentativi per ogni settore. Una tabella pubblica, con criteri trasparenti, che lavoratori e datori potessero consultare prima di firmare un contratto. Non &#232; stato fatto. La nuova norma fissa solo un riferimento generico, e affida l'applicazione concreta al contenzioso. Per il lavoratore vuol dire: se hai un buon avvocato, tempo e nervi, forse riesci a far valere i tuoi diritti. Per l'impresa vuol dire incertezza giuridica permanente. Per nessuno vuol dire una tutela efficace.</p><h2>I problemi veri, ignorati</h2><p>L'Italia ha due problemi strutturali sul mercato del lavoro.</p><ol><li><p>Cuneo fiscale e contributivo fra i pi&#249; alti d'Europa, soprattutto sopra l'80&#176; percentile dei redditi. Per chi guadagna circa la media nazionale, gi&#224; la pressione fiscale e contributiva spinge il netto verso livelli francesi e tedeschi senza dare nulla di paragonabile in cambio.</p></li><li><p>Imprese troppo piccole, con valore aggiunto per addetto inadeguato a sostenere salari competitivi. Pi&#249; l'azienda &#232; grande, pi&#249; riesce a pagare. La crescita dimensionale &#232; la leva, ma quella crescita in Italia non parte.</p></li></ol><p>Su entrambi i fronti il decreto del 28 aprile non interviene. Distribuisce sgravi temporanei a 24 mesi che sospendono il problema senza affrontarlo. Crea soglie che disincentivano la crescita delle imprese e penalizzano i lavoratori sopra una certa et&#224;. Affida la corretta retribuzione al giudizio di un tribunale anzich&#233; a una norma chiara.</p><p>C'&#232; un terzo elemento, meno visibile ma corrosivo. La scelta di legare un bonus alla soglia dei 10 dipendenti rinforza la cultura della microimpresa permanente. Un paese che da decenni cerca di far crescere le proprie aziende, e da decenni fallisce, non ha bisogno di nuove ragioni per restare piccolo. Ne ha gi&#224; fin troppe.</p><h2>Conclusione</h2><p>Un miliardo &#232; una cifra rilevante. Il problema non &#232; la cifra. &#200; che si chiama "riforma del lavoro" un'operazione che lascia tutto com'&#232;. Sgravi temporanei, soglie da non superare, contenziosi rimandati ai tribunali. Il mercato del lavoro italiano avrebbe bisogno di altro. Meno cuneo, meno barriere alla crescita dimensionale, regole certe sulla rappresentanza sindacale. Di tutto questo, nel decreto del 28 aprile 2026, non c'&#232; traccia.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.governo.it/">Decreto Lavoro 28 aprile 2026</a> (testo del decreto e relazione illustrativa)</p></li><li><p><a href="https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/rapporti-annuali.html">INPS, 21&#176; Rapporto annuale 2024</a> (analisi controfattuale decontribuzione Sud)</p></li><li><p>Istat, Struttura e competitivit&#224; del sistema delle imprese (dimensioni d'impresa e valore aggiunto per addetto)</p></li><li><p><a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-iii/articolo-39">Costituzione italiana, art. 39</a> (rappresentanza sindacale, mai attuato)</p></li><li><p>CNEL, Archivio nazionale CCNL</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> &#183; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p><div><hr></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Mamdani tassa i super ricchi?]]></title><description><![CDATA[Il numero ufficiale &#232; 500 milioni. Il numero dell'IBO &#232; 232. L'Italia, intanto, fa gi&#224; qualcosa di simile da 14 anni. Vediamo se funziona, e cosa vuol dire davvero.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/mamdani-tassa-i-super-ricchi</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/mamdani-tassa-i-super-ricchi</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 02 May 2026 04:37:51 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/979c9604-eb20-44f0-aab9-12c14d2cc95e_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 15 aprile la governatrice di New York Kathy Hochul e il sindaco di New York City Zohran Mamdani annunciano una <strong>pied-&#224;-terre tax sulle seconde case di lusso</strong>. I giornali italiani rilanciano: <em>Mamdani tassa i super ricchi, 500 milioni di dollari l&#8217;anno per la citt&#224;</em>.</p><p>Il titolo &#232; sbagliato in almeno tre modi diversi. Il numero &#232; probabilmente la met&#224;. E anche se la tassa partisse domani mattina, non risolverebbe il problema della casa a New York. Non perch&#233; tassare i ricchi sia sbagliato, ma perch&#233; stiamo parlando della cosa sbagliata.</p><div><hr></div><p style="text-align: center;"><strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://youtu.be/GH-DuFm91oo">Mamdani tassa i super ricchi a New York. E noi?</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><div><hr></div><h2>Cosa &#232; stato annunciato davvero</h2><p>La proposta colpisce case unifamiliari, bifamiliari, condomini e co-op <strong>valutati sopra 5 milioni di dollari</strong>, quando il proprietario ha la residenza primaria fuori dai cinque borough di New York. L&#8217;amministrazione Hochul parla di <strong>13.000 propriet&#224; interessate</strong> e di un gettito di <strong>500 milioni di dollari l&#8217;anno</strong>.</p><p>Un dettaglio importante che nei titoli non c&#8217;&#232;: <strong>la struttura precisa delle aliquote non &#232; ancora finalizzata</strong>. Il comunicato ufficiale del 15 aprile non pubblica una scala completa. Le guide tecniche del giorno dopo ipotizzano una progressiva 0,5% sopra i 5 milioni che sale fino al 4% sopra i 25 milioni, ma &#232; uno scenario probabile costruito sulla proposta del 2019 (la Hoylman bill), non un dato della proposta 2026.</p><p>Il giorno dopo, il 16 aprile (tax day americano), Mamdani fa la conferenza stampa davanti al palazzo di Ken Griffin, l&#8217;hedge funder che nel 2019 si &#232; comprato un attico al 220 Central Park South per <strong>238 milioni di dollari</strong>. Scena costruita per farsi guardare, e infatti l&#8217;hanno guardata tutti.</p><div><hr></div><h2>Primo problema: 500 milioni sono probabilmente la met&#224;</h2><p>Quel mezzo miliardo &#232; una stima dell&#8217;amministrazione, non di un ente terzo. L&#8217;unico benchmark indipendente disponibile &#232; dell&#8217;<a href="https://www.ibo.nyc.ny.us/">Independent Budget Office</a> di New York City, l&#8217;equivalente americano del nostro Ufficio Parlamentare di Bilancio. L&#8217;IBO nel 2019 aveva stimato 390 milioni per la Hoylman bill. Nel gennaio 2021 ha <a href="https://therealdeal.com/new-york/2021/01/18/pied-a-terre-tax-revenue-estimate-slashed-by-41/">tagliato la stima del 41%</a>, portandola a <strong>232 milioni</strong>. Ragione: erano molte meno le case sopra la soglia di 5 milioni di quanto si pensasse.</p><p>La Hoylman bill 2019 e la proposta 2026 non sono identiche (parametri diversi in discussione), ma condividono la stessa filosofia. L&#8217;IBO 2021 resta il punto di riferimento pi&#249; vicino che abbiamo: va preso come ordine di grandezza, non come stima ufficiale della proposta attuale. Detto questo, la dispersione tra i 500 milioni del comunicato Hochul e i 232 milioni dell&#8217;IBO <strong>vale almeno 268 milioni di dollari l&#8217;anno</strong>, cio&#232; tre volte il bilancio di un comune italiano medio-grande. Non &#232; un dettaglio.</p><p>C&#8217;&#232; poi la letteratura sulle tasse immobiliari con soglie nette. Lo studio pi&#249; citato &#232; <a href="https://academic.oup.com/restud/article-abstract/85/1/157/3887235">Best e Kleven 2018</a>, pubblicato sulla Review of Economic Studies, che analizza un milione di transazioni UK sotto lo Stamp Duty. I contratti si raggruppano artificialmente appena sotto la soglia (il fenomeno si chiama <em>price bunching</em>) e il volume delle transazioni si contrae. Lo Stamp Duty &#232; tassa di transazione, non sovrattassa annuale come la pied-&#224;-terre, quindi il meccanismo non si trasferisce uno a uno. Ma il principio resta: le imposte con soglie nette svuotano la base imponibile dall&#8217;alto, e il gettito atteso risulta quasi sempre inferiore a quello promesso.</p><div><hr></div><p style="text-align: center;"><strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, finanza pubblica, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><div><hr></div><h2>Secondo problema: 500 milioni sono lo 0,4% del budget di New York</h2><p>Mettiamoli in scala. Il budget annuale di New York City &#232; intorno a <strong>115 miliardi di dollari</strong>. Cinquecento milioni sono lo <strong>0,4%</strong>. Il deficit cittadino atteso per il prossimo esercizio &#232; di <strong>5,4 miliardi</strong>. Se la tassa va benissimo copre il 9% del buco. Se va come dice l&#8217;IBO, il 4%.</p><p>La tassa poi colpisce solo chi ha residenza primaria fuori dai cinque borough di New York City, cio&#232; elettori che a New York City non votano. Per Mamdani &#232; il cigno bianco perfetto: incassa consenso in citt&#224; (93% di favorevoli nel comunicato Hochul) e non costa un voto, perch&#233; chi paga vive a Mosca, Riyadh, Londra o nel New Jersey. Non vuol dire che la misura sia sbagliata, vuol dire che le sue motivazioni sono in larga parte di posizionamento.</p><div><hr></div><h2>Terzo problema: non risolve la crisi della casa</h2><p>Abbiamo un esperimento naturale recente: <strong>Vancouver</strong>. Nel 2017 ha introdotto una Empty Homes Tax sulle case lasciate vuote pi&#249; di sei mesi all&#8217;anno. Lo studio del <a href="https://cdhowe.org/publication/ripple-effects-impact-empty-homes-tax-housing-market/">C.D. Howe Institute</a> (2024) calcola 5.355 unit&#224; non-vacant in pi&#249; tra 2016 e 2021, con una riduzione del 21% delle case vuote. Vacancy rate pied-&#224;-terre sceso dallo 0,90% allo 0,49%.</p><p>Il problema &#232; l&#8217;effetto sugli affitti. Il C.D. Howe &#232; esplicito: la tassa di Vancouver ha ridotto significativamente il numero di case vuote, ma <strong>non ha avuto alcun impatto sull&#8217;affitto medio</strong>. Era stata pensata per migliorare l&#8217;affordability, ha migliorato la vacancy. Sono cose diverse.</p><p>A questo si aggiunge il paper di <a href="https://abfer.org/media/abfer-events-2023/annual-conference/papers-realestate/AC23P6023-Frictional-and-Speculative-Vacancies-The-Effects-of-an-Empty-Homes-Tax.pdf">Han, Stacey, Cheng (ABFER 2023)</a> che modella formalmente le vacancy taxes: nel lungo periodo possibile pressione al ribasso sugli affitti, ma aumento dei prezzi di compravendita, perch&#233; tenere una casa vuota in vendita diventa caro. L&#8217;effetto complessivo sull&#8217;affordability &#232; ambiguo, mai automatico, quasi mai grande quanto chi propone la misura promette.</p><p>Poi c&#8217;&#232; un dettaglio fastidioso: anche se per miracolo arrivassero sul mercato 2.000 o 3.000 case in pi&#249;, <strong>resterebbero case sopra i 5 milioni di dollari</strong>. Non diventano per magia case da 500 mila. L&#8217;effetto sulla classe media newyorchese &#232; zero. Stiamo parlando del segmento ultra-luxury, che a New York non comunica con il resto del mercato immobiliare.</p><div><hr></div><h2>Il vero problema di New York: la Section 581</h2><p>Se uno volesse davvero rimettere in ordine il fisco immobiliare di New York, il punto non &#232; la pied-&#224;-terre tax. Il punto &#232; la <strong>Section 581 del NY Real Property Tax Law</strong>, che impone di valutare i condomini come se fossero affitti regolati. Risultato: i grattacieli di lusso vengono valutati a una frazione del loro prezzo di mercato.</p><p>Caso Griffin. L&#8217;attico da 238 milioni del 2019 &#232; valutato dal Department of Finance di New York <strong>14,9 milioni di dollari</strong>, il 6% del prezzo pagato. Property tax annua: 841 mila dollari, contro i 3 milioni che sarebbero dovuti a valore di mercato. Differenza: <strong>2,2 milioni di sotto-tassazione l&#8217;anno, per una sola unit&#224;</strong>. E ce ne sono altre uguali. Mamdani in campagna usava questo esempio per motivare la riforma dell&#8217;assessment: ha vinto, e poi ha portato in Aula la pied-&#224;-terre tax. Un compromesso al ribasso rispetto alla riforma promessa, che da sola vale miliardi non milioni. Il paper del <a href="https://furmancenter.org/files/FurmanCenter_ShiftingtheBurden.pdf">Furman Center di NYU</a> lo aveva gi&#224; documentato nel 2013.</p><div><hr></div><h2>E noi in Italia? L&#8217;IMU che abbiamo dal 2012</h2><p>Adesso la parte italiana. Perch&#233; qui c&#8217;&#232; un dato che a New York non possono sognarsi: <strong>noi l&#8217;IMU sulle seconde case di lusso la applichiamo dal 2012</strong>. Sono 14 anni. Aliquote comunali tra lo 0,76% e l&#8217;1,06% del valore catastale, con rendita catastale rivalutata. Per un attico a Milano centro di valore di mercato 5 milioni, l&#8217;IMU annua si aggira intorno ai 20 mila euro. Aliquota effettiva sul valore di mercato: circa lo <strong>0,4%</strong>, sostanzialmente la stessa ipotizzata da Mamdani.</p><p>Il nostro problema &#232; un altro. Dal 2014 l&#8217;IMU sulla prima casa &#232; abolita, salvo categorie catastali di lusso A/1, A/8, A/9. La conseguenza &#232; che <strong>Milano trasferisce IMU a Cortina</strong>: i comuni ad alta concentrazione di seconde case di lusso incassano un gettito per residente molto pi&#249; alto dei comuni urbani dove vivono i contribuenti. Il Fondo di Solidariet&#224; Comunale riequilibra in parte, ma non azzera il divario. La dashboard con i dati comune per comune &#232; qui:<br><a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/imu-trasferimenti-impliciti/">https://www.umbertobertonelli.it/macro/imu-trasferimenti-impliciti/</a></p><div><hr></div><h2>Cosa possiamo imparare davvero</h2><p>Lezione n.1: quando un governo pubblica un comunicato con un numero tondo, serve sempre un ente terzo che lo verifichi.</p><p>Lezione n.2: tassare i proprietari di seconde case &#232; politicamente utile e fiscalmente marginale. Vale in America come in Italia. Se l&#8217;obiettivo &#232; il gettito serio, la patrimoniale immobiliare si fa sul catasto, non sulla soglia dei 5 milioni.</p><p>Lezione n.3: la casa a New York non &#232; cara per colpa dei pied-&#224;-terre. &#200; cara per il sistema di zoning del 1961 e per la Section 581 che sotto-tassa il segmento alto del mercato. Finch&#233; non si toccano quei due pilastri, qualsiasi tassa sulla propriet&#224; vuota &#232; marketing. E in Italia vale qualcosa di molto simile.</p><div><hr></div><h2>Fonti e approfondimenti</h2><p>Governor Hochul (15 aprile 2026)<br><a href="https://www.governor.ny.gov/news/governor-hochul-announces-pied-terre-tax-proposal-luxury-second-homes-valued-5-million-or-more">https://www.governor.ny.gov/news/governor-hochul-announces-pied-terre-tax-proposal-luxury-second-homes-valued-5-million-or-more</a></p><p>IBO revisione 2021<br><a href="https://therealdeal.com/new-york/2021/01/18/pied-a-terre-tax-revenue-estimate-slashed-by-41/">https://therealdeal.com/new-york/2021/01/18/pied-a-terre-tax-revenue-estimate-slashed-by-41/</a></p><p>C.D. Howe Institute<br><a href="https://cdhowe.org/publication/ripple-effects-impact-empty-homes-tax-housing-market/">https://cdhowe.org/publication/ripple-effects-impact-empty-homes-tax-housing-market/</a></p><p>Han, Stacey, Cheng (2023)<br><a href="https://abfer.org/media/abfer-events-2023/annual-conference/papers-realestate/AC23P6023-Frictional-and-Speculative-Vacancies-The-Effects-of-an-Empty-Homes-Tax.pdf">https://abfer.org/media/abfer-events-2023/annual-conference/papers-realestate/AC23P6023-Frictional-and-Speculative-Vacancies-The-Effects-of-an-Empty-Homes-Tax.pdf</a></p><p>Best &amp; Kleven (2018)<br><a href="https://academic.oup.com/restud/article-abstract/85/1/157/3887235">https://academic.oup.com/restud/article-abstract/85/1/157/3887235</a></p><p>Furman Center NYU<br><a href="https://furmancenter.org/files/FurmanCenter_ShiftingtheBurden.pdf">https://furmancenter.org/files/FurmanCenter_ShiftingtheBurden.pdf</a></p><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube EconomiaItalia<br><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">https://www.youtube.com/@EconomiaItalia</a></p><p>Iscriviti<br><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1</a></p><p>Abbonati<br><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join</a></p><p>https://umbertobertonelli.it</p><p><br><a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[OpenEvidence, MDR e AI Act. Il software medico che vale tre mesi.]]></title><description><![CDATA[Non &#232; stata vietata. &#200; stata costruita un'impalcatura legale in cui un sistema RAG di supporto clinico, per restare conforme, dovrebbe smettere di aggiornarsi. Cio&#232; smettere di funzionare.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/openevidence-mdr-e-ai-act-il-software</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/openevidence-mdr-e-ai-act-il-software</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Wed, 29 Apr 2026 10:59:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/15814c24-b78b-4361-9b20-1d29332063b7_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>OpenEvidence &#232; una piattaforma americana di clinical decision support: un sistema di intelligenza artificiale che permette a un medico di porre un quesito clinico in linguaggio naturale e ricevere una risposta sintetica con citazioni puntuali alla letteratura peer-reviewed. Negli Stati Uniti &#232; arrivata a un milione di consultazioni cliniche in un solo giorno il 10 marzo 2026. Il 28 aprile 2026 ha annunciato l'indisponibilit&#224; del servizio in Unione europea e Regno Unito, citando la "crescente incertezza normativa" sull'intelligenza artificiale.</p><p>I medici italiani se ne sono accorti subito. Su X e su Instagram, in poche ore, hanno fatto la fila per spiegare che gli era stato tolto uno strumento che usavano davvero, tutti i giorni, al letto del paziente. Non un giocattolo. Non un chatbot. Una scorciatoia per scartabellare quindici linee guida e quattro meta-analisi in trenta secondi.</p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto DrElegantia! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><h2>Il regolamento che trasforma un assistente di ricerca in un dispositivo medico</h2><p>Il Regolamento UE 2017/745, MDR, all'articolo 2 paragrafo 1 definisce dispositivo medico "qualunque strumento, apparecchio, apparecchiatura, software, impianto, reagente, materiale o altro articolo destinato dal fabbricante a essere impiegato sull'uomo, da solo o in combinazione, per una o pi&#249; delle seguenti destinazioni d'uso mediche specifiche: diagnosi, prevenzione, monitoraggio, previsione, prognosi, trattamento o attenuazione di malattie" (Reg. UE 2017/745, art. 2(1), <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2017/745/oj">eur-lex.europa.eu/eli/reg/2017/745/oj</a>).</p><p>Il considerando 19 dello stesso regolamento &#232; ancora pi&#249; esplicito sulla logica: "il software specificamente destinato dal fabbricante a essere impiegato per una o pi&#249; delle destinazioni d'uso mediche si considera un dispositivo medico, mentre il software destinato a finalit&#224; generali, anche se utilizzato in un contesto sanitario, non &#232; un dispositivo medico". Il discrimine non &#232; la tecnologia. &#200; la destinazione d'uso dichiarata dal produttore.</p><p>La guida ufficiale della Commissione, MDCG 2019-11 sulla qualificazione e classificazione del software (<a href="https://health.ec.europa.eu/system/files/2020-09/md_mdcg_2019_11_guidance_qualification_classification_software_en_0.pdf">health.ec.europa.eu</a>), &#232; la chiave di lettura operativa. Un software &#232; Medical Device Software, MDSW, quando "fornisce informazioni che sono utilizzate per prendere decisioni a fini diagnostici o terapeutici". Non importa se la decisione finale resta del medico. Non importa se il medico pu&#242; rivedere e contestare. Conta che lo strumento entri nel circuito decisionale clinico.</p><p>A quel punto scatta la regola 11 dell'allegato VIII MDR. Il software che fornisce informazioni per decisioni diagnostiche o terapeutiche &#232; classe IIa di default, sale a IIb se le decisioni possono provocare un "deterioramento serio" della salute, sale a III se il rischio &#232; la morte. Per chiunque rientri da IIa in su servono certificazione tramite organismo notificato, sistema di gestione della qualit&#224;, valutazione clinica, dossier tecnico, sorveglianza post-market, registrazione in Eudamed.</p><p>Una piattaforma che risponde a un cardiologo che le chiede "qual &#232; il regime antiaggregante consigliato dopo PCI con stent medicato in paziente con fibrillazione atriale e CHA2DS2-VASc 4" &#200; almeno in classe IIa e molto probabilmente in IIb, data la natura ad alto rischio delle decisioni anticoagulanti, come suggerito dagli esempi ufficiali (es. app per dosaggio anticoagulante) che MDCG colloca in IIb.</p><h2>Il muro: prestazioni stabili, riproducibili e un sistema che cambia ogni giorno</h2><p>Qui il sistema legale europeo si schianta contro la natura del prodotto.</p><p>Per ottenere e mantenere la marcatura CE, il produttore deve dimostrare che il dispositivo eroga prestazioni costanti, riproducibili, prevedibili nel tempo. Significa che la pipeline di gestione del rischio, la valutazione clinica e il piano di sorveglianza devono potersi appoggiare su un comportamento del software stabile abbastanza da essere misurato.</p><p>Un sistema RAG fa l'opposto. Aggiorna con una certa frequenza la base documentale con la nuova letteratura PubMed, Cochrane, NEJM, JAMA, NCCN. Aggiorna il modello generativo sottostante. Modifica i prompt di sistema. Cambia gli algoritmi di ranking e retrieval. Il suo valore clinico &#232; proprio questa fluidit&#224;. Esattamente quello che il medico vuole. Esattamente quello che la regolazione MDR considera, potenzialmente, una "modifica sostanziale" che richiede di tornare dall'organismo notificato.</p><p>La guida MDCG 2020&#8209;3 sul concetto di &#8216;significant change&#8217; e, pi&#249; recentemente, le discussioni IMDRF e MDCG 2025&#8209;6 sull&#8217;interplay con l&#8217;AI Act indicano il &#8216;predetermined change control plan&#8217; come possibile modo per delimitare a priori le modifiche coperte dalla certificazione. </p><p>Per un sistema che si aggiorna frequentemente, c&#8217;&#232; il rischio concreto che aggiornamenti fuori dal PCCP o qualificati come &#8216;modifiche significative&#8217; comportino un nuovo passaggio con l&#8217;organismo notificato, con tempi e costi non banali.</p><h2>L'AI Act sopra, non al posto</h2><p>A questo si aggiunge il Regolamento 2024/1689, l'AI Act (<a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj">eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj</a>). All'articolo 6 paragrafo 1 e all'allegato I, l'AI Act stabilisce che un sistema di intelligenza artificiale &#232; "ad alto rischio" se &#232; esso stesso un dispositivo medico, o componente di sicurezza di un dispositivo medico, soggetto a valutazione di conformit&#224; di terza parte sotto il MDR.</p><p>Quindi la sequenza &#232; questa. Primo passaggio: OpenEvidence in Europa rientra nella definizione MDSW. Secondo passaggio: il MDSW finisce in classe IIa o superiore per la regola 11. Terzo passaggio: classe IIa significa organismo notificato. Quarto passaggio: organismo notificato significa che il sistema di IA &#232; automaticamente high-risk sotto AI Act. Quinto passaggio: high-risk significa governance dei dati, trasparenza, logging, supervisione umana, robustezza, cybersecurity, documentazione tecnica, sistema di gestione del rischio per tutto il ciclo di vita.</p><p>Il documento congiunto AI Board e MDCG, MDCG 2025-6, conferma questa lettura: gli obblighi MDR e AI Act non si sovrappongono per cancellarsi, si sommano. Il produttore deve rispettare entrambi, ed entrambi richiedono evidenza continua di prestazioni stabili lungo tutto il ciclo di vita.</p><p>L'AI Act non &#232; il colpo di grazia. Il colpo di grazia &#232; il MDR. L'AI Act &#232; il sasso che chiude il coperchio.</p><h2>Il controfattuale americano: l'eccezione che l'Europa non ha scritto</h2><p>Negli Stati Uniti la stessa funzione di clinical decision support ha un trattamento diverso, e il dettaglio normativo &#232; chirurgico. La Section 520(o)(1)(E) del Federal Food, Drug, and Cosmetic Act, modificata dal 21st Century Cures Act, esclude dalla definizione di dispositivo medico FDA i software CDS che soddisfano un test in quattro parti. Il quarto requisito &#232; quello decisivo: il software deve consentire al professionista sanitario di rivedere in modo indipendente le basi della raccomandazione, in modo che la decisione clinica non dipenda dall'output del software.</p><p>Tradotto: se il sistema mostra le fonti, motiva il ragionamento, lascia al medico la possibilit&#224; di controllare e ribaltare, allora non &#232; un dispositivo medico. &#200; uno strumento di supporto al ragionamento, non un sostituto.</p><p>L'Europa non ha scritto questa eccezione. La MDCG 2019-11 ribadisce esplicitamente che il fatto che un professionista sanitario possa rivedere la raccomandazione non &#232; di per s&#233; sufficiente a escludere il software dalla qualifica di MDSW. Il criterio resta la destinazione d'uso dichiarata.</p><p>Risultato: lo stesso identico software, con lo stesso identico comportamento, &#232; non-dispositivo negli Stati Uniti e classe IIa in Europa. Stesso codice, stessa interfaccia, stesse fonti. Due continenti, due regimi diametralmente opposti. Yan Peng Zhao, su LinkedIn, ha presentato OpenEvidence proprio come l'esempio pratico di questo mismatch regolatorio: senza una clinical decision support exemption europea, il prodotto americano non si trapianta.</p><p>Si pu&#242; obiettare che il problema sia risolvibile. Vero. Esiste gi&#224; un controesempio europeo: Prof. Valmed, sistema generativo italiano per il supporto clinico, certificato CE classe IIb. Si pu&#242; fare. Si paga in due valute: tempo, perch&#233; la certificazione richiede mesi o anni, e velocit&#224;, perch&#233; ogni iterazione successiva passa attraverso la stessa procedura. Per un'azienda americana che ha appena chiuso una serie D a 12 miliardi di dollari di valutazione e che si misura sul ritmo di rilascio settimanale, &#232; un costo non-recuperabile.</p><h2>La chiusura</h2><p>Il caso OpenEvidence non racconta un divieto. Racconta una cosa pi&#249; sottile, e politicamente pi&#249; grave. Racconta che in Europa una norma pu&#242; proteggere il cittadino sulla carta e sottrargli strumenti utili nella pratica, e che nessuno &#232; formalmente responsabile, perch&#233; non c'&#232; stato un atto. C'&#232; stato un sistema.</p><p>Un sistema che pretende prestazioni stabili e riproducibili da un oggetto che vive di instabilit&#224;, e che chiama questa pretesa "sicurezza". Un sistema in cui l'innovazione sopravvive solo se accetta di andare a velocit&#224; burocratica, cio&#232; di non innovare.</p><p>Davanti al medico italiano che ieri aveva un assistente in pi&#249; e oggi non ce l'ha, il regolatore europeo pu&#242; ancora rispondere "abbiamo tutelato i pazienti". &#200; vero solo in un senso: ha tutelato i pazienti dall'innovazione che nessuno aveva chiesto di vietare.</p><div><hr></div><h2>Fonti</h2><ul><li><p>Regolamento (UE) 2017/745, Medical Device Regulation. Art. 2(1) definizione di dispositivo medico. Considerando 19 software. Allegato VIII regola 11 classificazione software. <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2017/745/oj">eur-lex.europa.eu/eli/reg/2017/745/oj</a></p></li><li><p>MDCG 2019-11, Guidance on Qualification and Classification of Software in Regulation (EU) 2017/745 MDR and Regulation (EU) 2017/746 IVDR. <a href="https://health.ec.europa.eu/system/files/2020-09/md_mdcg_2019_11_guidance_qualification_classification_software_en_0.pdf">health.ec.europa.eu</a></p></li><li><p>Regolamento (UE) 2024/1689, AI Act. Art. 6 e Allegato I per la classificazione high-risk dei sistemi di IA medica. <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj">eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj</a></p></li><li><p>MDCG 2020-3 Guidance on significant changes regarding the transitional provision under Article 120 of the MDR.</p></li><li><p>MDCG 2025-6, Interplay between MDR/IVDR and AI Act for medical devices.</p></li><li><p>Federal Food, Drug, and Cosmetic Act, Section 520(o)(1)(E), Clinical Decision Support exemption introdotta dal 21st Century Cures Act 2016.</p></li><li><p>Yan Peng Zhao, post LinkedIn aprile 2026 sul mismatch CDS exemption tra USA e UE, citando OpenEvidence.</p></li><li><p>Comunicazione OpenEvidence sulla non disponibilit&#224; del servizio in UE/UK, 28 aprile 2026.</p></li><li><p>Prof. Valmed, dispositivo medico CE classe IIb, esempio europeo di sistema generativo certificato per supporto clinico.</p></li></ul><div><hr></div><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto DrElegantia! 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E Grecia e Portogallo, partiti peggio di noi, oggi sono in surplus]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/da-81-a-31-di-deficit-miracolo-rimbalzo</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/da-81-a-31-di-deficit-miracolo-rimbalzo</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Mon, 27 Apr 2026 15:50:25 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/04dcbdc1-d668-4e3a-9df5-b679d7cbf0bc_1672x941.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h1>Da 8,1% a 3,1% di deficit: miracolo, rimbalzo o trappola?</h1><p><strong>Otto virgola uno per cento di deficit nel 2022. Tre virgola uno nel 2025. Cinque punti di PIL recuperati in tre anni, dice Fratelli d'Italia in un post ufficiale del 25 aprile, contro tutta la sinistra che lo riteneva impossibile. Sotto al post, un commento condensa la propaganda in due righe: &#171;Per quest'anno si prevedeva il 3,3, e per un soffio non rientravamo sotto il 3. &#200; cos&#236; che si fanno i conti pubblici&#187;. Per un soffio. Bene. Quel soffio &#232; il punto.</strong></p><p style="text-align: center;">
&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br>
<a href="https://youtu.be/zwAjFlt9GUk">L'ITALIA non ha i conti in ORDINE: tutta colpa del SUPERBONUS? GUARDIAMO I DATI</a><br>
<em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em>
</p><h2>Eurostat 22 aprile: il numero esatto del soffio</h2><p>Il 22 aprile 2026 Eurostat ha pubblicato la notifica EDP. Per l'Italia il dato &#232; questo: deficit 2025 al 3,1% del PIL, debito al 137,1%. L'Italia non esce dalla procedura per disavanzo eccessivo aperta nel luglio 2024 sulla base del deficit 2023 al 7,4%. Restiamo dentro, insieme ad altri otto Paesi UE: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Malta, Polonia, Slovacchia, Romania. Nove su ventisette. Un terzo dell'Unione. Prima di accettare il framing complotto-contro-l'Italia, mettiamoci in testa che &#232; una regola che mezza Europa fatica a rispettare dopo Covid e crisi energetica.</p><p>Il soffio, in cifre: deficit nominale 2025 pari a 69.381 milioni di euro, PIL a 2.258 miliardi, rapporto 3,073%. Per uscire dalla procedura il deficit deve stare sotto il 3, non vicino. Sono mancati 1.640 milioni. Un miliardo e seicento. Tenete a mente questo numero, ci serve. La fonte &#232; la nota dell'<a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/">Osservatorio Conti Pubblici Italiani</a> firmata Cottarelli e Pench, pubblicata il 24 aprile, due giorni dopo Eurostat.</p><h2>Rimbalzo o miracolo? Perch&#233; Grecia e Portogallo hanno chiuso e noi no</h2><p>Adesso torniamo al fan del miracolo. La serie del deficit italiano 2017-2025, fonte Eurostat: meno 2,4, meno 2,2, meno 1,5. Tre anni di deficit normale prima del Covid. Poi pandemia: meno 9,4 nel 2020. Da l&#236; la discesa: meno 8,7, meno 8,1, meno 7,1, meno 3,4, meno 3,1.</p><p>Cinque punti recuperati non sono un miracolo, sono fine pandemia. Lo certifica l'<a href="https://www.upbilancio.it/">Ufficio Parlamentare di Bilancio</a> nell'audizione del novembre 2021 sul DDL bilancio 2022: anche con crescita congiunturale zero nell'ultimo trimestre del 2021, il PIL annuo italiano sarebbe comunque cresciuto del 6,1% per effetto trascinamento. Il rimbalzo c'era gi&#224;. E sarebbe arrivato comunque.</p><p>Ma il rimbalzo non &#232; una giustificazione. &#200; un'aggravante. Riccardo Trezzi, economista, ha pubblicato a ottobre 2026 un grafico molto citato che mette in relazione tasso di occupazione e saldo primario, anno per anno, dagli anni Settanta a oggi. Tradotto: tra il 2021 e il 2023 abbiamo avuto saldi primari attorno al meno 3, meno 6 per cento del PIL mentre l'occupazione correva verso il record storico. Una traiettoria, scrive Trezzi, &#171;folle quanto gli anni Settanta-Ottanta&#187;. Quelli s&#236;, gli anni del debito.</p><p>Adesso il confronto. Il Portogallo &#232; in surplus nominale dal 2023: pi&#249; 1,1 nel 2023, pi&#249; 0,6 nel 2024, pi&#249; 0,7 nel 2025. La Grecia &#232; in surplus dal 2024: pi&#249; 1,3, pi&#249; 1,7. Stesso periodo. Stessa Europa. Stessa BCE. Due Paesi che dieci anni fa avevano sui giornali italiani il titolo &#171;spettro fallimento&#187;. Hanno chiuso la pandemia con disciplina, e sono passati al segno pi&#249;. La definizione tecnica di quello che invece ha fatto l'Italia &#232; <em>politica fiscale procyclical</em>: deficit alti in fase di espansione e tagli in fase di crisi. L'esatto opposto di quello che dovrebbe fare uno Stato sano.</p><p style="text-align: center;">
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</p><h2>Il Superbonus dentro questo deficit: la trappola contabile</h2><p>Veniamo al protagonista. I crediti d'imposta del Superbonus 2020-2023 sono stati classificati da Istat come &#171;crediti pagabili&#187;. &#200; una categoria contabile europea che dice una cosa precisa: l'intero importo dell'agevolazione viene imputato al deficit nell'anno in cui matura la spesa, anche se lo Stato lo restituir&#224; al contribuente in pi&#249; anni. &#200; l'opposto di una rateazione.</p><p>Risultato. Fonte <a href="https://www.camera.it/temiap/">Dossier OFP Camera maggio 2024</a>, tabella 1.1, impatto annuo del solo Superbonus sul deficit: 0,5 miliardi nel 2020, 16,4 nel 2021, 55 nel 2022, 81,3 miliardi nel 2023. Il picco. Tre virgola nove punti di PIL. Solo Superbonus. Solo nel 2023. Il deficit 2023, ricordate, era al 7,4. Oltre la met&#224; del nostro disavanzo del 2023 era una singola misura. Una. La <a href="https://eur-lex.europa.eu/">relazione ex articolo 126 paragrafo 3</a> con cui la Commissione ha aperto la procedura cita esplicitamente, parole loro, &#171;the impact of the tax credits for buildings renovations&#187; come fattore aggravante. Non l'ho detto io.</p><p>Ma c'&#232; un secondo binario. Sul deficit il colpo &#232; concentrato 2020-2023 perch&#233; si registra per competenza. Sul debito l'effetto si manifesta per cassa, anno per anno, man mano che i contribuenti compensano i crediti con altre imposte. &#200; per questo che, anche dopo lo stop quasi totale alle nuove cessioni del 2023, il debito continua a salire. Sempre OFP Camera, tabella 1.2: l'impatto cumulato del Superbonus sul debito raggiunge 157,1 miliardi nel 2027, pari al 6,6% del PIL. Una misura iniziata nel 2020 finisce di pesare sul debito nel 2036. Sedici anni.</p><p>Mario Seminerio su <a href="https://phastidio.net/2026/04/23/lultimo-decimale-nella-bara-italiana/">Phastidio</a> ha aggiunto un dettaglio tecnico che merita di essere ripreso. Nel 2025 l'Italia ha registrato uno &#171;stock-flow adjustment&#187; del 2,4% del PIL, lo scarto tra deficit annuale e variazione del debito quando un Paese accumula pi&#249; debito di quanto giustifichi il deficit dell'anno. Quel 2,4 &#232; essenzialmente l'emersione e trasformazione in debito dei bonus edilizi: circa 60 miliardi pagati in un anno solo, non perch&#233; spesi nel 2025, ma perch&#233; compensati nel 2025.</p><h2>Le tre menzogne sul Superbonus</h2><p><strong>Prima menzogna, &#171;si &#232; ripagato da solo trainando la crescita&#187;.</strong> Lo sostengono i Cinque Stelle e chi lo ha votato. <a href="https://www.bancaditalia.it/">Banca d'Italia</a>, memoria del 22 aprile 2024, dice il contrario: la spesa addizionale, cio&#232; quella che non sarebbe stata fatta senza incentivo, &#232; stata &#171;poco meno della met&#224;&#187; del valore totale degli investimenti agevolati. Un quarto degli interventi non era nemmeno aggiuntivo, erano lavori gi&#224; programmati. Il moltiplicatore stimato &#232; &#171;intorno all'unit&#224;&#187;: ogni euro di Superbonus ha generato circa un euro di PIL aggiuntivo. Mettiamoci sopra una prova del nove. Sommate i 165 miliardi di Superbonus e i 194 miliardi di Recovery Fund. Quasi mezzo trilione di euro. Il decennio pi&#249; favorevole della spesa pubblica italiana dal dopoguerra. E adesso guardate la crescita italiana: ultimi posti in Europa. Mille bonus non servono se non muovi n&#233; le ore lavorate n&#233; la produttivit&#224;.</p><p><strong>Seconda menzogna, &#171;sussidio fortemente regressivo a favore dei ricchi&#187;.</strong> Il clich&#233; di chi lo critica. Qui devo essere onesto: la storia &#232; pi&#249; articolata di cos&#236;. S&#236;, il 90% di chi guadagna pi&#249; di 75 mila euro possiede immobili contro il 46% di chi guadagna meno di 10 mila, fonte UPB. S&#236;, il 15% pi&#249; ricco fruiva di oltre la met&#224; delle detrazioni edilizie ordinarie pre-Superbonus. S&#236;, il <a href="https://www.upbilancio.it/">Rapporto UPB sulla politica di bilancio 2025</a> ha calcolato un'addizionalit&#224; media del 64% ma decrescente nel 2022-2023, perch&#233; la misura si &#232; allargata sempre pi&#249; a chi non ne aveva bisogno per fare i lavori. Ma lo stesso UPB, audizione marzo 2023, scrive una cosa scomoda per chi vuole il bersaglio facile: la cessione del credito e lo sconto in fattura, le due novit&#224; pi&#249; criticate del DL 34/2020, hanno reso il Superbonus &#171;meno regressivo&#187; rispetto ai bonus edilizi tradizionali, perch&#233; hanno permesso anche a famiglie senza liquidit&#224; di accedere alla detrazione. Specialmente nel Mezzogiorno. Non &#232; una contraddizione, &#232; il quadro completo.</p><p><strong>Terza menzogna, &#171;era una grande politica climatica&#187;.</strong> Questa &#232; la pi&#249; dolorosa. <a href="https://www.efficienzaenergetica.enea.it/">ENEA</a>, monitoraggio 31 marzo 2026: 505.417 edifici asseverati, 132 miliardi di detrazioni maturate. Costo medio per edificio efficientato: 261 mila euro. Pagati dallo Stato. Gli edifici residenziali italiani sono circa 12,2 milioni (fonte <a href="https://www.corteconti.it/">Corte dei conti, relazione PNRR 2024</a>). 505 mila su 12 milioni e duecento. Il 4 per cento. Banca d'Italia, QEF 845 del 2024, lo scrive testualmente: il rapporto costi-benefici ambientale del Superbonus &#232; &#171;sfavorevole&#187; rispetto ad altre tipologie di intervento.</p><h2>Chi ha votato cosa: il verbale del Parlamento</h2><p>Il pezzo politicamente pi&#249; scomodo. Quattro voti, dati alla mano.</p><p><strong>DL 34/2020</strong>, il decreto Rilancio che introduce il Superbonus al 110%. Camera, 9 luglio 2020, su fiducia: 318 s&#236;, 231 no. Maggioranza Conte II, M5S-PD-Italia Viva-LeU. Tutto il centrodestra contrario, FdI compresa.</p><p><strong>Bilancio 2022</strong>, legge 234/2021, proroga fino al 2025. Camera, 30 dicembre 2021: 414 s&#236;, 47 no circa. Maggioranza Draghi: M5S, PD, Italia Viva, LeU, Forza Italia, Lega. Tutti dentro. Unica opposizione: FdI. Quindi s&#236;, &#232; vero che FdI nel 2020 vot&#242; contro l'introduzione. Ma &#232; altrettanto vero che Lega e Forza Italia votarono a favore della proroga 2022 dentro Draghi. Cosa che si tende a dimenticare.</p><p><strong>DL 11/2023</strong>, il &#171;blocca cessioni&#187; di Giorgetti. Camera, 30 marzo 2023, fiducia: 185 s&#236;, 121 no. Maggioranza Meloni. Contrari PD, M5S, AVS.</p><p><strong>DL 39/2024</strong>, rateazione decennale. Camera, 23 maggio 2024: 150 s&#236;, 109 no. Stessa geometria.</p><p>Ora prendete questi quattro voti e provate a usarli per smontare le narrazioni odierne. Chi sta in Lega o Forza Italia oggi e dice &#171;noi non c'eravamo&#187; mente: c'erano, anzi, hanno deciso. Tra i partiti che hanno spinto di pi&#249; per allungare la vita al Superbonus, dentro Draghi, c'era proprio la Lega. Cio&#232; il partito dell'attuale ministro dell'Economia. Giancarlo Giorgetti gestisce oggi la coda di una misura che il suo stesso partito ha contribuito a difendere. Sull'altra sponda: il M5S ha votato contro tutte le strette successive, contro DL 11/2023 e contro DL 39/2024. Italia Viva, ricostruito da me per <a href="https://pagellapolitica.it/">Pagella Politica</a>, &#232; il caso pi&#249; paradossale: Marattin relatore di maggioranza alla Camera nel 2020 (&#171;miglioramenti fattivi&#187;, &#171;traino importante&#187;), poi a SkyTG24 il 23 dicembre 2021 dice &#171;sono stati un sacco di soldi pubblici, speriamo che avranno avuto effetto&#187;, poi nel 2022 si converte e attacca la &#171;moneta fiscale&#187;, infine nel 2023-2024 Renzi accusa il M5S di &#171;modalit&#224; assurde&#187; e &#171;buco miliardario&#187;. </p><h2>Cosa ha corretto Giorgetti, e cosa no</h2><p>Devo essere onesto anche con il fan di Meloni. Qualcosa di concreto Giorgetti l'ha fatto. Il DL 11/2023 &#232; arrivato al momento giusto, dopo due anni di esplosione, e ha sbarrato il rubinetto delle nuove cessioni. Era inevitabile, lo segnalavano UPB e Banca d'Italia da almeno un anno, ma &#232; stato fatto. Il DL 39/2024 ha allungato da 4 a 10 anni la fruizione delle detrazioni 2024-2025: una redistribuzione temporale che migliora i tendenziali del 2025 e 2026 di 700 e 1.700 milioni e peggiora del corrispondente nel 2029-2034. Il costo complessivo non cambia, ma quei 700 e 1.700 milioni sono la ragione tecnica per cui il deficit 2025 &#232; arrivato al 3,1 e non al 3,4.</p><p>Per&#242;. Cottarelli e Pench, OCPI 24 aprile 2026, ricostruiscono i due canali residui: cinque miliardi di crediti d'imposta concessi proprio nel 2025 pi&#249; due o tre miliardi di maggiore spesa per interessi sul debito accumulato 2021-2024 dai bonus edilizi. Senza la coda Superbonus, il deficit nominale 2025 sarebbe stato sotto il 3 per cento. Non &#232; una motivazione formale della Commissione, &#232; una deduzione analitica. Ma il nesso &#232; quello.</p><p>E c'&#232; una cosa venuta fuori la settimana scorsa. Il Documento di Finanza Pubblica del 23 aprile mostra che nel 2025 sono emerse spese da Superbonus per 8,4 miliardi in pi&#249; rispetto alle previsioni precedenti. Ricostruzione del <a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/04/24/news/lincredibile-autogol-del-governo-sul-deficit--287257">Foglio del 24 aprile</a>: lo sforamento complessivo &#232; di 6,6 miliardi di spese contro 6 di maggiori entrate. &#200; un autogol, perch&#233; significa che il governo Meloni, nello stesso documento in cui rivendica il rigore, deve scrivere che il Superbonus continua a costare di pi&#249; del previsto. Non &#232; un fallimento di rigore: &#232; il fatto che la coda Superbonus si manifesta ancora con un ritardo di due o tre anni rispetto alla maturazione dei crediti, e nessun governo ha un controllo perfetto sul momento esatto in cui arriva la fattura.</p><h2>La luna, non il decimale</h2><p>Tre cose, allora.</p><p>Una. L'Italia &#232; in procedura per il deficit, non per il debito. Il Superbonus &#232; stato lo shock politico domestico pi&#249; grande dentro quel deficit. Oltre la met&#224; del disavanzo del 2023 era Superbonus.</p><p>Due. Il Superbonus non si &#232; ripagato da solo, ha fatto regressivit&#224; attenuata ma reale, e come politica climatica ha toccato il 4% degli edifici residenziali a 261 mila euro l'uno. &#200; un disastro economico documentato dai documenti delle istituzioni. Non da me.</p><p>Tre. La procedura non l'abbiamo presa per colpa del Superbonus. L'abbiamo presa perch&#233; abbiamo tenuto deficit primari da anni Settanta in piena espansione mentre Grecia e Portogallo, partiti peggio di noi, oggi hanno il segno pi&#249; davanti al saldo. Il Superbonus &#232; la tessera pi&#249; vistosa del mosaico, &#232; quella che per dimensione brucia gli occhi. Senza Superbonus, oggi saremmo sotto il 3. Per&#242; resteremmo lontanissimi da Grecia e Portogallo. E il problema &#232; l&#224;.</p><p>L'ossessione mediatica sul decimale di deficit fa perdere di vista l'unica metrica che conta davvero per la sostenibilit&#224;: r meno g, tasso di interesse medio sul debito meno tasso di crescita nominale. Quando r &#232; maggiore di g il rapporto debito-PIL aumenta automaticamente, palla di neve. Quando g &#232; maggiore di r, anche con un deficit sopra il 3 per cento, il rapporto debito-PIL pu&#242; scendere. Il 3,073 contro il 2,99 &#232; una mezza foglia di fico per non guardare la luna. La luna &#232; la crescita. E in Italia non cresce niente.</p><p>Se questa storia ce la raccontiamo come &#171;tutta colpa del Superbonus dei Cinque Stelle&#187;, il prossimo governo, di qualunque colore, scriver&#224; il prossimo bonus, di qualunque colore, e torner&#224; a essere &#171;non colpa nostra&#187;. Se invece la raccontiamo per quel che &#232;, una politica fiscale procyclical, bipartisan, che vota proroghe quando &#232; al governo e si scandalizza quando &#232; all'opposizione, allora sappiamo cosa cambiare.</p><h2>Fonti e dashboard</h2><ul><li><p><strong><a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/superbonus-procedura-edp/">Dashboard interattiva &#171;Superbonus e procedura EDP&#187;</a></strong> con tutti i grafici e le tabelle citate nell'articolo</p></li><li><p><a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/government-finance-statistics">Eurostat, notifica annuale EDP 22/04/2026</a></p></li><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/">OCPI Cottarelli e Pench, 24/04/2026</a>, tre chiarimenti sulla permanenza dell'Italia nella procedura</p></li><li><p><a href="https://www.consilium.europa.eu/it/policies/excessive-deficit-procedure/">Consiglio Europeo, scheda procedura per disavanzi eccessivi</a></p></li><li><p><a href="https://www.upbilancio.it/">Ufficio Parlamentare di Bilancio</a>, memoria DL 39/2024, Rapporto politica bilancio 2025, audizioni 2020-2023</p></li><li><p><a href="https://www.camera.it/temiap/">Camera dei Deputati, OFP Dossier 04 Superbonus, maggio 2024</a>, tabelle 1.1-1.2 impatto deficit/debito 2020-2036</p></li><li><p><a href="https://www.bancaditalia.it/">Banca d'Italia</a>, memoria 22/04/2024 sul Superbonus, audizione Tommasino 29/03/2023, QEF 845/2024</p></li><li><p><a href="https://www.efficienzaenergetica.enea.it/">ENEA, monitoraggio Superbonus al 31/03/2026</a></p></li><li><p><a href="https://www.corteconti.it/">Corte dei conti, Relazione PNRR 2024</a></p></li><li><p><a href="https://pagellapolitica.it/">Pagella Politica, &#171;Quanta responsabilit&#224; ha Italia Viva sul Superbonus&#187;</a></p></li><li><p><a href="https://phastidio.net/2026/04/23/lultimo-decimale-nella-bara-italiana/">Mario Seminerio, Phastidio.net 23/04/2026</a></p></li><li><p><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/04/24/news/lincredibile-autogol-del-governo-sul-deficit--287257">Il Foglio 24/04/2026, &#171;L'incredibile autogol del governo sul deficit&#187;</a></p></li></ul><div><hr></div><p style="text-align: center;"><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p style="text-align: center;">Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p style="text-align: center;"><strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">&#128276; Iscriviti al canale YouTube</a></strong></p><p style="text-align: center;"><strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">&#11088; Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p style="text-align: center;"><a href="https://umbertobertonelli.it">&#127760; umbertobertonelli.it</a></p><p style="text-align: center;"><a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">&#128231; info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Revisione PIL ISTAT: perche le prime stime sono sempre troppo basse]]></title><description><![CDATA[Tra prima edizione e quinta, il PIL nominale italiano cresce in media dell'1,7%]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/revisione-pil-istat-perche-le-prime</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/revisione-pil-istat-perche-le-prime</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 25 Apr 2026 09:30:33 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/e1b1bf53-37eb-40b0-910e-7c550c42d4c9_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando ISTAT pubblica la prima stima del PIL, i telegiornali aprono con quel numero. Tre anni dopo quel numero e un altro, sistematicamente pi&#249; alto. Sul periodo 2014-2022 la quinta edizione supera la prima stima in media dell'1,4% sul PIL nominale, e con la revisione quinquennale il gap sale a 1,7%. Non succede per caso: succede quasi sempre, e la direzione della revisione e nota in anticipo.</p><h2>Cinque edizioni, cinque numeri diversi</h2><p>ISTAT non pubblica la stima del PIL una volta sola. Per ogni anno di calendario produce almeno cinque edizioni successive, ciascuna con una base informativa piu ricca della precedente. La prima esce a pochi mesi di distanza, quando molti dati fiscali e di bilancio d'impresa non sono ancora disponibili. La quinta arriva dopo piu di tre anni. A queste si aggiungono, ogni quinquennio, le revisioni coordinate europee che riassorbono cambi metodologici e nuove classificazioni.</p><p>L'<strong>Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani</strong> dell'Universit&#224; Cattolica ha quantificato il fenomeno in un lavoro di Gianmaria Olmastroni del 9 ottobre 2025. Sul periodo 2014-2022 la direzione della revisione e inequivocabile: la stima finale del PIL reale supera quella iniziale in media dello 0,9%, e il tasso di crescita reale viene rivisto al rialzo di 0,5 punti percentuali in media rispetto alla prima pubblicazione.</p><p></p><p style="text-align: center;"><strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo e un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p style="text-align: center;"></p><h2>Il biennio 2021-2022: la sottostima esplode</h2><p>Il dato medio nasconde una spaccatura netta. Nel periodo 2014-2020, prima del Covid, la sottostima del PIL nominale era contenuta allo 0,8%, con tassi di crescita rivisti solo di 0,2 punti percentuali. Errore piccolo, gestibile. Nel biennio 2021-2022, durante il rimbalzo post-Covid, il PIL nominale risulta sottostimato del 3,6% e la crescita reale viene rivista di 1,4 punti percentuali. Non e un errore. E una distorsione massiccia.</p><p>Il pattern e coerente con quanto Riccardo Trezzi, economista ed ex Federal Reserve, segnala da anni. Quando l'economia accelera in fasi di transizione rapida, gli indicatori che ISTAT usa per la stima preliminare (soprattutto quelli dal lato dell'offerta, ancora di piu nei servizi) arrivano in ritardo. Il risultato e una fotografia sottodimensionata che nessuno sospetta finche non esce la revisione tre anni dopo.</p><h2>Il collo di bottiglia dei servizi</h2><p>Innocenzo Cipolletta e Sergio De Nardis, in un lavoro citato dall'Osservatorio CPI, identificano nel settore servizi la causa dominante della sottostima. ISTAT nella prima stima usa indicatori di offerta (indici di fatturato, produzione industriale, occupazione nei servizi) che catturano bene la manifattura ma in ritardo i comparti piu dinamici dei servizi: digitale, turismo esperienziale, professioni intellettuali.</p><p>Trezzi ha sviluppato lo stesso argomento declinandolo sul divario fra PIL misurato dal lato produzione (GDP) e PIL misurato dal lato dei redditi (GDI). Quando la discrepanza fra i due lati si allarga in modo persistente, la prima stima quasi sempre si corregge al rialzo in seguito. Le soluzioni metodologiche circolano da tempo (aumentare il peso degli indicatori di domanda, integrare dati transazionali dei pagamenti digitali) ma nessuna e ancora operativa.</p><h2>Perche conta: deficit, debito, politiche</h2><p>Una revisione al rialzo del PIL nominale ha effetti meccanici su tutte le grandezze che lo hanno al denominatore. La revisione coordinata di settembre 2024 ha corretto al rialzo il livello del PIL nominale lungo l'intera serie storica: risultato, il <strong>rapporto debito/PIL e sceso automaticamente</strong> di decimali non banali, senza che il governo avesse varato alcuna riforma fiscale.</p><p>Il rovescio della medaglia e che la stessa revisione ha abbassato la crescita reale 2023 da +0,9% a +0,7% e rivisto al ribasso la prima parte del 2024. Piu PIL nominale come livello, meno dinamica reale: un rebus narrativo che il dibattito pubblico tende a semplificare nella direzione comoda al momento.</p><h2>Il caso del deficit 2025 al 3,1%</h2><p>Nel 2026 il tema e tornato ad avere rilevanza politica. Il rapporto deficit/PIL 2025 validato da Eurostat e al 3,1% (in un intervallo effettivo fra 3,04% e 3,05%, arrotondato per eccesso). A separare l'Italia dall'uscita dalla procedura di infrazione bastano ventitre milioni di euro, lo 0,001% del PIL.</p><p>Se la prima stima ISTAT del 2025 seguir&#224; il pattern storico degli ultimi nove anni, fra tre edizioni quel 3,1% sar&#224; probabilmente rivisto al ribasso. Troppo tardi per l'uscita dalla procedura, abbastanza per confermare che la fotografia su cui si e discusso del Documento di Finanza Pubblica 2026 era sfocata in partenza. Le decisioni sul PNRR, sulla riforma fiscale del 2022-2023, sui margini di manovra di bilancio sono state prese leggendo un PIL che nel frattempo era cresciuto tre punti e mezzo in piu di quanto si pensasse.</p><h2>Non e manipolazione, e un problema metodologico</h2><p>Il punto non e se ISTAT manipola i dati. Non lo fa. Il punto e un altro: un sistema che sistematicamente sottostima la crescita in fasi di ripresa, e poi corregge al rialzo a posteriori, produce decisioni di politica economica allineate alla realta? Oppure consegna al decisore pubblico una fotografia scaduta di cio che sta succedendo mentre succede?</p><p>Non e nemmeno un problema solo italiano. Le stesse critiche si sono viste per la prima stima BEA del PIL USA nel primo trimestre 2025, pubblicato a -0,3% annualizzato e successivamente rivisto. La differenza e che in Italia l'intensita della sottostima e piu alta, il peso politico del decimale sul deficit e piu grande, e la finestra di attenzione pubblica sulla revisione successiva e piu stretta.</p><h2>Dashboard interattiva</h2><p>Sul sito ho costruito una dashboard navigabile con tutti i grafici delle revisioni per edizione, il confronto fra i due sottoperiodi e i KPI aggregati: <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/revisione-pil-istat/">https://www.umbertobertonelli.it/macro/revisione-pil-istat/</a></p><h2>Fonti</h2><ul><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-i-primi-dati-istat-sottostimano-sistematicamente-il-pil">Osservatorio CPI Cattolica, Olmastroni, "I primi dati Istat sottostimano sistematicamente il Pil", 9 ottobre 2025</a></p></li><li><p><a href="https://lavoce.info/archives/107719/le-importazioni-il-pil-e-gli-errori-di-misurazione/">Trezzi e Monacelli, "Le importazioni, il Pil e gli errori di misurazione", lavoce.info, 2025</a></p></li><li><p><a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/09/Conti-economici-nazionali-Anni-2023-2024.pdf">ISTAT, Conti economici nazionali, anni 2023-2024, settembre 2025</a></p></li><li><p><a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/03/PIL-E-INDEBITAMENTO-AP_Anni-2023-2025.pdf">ISTAT, PIL e indebitamento AP, anni 2023-2025, marzo 2026</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti e piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo pezzo e tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong></p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a> &#8212; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Renzi contro Vannacci a Pulp Podcast: quattro punti in cui nessuno dei due dice tutta la verità]]></title><description><![CDATA[Fact-check del confronto su immigrazione, Ucraina, sicurezza urbana, energia. Dati sostanzialmente corretti, montaggio strumentale.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/renzi-contro-vannacci-a-pulp-podcast</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/renzi-contro-vannacci-a-pulp-podcast</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Wed, 22 Apr 2026 04:45:56 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/4b42289a-97cb-4c0a-9bbc-efa13bbd45a5_1280x720.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Matteo Renzi e Roberto Vannacci, un'ora e mezza di confronto su Pulp Podcast. Sui quattro temi caldi del 2026 (immigrazione, guerra in Ucraina, sicurezza urbana, energia) entrambi citano numeri. Quasi tutti corretti. Il problema non sono i dati: &#232; l'ordine con cui vengono messi in fila. La tesi di questo pezzo &#232; semplice: entrambi scelgono il fotogramma che fa comodo, entrambi lo fanno perch&#233; funziona, e il cittadino resta con due verit&#224; opposte costruite sugli stessi numeri.</p><p style="text-align: center;"><strong>&#127916; Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">Renzi contro Vannacci: chi mente sui numeri? Fact-check del confronto</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; sul canale EconomiaItalia. </em></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto DrElegantia! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.</p></div><form class="subscription-widget-subscribe"><input type="email" class="email-input" name="email" placeholder="Digita la tua email&#8230;" tabindex="-1"><input type="submit" class="button primary" value="Iscriviti"><div class="fake-input-wrapper"><div class="fake-input"></div><div class="fake-button"></div></div></form></div></div><h2>Nucleo 1. Immigrazione e rimpatri: il numeratore e il denominatore</h2><p>Vannacci attacca: "con il vostro governo ci sono meno rimpatri che col nostro". Renzi replica che i dati di Piantedosi sono stati smentiti da Eurostat. Entrambi dicono una parte di verit&#224;, entrambi la scelgono con cura.</p><p>Partiamo dal numeratore. Il Dossier Viminale Ferragosto 2025 dice che nel 2024 il governo Meloni ha rimpatriato 5.414 migranti, pi&#249; 14% rispetto ai 4.751 del 2023. Nei primi sette mesi del 2025 siamo a 3.463, pi&#249; 12% sull'anno prima. La crescita &#232; reale. Ma la serie storica &#232; spietata: il massimo &#232; del 2019, con 6.531 rimpatri forzati, sotto il governo Conte I e con la gestione Salvini al Viminale. Nel triennio 2017-2019 la media mensile oscillava fra 533 e 544. Nel 2024 siamo a 451 al mese, nel 2025 a 495. Ancora sotto il picco. Fonte: <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/numeri-rimpatri-migranti-governo-meloni">Pagella Politica, "Il governo Meloni rimpatria ancora meno migranti del passato"</a>, su dati Ministero dell'Interno e Garante Nazionale. Vannacci quindi ha torto sulla direzione della freccia: i rimpatri del centrodestra Renzi-Gentiloni erano pi&#249; alti, non pi&#249; bassi.</p><p>Poi c'&#232; il denominatore, ed &#232; dove Renzi si taglia da solo. Il record storico degli sbarchi non &#232; del 2023 di Meloni (158 mila), &#232; del 2016 di Renzi: 181.436 arrivi, massimo di sempre. Al Senato, nel marzo 2024, Renzi ha scelto di citare come termine di paragone il 2015 (153 mila), tacendo sul 2016. Non &#232; una dimenticanza: &#232; una selezione. Fonte: <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/renzi-record-sbarchi-migranti">Pagella Politica, "Renzi dimentica che c'era lui al governo con il record degli sbarchi"</a>.</p><p>Se si fa il rapporto fra rimpatri e sbarchi anno per anno il quadro si riequilibra. Nel 2016 Renzi rimpatriava circa il 3% di chi arrivava, nel 2024 Meloni rimpatria fra il 5% e l'8% a seconda del denominatore scelto. Ratio pi&#249; alto, numeratore pi&#249; basso. Renzi rimpatriava di pi&#249; in assoluto perch&#233; gli arrivi erano il triplo e la macchina aveva pi&#249; "bacino". Meloni rimpatria proporzionalmente di pi&#249; perch&#233; gli arrivi sono crollati. Nessuno dei due mente: nessuno dei due riconosce che, sulla metrica dell'altro, l'altro ha ragione.</p><p>La serie storica completa di sbarchi e rimpatri dal 2013 al 2026, con il rapporto rimpatri su sbarchi anno per anno, le rotte Frontex verso l'UE (Mediterraneo centrale, Balcani occidentali, Mediterraneo orientale, Atlantica, Mediterraneo occidentale) e lo stock di stranieri residenti nei Paesi UE diviso per cittadinanza UE vs extra-UE, sono tutte visualizzate nella <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/sbarchi-rimpatri/">dashboard pubblica sbarchi e rimpatri</a> di questo sito. &#200; lo strumento di verifica indipendente che manca nel dibattito: aperto, aggiornato al Cruscotto del Ministero dell'Interno e al Dossier Viminale, senza cherry-picking.</p><p style="text-align: center;"><strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br> Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>Il pulsante &#232; qui sotto. </em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Nucleo 2. Ucraina: la cronologia che non si pu&#242; aggirare</h2><p>Vannacci, nel podcast, sostiene che "l'invasione della Russia nei confronti dell'Ucraina non inizia nel 2022, ma &#232; il risultato di un decennio di manovre contro la Russia". &#200; una tesi storica precisa, e si pu&#242; verificare riga per riga.</p><p>La rivoluzione di Maidan non &#232; stata un'operazione organizzata dagli Stati Uniti. &#200; stata una protesta popolare spontanea iniziata il 21 novembre 2013, detonata dalla decisione di Viktor Janukovyc di non firmare l'Accordo di Associazione con l'Unione Europea, in trattativa da due anni. Le proteste durano mesi, cadono sotto il fuoco dei cecchini, a febbraio 2014 Janukovyc fugge. Subito dopo Putin manda truppe senza insegne in Crimea. A marzo 2014 la Russia annette la Crimea. Ad aprile gruppi armati filo-russi prendono il controllo di parti del Donbass. Non lo dice questo pezzo: lo dicono l'atto di annessione firmato da Putin, le indagini dell'OSCE, la risoluzione 68/262 dell'Assemblea Generale ONU del 27 marzo 2014, votata contro la Russia. Fonte: <a href="https://lavoce.info/archives/93761/cosi-il-diritto-internazionale-condanna-la-guerra-in-ucraina/">Gasbarri, "Cos&#236; il diritto internazionale condanna la guerra in Ucraina", Lavoce.info</a>.</p><p>Il "decennio di manovre contro la Russia" &#232;, per la parte che riguarda i fatti, la cronaca dell'unica cosa successa al rovescio: dal 2014 in poi l'Ucraina &#232; stata invasa dalla Russia, prima in versione ibrida, poi in versione totale nel febbraio 2022. Sui negoziati di Istanbul del marzo 2022, ISPI ricorda che i colloqui ci sono stati davvero, ma l'idea che "la guerra sarebbe finita allora" resta un controfattuale politico, non un fatto verificabile. Fonte: <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-ruolo-della-turchia-come-mediatore-tra-lucraina-e-la-russia-214376">ISPI, "Il ruolo della Turchia come mediatore fra l'Ucraina e la Russia"</a>.</p><h2>Nucleo 3. Il 50% di Vannacci e il caso Massa di Renzi</h2><p>Renzi attacca la destra sul suo terreno: il caso Bongiorni. Giacomo Bongiorni, 47 anni, aggredito a Massa l'11 aprile 2026, morto nei giorni successivi. Cinque indagati: due maggiorenni rumeni e tre minorenni, fra cui un diciassettenne italiano nato da genitori albanesi indicato come autore del pugno fatale. Sindaco della Lega, presidente del Consiglio Meloni, ministro dell'Interno Piantedosi. Fonte: <a href="https://tg24.sky.it/cronaca/2026/04/14/omicidio-giacomo-bongiorni-indagini-news">Sky TG24, 14 aprile 2026</a>. Renzi non inventa nulla.</p><p>Vannacci risponde con un dato secco: "il 50% dei furti e delle rapine &#232; commesso da immigrati". Il dato, arrotondato, &#232; sostanzialmente corretto. Il rapporto 2023 del Ministero dell'Interno indica che gli stranieri sono il 45,5% dei denunciati per furto e il 47,3% per rapina nel 2022. Fonte: <a href="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2023-05/la_criminalita-_tra_realta_e_percezione.pdf">Ministero dell'Interno, "La criminalit&#224;: tra realt&#224; e percezione"</a>.</p><p>Appena si guarda al denominatore il quadro cambia. Gli stranieri residenti sono l'8,5% della popolazione, ma il tasso di denuncia per 100 abitanti &#232; 1,14 per gli italiani contro circa 5,1 per gli stranieri nel complesso. Se separiamo regolari e irregolari, il gap collassa quasi tutto sulla componente clandestina: stranieri regolari circa 1,5 volte il tasso italiano (in linea, una volta corretto per et&#224; e sesso), stranieri irregolari circa 30 volte. Gli studi Barbagli-Pinotti indicano moltiplicatori di 52 per il furto e 31 per la rapina fra irregolari e italiani. Il "50%" non misura una propensione al reato degli immigrati: misura l'effetto dell'irregolarit&#224;. Fonte: <a href="https://lavoce.info/archives/98009/immigrati-criminalita-un-legame-smentito-dai-dati/">Lavoce.info, "Immigrati-criminalit&#224;, un legame smentito dai dati"</a>; <a href="https://www.welforum.it/gli-stranieri-delinquono-di-piu/">Welforum, "Gli stranieri delinquono di pi&#249;?"</a>. Tutte le visualizzazioni (moltiplicatori per tipo di reato, serie storica del decoupling immigrazione-criminalit&#224; 2004-2024, piramide demografica italiani vs stranieri per sesso e classe di et&#224;) sono consultabili nella sezione "Criminalit&#224; per cittadinanza" della <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/sbarchi-rimpatri/">dashboard sbarchi e rimpatri</a>.</p><p>Ci sono poi due numeri che nessuno dei due cita. Primo: le vittime di reati violenti in Italia sono passate da 2,4 ogni 100 abitanti nel 2016 a 1,3 nel 2023. Quasi dimezzate. Fonte: <a href="https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/sdgs/2023/goal16.pdf">ISTAT, Rapporto SDGs 2023, Goal 16</a>. Secondo: nel 2024 il Viminale registra un pi&#249; 1,7% nei delitti denunciati, con rapine tornate a 28.000 casi (livelli 2017-2018) e minori denunciati pi&#249; 30% sul pre-Covid. La percezione di insicurezza &#232; salita al 26,6% delle famiglie nel 2024. Sul lungo periodo il paese &#232; pi&#249; sicuro di dieci anni fa, sul breve rimbalza. Nessuno dei due contendenti si fa carico di questa frattura. Ed &#232; esattamente in quella frattura che si vincono le elezioni.</p><h2>Nucleo 4. Energia: dipendenze di flusso e dipendenze di stock</h2><p>Vannacci definisce le rinnovabili "una bufala" e sostiene che le biomasse sono "il pi&#249; grande combustibile autarchico" che l'Italia abbia. Aggiunge che la Cina controlla il 70% delle terre rare e che l'80% dell'energia mondiale viene ancora dai fossili. Renzi risponde rivendicando il cambio di strategia di Eni sotto Descalzi, la diversificazione verso Algeria, Azerbaijan e LNG americano, e alza il dito su Hormuz.</p><p>Vannacci ha ragione sui dati di cornice. I combustibili fossili coprono ancora circa l'80% dell'energia primaria globale nel 2024. Fonte: <a href="https://ourworldindata.org/energy-mix">Our World in Data, "Energy Mix"</a>. Il controllo cinese sulla filiera dei materiali critici &#232; reale, anzi superiore al 70%: Bruegel segnala quote oltre l'85% sulla raffinazione. Fonte: <a href="https://www.bruegel.org/analysis/eus-dependence-imported-critical-raw-materials">Bruegel, "The EU dependence on foreign imports"</a>.</p><p>Da queste premesse Vannacci tira per&#242; una conclusione che non segue dai dati: "le rinnovabili sono una bufala". &#200; un salto logico, non un fatto. La distinzione che nessuno dei due contendenti fa esplicita, e che &#232; il cuore di questo nucleo, &#232; fra dipendenza di flusso e dipendenza di stock. Il gas crea una dipendenza di flusso: ogni inverno devi continuare a comprare molecole, e ogni giorno sei esposto a shock di prezzo, sanzioni, interruzioni. Pannelli solari, turbine, reti creano una dipendenza di stock: il nodo &#232; chi controlla l'industria iniziale e la raffinazione dei materiali, e si gestisce con stoccaggi, riciclo, diversificazione e politica industriale. Sostituire una dipendenza di flusso con una di stock non &#232; una "bufala", &#232; un cambio di geometria del rischio. Fonte: <a href="https://www.sustainabilitybynumbers.com/p/low-carbon-minerals">Hannah Ritchie, "Minerals vs. fossil fuels", Sustainability by Numbers</a>.</p><p>Sulle biomasse "autarchiche", il generale canta fuori dalle righe. Il potenziale realistico del biometano italiano, secondo Consorzio Italiano Biogas e Snam, &#232; fra 8 e 15 miliardi di metri cubi al 2050. I consumi italiani di gas naturale oggi sono circa 60 miliardi di metri cubi. Al meglio, il biometano copre un quarto del fabbisogno a met&#224; secolo: un pezzo del mix, non la scorciatoia. Fonte: <a href="https://www.cib-biogas.it/">Consorzio Italiano Biogas</a>.</p><p>Renzi ha invece ragione sulla diversificazione. L'Algeria via TransMed &#232; il primo fornitore europeo di gas via condotta (oltre 17% nel 2025), l'Azerbaijan alimenta la rotta Caspio-Puglia via TAP, i rigassificatori di Piombino e Ravenna sono attivi, gli Stati Uniti sono diventati il primo esportatore di LNG verso l'UE (56% delle importazioni via nave nel 2025). Ha anche ragione a mettere sul tavolo Hormuz: circa un quarto del GNL italiano arriva dal Qatar e passa da quello stretto. Se il corridoio si chiude, i rigassificatori servono a met&#224;. Fonti: <a href="https://www.acer.europa.eu/">ACER, European wholesale gas markets</a>; <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lo-stretto-di-hormuz-e-la-sicurezza-energetica-italiana">ISPI, "Lo stretto di Hormuz e la sicurezza energetica italiana"</a>. La formula corretta, a memoria del cittadino, non &#232; "autarchia totale" e non &#232; "il solito passo indietro". &#200; "minore vulnerabilit&#224; esterna". Si misura in stoccaggi, terawattora di rinnovabili installati ogni anno, domanda tagliata con efficienza, materiali critici riciclati, fornitori di GNL diversificati, ripartenza dell&#8217;industria nucleare. Nessuno dei due contendenti, nel podcast, porta sul tavolo questa lista.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://pagellapolitica.it/articoli/numeri-rimpatri-migranti-governo-meloni">Pagella Politica, "Il governo Meloni rimpatria ancora meno migranti del passato"</a></p></li><li><p><a href="https://pagellapolitica.it/articoli/renzi-record-sbarchi-migranti">Pagella Politica, "Renzi dimentica che c'era lui al governo con il record degli sbarchi"</a></p></li><li><p><a href="https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati">Ministero dell'Interno, Cruscotto statistico giornaliero sbarchi</a></p></li><li><p><a href="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2023-05/la_criminalita-_tra_realta_e_percezione.pdf">Ministero dell'Interno, "La criminalit&#224;: tra realt&#224; e percezione"</a></p></li><li><p><a href="https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/sdgs/2023/goal16.pdf">ISTAT, Rapporto SDGs 2023, Goal 16 (vittime reati violenti)</a></p></li><li><p><a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/11/Report_Percezione-della-sicurezza_2022-23.pdf">ISTAT, Percezione della sicurezza 2022-23</a></p></li><li><p><a href="https://lavoce.info/archives/98009/immigrati-criminalita-un-legame-smentito-dai-dati/">Lavoce.info, "Immigrati-criminalit&#224;, un legame smentito dai dati"</a></p></li><li><p><a href="https://lavoce.info/archives/93761/cosi-il-diritto-internazionale-condanna-la-guerra-in-ucraina/">Gasbarri, "Cos&#236; il diritto internazionale condanna la guerra in Ucraina", Lavoce.info</a></p></li><li><p><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-ruolo-della-turchia-come-mediatore-tra-lucraina-e-la-russia-214376">ISPI, negoziati Turchia 2022</a></p></li><li><p><a href="https://ourworldindata.org/energy-mix">Our World in Data, "Energy Mix" (quota fossili 80%)</a></p></li><li><p><a href="https://www.bruegel.org/analysis/eus-dependence-imported-critical-raw-materials">Bruegel, dipendenza UE da materiali critici</a></p></li><li><p><a href="https://www.sustainabilitybynumbers.com/p/low-carbon-minerals">Ritchie, "Minerals vs. fossil fuels", Sustainability by Numbers</a></p></li><li><p><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lo-stretto-di-hormuz-e-la-sicurezza-energetica-italiana">ISPI, Hormuz e sicurezza energetica italiana</a></p></li><li><p><a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/sbarchi-rimpatri/">Dashboard sbarchi e rimpatri 2013-2026 (EconomiaItalia)</a>: dashboard interattiva con serie storiche sbarchi 2013-2026, rimpatri 2014-2025, rotte Frontex UE, stranieri residenti UE top 10 + Italia (split UE/extra-UE), criminalit&#224; per cittadinanza</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>&#128236; Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia.</p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong></p><p><strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p><a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a></p><p><a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p><div class="subscription-widget-wrap-editor" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti&quot;,&quot;language&quot;:&quot;it&quot;}" data-component-name="SubscribeWidgetToDOM"><div class="subscription-widget show-subscribe"><div class="preamble"><p class="cta-caption">Grazie per aver letto DrElegantia! 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Cosa dicono davvero i dati]]></title><description><![CDATA[Un reel virale sostiene tre cose: gli immigrati abbassano i salari, distruggono la coesione sociale, e le pensioni se le pagheranno gli italiani da soli.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/salari-bassi-colpa-degli-immigrati</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/salari-bassi-colpa-degli-immigrati</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 18 Apr 2026 09:41:48 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/4cf349e6-9cfe-42ef-9b6e-b5511a3cd3e4_1674x939.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un reel virale sostiene tre cose: gli immigrati abbassano i salari, distruggono la coesione sociale, e le pensioni se le pagheranno gli italiani da soli. Tre tesi forti, accompagnate da grafici, citazioni di studi e una bella dose di indignazione. Il problema &#232; che, andando a leggere i documenti originali, ci si accorge che molti pezzi non tornano. Vediamo perch&#233;.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://youtu.be/3Ei4i3Ayt0s">Salari bassi: colpa degli immigrati?</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>Il grafico che non dice quello che vorrebbero</h2><p>Il punto di partenza del reel &#232; un grafico mostrato a sostegno della tesi che gli immigrati farebbero scendere i salari. Quando si va a cercare la fonte originale, si scopre che si tratta di un articolo del Bureau of Labor Statistics americano, pubblicato nel 2011 sulla Monthly Labor Review, che analizza la rappresentanza sindacale dei lavoratori immigrati negli Stati Uniti.</p><p>Gi&#224; qui ci sono due problemi. Primo: il grafico non misura i salari. Misura il numero di lavoratori immigrati con stipendio fisso (circa 18 milioni nel 2010) confrontato con quello dei lavoratori nativi (circa 104 milioni). &#200; un dato sulla composizione della forza lavoro, non sul livello delle retribuzioni. Secondo: si tratta di dati statunitensi, in un contesto economico, demografico e di mercato del lavoro completamente diverso da quello italiano.</p><p>Quando si parla di lavoro e salari italiani, i confronti sensati sono con la Spagna o la Francia, non con gli Stati Uniti. Il salto logico tra &#8220;ecco un grafico USA del 2011 sui sindacati&#8221; e &#8220;ecco perch&#233; in Italia i salari sono bassi&#8221; non lo fa il grafico: lo fa chi commenta sopra il grafico.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p style="text-align: center;"></p><h2>Le pensioni le pagano davvero gli immigrati?</h2><p>Il reel sostiene che la sinistra abbia raccontato per anni la favola degli immigrati come salvatori del sistema pensionistico. Su questo punto bisogna dare ragione: quel racconto &#232; effettivamente stato fatto, ed &#232; altrettanto distante dai documenti originali quanto le tesi del reel.</p><p>Cosa dice davvero la Ragioneria Generale dello Stato negli scenari di medio-lungo periodo del sistema pensionistico? Che l&#8217;apporto migratorio &#232; considerato in linea generale positivo. In nessun punto del documento, per&#242;, si argomenta che la maggiore immigrazione sia condizione sufficiente a portare il sistema in equilibrio. &#200; un fattore tra molti.</p><p>Per sostenere la spesa pensionistica servirebbe, secondo l&#8217;analisi dell&#8217;Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, una crescita della produttivit&#224;, maggiore occupazione. Quest&#8217;ultimo punto &#232; fortemente collegato alla forza lavoro, e di conseguenza al numero di persone attive. Questo comporta che un fattore preponderante sia il saldo migratorio che pu&#242; essere contrastato attraverso una riduzione dell&#8217;emigrazione dei giovani italiani verso altri paesi e un aumento degli immigrati. C&#8217;&#232; anche il tema della natalit&#224; che pu&#242; incidere, ma parliamo di effetti di medio-lungo termine, in quanto non ci dividiamo per gemmazione. Sono tutti fattori che farebbero crescere il PIL e quindi la sostenibilit&#224; del sistema.</p><h2>Pi&#249; immigrati, pi&#249; disoccupazione giovanile? Il grafico che non torna</h2><p>Veniamo al cuore della tesi del reel: gli immigrati toglierebbero lavoro ai giovani italiani. Vediamo se l&#8217;argomento regge a un controllo empirico minimo.</p><p>I residenti stranieri in Italia, secondo i dati OCPI, sono passati da poco meno di 1,5 milioni nel 2000 a circa 5,5 milioni nel 2024. Una crescita di oltre tre volte e mezzo in 24 anni. Se la tesi fosse vera, in questo stesso arco di tempo dovremmo vedere una crescita altrettanto marcata della disoccupazione giovanile.</p><p>Cosa &#232; successo invece? Il tasso di disoccupazione 15-24 anni in Italia, secondo Trading Economics, &#232; in trend decrescente da diversi anni e ha recentemente toccato i minimi storici. L&#8217;occupazione nella fascia 20-29 anni &#232; passata da circa il 40% nel 2015 a circa il 49% nel 2024. Resta un dato basso nel confronto europeo, sia chiaro, ma il movimento &#232; in direzione opposta a quella che la tesi del reel prevederebbe.</p><p>Qui serve una precisazione tecnica importante: disoccupazione e occupazione non sono l&#8217;una il complemento dell&#8217;altra. Il tasso di disoccupazione misura quante persone, tra chi cerca attivamente lavoro, non lo trova. Il tasso di occupazione misura quante persone, tra il totale della popolazione di una certa fascia d&#8217;et&#224;, lavorano. Sono due indicatori diversi che possono muoversi anche in modo non simmetrico, soprattutto in presenza di NEET (giovani che n&#233; lavorano n&#233; studiano n&#233; cercano lavoro). Ma in entrambi i casi, i dati italiani non confermano la correlazione che il reel suggerisce.</p><h2>Il decreto flussi e il dato che cambia tutto</h2><p>Il reel cita il decreto flussi e il numero di 500.000 ingressi previsti nei prossimi 3 anni. La cifra &#232; grossomodo corretta sulla carta. Quello che il reel non dice &#232; cosa succede a quei numeri quando si confrontano con la realt&#224; operativa.</p><p>L&#8217;indagine di Ero Straniero sul monitoraggio dei flussi 2025 mostra che solo il 7,8% delle quote di ingresso stabilite dal governo si &#232; effettivamente trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili. Nel 2023 era il 13%. Per i flussi legati ai click day di dicembre 2023, dopo un anno dalla misura, sono stati rilasciati complessivamente 37.000 visti, pari al 50,8% dei nulla osta concessi (74.000).</p><p>Il meccanismo si inceppa soprattutto al momento dell&#8217;ingresso in Italia, nella fase che coinvolge le rappresentanze diplomatiche nei paesi d&#8217;origine. Risultato: molti lavoratori, pur avendo un nulla osta, non riescono a completare l&#8217;iter, e se il rapporto di lavoro si interrompe prima della conclusione della procedura, finiscono per perdere ogni possibilit&#224; di regolarizzazione, scivolando nel sommerso.</p><p>C&#8217;&#232; poi un dato ancora pi&#249; importante per il dibattito: come emerge dal report, una parte rilevante dei lavoratori che entrano in Italia tramite il decreto flussi era in realt&#224; gi&#224; presente sul territorio italiano. Il decreto, in molti casi, regolarizza posizioni esistenti pi&#249; che importare nuova manodopera. Il che indebolisce molto la tesi della &#8220;concorrenza sleale&#8221; tra lavoratori importati e lavoratori italiani.</p><h2>L&#8217;effetto sui salari: cosa dice davvero la ricerca</h2><p>Veniamo alla domanda chiave: l&#8217;immigrazione abbassa i salari dei lavoratori italiani?</p><p>Lo studio italiano pi&#249; recente che ho trovato sulla questione, va a guardare la distribuzione dei salari (non solo la media). Il risultato &#232; interessante: l&#8217;impatto complessivo sul salario medio e mediano dei nativi &#232; positivo, mentre risulta negativo per il 20&#176; percentile della distribuzione. Tradotto: i lavoratori italiani con i salari pi&#249; bassi possono effettivamente subire un effetto negativo dalla concorrenza dei lavoratori immigrati, mentre la fascia media e medio-alta tende a guadagnarci o a non risentirne.</p><p>La risposta, quindi, non &#232; &#8220;s&#236;&#8221; o &#8220;no&#8221;. &#200; &#8220;dipende da chi guardi nella distribuzione&#8221;. E questa &#232; esattamente la sfumatura che si perde nei reel di 90 secondi.</p><p>A livello internazionale, una meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Working Paper CEPS ha messo insieme 88 studi pubblicati tra il 1985 e il 2023 sull&#8217;effetto dell&#8217;immigrazione sui salari dei nativi. Il risultato medio &#232; prossimo a zero. Effetto medio prossimo a zero non vuol dire &#8220;nessun effetto su nessuno&#8221;: vuol dire che gli effetti positivi e negativi tendono a compensarsi nell&#8217;aggregato. Ed &#232; esattamente il motivo per cui guardare le distribuzioni, come fa lo studio italiano, &#232; pi&#249; informativo che guardare le medie.</p><h2>Il caso H1B: vale per gli USA, non per l&#8217;Italia</h2><p>Il reel cita il programma H1B americano come prova che l&#8217;immigrazione qualificata abbassa i salari. Lo scandalo &#232; reale, ed &#232; ben documentato. L&#8217;Economic Policy Institute ha mostrato come due grandi societ&#224; di outsourcing IT con sede in India, Infosys e Tata Consulting Services, abbiano usato sistematicamente il programma H1B per sostituire lavoratori americani con lavoratori stranieri pagati molto meno. Pratica che, come documenta un secondo report EPI, si &#232; poi diffusa anche ad altre aziende del settore tech.</p><p>Tutto vero. Solo che l&#8217;argomento ha poco a che fare con il mercato del lavoro italiano. Stiamo parlando di un settore (tech) in cui in Italia abbiamo una presenza marginale, di un meccanismo di importazione di lavoratori altamente qualificati con salari nell&#8217;ordine dei 120-130mila dollari, e di un sistema di visti che semplicemente non esiste nel nostro ordinamento.</p><p>L&#8217;Italia ha un problema di salari stagnanti, ma la causa principale, come ha documentato Banca d&#8217;Italia in vari studi, &#232; la bassa produttivit&#224; del nostro sistema produttivo. Puntiamo da decenni su settori a basso valore aggiunto, e i salari ne riflettono la marginalit&#224;. Importare lo schema esplicativo dell&#8217;H1B in questo contesto significa risolvere un problema italiano con strumenti analitici pensati per un altro paese, un altro settore, un&#8217;altra economia.</p><h2>Quindi, di chi &#232; la colpa dei salari bassi?</h2><p>Il punto di arrivo &#232; meno spettacolare di quello del reel, ma pi&#249; aderente ai dati. L&#8217;immigrazione in Italia non &#232; la causa dei salari bassi: per la maggior parte dei lavoratori italiani, l&#8217;effetto &#232; nullo o positivo, e a livello aggregato la meta-analisi internazionale conferma che gli effetti tendono a compensarsi.</p><p>Allo stesso tempo, l&#8217;immigrazione non &#232; la salvezza miracolosa del sistema pensionistico, come si &#232; raccontato per anni dall&#8217;altra parte del dibattito. &#200; un fattore tra molti, importante ma non risolutivo, in un quadro in cui senza crescita della produttivit&#224; e dell&#8217;occupazione il sistema rimane comunque sotto pressione.</p><p>Il vero nodo dei salari italiani sta da un&#8217;altra parte: nella struttura produttiva del paese, nei settori a basso valore aggiunto su cui ci siamo specializzati, nella crescita della produttivit&#224; che da decenni non decolla. Sono problemi pi&#249; difficili da spiegare in 90 secondi di reel verticale, e probabilmente &#232; anche per questo che si preferisce raccontare la storia pi&#249; semplice. Ma chi legge dati, e non titoli, dovrebbe sapere che le storie semplici sono quasi sempre quelle sbagliate.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.ismu.org/wp-content/uploads/2026/02/31_Rapporto-ISMU_2025_Web.pdf">31&#176; Rapporto ISMU 2025</a> sull&#8217;immigrazione in Italia</p></li><li><p><a href="https://erostraniero.it/wp-content/uploads/2025/02/MonitoraggioFlussi2025.pdf">Ero Straniero, Monitoraggio Flussi 2025</a> sui dati del decreto flussi e dei click day</p></li><li><p><a href="https://ideas.repec.org/p/cii/cepidt/2025-07.html">CEPII Working Paper 2025-07</a> sull&#8217;effetto dell&#8217;immigrazione sulla distribuzione dei salari dei nativi in Italia</p></li><li><p><a href="https://statistiques.public.lu/dam-assets/catalogue-publications/working-papers-CEPS/2014/working-paper-ceps-05-14-EN.pdf">CEPS Working Paper</a> meta-analisi internazionale sull&#8217;effetto dell&#8217;immigrazione sui salari</p></li><li><p><a href="https://www.epi.org/publication/new-evidence-widespread-wage-theft-in-the-h-1b-program/">Economic Policy Institute</a> sulle violazioni salariali nel programma H1B americano</p></li><li><p><a href="https://www.epi.org/blog/new-data-infosys-tata-abuse-h-1b-program/">Economic Policy Institute</a> sui dati relativi a Infosys e Tata Consulting Services nel programma H1B</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il 2% NATO e i dodici miliardi che nessuno ha speso]]></title><description><![CDATA[Venticinquemila soldati fantasma, la voce 'altro' al 30%, e il metodo Crosetto per raggiungere un obiettivo senza spendere un euro in pi&#249;.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-2-nato-e-i-dodici-miliardi-che</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/il-2-nato-e-i-dodici-miliardi-che</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Thu, 16 Apr 2026 04:44:34 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/bfe76a69-b5b4-4205-8666-b7b51e380202_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h2>il giorno in cui tutti raggiunsero il 2%</h2><p>Nel 2025 l'Italia ha aumentato la spesa militare dichiarata alla NATO di quasi 12 miliardi di euro. In un solo anno. Un balzo del 36%, senza precedenti nella storia recente del bilancio della difesa. Eppure nessuno ha votato una legge per stanziare quei soldi, nessun concorso ha arruolato nuovi soldati, nessun contratto per nuove navi o aerei &#232; stato reso pubblico.</p><p>Dodici miliardi di euro sono una cifra considerevole: pi&#249; dell'intero bilancio del Ministero della Giustizia, per intenderci. Dove sono finiti? La risposta, come vedremo, &#232; tanto semplice quanto imbarazzante: da nessuna parte. Non sono stati spesi. Sono stati "trovati", il che &#232; cosa assai diversa.</p><p>Il Rapporto annuale del Segretario Generale della NATO, pubblicato a marzo 2026, indica per l'Italia una spesa di 45.325 milioni di euro nel 2025, contro i 33.402 milioni del 2024. Il rapporto spesa/PIL ha cos&#236; superato la soglia del 2%. Per la prima volta nella storia dell'Alleanza, tutti i Paesi membri hanno raggiunto l'obiettivo. Tutti. Contemporaneamente. Dopo anni di fallimenti sistematici. Chi abbia un minimo di dimestichezza con le dinamiche di bilancio di trenta Paesi diversi trover&#224; la coincidenza, diciamo cos&#236;, statisticamente improbabile.</p><p style="text-align: center;">&#127916;<strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">Il 2% della difesa: un trucco contabile con la bandiera NATO</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>l'arte di contare ci&#242; che gi&#224; esiste</h2><p>L'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell'Universit&#224; Cattolica (OCPI), diretto da Giampaolo Galli, ha analizzato la composizione di quell'aumento, e il risultato &#232; istruttivo. Nella nota di novembre 2025, l'incremento di 12,5 miliardi era attribuito per il 62% alla voce "altro" e per il 36% agli armamenti. Nei dati aggiornati di marzo 2026 la composizione &#232; gi&#224; cambiata: 38% "altro", 35% personale, 24% armamenti.</p><p>Fermiamoci un momento su questo punto, perch&#233; &#232; rivelatore. La composizione di un aumento gi&#224; dichiarato viene rivista radicalmente nel giro di pochi mesi. Non stiamo parlando di aggiustamenti marginali: la voce "personale" passa dallo 0% al 35% del totale. O cambia il denominatore, o cambia la metodologia di classificazione, o (ipotesi pi&#249; generosa) qualcuno stava ancora decidendo in quale colonna mettere i numeri. In tutti e tre i casi, non &#232; esattamente il segno di un processo contabile rigoroso.</p><h2>venticinquemila soldati che nessuno ha arruolato</h2><p>La voce personale merita un'attenzione particolare. I dati NATO indicano che i militari italiani sarebbero passati da 173.000 nel 2024 a 198.000 nel 2025: venticinquemila unit&#224; in pi&#249;. Un numero enorme, che in qualsiasi Paese normale implicherebbe concorsi pubblici, piani di addestramento, infrastrutture logistiche, discussioni parlamentari.</p><p>Problema: come rileva puntualmente l'OCPI, questo aumento "non &#232; contemplato n&#233; dalla Legge di Bilancio per il 2025 n&#233; dal Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa per il triennio 2025-2027." Il Parlamento non ha votato 25.000 nuovi soldati. Non ci sono stati concorsi, arruolamenti, caserme aperte. Niente di niente.</p><p>La spiegazione pi&#249; probabile &#232; anche la pi&#249; prosaica: si tratta di personale gi&#224; in servizio presso corpi come la Guardia di Finanza e le Capitanerie di Porto, che prima non erano conteggiati come forze armate e che sono stati "riclassificati" nella definizione NATO. Non un soldato in pi&#249;. Non un fucile in pi&#249;. Solo un'etichetta diversa su un foglio Excel. Il contributo italiano alla difesa collettiva dell'Alleanza resta identico a ieri, ma il numero sul rapporto del Segretario Generale &#232; pi&#249; bello. Missione compiuta, verrebbe da dire.</p><p style="text-align: center;">&#128236;<strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l'Italia: economia, lavoro, spesa pubblica. Niente spam, solo contenuti.<br>&#128071;<em>Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>la voce "altro", ovvero il metodo crosetto</h2><p>La voce "altro" nella spesa militare italiana dichiarata alla NATO &#232; passata dal rappresentare storicamente il 12% del totale al 30% nel 2025. Non si tratta di una nuova categoria di spesa: sono voci che esistevano gi&#224;, finanziate con altri capitoli, e che sono state semplicemente spostate nella colonna giusta (o sbagliata, a seconda dei punti di vista).</p><p>Il ministro Crosetto, in audizione parlamentare nel luglio 2025, lo ha detto con una franchezza che sarebbe ammirevole se non fosse preoccupante. Ha dichiarato di aver raggiunto il 2% "aumentando il focus militare su forza, capacit&#224; e ambiti che finora non avevamo calcolato, quindi Guardia di finanza, Capitanerie, spazio e cyber."</p><p>Leggiamo bene, perch&#233; le parole contano: "ambiti che finora non avevamo calcolato." Non "ambiti su cui abbiamo investito di pi&#249;." Non "nuove capacit&#224; che abbiamo sviluppato." Ambiti che abbiamo iniziato a contare. Come ha scritto efficacemente Il Foglio il 27 marzo 2026: "una cosa &#232; spendere di pi&#249; per la difesa, e un'altra &#232; ridefinire cosa conta come difesa."</p><p>In un'altra occasione, Crosetto ha raggiunto vette ancora pi&#249; cristalline: "abbiamo raggiunto il 2% trasmettendo i nostri dati di bilancio alla NATO, certificando questo raggiungimento." Non dice che l'Italia ha speso di pi&#249;. Non dice che le forze armate sono pi&#249; forti. Dice che ha trasmesso i dati in un certo modo. Si potrebbe obiettare che almeno &#232; onesto, il che lo pone in una categoria tutta sua nel panorama politico italiano.</p><h2>il vero problema: quaranta miliardi che nessuno sa dove trovare</h2><p>Se il trucco contabile del 2% fosse solo una questione di cosmetica statistica, potremmo archiviarla nella categoria "italianate" e passare oltre. Ma il problema &#232; che questo trucco ha conseguenze strategiche reali, e piuttosto serie.</p><p>Al vertice NATO dell'Aia del giugno 2025, il nuovo obiettivo fissato &#232; il 5% del PIL entro il 2035, di cui il 3,5% in spesa militare vera e propria. Per l'Italia, un punto di PIL vale circa 21 miliardi di euro. Il 3,5% significherebbe circa 73 miliardi all'anno in spesa militare, rispetto ai 32 miliardi attuali del bilancio reale del Ministero della Difesa (quello vero, non quello "allargato" con le riclassificazioni creative).</p><p>Il divario &#232; di circa 40 miliardi l'anno. Per dare un ordine di grandezza: &#232; quasi quanto l'Italia spende per l'intero sistema scolastico. Non esistono margini fiscali per finanziarli senza tagli significativi ad altre voci, aumento del debito, o aumento della pressione fiscale. Il governo non ha ancora detto nulla di credibile su come colmare quel divario, impegnato com'&#232; a celebrare il 2% appena "raggiunto."</p><p>Qui sta il danno vero dell'operazione contabile: avendo dichiarato di aver raggiunto il primo obiettivo senza spendere un euro in pi&#249;, l'Italia si &#232; privata dell'urgenza politica necessaria per avviare una discussione seria su quanto e come investire nella difesa. Perch&#233; discutere di scelte dolorose quando puoi spostare la Guardia Costiera da una colonna all'altra?</p><h2>la discussione che questo paese continua a non fare</h2><p>L'Europa del 2026 ha bisogno di parlare seriamente di difesa. La guerra in Ucraina ha dimostrato che le capacit&#224; militari europee erano sottodimensionate. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha mostrato quanto siano fragili le rotte commerciali su cui si reggono le nostre economie. L'incertezza sulla postura americana rende evidente che l'Europa dovr&#224; fare molto di pi&#249; per la propria sicurezza.</p><p>Ma questa discussione non pu&#242; partire da un'illusione contabile. Quanto l'Italia debba spendere per la difesa, e come, &#232; una domanda seria che va bilanciata con un debito al 140% del PIL, una sanit&#224; sottofinanziata, e un sistema pensionistico che assorbe oltre il 15% del PIL. Sono scelte politiche vere, che richiedono trasparenza sui numeri di partenza.</p><p>L'OCPI ha chiesto ripetutamente quali siano i criteri adottati per la riclassificazione. Nessuno ha risposto. Il Ministero della Difesa non ha pubblicato un documento che spieghi la metodologia. Il Parlamento non ha discusso una legge che stanziasse le risorse. Il governo ha comunicato un risultato senza spiegare come ci &#232; arrivato. &#200;, nel senso pi&#249; tecnico del termine, un esercizio di comunicazione politica privo di contenuto sostanziale.</p><p>Se il punto di partenza &#232; un 2% costruito spostando la Guardia Costiera da una colonna all'altra di un foglio Excel, il punto di arrivo sar&#224; altrettanto solido. Ovvero: per niente. E quando arriver&#224; il conto vero del 5%, non ci saranno abbastanza colonne da spostare.</p><h2>fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_49198.htm">Rapporto annuale del Segretario Generale NATO, marzo 2026</a></p></li><li><p><a href="https://osfrancescocottarelli.it">OCPI, Nota sulla spesa militare italiana, novembre 2025 e aggiornamento marzo 2026</a></p></li><li><p><a href="https://www.camera.it">Audizione ministro Crosetto, Commissione Difesa della Camera, luglio 2025</a></p></li><li><p><a href="https://www.ilfoglio.it">Il Foglio, "Ridefinire cosa conta come difesa", 27 marzo 2026</a></p></li><li><p><a href="https://umbertobertonelli.it/spesa-pubblica">Dashboard spesa pubblica italiana</a>, dati interattivi su umbertobertonelli.it</p></li></ul><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube<a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull'Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073;<strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong>per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039;<strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760;<a href="https://umbertobertonelli.it">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231;<a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[700 miliardi di dollari per una tecnologia che il 90% delle imprese non sa usare: anatomia della bolla AI]]></title><description><![CDATA[Nel 2026, quattro aziende americane spenderanno pi&#249; soldi in data center e chip di quanto l&#8217;intero settore privato statunitense abbia speso in conto capitale nel 2025.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/700-miliardi-di-dollari-per-una-tecnologia</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/700-miliardi-di-dollari-per-una-tecnologia</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 11 Apr 2026 06:01:48 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/a2e1d15f-1f3f-49d7-b82a-3c66e1ce0c45_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2026, quattro aziende americane spenderanno pi&#249; soldi in data center e chip di quanto l&#8217;intero settore privato statunitense abbia speso in conto capitale nel 2025. Il numero &#232; 700 miliardi di dollari. E il 90% delle imprese che usano l&#8217;intelligenza artificiale dichiara di non aver visto alcun impatto sulla produttivit&#224;. Questi due fatti, messi uno accanto all&#8217;altro, raccontano una storia che vale la pena di capire.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Questo articolo &#232; tratto dal video:</strong><br><a href="https://www.youtube.com/watch?v=gZexdSqyytE">L&#8217;Intelligenza Artificiale &#232; una bolla? Cosa dicono i dati!</a><br><em>Se preferisci guardare anzich&#233; leggere, il video &#232; qui sopra.</em></p><h2>Una bolla &#232; tale solo se sai come &#232; finanziata</h2><p>Il termine &#8220;bolla&#8221; viene usato con una disinvoltura che farebbe rabbrividire qualsiasi storico della finanza. Non tutti i rialzi di prezzo sono bolle, e non tutte le bolle fanno gli stessi danni. La distinzione cruciale la traccia un paper del CEPR (Centre for Economic Policy Research) firmato da J&#243;n Danielsson e Robert Macrae: ci&#242; che conta non &#232; se i prezzi sono &#8220;troppo alti&#8221;, ma come la corsa al rialzo viene finanziata.</p><p>Se una bolla &#232; finanziata da equity (capitali di rischio), quando scoppia distrugge i portafogli degli investitori ma non contagia le banche e l&#8217;economia reale. L&#8217;infrastruttura resta. Dopo la bolla delle ferrovie dell&#8217;Ottocento, il mondo si ritrov&#242; con migliaia di chilometri di binari. Dopo la bolla dot-com, ci ritrovammo con un&#8217;infrastruttura internet senza precedenti, e da quelle ceneri emersero Google, Amazon, Facebook.</p><p>Il problema nasce quando la bolla viene alimentata dal credito bancario. In quel caso, le perdite si trasmettono alle banche, il credito si contrae, e si rischia una crisi sistemica: &#232; quello che accadde nel 2008 con i mutui subprime.</p><p>Danielsson e Macrae nel 2025 scrivevano che la bolla AI era ancora prevalentemente finanziata da equity. Ma aggiungevano un avvertimento che merita di essere citato per esteso: &#8220;la situazione sta cambiando. Le aziende AI si affidano sempre pi&#249; al debito. Quando i prestiti bancari entrano nel ciclo di finanziamento, la bolla AI cessa di essere affare solo degli investitori e diventa una preoccupazione di politica pubblica.&#8221; Ecco, quel &#8220;sta cambiando&#8221; nel 2026 si &#232; materializzato.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>I numeri: $700 miliardi e la cassa che si prosciuga</h2><p>Amazon ha annunciato 200 miliardi di capex per il 2026 (il consenso degli analisti era 147: sorpresa). Alphabet raddoppia a 175-185 miliardi. Meta sale a 115-135 miliardi. Microsoft si attesta intorno a 145 miliardi. Se ci aggiungiamo Oracle e xAI di Musk, superiamo i 700 miliardi complessivi. Per dare un ordine di grandezza: &#232; pi&#249; del PIL della Svezia. Bloomberg scrive che si tratta di &#8220;un boom senza paralleli in questo secolo&#8221;.</p><p>Ma il dato veramente allarmante &#232; un altro. Questi investimenti stanno divorando il cash flow delle aziende pi&#249; profittevoli del pianeta. Amazon, secondo Morgan Stanley, avr&#224; un free cash flow negativo tra i 17 e i 28 miliardi nel 2026. Alphabet potrebbe vedere il proprio FCF crollare del 90%, da 73 miliardi a 8. Bank of America stima che il capex AI potrebbe assorbire il 94% del flusso di cassa operativo degli hyperscaler entro fine anno, contro il 76% del 2024. Nel solo 2025, le grandi tech hanno emesso oltre 121 miliardi di dollari in obbligazioni per finanziare le proprie infrastrutture AI.</p><p>La transizione dal capitale proprio al debito &#232; in corso. Morgan Stanley proietta la spesa globale in data center verso i 3 trilioni di dollari nel quadriennio 2025-2028, di cui circa la met&#224; coperta da private credit.</p><h2>Il debito AI ha lo stesso rischio delle azioni (dice l&#8217;OCSE)</h2><p>Un dato dell&#8217;OCSE, ripreso dall&#8217;Osservatorio sui Conti Pubblici di Cottarelli, merita tutta l&#8217;attenzione possibile. Il Global Debt Report 2026 mostra che nove societ&#224; High Tech (Alphabet, Meta, Oracle, Amazon, IBM, Apple, Tencent, Alibaba, Microsoft) rappresentano da sole il 5% delle emissioni obbligazionarie private globali. Tra il 2026 e il 2030, queste nove aziende investiranno complessivamente 4,1 trilioni di dollari in data center: pi&#249; dell&#8217;intero capex annuale del settore privato americano, che nel 2025 si &#232; fermato a 3 trilioni.</p><p>Ma il punto pi&#249; importante &#232; tecnico e devastante: l&#8217;OCSE nota che il debito emesso per finanziare gli investimenti AI ha un profilo di rischio molto simile a quello azionario. Il rimborso dipende interamente dal successo commerciale dell&#8217;AI. E le garanzie sui prestiti sindacati usati per costruire i data center sono i data center stessi, il cui valore futuro dipende, a sua volta, dal successo dell&#8217;AI. Se l&#8217;AI delude, sia il debitore che la garanzia perdono valore contemporaneamente. &#200; la stessa correlazione tossica dei mutui subprime: il mutuatario non paga, la casa si svaluta, la garanzia non vale pi&#249; nulla. Solo che al posto delle case ci sono i data center.</p><h2>Il carosello dei soldi</h2><p>C&#8217;&#232; poi un aspetto che rende questa bolla particolarmente opaca: il finanziamento circolare. Nvidia investe in OpenAI. OpenAI usa quei soldi per comprare GPU da Nvidia. Nvidia registra le vendite come fatturato. Il fatturato fa salire il titolo. Il titolo giustifica ulteriori investimenti. Lo stesso denaro compare in bilanci diversi, creando l&#8217;illusione di una domanda pi&#249; ampia del reale.</p><p>Nvidia detiene il 7% di CoreWeave, una societ&#224; di cloud AI che nel 2025 operava con perdite di 1,2 miliardi. Nvidia ha firmato un accordo da 6,3 miliardi per comprare capacit&#224; data center invenduta da CoreWeave fino al 2032, pi&#249; un investimento aggiuntivo da 2 miliardi. Come ha osservato Andy Wu di Harvard Business School, in alcuni casi Nvidia sta effettivamente pagando i propri clienti per comprare i suoi prodotti.</p><p>Microsoft detiene il 27% di OpenAI e ha impegnato 250 miliardi in cloud computing per OpenAI fino al 2032. OpenAI ha comprato miliardi in hardware da AMD, diventando uno dei suoi maggiori azionisti. Il quadro &#232; quello di un ecosistema chiuso in cui gli stessi dollari rimbalzano da un bilancio all&#8217;altro. Gli analisti hanno paragonato queste pratiche non alla truffa Enron, ma al vendor financing di Cisco nella fase terminale della bolla dot-com.</p><h2>Il 90% che non vede nulla (e il paradosso di Solow)</h2><p>A febbraio 2026 il National Bureau of Economic Research ha pubblicato il paper &#8220;Firm Data on AI&#8221; (Working Paper 34836), firmato tra gli altri da Nicholas Bloom di Stanford, basato su quasi 6.000 top executive in USA, UK, Germania e Australia. Il 69% delle imprese dichiara di usare l&#8217;AI. Il 90% di queste riporta zero impatto sulla produttivit&#224; o sull&#8217;occupazione negli ultimi tre anni. I top executive la usano in media un&#8217;ora e mezza a settimana. Un quarto di loro non la usa affatto.</p><p>Uno studio del MIT (agosto 2025) aveva gi&#224; trovato che il 95% dei progetti di AI generativa non produceva alcun ritorno. La Global CEO Survey di PwC conferma: solo il 12% dei CEO dichiara benefici congiunti su ricavi e costi, il 56% non ha visto alcun beneficio finanziario.</p><p>C&#8217;&#232; un nome per questo fenomeno: paradosso di Solow. Negli anni &#8216;80, Robert Solow osserv&#242; che &#8220;si vedono i computer ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttivit&#224;.&#8221; Quel paradosso si risolse circa un decennio dopo. La domanda &#232;: l&#8217;AI seguir&#224; lo stesso percorso? Forse. Ma i computer degli anni &#8216;80 non erano finanziati con 700 miliardi di dollari di debito all&#8217;anno.</p><h2>L&#8217;AI non licenzia i vostri genitori. Smette di assumere i vostri figli.</h2><p>Il dato NBER sulla produttivit&#224; racconta per&#242; solo met&#224; della storia. Se si guarda al mercato del lavoro, l&#8217;impatto c&#8217;&#232;, ed &#232; concentrato sui giovani. Goldman Sachs ha trovato che tra i lavoratori 22-25 anni nelle occupazioni esposte all&#8217;AI, l&#8217;occupazione &#232; calata del 6-16% tra fine 2022 e met&#224; 2025. Tra i giovani sviluppatori software il calo sfiora il 20%. Revelio Labs documenta un calo del 35% nelle offerte di lavoro entry-level da gennaio 2023.</p><p>Il paper di Anthropic (marzo 2026), basato sui dati reali di utilizzo del modello Claude, conferma: le assunzioni di giovani 22-25 anni nelle occupazioni pi&#249; esposte stanno rallentando del 14%. Per gli over 25, nessun effetto misurabile. Lo studio di Hui, Reshef e Zhou su Upwork mostra l&#8217;impatto nel freelancing: dopo ChatGPT, i freelancer di writing hanno perso il 5,2% dei guadagni; dopo DALL-E e Midjourney, i designer il 9,4%.</p><p>Come ha scritto la Harvard Business Review a gennaio 2026, le aziende &#8220;licenziano sulla base del potenziale dell&#8217;AI, non delle sue prestazioni effettive.&#8221; JPMorgan ha detto ai manager di non assumere dove l&#8217;AI pu&#242; coprire. Salesforce dice che l&#8217;AI fa gi&#224; il 50% del carico di lavoro. &#200; un comportamento anticipatorio: si taglia oggi il costo del lavoro sulla base di quello che si crede l&#8217;AI far&#224; domani.</p><h2>La contabilit&#224; creativa delle GPU</h2><p>Michael Burry, quello del &#8220;Big Short&#8221;, ha posizioni ribassiste per 1,1 miliardi di dollari nozionali contro il settore AI (documenti 13-F alla SEC, Q3 2025). Di questi, 187 milioni in opzioni put su Nvidia e 912 milioni su Palantir, che al momento della scommessa veniva scambiata a un multiplo degli utili di 280.</p><p>La sua tesi non &#232; solo &#8220;i prezzi sono troppo alti&#8221;. &#200; pi&#249; sottile: le aziende AI ammortizzano le GPU su orizzonti temporali molto pi&#249; lunghi della loro reale vita utile. Microsoft e Oracle: sei anni. Meta: 11-12 anni. Una GPU di fascia alta diventa obsoleta in uno-tre anni. La differenza gonfia gli utili del 10-14%, secondo le stime degli analisti. Quando quei server andranno sostituiti prima di essere svalutati a bilancio, arriveranno svalutazioni repentine che eroderanno il patrimonio netto in un colpo solo.</p><h2>OpenAI: 1.400 miliardi di impegni, 20 di ricavi, 8 di perdite</h2><p>OpenAI ha impegni di spesa per 1.400 miliardi di dollari in infrastrutture AI. I ricavi nel 2025 erano circa 20 miliardi. Le perdite operative vicine a 8 miliardi. Deutsche Bank stima perdite cumulate di 140 miliardi tra 2024 e 2029, con rischio di esaurimento della liquidit&#224; entro met&#224; 2027 senza ricapitalizzazioni.</p><p>Sam Altman dice che se OpenAI fallisse &#8220;dovrebbe fallire, cos&#236; funziona il capitalismo.&#8221; Nobile sentimento. Ma OpenAI &#232; diventata sistemica: se cade lei, cadono Microsoft, Oracle, AMD, e una catena di fornitori e investitori. Il capitalismo di Altman funziona quando a fallire &#232; il chiosco dei panini, non quando a fallire &#232; un&#8217;azienda con impegni finanziari superiori al PIL della Spagna.</p><p>Come scrive Mario Seminerio su Phastidio, il rischio vero non &#232; che l&#8217;AI sia una truffa. Il rischio &#232; che &#8220;l&#8217;AI generativa non porti all&#8217;AI generale, e che non ci sia causalit&#224; diretta tra volume di investimenti ed evoluzione della tecnologia.&#8221; Puoi spendere quanto vuoi, ma se l&#8217;architettura tecnica non scala, non scala.</p><h2>Il fattore energia (che nessuno aveva previsto)</h2><p>C&#8217;&#232; un ultimo pezzo del puzzle. I data center AI sono mostri energivori, e nel 2026 lo shock energetico da guerra in Iran ha fatto esplodere i costi. Goldman Sachs riporta un aumento del 6,9% dei prezzi dell&#8217;elettricit&#224; USA, pi&#249; del doppio dell&#8217;inflazione complessiva, trainato in parte dalla domanda dei data center. Le banche d&#8217;affari prevedono che i data center assorbiranno il 40% della crescita dell&#8217;intera domanda elettrica americana nel decennio.</p><p>In Europa &#232; peggio. In Italia il gas fissa il prezzo dell&#8217;elettricit&#224; nell&#8217;89% delle ore (contro il 15% della Spagna). Il prezzo atteso per il Q2 2026 &#232; circa 130 euro per megawattora, il doppio della Francia. I costi operativi e quelli di capitale stanno divergendo simultaneamente nella direzione sbagliata.</p><h2>Quindi, &#232; una bolla?</h2><p>La risposta onesta &#232; che non lo sappiamo ancora. Ma sappiamo alcune cose. La spesa &#232; senza precedenti. La transizione verso il debito &#232; in corso. Gli schemi di finanziamento circolare gonfiano fatturati e valutazioni. Il 90% delle imprese non vede impatto sulla produttivit&#224;, ma i giovani colletti bianchi stanno gi&#224; perdendo posti di lavoro. Lo shock energetico fa lievitare i costi operativi. E la contabilit&#224; delle GPU crea un&#8217;illusione di profittabilit&#224; che ha una data di scadenza.</p><p>Come ci ricorda Noah Smith, il punto non &#232; se la tecnologia funziona, ma se funziona abbastanza in fretta da ripagare i debiti. Le ferrovie funzionavano. Internet funzionava. Eppure entrambi attraversarono bust devastanti prima di mantenere le loro promesse. Se l&#8217;AI seguir&#224; lo stesso percorso, le infrastrutture resteranno. Ma il &#8220;qualcosa di utile&#8221; &#232; una magra consolazione per chi ci avr&#224; rimesso i risparmi.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://finance.yahoo.com/news/big-tech-spend-650-billion-012716850.html">Bloomberg: Big Tech to Spend $650 Billion in 2026</a></p></li><li><p><a href="https://www.cnbc.com/2026/02/06/google-microsoft-meta-amazon-ai-cash.html">CNBC: Tech AI spending approaches $700 billion</a></p></li><li><p><a href="https://cepr.org/voxeu/columns/ai-bubbles-and-crashes">CEPR: Danielsson &amp; Macrae, Of AI Bubbles and Crashes (2025)</a></p></li><li><p><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-i-nuovi-rischi-sul-debito-globale-pubblico-e-privato">OCPI Cottarelli: I nuovi rischi sul debito globale (OCSE Global Debt Report 2026)</a></p></li><li><p><a href="https://www.nber.org/papers/w34836">NBER Working Paper 34836: Bloom et al., Firm Data on AI (2026)</a></p></li><li><p><a href="https://www.anthropic.com/research/labor-market-impacts">Anthropic: Labor market impacts of AI (marzo 2026)</a></p></li><li><p><a href="https://ssrn.com/abstract=4527336">Hui, Reshef &amp; Zhou: Short-term effects of generative AI on employment (Upwork)</a></p></li><li><p><a href="https://hbr.org/2026/01/companies-are-laying-off-workers-because-of-ais-potential-not-its-performance">HBR: Companies Are Laying Off Workers Because of AI&#8217;s Potential</a></p></li><li><p><a href="https://phastidio.net/2025/11/12/investimenti-ai-contribuenti-a-rischio/">Phastidio: Investimenti AI, contribuenti a rischio</a></p></li><li><p><a href="https://www.noahpinion.blog/p/americas-future-could-hinge-on-whether">Noah Smith: America&#8217;s future could hinge on whether AI is a bubble</a></p></li><li><p><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/AI_bubble">Wikipedia: AI Bubble (timeline circular financing)</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'UE ha una strategia per la giustizia intergenerazionale. Peccato che non sia una strategia]]></title><description><![CDATA[Il 5 marzo 2026 la Commissione europea ha annunciato di aver trovato la chiave per risolvere gli squilibri tra generazioni in Europa.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/lue-ha-una-strategia-per-la-giustizia</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/lue-ha-una-strategia-per-la-giustizia</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 11:30:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/14a6c052-ea0c-47f2-8f15-c58bf6ea4e5a_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 5 marzo 2026 la Commissione europea ha annunciato di aver trovato la chiave per risolvere gli squilibri tra generazioni in Europa. La chiave &#232; un indice, un toolkit, uno Youth Check e una serie di forum. Se vi sembra poco, &#232; perch&#233; lo &#232;.</p><p style="text-align: center;">&#127916; <strong>Per il contesto italiano sul tema pensioni e generazioni, vedi il video:</strong><br><a href="https://youtu.be/6PHLeao9bWc">Le PENSIONI mi hanno ROTTO il PYTHON: non si possono toccare, sono diritti ACQUISITI!</a></p><h2>Cosa dice la proposta del 5 marzo</h2><p>La Commissione ha adottato una comunicazione non legislativa intitolata alla &#8220;giustizia intergenerazionale&#8221;. Tradotto: un documento che non crea diritti, non impone vincoli agli Stati membri, non sposta risorse e non risolve alcun conflitto distributivo. &#200; una strategia nel senso pi&#249; eterea del termine, il tipo di testo che a Bruxelles si produce con una certa perizia artigianale.</p><p>Al centro del pacchetto ci sono alcuni strumenti dal nome suggestivo. Un <strong>Intergenerational Fairness Index</strong>, che dovrebbe misurare gli squilibri tra generazioni. Uno <strong>Youth Check</strong>, ovvero una verifica dell&#8217;impatto delle nuove politiche sui giovani. Un toolkit di <strong>&#8220;future literacy&#8221;</strong>, per insegnare alle amministrazioni a pensare al lungo periodo. E poi forum sulla demografia, panel di cittadini, dialoghi intergenerazionali, iniziative partecipative. La Commissione stessa descrive questi strumenti come mezzi per &#8220;identify opportunities and gaps&#8221; e &#8220;inform policy decisions&#8221;. Tradotto dal burocratese: supporto analitico. Non leve di cambiamento.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Misurare non &#232; governare</h2><p>L&#8217;idea di costruire un indice che fotografi le disuguaglianze tra generazioni non &#232;, di per s&#233;, stupida. Il problema &#232; scambiarla per una politica. Un indice pu&#242; descrivere il fatto che i contribuenti sotto i 40 anni finanziano un sistema pensionistico progettato quando il rapporto tra attivi e pensionati era il doppio di quello attuale. Pu&#242; quantificare il divario di ricchezza patrimoniale tra chi ha comprato casa negli anni Ottanta e chi oggi non pu&#242; permettersi un bilocale. Pu&#242; persino misurare quanto della spesa pubblica europea sia age-related e quanto vada a beneficio di chi ha gi&#224; accumulato.</p><p>Ma descrivere non &#232; correggere. E c&#8217;&#232; un rischio classico, ben noto a chiunque abbia frequentato il circuito delle istituzioni europee: trasformare un conflitto politico in un esercizio da consulenti. Si produce un indicatore elegante, lo si presenta a un convegno, lo si inserisce in un rapporto annuale, e il conflitto distributivo sottostante resta esattamente dov&#8217;era. Con una dashboard in pi&#249; e una riforma in meno.</p><p>Nel caso italiano, i numeri li conosciamo gi&#224;. Secondo i dati INPS, la spesa pensionistica italiana supera i 300 miliardi di euro annui, oltre il 16% del PIL, ed &#232; la voce di gran lunga pi&#249; rigida del bilancio pubblico. Il tasso di sostituzione lordo per i lavoratori entrati dopo la riforma Dini (1995) &#232; strutturalmente pi&#249; basso di quello dei pensionati retributivi. I contributi versati dai lavoratori attivi oggi finanziano prestazioni calcolate con regole pi&#249; generose di quelle che si applicheranno a loro. Questo non &#232; un mistero da svelare con un nuovo indice: &#232; un dato di fatto che ogni governo conosce e nessuno tocca, perch&#233; i pensionati votano e i trentenni precari no.</p><h2>Il catalogo universale</h2><p>C&#8217;&#232; poi un vizio strutturale del documento che merita una nota a parte. Nel testo della Commissione finiscono dentro, tutti insieme: demografia, cambiamento climatico, intelligenza artificiale, mercato del lavoro, housing, sport, partecipazione civica, territori rurali, cultura, agricoltura, oceani e persino lo spazio. Quando una strategia pretende di essere la chiave interpretativa di ogni politica pubblica esistente, smette di essere una strategia e diventa una cornice retorica onnivora.</p><p>Il meccanismo &#232; noto: se tutto &#232; &#8220;intergenerational fairness&#8221;, allora nulla &#232; davvero prioritario. E questo, lungi dall&#8217;essere un difetto, &#232; esattamente il punto. Mettere tutto dentro abbassa il costo politico del consenso. Nessuno pu&#242; essere contro la giustizia tra generazioni, cos&#236; come nessuno pu&#242; essere contro la pace nel mondo o il benessere dei bambini. Ma proprio perch&#233; il consenso &#232; a costo zero, il valore operativo del testo &#232; prossimo allo zero. Una strategia che non scontenta nessuno, per definizione, non sta facendo niente.</p><h2>Il cuore che manca: chi perde cosa</h2><p>La giustizia tra generazioni in Europa oggi ha un nome e un cognome. Si chiama pensioni, debito pubblico, prezzi delle case, dualismo insider/outsider nel mercato del lavoro, spesa pubblica rigida, tassazione che grava sul lavoro dipendente giovane pi&#249; che sulle rendite accumulate.</p><p>Sono conflitti distributivi reali, dove qualcuno guadagna e qualcuno perde. E la domanda che una strategia seria dovrebbe porsi non &#232; &#8220;come misurare meglio gli squilibri&#8221; (lo sappiamo gi&#224; fare) ma &#8220;chi paga il costo della correzione&#8221;. La risposta &#232; scomoda, e proprio per questo la Commissione la evita con cura quasi artistica.</p><p>In Italia, per esempio, una vera politica intergenerazionale richiederebbe di ricalcolare con il metodo contributivo le pensioni liquidate con il retributivo, eliminando il privilegio implicito di chi &#232; andato in pensione con regole pi&#249; generose dei contributi versati. Richiederebbe di vincolare la spesa age-related a regole di sostenibilit&#224; che impediscano di scaricare il costo dell&#8217;invecchiamento sui contribuenti futuri. Richiederebbe di rivedere un mercato del lavoro che protegge chi &#232; dentro e scarica tutta la flessibilit&#224; su chi &#232; fuori, con il risultato che a 30 anni si &#232; ancora precari e a 60 si &#232; inamovibili. Chi vuole approfondire il caso italiano pu&#242; partire dai dati: la <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/dashboard-pensioni/">dashboard sulle pensioni italiane</a> mostra con chiarezza cosa significano questi numeri nella pratica.</p><p>Nulla di tutto questo appare nel documento della Commissione. Non una parola sui trade-off pensionistici. Non un cenno al fatto che la protezione dei &#8220;diritti acquisiti&#8221; &#232;, di fatto, la protezione degli squilibri esistenti. Non un accenno al conflitto tra elettori presenti (organizzati, numerosi, votanti) e contribuenti futuri (dispersi, giovani, spesso assenti dalle urne). La proposta non dice chi perde cosa. Dice che bisogna &#8220;tenerli presenti meglio&#8221;. Il che, tradotto dal linguaggio commissariale, significa esattamente una cosa: evitare accuratamente di scegliere.</p><p>Pensare alle generazioni future ha senso. Ma per non essere fumo, una strategia del genere dovrebbe tradursi in vincoli reali su debito, pensioni e spesa age-related, oppure in regole che rendano politicamente costoso scaricare oneri sui non rappresentati. Dal documento del 5 marzo 2026 siamo molto, molto lontani da quel livello. La Commissione ha prodotto un sermone. Il problema aspetta ancora una politica.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_535">Commissione europea, Comunicazione sulla giustizia intergenerazionale, 5 marzo 2026</a></p></li><li><p>&#128202; <a href="https://www.umbertobertonelli.it/macro/dashboard-pensioni/">Dashboard pensioni italiane</a> &#8212; dati interattivi su spesa pensionistica, tassi di sostituzione e squilibri generazionali</p></li><li><p><a href="https://youtu.be/6PHLeao9bWc">Video: Le pensioni mi hanno rotto il Python (EconomiaItalia)</a></p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Netflix deve restituire soldi agli italiani, ma non perché li ha truffati]]></title><description><![CDATA[Il 1&#176; aprile 2026 il Tribunale di Roma ha dichiarato nulle alcune clausole contrattuali di Netflix Italia e stabilito che gli aumenti di prezzo applicati dal 2017 al 2024 sono illegittimi e &#8220;passibili di ripetizione&#8221;.]]></description><link>https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/netflix-deve-restituire-soldi-agli</link><guid isPermaLink="false">https://newsletter.umbertobertonelli.it/p/netflix-deve-restituire-soldi-agli</guid><dc:creator><![CDATA[Umberto Bertonelli]]></dc:creator><pubDate>Sat, 04 Apr 2026 12:07:45 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/44e8a9c8-9756-4157-94e4-2d5d8ac04d02_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 1&#176; aprile 2026 il Tribunale di Roma ha dichiarato nulle alcune clausole contrattuali di Netflix Italia e stabilito che gli aumenti di prezzo applicati dal 2017 al 2024 sono illegittimi e &#8220;passibili di ripetizione&#8221;. Il punto &#232;: Netflix non ha imbrogliato nessuno. Non ha nascosto gli aumenti, non ha fatto pubblicit&#224; ingannevole, non ha praticato condotte aggressive. Il Tribunale lo dice esplicitamente, rigettando la contestazione di pratica commerciale scorretta. Il problema &#232; un altro, ed &#232; molto pi&#249; interessante (e, se permettete, molto pi&#249; italiano): Netflix ha scritto male il contratto.</p><h2>Di cosa stiamo parlando, esattamente</h2><p>L&#8217;Associazione Movimento Consumatori ha promosso un&#8217;azione inibitoria collettiva contro Netflix Services Italy Srl, contestando tre clausole delle Condizioni di Utilizzo: quella che consentiva di modificare i prezzi (art. 3.5), quella che consentiva di modificare le condizioni normative del servizio (art. 6.4/6.5), e quella sulle offerte promozionali (art. 2). Le prime due sono state dichiarate vessatorie nella versione usata fino a gennaio 2024. La terza no: il Tribunale ha ritenuto che il diritto di Netflix di revocare un&#8217;offerta promozionale a chi non ne avesse i requisiti non fosse abusivo, ma piuttosto una forma di autotutela contro i furbetti che si riscrivevano con un altro indirizzo email per ottenere il prezzo di lancio.</p><p style="text-align: center;">&#128236; <strong>Se questo tipo di analisi ti interessa, iscriviti alla newsletter.</strong><br>Ogni articolo &#232; un approfondimento sui dati che riguardano l&#8217;Italia: economia, lavoro, statistiche. Niente spam, solo contenuti.<br><em>&#128071; Il pulsante &#232; qui sotto.</em></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://newsletter.umbertobertonelli.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>L&#8217;errore di Netflix: non aver detto &#8220;perch&#233;&#8221;</h2><p>La questione giuridica &#232; sorprendentemente semplice, una volta che la si spoglia del linguaggio forense. L&#8217;art. 33, comma 2, lett. m) del Codice del Consumo dice che &#232; presuntivamente vessatoria una clausola che consenta al professionista di modificare unilateralmente le condizioni del contratto &#8220;senza un giustificato motivo indicato nel contratto stesso&#8221;. Netflix, nella versione delle condizioni usata dal 2017 al gennaio 2024, si limitava a scrivere che &#8220;di tanto in tanto&#8221; avrebbe potuto modificare piani e prezzi, con 30 giorni di preavviso e possibilit&#224; di disdetta. Stop. Nessuna indicazione dei motivi. Nessun vincolo alla discrezionalit&#224;.</p><p>Ora, qui la cosa si fa interessante. Netflix aveva garantito il preavviso. Aveva garantito il diritto di recesso. Il consumatore, in altre parole, non era prigioniero: poteva andarsene. Ma per il Tribunale non basta. E il ragionamento, che poggia su una giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia UE (cause Rwe Vertrieb C-92/11, Invitel C-472/10) e del Consiglio di Stato italiano (sentenze 1529/2020 e 3373/2020), &#232; il seguente: il consumatore deve sapere gi&#224; al momento della firma in quali circostanze il professionista potr&#224; cambiare le carte in tavola. Altrimenti non &#232; in grado di fare una scelta consapevole.</p><p>Detto in modo ancora pi&#249; semplice: non &#232; sufficiente dirti &#8220;se non ti piace te ne vai&#8221;. Devi dirmi prima in quali casi cambierai le regole, cos&#236; io posso decidere se entrare nel gioco oppure no. Il diritto di recesso, da solo, non compensa l&#8217;assenza di informazioni sui motivi della modifica.</p><h2>Il paradosso del formalismo: Netflix stava gi&#224; facendo la cosa giusta</h2><p>Ed &#232; qui che la vicenda diventa, a seconda dei punti di vista, istruttiva o esasperante. Perch&#233; nel gennaio 2024, tre anni dopo alcune pronunce dell&#8217;AGCM su Google, Dropbox e iCloud, Netflix aveva effettivamente riscritto la clausola 3.5 aggiungendo un elenco degli &#8220;elementi di costo&#8221; che incidono sul prezzo: costi di produzione, licenza, fornitura tecnica, distribuzione, servizio clienti, amministrazione, tasse. Il Tribunale ha ritenuto che questa versione fosse sufficiente. Il collegamento tra modifica del prezzo e variazione dei costi c&#8217;era, anche se la formulazione sintattica lasciava a desiderare (il secondo periodo elencava i costi ma senza agganciarli esplicitamente alla prima frase). Il giudice lo dice con una certa nettezza: &#8220;&#232; pretestuoso ritenere che il mancato collegamento sintattico tra la prima frase ed il secondo periodo legittimerebbe il Professionista ad un aumento del prezzo completamente discrezionale&#8221;.</p><p>Nell&#8217;aprile 2025, in corso di causa, Netflix ha ulteriormente ritoccato la clausola aggiungendo le parole &#8220;qualora variassero alcuni degli elementi di costo che incidono sul prezzo del nostro servizio&#8221;. Il Tribunale ha definito la modifica &#8220;solo formale&#8221;, confermando che la versione di gennaio 2024 era gi&#224; conforme. Morale: il problema non era cosa Netflix facesse, ma cosa avesse scritto nel contratto prima del 2024. Per sette anni si era riservata un potere senza specificarne i confini, e questo basta a rendere la clausola nulla.</p><h2>Quanto costa a Netflix: gli aumenti dichiarati illegittimi</h2><p>Il Tribunale ha ritenuto illegittimi tutti gli aumenti di prezzo applicati tra il 2017 e il novembre 2024 ai contratti stipulati prima di gennaio 2024. E gli aumenti non sono stati pochi. Nel 2017 il piano Standard pass&#242; da 9,99 a 10,99 euro al mese e il Premium da 11,99 a 13,99. Nel 2019 lo Standard sal&#236; a 11,99 e il Premium a 15,99. Nel 2021 si arriv&#242; a 12,99 per lo Standard e 17,99 per il Premium. Nel 2024 ci fu un ulteriore aumento di 1-2 euro al mese su tutti i piani. Stiamo parlando di incrementi cumulati nell&#8217;ordine del 30-50% sul prezzo originario, spalmati su sette anni, per milioni di abbonati italiani.</p><p>Il Tribunale non ha quantificato l&#8217;importo totale delle restituzioni dovute, e non poteva farlo: l&#8217;azione era inibitoria, non compensativa. Ma ha dichiarato che i consumatori hanno diritto alla &#8220;ripetizione delle somme indebitamente corrisposte&#8221; e ha ordinato a Netflix di informarli individualmente via email (o raccomandata per chi ha gi&#224; disdetto). In pratica, ogni consumatore che abbia stipulato un abbonamento tra il 2017 e gennaio 2024 e abbia subito almeno un aumento di prezzo ha diritto a riavere la differenza.</p><h2>Una critica al formalismo, se &#232; lecito</h2><p>La sentenza &#232; giuridicamente solida. Il ragionamento &#232; lineare, la giurisprudenza &#232; coerente, la conclusione &#232; logica. E tuttavia, c&#8217;&#232; qualcosa che stride.</p><p>Netflix non ha mai nascosto gli aumenti. Li ha comunicati con 30 giorni di anticipo. Ha sempre garantito la possibilit&#224; di disdire senza penali, in qualsiasi momento, con un click. In un mercato concorrenziale (Disney+, Amazon Prime Video, Apple TV+ sono a un tap di distanza), il consumatore non &#232; ostaggio di nessuno. La motivazione con cui Netflix ha comunicato gli aumenti (&#8221;per offrirti pi&#249; contenuti&#8221;) &#232; stata giudicata dal Tribunale stesso come non ingannevole, tanto che la domanda di accertamento di pratica commerciale scorretta &#232; stata rigettata. Il giudice ha scritto: &#8220;&#232; lapalissiano che i nuovi prodotti aumentino i costi di produzione&#8221;.</p><p>Il punto &#232; che il vizio &#232; puramente contrattuale. Netflix avrebbe potuto fare esattamente gli stessi aumenti, con le stesse comunicazioni, con le stesse motivazioni, e non avrebbe avuto alcun problema se solo avesse scritto nel contratto, fin dal 2017, una frase del tipo: &#8220;potremmo modificare il prezzo in caso di variazione degli elementi di costo che incidono sul servizio&#8221;. Una riga. Venti parole. Se vogliamo essere onesti intellettualmente, la tutela del consumatore che emerge da questa sentenza non &#232; una tutela contro l&#8217;aumento del prezzo (che il Tribunale riconosce come legittimo interesse dell&#8217;impresa), ma una tutela contro la cattiva redazione del contratto.</p><p>Questo solleva una domanda che va al di l&#224; del caso Netflix: il diritto dei consumatori, cos&#236; come &#232; costruito nel sistema europeo, protegge davvero il consumatore oppure protegge una certa formalit&#224; contrattuale? Se un&#8217;azienda si comporta correttamente, comunica gli aumenti, garantisce il recesso, opera in un mercato competitivo, ma scrive male le clausole, il rimedio appropriato &#232; davvero la restituzione di sette anni di aumenti? O non sarebbe pi&#249; proporzionato imporre la riscrittura delle clausole, come peraltro Netflix aveva gi&#224; fatto spontaneamente?</p><p>Il Tribunale stesso sembra consapevole della tensione. Quando il Movimento Consumatori chiede che il &#8220;giustificato motivo&#8221; debba consistere in un evento &#8220;imprevedibile e straordinario, al di fuori dal controllo delle parti&#8221; (in pratica, rendendo quasi impossibile ogni aumento di prezzo), il giudice respinge seccamente: &#8220;tale prospettazione non pu&#242; essere accolta&#8221;, ricordando che ci si muove nell&#8217;ambito di contratti a tempo indeterminato in un mercato di beni non tutelati, e che un&#8217;interpretazione cos&#236; restrittiva &#8220;costituirebbe un significativo limite al diritto di iniziativa economica privata&#8221;. &#200; una boccata d&#8217;aria di realismo in una sentenza che, per il resto, si muove nel solco di un formalismo che, per quanto giuridicamente ineccepibile, rischia di generare una sproporzione tra il vizio (una clausola mal scritta) e il rimedio (la restituzione di milioni di euro).</p><h2>Cosa succede adesso</h2><p>Netflix ha 90 giorni dalla pubblicazione della sentenza (quindi fino a fine giugno 2026) per adempiere ai provvedimenti informativi. Deve pubblicare un banner pop-up sul proprio sito per almeno sei mesi. Deve far pubblicare il dispositivo della sentenza sul Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore, due volte a distanza di una settimana, a caratteri doppi. Deve inviare una email a ogni consumatore interessato, informandolo del suo diritto alla restituzione. Per chi ha gi&#224; disdetto e non ha pi&#249; un&#8217;email attiva, deve mandare una raccomandata. In caso di inadempimento, paga 700 euro al giorno.</p><p>La sentenza non &#232; ancora definitiva: Netflix potr&#224; appellarla. Ma il precedente &#232; posto. E il principio &#232; chiaro: nel diritto italiano, le clausole di modifica unilaterale nei contratti con i consumatori devono indicare il giustificato motivo gi&#224; nel testo del contratto, anche se il contratto &#232; a tempo indeterminato, anche se il consumatore pu&#242; andarsene in qualsiasi momento, anche se il mercato &#232; concorrenziale. La direttiva europea prevedeva un&#8217;esenzione per i contratti a tempo indeterminato (bastava preavviso e recesso), ma il legislatore italiano ha scelto di non recepirla. E il Tribunale di Roma, con questa sentenza, conferma che quella scelta ha conseguenze concrete.</p><h2>Fonti e approfondimenti</h2><ul><li><p><a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2005-09-06;206">Codice del Consumo, D.Lgs. 206/2005, artt. 33-38</a></p></li><li><p>Tribunale di Roma, Sez. XVI, Sentenza n. 4993/2026 del 01/04/2026 (RG 27857/2024)</p></li><li><p>Corte di Giustizia UE, Causa C-92/11 Rwe Vertrieb, 21 marzo 2013</p></li><li><p>Corte di Giustizia UE, Causa C-472/10 Invitel, 26 aprile 2012</p></li><li><p>Consiglio di Stato, Sentenza n. 1529/2020</p></li><li><p>Consiglio di Stato, Sentenza n. 3373/2020</p></li><li><p>AGCM, Provvedimenti nn. 29817-29819 del 07/09/2021 (Google, Dropbox, iCloud Apple)</p></li></ul><div><hr></div><p><strong>Ti &#232; piaciuto questo approfondimento?</strong></p><p>Questo articolo &#232; tratto dal canale YouTube <a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia">EconomiaItalia</a>, dove ogni settimana analizzo dati economici e statistici sull&#8217;Italia con un approccio concreto e basato sui numeri.</p><p>&#128073; <strong><a href="https://www.youtube.com/@EconomiaItalia?sub_confirmation=1">Iscriviti al canale YouTube</a></strong> per non perdere i prossimi video.</p><p>Se vuoi sostenere il mio lavoro e accedere a contenuti extra, puoi abbonarti al canale:<br>&#10084;&#65039; <strong><a href="https://www.youtube.com/channel/UCq5fU1zDj0KcdWM6wjI0jhA/join">Abbonati a EconomiaItalia</a></strong></p><p>Sul mio sito trovi dashboard interattive e altri strumenti:<br>&#127760; <a href="https://umbertobertonelli.it/">umbertobertonelli.it</a></p><p>Per collaborazioni e consulenze:<br>&#128231; <a href="mailto:info@umbertobertonelli.it">info@umbertobertonelli.it</a></p>]]></content:encoded></item></channel></rss>